

Luigino Maccario
LA VOCE INTEMELIA
- febbraio 1984
.
ETNIA BRIGASCA
Nell’appendice al Glossario Medioevale, però, è più ampio, ma
è allora che ci mette in guardia del disprezzo dei Brigaschi.
Figonus (appellazione di dispregio, onde venivano chiamati nelle
diocesi di Ventimiglia e d’Albenga operai randagi, un quid simile
del Cici del Triestino, colla differenza per altro che mentre
questi erano famigerati pei ladronecci (vedi Cameroni ecc.)
quelli erano rinomati per infìngardagine.
"Lo Senequier" (Les patois de Biot, Vallauris, Mons et
Escragnoles, Nice - Malvano Mignon - 1880) ristringe ad una
località posta ad occidente del comune di Ventimiglia la stanza dei
Figoni; ma documenti comprovano che tale appellativo si
estendeva ed abbracciava la diocesi di Albenga. Nel quaderno,
conservato negli Archivi di Stato in Genova, dell’anno 1520
intitolato Corsicae Fabr. Adiacii, nel quale sono registrati i nomi
degli individui che in detto anno abbandonarono la Liguria per
recarsi a ripopolare Aiaccio in Corsica, col nome di Battista
Lanteri da Porto Maurizio, unus ex conductorum familiarum
missarum a M.° Officio ad habitandum in presenti loco Adiacii,
sono registrati con alcuni pochi di Bajardo, e Vallebona (della
diocesi di Ventimiglia) uomini di Pietralata, Boscomare, Alassio,
Andagna e di Cosio jurisdictions Albingane.
Ebbene in detto sommario si legge: Racio grani siculi, cum
armis missis per M.° Officium pro subvenendis familiis figonorum
nuper missis. Dal quale si evince che Figoni erano
appellati i girovaghi abitanti di queste due regioni, che andavano
in cerca di sorte migliore.
Questo è quanto dice il Rossi, mentre noi diciamo ai
Brigaschi: «Non è il caso di fare di ogni erba un fascio, ed
aggiungiamo, deducendo, quel Battista Lanteri da Porto Maurizio, con
un tal cognome, tipicamente Realdese, perché si mescolava coi tanti
disprezzati Figun. Ma non ve ne vogliamo».
Sul n° 6
anno IV della rivista "Etnie", pubblicata a Milano, ho letto, con grande
interesse, la relazione etno-antro-pologica, curata da Pierleone
Massajoli : I Brigaschi: Una nuova minoranza ?
L’autore, notissimo ricercatore, si dice mosso a questo particolare
impegno, dal canonico Guido Pastor, assiduo collaboratore della "Voce",
e sull’articolo traccia per grandi linee i risultati del suo studio
sincronico e astorico, ma ci rimanda al volume "Cultura Alpina in
Liguria - Realdo e Verdeggia", che la Sagep di Genova sta per
distribuire, entro l’anno.
In questo preciso momento, nel quale la comunità Brigasca, sta
ritrovando le proprie radici, e la decisa volontà etnica, per mano di
figli emigrati, fondatori di un movimento che si riconosce, per ora, in
una rivista ciclostilata, del resto interessantissima, dal titolo ‘R NI
D’AIGURA, che regolarmente riceviamo, uno studio di queste dimensioni è
il toccasana per il decollo del valoroso movimento. Ed è proprio in
questo momento, cioè prima che si cominci, che intendiamo mettere le
cose in chiaro, noi abitatori della Liguria, che stiamo da Triora in giù
fino ad un punto non ben determinato, esclusi i genovesi.
Sì ! Lo sappiamo che i Brigaschi ci definiscono
Figun, con evidente disprezzo, ma non per questo ci plachiamo, solo
perché il Massajoli, evidentemente a scopo diplomatico, traduce Figun
come: "mangiatori di fichi".
Non è proprio così ed anche se per aderire ad un armistizio, che
permetta ad entrambi di portare a termine la comune battaglia per la
salvaguardia dei dialetti, delle lingue e dell’etnia, facciamo conto di
credervi, ben sappiamo come veniva considerato in passato il termine
Figun.
