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LA CITTÀ DEI
GIARDINI
Negli anni Venti, Ventimiglia poteva vantare il prestigioso titolo di “Città
dei Fiori”, mentre oggi, tra tutte le località della Riviera, il luogo dove
viviamo può vantare ancora il titolo di “Città dei Giardini”. Proviamo a
rivolgere lo sguardo a quell’insieme di siti che dalla Punta della Rocca e
sino al torrente San Luigi, hanno conservato il luogo meno contaminato del
Ponente Ligure.
In questo spazio tra la montagna e il mare, che
forma diverse piccole baie, Ventimiglia offre alla Riviera, ancora
evocativo, lo stesso paesaggio che i viaggiatori dell’Ottocento hanno
descritto e che attribuisce a Ventimiglia il titolo di “entrata al Giardino
d’Italia”.
A cominciare dal Giardino Bennet-Voronoff di
Grimaldi, al vicino Orto Botanico Hanbury della Mortola, per scendere alle
Ville seicentesche della Piana di Latte con i loro ricchi portali, fino alla
Villa Boccanegra, nei pressi di Porta Canarda, e alla Villa Campbell. Non
dimenticando i Giardini pensili nel cuore del Centro Storico, per giungere
fino al Giardino Pubblico della città bassa, progettato da Winter.
Per questo Ventimiglia è la “Citta dei Giardini”,
tre sono veri e propri orti botanici, ognuno creato da facoltosi Sir
inglesi, ma anche negli altri la flora locale si è arricchita di piante
esotiche, fino a creare questo insieme di luoghi magici, a volte segreti,
che la Riviera deve preservare come testimonianza di un passato prestigioso.
Nella seconda metà dell’ottocento, in
Inghilterra, il “Sub-tropical movement” aveva favorito la diffusione di
giardini con piante esotiche, ma il clima poco favorevole aveva indirizzato
la ricerca onde consentire alle piante di sopravvivere, nelle zone più
temperate dell’Inghilterra.
Un’indagine climatica più approfondita, effettuata a
scopo terapeutico, ha portato i ricchi inglesi sulle coste del Mediterraneo,
cosicché ad uno di questi il dottorjames Henry Bennet venne a scrivere: “...
malgrado tutti i miei viaggi nel Mediterraneo, malgrado tutte le mie
ricerche per approfondire il clima delle varie regioni che ho percorso, non
ho ancora scoperto una località meglio protetta contro i venti freddi del
Nord, della Riviera Occidentale di Genova. Ma parlo soprattutto di quella
parte del Riviera che si stende da Villafranca, presso Nizza, fino a
Sanremo”.
A partire dal 1859, il Bennet scelse come
luogo di soggiorno Montone, ma più precisamente Grimaldi, dove trasformò,
con gran pazienza, il terreno roccioso su cui crescevano poche piante di
agrumi e di olivi in una notevole collezione di piante, arbusti e fiori,
intanto che restaurava l’antica torre, ivi presente, che per vent’anni sarà
la sua casa.
L’Oriental Garden del Bennet, era
considerato “un notevole esempio del trionfo dell’ingegno e della
perseveranza nei confronti delle difficoltà incontrate per realizzarlo”.
Essendo uno dei primi giardini
mediterranei dove furono coltivate piante esotiche, lo stesso è citato in
molti testi specialistici. Il Muller, in “Mentone e i suoi dintorni”, dice:
“Questa collezione affascina gli occhi, soddisfa il gusto, piace
all’artista, gratifica anche la persona inesperta di botanica”.
Al termine della sua visita a questo
giardino, condotta nel 1871, Hanbury scrisse: “... desidererei avere quelle
piante esotiche che ho visto nel giardino del Dottor Bennet e in particolare
alcune da piantare nelle nuove aiuole di succulente”.
Nel 1892, il Sauvaigo scriverà: “a
partire dagli anni Settanta, innumerevoli giardini furono creati anche a
Monaco, dove particolarmente ammirati erano quelli di Montecarlo e a Mentone.
Ma è al di là di Ponte San Luigi che s’incontrano due dei giardini più
celebri, quello della villa Grimaldi del noto medico inglese Bennet, dove
molte specie sono venute a infoltire il contingente della nostra flora
esotica ...”.
Nel 1889, il Bennet vendeva il proprio
giardino alla ricca americana E. Waterman Goddard. Lo stesso, nel 1907,
passava al medico austriaco S. Appenzeller, che nel 1926 lo vendette allo
scienziato russo Serge Voronoff, che lo abitò sino al 1951.
Continuando con il Sauvaigo: “...e
quello della Villa Orengo, alla Mortola diventata villa Hanbury e che grazie
alle cure di Daniel e Thomas Hanbury divenne “il primo e più rilevante
giardino di acclimatazione d’Italia”. Qui “la collezione delle piante grasse
è unica in Europa, e le piante dell’Australia, del Capo, dell’India, del
Messico, della Cina e del Giappone sono rappresentate con esemplari rari e
interessanti”.
Il Bennet parlando delle Agavi del suo
giardino dice “la collezione del mio amico e vicino Mr. Hanbury, nel suo bel
giardino, di Palazzo Orengo è ancora più bella”. Dei Giardini Hanbury
scriveranno in molti. Il Fluckiger disse: “Il giardino ha un apparenza
selvaggia e libera determinata dai raggruppamenti di piante rare, gli alberi
sono di notevoli dimensioni, alcuni giganteschi, e formano una foresta
rocciosa da cui si vede ovunque sullo sfondo il mare blu”.
Uno dei massimi esperti in giardini di
acclimatazione V. Ricasoli evidenziava la posizione alle falde della
Magliocca “tra i più ricchi poi in piante esotiche non si può tralasciare
quello del Cav. Thomas Hanbury alla Mortola, posizione deliziosa e clima
favorevolissimo, dove il facoltoso ed intelligente proprietario ha riunito
la collezione più bella di tutte la Riviera ligure e francese”.
Un anonimo del Settecento, nella
descrizione dello stato della città di Ventimiglia descriveva così la piana
di Latte: “A un miglio e mezzo dalla città avvi un seno che Latte si
appella, il quale in amena pianura distendesi ed in collina tratto si alza,
onde i patrizi ed altri ancora l’hanno scelto loro villeggiatura i
viaggiatori dell’Ottocento ci lasciano innumerevoli descrizioni di questa
Piana e delle sue ville e del profumo delle sue coltivazioni di agrumi”.
Prima di giungere in Ventimiglia lasciata la
Piana di Latte in leggera salita in Località Boccanegra troviamo un’antica
villa di questa proprietà, della quale il toponimo è già citato nel Catasto
del 1545. Il nome Boccanegra indicava la terra compresa tra il mare, il rio
omonimo, la strada romana e la zona detta Porta Canarda, in località Ville.
Nell’area in cui oggi si trovano la
villa e il giardino Boccanegra si sono succeduti, nel corso dei secoli,
diversi proprietari: la Famiglia Curti fin dal Cinquecento, i padri
Conventuali di San Francesco nel diciottesimo secolo, la famiglia Rolando
dal 1808 al 1831 ed il Marchese De Mari di Genova dal 1831 al 1865.
La villa, di incerta datazione, per
certi particolari della struttura interna si può far risalire al secolo XVII°.
Nel 1865 fu acquistata dai ventimigliesi fratelli Biancheri e, nel 1881,
quando essi divisero i loro beni, toccò all’Onorevole Giuseppe, l’illustre
uomo politico che fu parlamentare per oltre cinquant’anni, pervenendo alla
presidenza della Camera.
Amico degli Hanbury e di Winter,
Giuseppe Biancheri, quando tornava in Liguria, amava trascorrere i brevi
periodi di vacanza a Boccanegra, più di ogni altro luogo lo considerava un
piccolo paradiso tra gli ulivi, i limoni e le piante mediterranee che
lasciano intravedere il mare.
Probabilmente già Giuseppe Biancheri
cominciò ad introdurre nella proprietà, che fino alla seconda metà
dell’Ottocento aveva un carattere prevalentemente agricolo, le prime piante
esotiche. Un’opera del fotografo bordigotto Benigni, operante nell’epoca, lo
ritrae seduto davanti ad una giovane palma, mentre, sullo sfondo, si può
riconoscere una rosa Banksia. Su alcuni giornali di quel periodo viene
riportato un incidente occorsogli proprio mentre stava coltivando le sue
rose.
La grande trasformazione di
Boccanegra avvenne però nei primi decenni del Novecento, nel 1906, pur con
rimpianto, il Biancheri vendette la proprietà ad Ellen Willmott. (L’atto
notarile sarà firmato per procura di Giuseppe Biancheri da Thomas Hanbury)
Si trattava d’una ricca ereditiera inglese, una delle tre più grandi
appassionate di giardini ottocenteschi in Inghilterra, che assieme
rivoluzionarono il modo di fare giardini. (*)
Figlia d’un farmacista, la Willmott,
prima di venire in Riviera creò due giardini botanici, uno in Inghilterra,
“Warley Piace” e uno sul lago di Annecy. Fu anche autrice di un famoso
trattato sulle rose liguri: “The Genus Rosae”.