Ed è Girolamo Rossi che ce lo documenta sul suo Glossario
Medioevale Ligure: nella parte "Glossario del dialetto" al
termine Figone dice: "servo" e riporta "Denegata ingiustamente
tale licentia a tale servo o serva, fante o fantesca, figone o famiglio"
(Stat. Padri, pag. 132).
Possiamo, pertanto, dire che figùn ha riacquistato e
conservato, fra i suoi vari significati, soltanto quello, un po’
scherzoso, di abitante della Liguria occidentale, terra produttrice
di fichi.
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Ma, se fra i tanti figùi del
passato, prendiamo, ad esempio, quelli della ristretta zona ad
occidente di Ventimiglia, posta a ridosso della frontiera, troviamo
che la loro terra era chiamata addirittura Figounìa (Mistral
TRESOR DOU FELIBRIGE, 1° 1151) e che, per i provenzali, figoun
era un Habitant de Figounia, hameau de la commune de
Vintimille mentre Lou figoun era il patois qu’on parle
a Figounìa et dans quelques localités des environs de Grasse, telles
que Mons et Escragnolles: c’est une corruption du génois.
Per i monegaschi, i figunin erano les habitants de
Grimaldi et de ses environs (L. Frolla DICTIONNAIRE
MONEGASQUE-FRANCAIS, pag.135). E.R. Arveiller (ETUDE SUR LE PARLER
DE MONACO, pag.65) aggiunge: quand un enfant avait un langage
traìnant, on lui faisait honte en lui disant: "parli ‘kum u figu’ni";
tu parie comme un habitant de Figunia; il s’agii d’un hameau
dépendant de Vintimille. Da ricordare ancora che, nel passato,
la passeggiata domenicale dei mentonaschi a Grimaldi era definita:
andà in Figunìa.
Quanto alla Mortola, i suoi figùi non erano meno conosciuti,
non soltanto come venditori di fichi, ma come pascolatori abusivi di
capre nel territorio dei mentonaschi suscitando le vivaci proteste
di questi ultimi: Les récriminations soni faites bien souvent a
rincontro des "FIGHONS" habitants de la Mortala, hameau génois, qui
laissent paìtre leurs chèvres au quartier des Cuses [.....] (LA
VIE A MENTON SOUS LA REVOLUTION ET L’EMPIRE, Annales de la Société
d’Art et d’Histoire du Mentannais, pag.75).
Nella stessa opera, in nota n° 487, si dice: Lamboglia (N.)
essaie de definir le sens du nom "Fighons" donne alors en Provence
aux hommes qui venaient de la Ligurie. Il pense que c’était parce
que ces derniers avaient coutume d’apporter une corbeille de figues
a ceux qui les accueillaient. Durbec (J.A.) constate l’existence de
cette coutume a Cannes dans la première moitié du XV siede où des
éléménts ligures commencent a s’infiltrer dans cette localité (Recherches
régionales 1976, n" 2, p.63).
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Questi, dunque, erano i figùi d’una
volta, i quali non è detto trascorressero tutta la vita a vendere
fichi o a svolgere mansioni subalterne. Qualcuno di essi - più
intraprendente e fortunato degli altri - durante le peregrinazioni,
trovava il modo di sistemarsi, migliorava la propria condizione
sociale o faceva fortuna dimenticandosi però - da buon parvenu - dei
suoi compagni meno favoriti dalla sorte. Lo diceva anche il
proverbio: Candu u figùn u munta in sciu u figu, u se ne fute de
l’amigu.
Dal
Glossario Medioevale Ligure di Girolamo Rossi, apprendiamo che il
significato (o i significati) del termine figùn, rivolto agli
abitanti del Ponente Ligure anche dagli altri Liguri, sarebbe:
mangiatore e venditore ambulante di fichi, ma anche servo, girovago e,
qualche volta, magari ladruncolo, per necessità o per le occasioni che
la vita randagia e zingaresca offriva.
Pierleone Massajoli, studioso di cultura brigasca, diceva
che, nel termine figùn, non è insito alcun significato
spregiativo per i liguri della costa. Lo stesso segnalava che lo stessi
termine era usato anche ad Ottone, in provincia di Piacenza, dove i
liguri si spingevano a vendere i loro fichi.
Trattandosi evidentemente di liguri del levante, fa specie
che il Plomteux, così attento alle voci di quell’area linguistica, non
riporti il termine figùn nella sua opera I DIALETTI DELLA LIGURIA
ORIENTALE ODIERNA, Patron 1975.
Ma, forse, la cosa è spiegabile: figùn, come
soprannome attribuito ai liguri migranti, era più diffuso e usato dagli
abitanti delle zone contermini che dai liguri stessi che se lo vedevano
imporre dagli altri.
Tornando, ora, dalle nostre parti e a quelli che erano
considerati figùi dai piemontesi e dai provenzali, resta la
questione fondamentale che può essere posta in questi termini: dire
figùn a un tale significa semplicemente definirlo un ligure
d’occidente o volerlo, in qualche modo, offendere?
La risposta, non facile, potrebbe essere la seguente, a
principio, figùn significò probabilmente soltanto venditore di
fichi, ma, poi, col passare del tempo, il termine subì un ampliamento
semantico, in bene e in male.
Forse più in male che in bene perché se è vero
che - per gli abitanti del Basso Piemonte e della Provenza - diventò
sinonimo di oriundo della Liguria di Ponente, nello stesso tempo,
assunse il significato peggiorativo di girovago e di infingardo.
E, se,
dall’area ligure-provenzale allarghiamo la nostra indagine a quella
panmediterranea, spingendoci sino alla Spagna, scopriamo che, già ab
antiquo, dire figon a qualcuno non era proprio fargli un
complimento.
Figon - che in spagnolo vuol dire "bettola" o
"rivendu-gliolo", ma è pur sempre una variante di higo "fico" - è
attestato, fin dal 1636, come "tabernucho, bodegon donde se guisan y
venden cosas ordinarias de corner. Significò antes ‘figonero, tabernero
de figon’ 1603, y en el origen fue termino despectivo e insultante,
[...]
Risparmiamoci il seguito poco gradevole della definizione, che è
tratta dal BREVE DICCIONARIO ETIMOLOGICO DE LA LENGUA CASTELLANA di Joan
Corominas, pag.272.
Oggi, nessuno va più in giro a vendere fichi e molti
pregiudizi che esistevano un tempo nei confronti dei forestieri, sono
scomparsi.
Un
altro componimento anonimo, pubblicato nella prima metà del ‘500;
anch’esso in un misto di ligure ed italiano, descrive in versi il
sacco di Genova compiuto da spagnoli e milanesi nel 1522: verso la
fine, alludendo alla facilità con cui i nemici si sono impadroniti
della città, l’autore dileggia i soldati zenoesi e «maxime
quelli figoni e quegliantri levantini».
Mi pare, da ambedue le citazioni, che venga messo in evidenza
il carattere etnico della voce figùn, la prima volta
contrapposto a lombardo (nel significato generico di "abitante dell’Oltregiogo,
anche Piemontese", tuttora conservato a Pietra Ligure e ad Arenzano,
qui anche con valore spregiativo), la seconda contrapposto a
levantino, "abitante della Riviera di Levante".
Riassumendo, il termine figùn doveva significare a
Genova, tra ‘400 e ‘500, "Rivierasco del Ponente". Più oltre, tale
voce passò a significare, in particolare, "uomo di bassa
manovalanza, generalmente proveniente dal Ponente": tale è il
significato ricavabile dalle poesie del Foglietta.
Altrove, dove il termine si è conservato, esso ha mantenuto il
significato originario, come è chiaramente dimostrato da Villa,
assumendo eventualmente una connotazione scherzosa o lievemente
ironica.
Un ultimo dato interessante può essere l’esistenza del
cognome Figone, diffuso nel Levante ligure con ampia
frequenza in due comuni dell’Entroterra (Varese Ligure e Casarza),
ma attestato anche in Riviera tra Chiavari e Sestri Levante. La
diffusione di tale cognome potrebbe riflettere l’antica presenza di
oriundi Ponentini nella Liguria Orientale, completando il quadro
geografico dell’antica diffusione della voce figùn.