Amica degli Hanbury, che gli trovarono il suo
“Giardino sul Mediterraneo”, essa desiderava cimentarsi, in un clima diverso
da quello delle precedenti esperienze. Per prima cosa costruì due grandi
vasche per l’irrigazione necessaria al nuovo impianto botanico, poi iniziò
ad arricchire Boccanegra di piante esotiche.
Purtroppo le spese di gestione furono così
onerose che le pur ingenti risorse economiche di cui disponeva si
esaurirono, rendendola quasi indigente. Nel 1923, vendette la proprietà ad
un altro inglese John Tremayne, che abbandonò la proprietà la quale, dalla
metà degli anni cinquanta, appartiene alla famiglia Piacenza.
A loro volta, gli attuali proprietari hanno
alle spalle un’importante tradizione in campo botanico, poiché il nonno
Felice, fu il creatore d’uno dei più importanti Parchi del Piemonte “La
Burcina”, nel Comune di Pollone, in provincia di Biella.
A Boccanegra possiamo vedere ancora oggi alcune
di queste piante rare: l’Agathis Australis, d’origine Australia/Nuova
Zelanda, è l’unico esemplare in Riviera, un altro vive in un giardino della
Costa Azzurra, un campione di Encephalartos, della famiglia
Cicadacee, due tipi di Yucca Australis, piante di Grewia
occidentalis, Arbutus andrachnoides, Plumeria rubra,
Prunus campanulata, Jasminum heterophyllus, Pinus sabiniana,
Mirtus communis “tarentina”, Peunus boldus del Perù e in
primavera nel suo massimo di fioritura la famosa rosa “senateur La
Follette”.
Nel Centro Storico, Ventimiglia vanta
i famosi giardini pensili, già citati nel Medioevo e rappresentati nella
cartografia settecentesca del Vinzoni. Questi, nell’Ottocento, si
arricchirono di flora esotica diventando giardini di piacere com’era in uso
in quel periodo. Inoltre, recentemente ripristinato, nel Convento di Sant’Antonio,
abitato dalle Suore dell’Orto, esiste un meraviglioso “Giardino dei
Semplici”.
Nella città bassa, Ventimiglia vanta un
giardino pubblico che si arroga una paternità importante. Solo al culmine di
recenti ricerche, è stato ritrovato il progetto di questi giardini, voluti
da Thomas Hanbury, il quale li fece progettare dal suo giardiniere, il
celebre Ludovico Winter, nel 1906. Tale ameno luogo doveva servire alla
bonifica dell’ultimo residuo di terreno paludoso posto ai confini
dell’ottocentesco centro cittadino.
Dalla deliberazione del Consiglio Comunale,
datata 29 maggio 1906, risulta che: “... il Comm. Tommaso Hanbury
concorrerebbe nella spesa per una metà a condizione che le espropriazioni e
i relativi lavori abbiano luogo nel corrente anno, riservandosi di
provvedere a sua cura e spese alle piantagioni necessarie ... “
Già nel 1892, nella corrispondenza tra Thomas
Hanbury e Ludovico Winter si trovano tracce di questo progetto e della
piantumazione di palme sulla passeggiata al mare (Corso Principe Amedeo),
che provocarono anche una piccola crisi amministrativa, giacché, scrive
Hanbury:” ... questa pratica delle palme ha scatenato una specie di
guerra municipale. Il Sindaco (Secondo Biancheri) ed il professore
Rossi (Girolamo) hanno dato le dimissioni”.
Per completare i “giardineti” dei “ventemigliusi”
ci volle un Commissario Regio, il quale, nel 1920, in concomitanza con
l’inizio dei lavori per il Mercato dei Fiori, fece portare la terra di
risulta dello scavo nella zona dei giardini. Non c’erano più ne Hanbury e
neppure Winter ma la sua Azienda agricola fornì le piante necessarie
all’allestimento. Nel pensare come vengono trattati oggi ci raggiunge un
senso di pena, pensando anche che la nostra città fu culla dell’industria
del fiore e del florovivaismo.
Bennet - Hanbury - Winter -
Willmott
di Erino Viola