NUOVE NOTE SUL TERMINE FIGUN
I
lettori della "Voce Intemelia" ricorderanno l’articolo di Renzo Villa
del marzo 1985, che riprendendo un accenno di Luigino Maccario, del
febbraio 1984, illustrava ampiamente l’origine e il significato del
termine figùn, vivo in varie lingue e dialetti nel significato di
"Ligure Ponentino".
Qualche lettore ricorderà anche un mio intervento dell’aprile
1985, in cui segnalavo l’esistenza di tale termine nelle poesie genovesi
di Paolo Foglietta (fine sec. XVI), col significato di "persona addetta
ad umili mansioni, per lo più proveniente dalla Riviera".
A circa due anni dall’articolo di Villa, penso di poter
aggiungere qualche nuova delucidazione, spigolata qua e là, per meglio
chiarire la storia della parola figùn.
Intanto essa si incontra, nella forma figon (pl.
figogni,) anche a Calizzano, sempre col significato di
"Rivierasco": il termine si trova quindi diffuso nelle aree dell’Oltregiogo
di lingua ligure (Briga, Calizzano appunto e, come afferma Villa, Ottone
in Val Trebbia), così come in Provenza e nel basso Piemonte.
Quanto alla presenza di tale termine in genovese, è
possibile retrodatarla di circa un secolo rispetto alle citazioni del
Foglietta tenendo conto di due testi della fine del ‘400 e dell’inizio
del ‘500.
La Raxone de la Pasca è una sorta di almanacco
pubblicato nel 1473, che in una lingua mista di ligure e italiano da tra
l’altro informazioni geografiche su varie località della Liguria:
parlando di Toirano e del suo mercato, l’anonimo autore afferma
testualmente: «Lombardi e figoneti li vano di e nocte»,
intendendo, naturalmente, per commerciare.
Per contestare gli sprechi fatti dai nobili nell’acquistare
cavalcature di gran pregio e nel mantenere paggi sontuosamente
vestiti (sonetto XXXIII), Foglietta si richiama ai costumi dei
vecchi genovesi che andavano in villa a dorso di mulo, senza usare
sontuose briglie di velluto, concludendo
E IN VILLA E IN CA SERVIVA RO FIGON.
(E in campagna e a casa bastava il servizio
del figon).
Infine ritroviamo il termine in un’altra poesia (XXXVI) assai
critica verso gli abiti alla moda, e in particolare verso l’uso dei
pantaloni,
CHE DE CITTEN, FAREI NE FAN FIGOIN,
BAZARIOTTI, SCHIAOI E MARINÉ.
(che ci fanno sembrare, più che cittadini,
figoin, / rivenduglioli, schiavi o marinai).
Il termine figon, a quanto mi risulta uscito
dall’uso vivo nel genovese (già non s’incontra nella letteratura
seicentesca), sembra avere pel Foglietta un significato
dispregiativo, ed è associato, almeno in due casi, ai muli. La
tentazione di tradurre il termine come "mulattiere" sarebbe quindi
grande, se vi fosse qualche altro elemento. Resta il fatto che il
figon è pel cinquecentesco poeta genovese un uomo destinato a
lavori servili, verosimilmente infido e non certo degno di grande
considerazione.
Il termine appare anche contrapposto a Citten,
cittadino, il che potrebbe far pensare a un’origine rivierasca (o
montanara) dei figoin, venendo così a corrispondere in parte
coi significati proposti da Renzo Villa.
In
relazione all’interessante articolo di Renzo Villa (Voce Intemelia del
marzo scorso) su I Figùi, credo sia utile segnalare un’altra
fonte in cui si parla di questi "misteriosi" personaggi. Alludo alle
poesie di Paolo Foglietta, cinquecentesco poeta genovese di ispirazione
ora civile ora amorosa. Nei suoi versi, pubblicati nell’antologia
Rime diverse in lingua Genovese (Pavia 1583, di cui si conoscono
anche edizioni precedenti), e recentemente riediti a cura di E. Villa e
V. E. Petrucci (Genova, Tolozzi 1983), il termine figon ricorre
quattro volte.
Nella rima XXII, in polemica coi patrizi genovesi
troppo amanti delle splendide ville di campagna, il poeta afferma essere
la città stessa la sua villa, dicendo di Genova:
UNA VILLA ME
TROVO SI VEXINNA
CHE SENZA
TEGNÌ MURA POSSO STA
NI SPEfSA DE
FIGON ME CONVEN FA
CHI RO
MESCHIN PATRON SEMPRE ASSASINA.
(Possiedo una villa così vicina, che posso fare a meno
/ della mula per recarmici, ed evitare la spesa del figon, / che
sempre assassina il suo povero padrone).
Altrove (sonetto XXVIII), criticando le nuove
mode in seguito alle quali i nobili genovesi, abbandonando le toghe
avevano adottato vestiti di altra foggia, afferma che i buoni cittadini
non devono portare abiti corti
COME FA RO
ZANETO O RO FIGON
CH’ESSE
ESPEDIf PER SERVIRNE DEN.
(Come fanno il servo ed il figon, che debbono / essere
liberi nei movimenti per meglio servirci).
I significati liguri sono già tutti presenti nella
documentazione antica, che è genovese ma si riferisce in più di
un caso all’area del Ponente ligure; però, l’accezione dominante
si dimostra oggi vitale solo ai margini dell’area. Riassumiamo.
- Tra Quattro e Cinquecento, per figon, figone si intendono:
a. persone provenienti dalla Riviera, in generale seminomadi o
dedite al vagabondaggio, che vengono impiegate per umili lavori,
e che sono spesso coinvolte in guerre e episodi di
colonizzazione;
b. a Genova i figoin sono anche lavoratori non specializzati,
probabilmente a basso costo di manodopera.
- Attualmente il termine è uscito dall’uso a Genova, e nella
Riviera di Ponente è conosciuto ma non adoperato, mentre il suo
uso viene attribuito in genere ai "Provenzali" e ai
"Piemontesi". Di fatto, però, è piuttosto vitale solo in aree
confinanti o collegate con la Liguria, o nella fascia montana
della Liguria stessa (anche nel Levante), per indicare gli
abitanti della Riviera; in molti casi viene spiegato col fatto
che i rivieraschi ‘mangiavano i fichi’ o ‘andavano a vendere i
fichi’: come ci si allontana dalla Liguria verso il Piemonte
interno o verso la Provenza interna, il termine scompare.
.
8. Sembra così che il
termine figùn, nella sua distribuzione e accezione antica e
attuale, sia stato "esportato" proprio dalla stessa area in cui
vivono coloro che vengono definiti figoni dai loro vicini.
È probabile che, in origine, la parola fosse quindi
usata nella Liguria marittima, ad indicare non tutti gli
abitanti, ma una fascia di popolazione particolarmente povera e
fluttuante, per la quale il consumo di fichi poteva essere una
fonte di sostentamento preziosa: il significato originario del
termine, ‘infingardo’ o simili, sarà stato allora rafforzato
dalla constatazione che quei popolani si nutrivano
prevalentemente di fichi.
Coi secc. XV-XVI siamo proprio nell’epoca storica, tra
la fine del medio evo e l’inizio dell’età moderna, in cui è
documentata una fase di recessione e di crisi economica che
investe tutta la fascia marittima della Liguria, dove le colture
dell’olivo e della vite, e quella più tradizionale degli agrumi,
non sono sufficienti ad arginare il fenomeno dello spopolamento
e dell’emigrazione di fasce anche consistenti di popolazione
44,
di quegli infingardi "mangiatori di fichi" (figon, come in
francese) dediti per necessità a forme di vagabondaggio, piccoli
furti, traffici non sempre leciti, ma anche disposti a prestare
le loro braccia a lavori occasionali e mal retribuiti.
Insieme alle colonie genovesi d’oltremare
45, la
Provenza era per ovvi motivi di vicinanza una delle mete
preferite dei figoni. Qui il termine passò non a caso a indicare
sia i nuclei di colonizzatori liguri che ripopolarono in pianta
stabile varie località, soprattutto nei dintorni di Grasse, a
partire dalla prima metà del sec. XV, sia i lavoratori
stagionali che si recavano nella regione transalpina (ancora
fino a tempi abbastanza recenti) per compiere lavori agricoli o
attività di servizio
46.
Dal dialetto nizzardo, il termine rientrò in area
ligure, a Monaco e a Mentone, dove si specializzò per indicare i
più vicini tra i figoni, ossia gli abitanti di Grimaldi e della
Mortola, località dette anche, scherzosamente. Figunia:
monegaschi e mentonaschi potevano sentirli come "diversi", pur
parlando dialetti abbastanza affini, per il fatto di appartenere
ad amministrazioni politiche differenti.
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9. L’altra meta dei
figoni ponentini era ovviamente Genova, dove il termine compare
nella stessa epoca in cui prendono vita le colonie liguri di
Provenza.
L’afflusso di questi gruppi di diseredati nella capitale
dovette essere piuttosto massiccio, tanto da mettere in crisi il
mercato del lavo ro non specializzato, se i figoin sembrano
rappresentare una vera e propria categoria a sé di bassa
manovalanza fluttuante, distinta dagli schiavi e dai famuli, ma
non dotata di una propria professionalità: sono di volta in
volta soldati svogliati e poco combattivi (testo del 1522),
lavoratori occasionali nei campi (documenti Pandiani), servi
(documenti Rossi), mulattieri e domestici in "villa", laddove
non è necessario ricorrere a camerieri professionalmente
preparati (Foglietta).
La provenienza dei figoni dalla Riviera di Ponente è un
elemento caratterizzante: tra Quattro e Cinquecento si parla dei
soldati figoni in opposizione a quelli di Genova e del Levante,
si parla di figoneti come di Liguri del Ponente in opposizione
ai Lombardi, sono delle diocesi di Albenga e Ventimiglia i
figoni che vanno a popolare la Corsica.
È possibile che da Genova, attraverso il Monferrato, la
"fama" dei figoni si sia estesa per un certo periodo anche in
Lombardia, se le attestazioni riportate dal Battaglia, relative
comunque a quell’area, sembrano collegarsi al tema di una
manodopera irregolare che viene paragonata agli schiavi
47.
Mi sembra però improbabile che la fortuna del termine
in area lombarda sia da connettere a un influsso ligure, e meno
ancora a un’emigrazione di figoni liguri verso la Padania:
figon
‘infingardo’ doveva preesistere, o è comunque una formazione
autonoma, che potrebbe essersi occasionalmente rafforzata, per
un certo periodo, a contatto dell’accezione ligure.
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10. In generale, verso
l’area ligure montana, l’espansione del termine figone segue un
percorso semantico un po’ diverso rispetto a quanto avviene a
Genova e in Provenza.
Nella fascia di confine tra Liguria e Padania,
diciamo pure dall’area brigasca fino a Ottone passando per
Calizzano, il termine non reca mai riferimenti a un’immigrazione
di figoni, ne alla prestazione di manodopera: i fìgoni sono
dunque, essenzialmente, gli abitanti stanziali della Riviera e
dell’immediato retroterra, così detti perché mangiano i fichi,
che occasionalmente salgono a vendere nelle alte valli.
Del resto, sarebbe assurdo pensare a un’emigrazione dei
figoni in aree montane a loro volta caratterizzate da fenomeni
di spopolamento e di emigrazione definitiva o stagionale
48.
I figoni di Briga, di Ormea, di Calizzano o di Ottone
vivono così in pianta stabile sulla costa, sono radicati in una
regione che, non a caso, assume da loro il nome scherzoso di
Figunìa, (almeno a Briga): sono certamente diversi dai figoni di
Genova e della Provenza.
Ovviamente, il fatto di mangiare e commerciare
fichi è alla base della denominazione, come in provenzale e in
genovese antico, ma cambiano le modalità attraverso le quali il
termine si diffonde: esso smarrisce l’originaria
caratterizzazione sociale, e ne assume una più scherzosa, solo
col tempo destinata ad assumere un connotato spregiativo, legata
agli usi gastronomici che vengono a torto o a ragione attribuiti
alla massa della popolazione in questione (specie alle fasce
povere), secondo uno schema che si ripete un po’ ovunque
49.
In questo senso, e solo in questo senso, si può
affermare che figùn, nella fascia montana, ha assunto in certo
qual modo un significato "etnico": più esplicito nel Ponente che
nel Levante (se a Ponente lo si ritrova in espressioni come
parlar figone), e con implicito un giudizio di merito, non
positivo, ma che non sembra corrispondere oggi ai significati
correnti nella Padania, di persona svogliata o infingarda.
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11. Figùn ‘abitatore
della Riviera’ e in particolare ‘del Ponente’, per i montanari
delle Alpi e degli Appennini Liguri è quindi qualcosa di simile
alle forme scherzose con sfumatura spregiativa con le quali si
indicano gli abitanti di località vicine nei più svariati
contesti.
Ma non è certo paragonabile, ad esempio, ai liguri
gabibu ‘meridionale’, lumbardu ‘settentrionale’,
barbòtu
‘forestiero in genere’, non al settentrionale terrone e al
meridionale polentone, non allo spagnolo gabacho ‘francese’ o al
francese macaroni ‘italiano’, non al còrso lucchese ‘italiano’ o
ad altri appellativi che hanno in genere connotazioni fortemente
spregiative: una tale sfumatura era forse presente in Provenza e
a Genova all’epoca dei flussi migratori quattro-cinquecen-teschi,
quando i figoni potevano somigliare, in certo qual modo, ai
vucumprà attuali, come loro senza fissa dimora, venditori
occasionali, disposti ai lavori più umili e meno qualificati.
L’accezione "montana" di figùn sembra riflettere
piuttosto un’attitudine scherzosa (e se vogliamo non priva di
una certa affettuosità), ed è da considerare espressione di un
campanilismo paesano, lo stesso spirito che ha dato vita a
decine di epiteti, nomignoli e storielle con i quali si
gratificano reciprocamente gli abitanti dei vari paesi della
Liguria e non solo della Liguria
50.
Certo, la rivalità tradizionale tra montanari e
rivieraschi
51 finisce per attribuire al termine una
connotazione più forte, ma non ne andrà certo enfatizzata la
sfumatura negativa a discapito di ciò che il termine tutto
sommato sottintende: una conoscenza reciproca che significa
anche, inevitabilmente, contatti, relazioni, reciproca stima.
.
INTEMELION
n° 2 -
1996
Postilla su figùn
.
Ad articolo consegnato e in fase avanzata di redazione del primo
numero di "Intemelion", è apparso su "Lingua Nostra" (XLV-1994,
2-3, pp. 33-46) un bel saggio di Massimo ARCANGELI, Voci di
Giovanni Bernardo Savonese (Con alcune notazioni
grammaticali); che arricchisce la nostra documentazione
sulla storia di fìgùn. Giovanni Bernardo, monaco savonese
vissuto nel sec. XV, fu autore di un fortunato compendio del
Catholicon di Giovanni Balbi, il Vocabulista
Ecclesiastico stampato a Milano nel 1480 e più volte
riprodotto fino a un'edizione veneziana del 1731: si veda ora,
sulla fortuna editoriale dell'opera, il saggio di Eugenia
GABURRI, Il Vocabulista Ecclesiastico (1480-1731) di
Giovanni Bernardo Forte, in "Quaderni Franzoniani",
VII-1994, 2, pp. 1-16. Documento di significativo interesse, il
Vocabulista traduce i lemmi del Catholicon in un
volgare che risente appieno della formazione di Giovanni, nato a
Savona ma lombardo di adozione e formazione: un volgare quindi a
base toscana di area settentrionale che orecchia la koinè
"illustre" padana dell'epoca, con l'inserzione di qualche
ligurismo, significativamente espunto, come del resto altri
dialettalismi tra i più "crudi", a partire dall'edizione
fiorentina del 1496 (GABURRI, cit., p. 6). Tra i lemmi chiosati
da Arcangeli nel suo saggio (p. 39), trovo un figone
corrispondente a sicophanta del Catholicon,
glossato come "el f. o guardiano de fici et aliquando ... el
calumniatore". Il lemma nulla aggiunge alla definizione
dell'area di figone, visto che la figura di Giovanni
Bernardo ci rimanda ancora alla Liguria Occidentale e alla
Lombardia; ma è di qualche interesse per il significato che gli
viene attribuito, visto che "sicofante", ossia "delatore" e per
estensione "calunniatore" mancava finora alla serie di attività,
non precisamente commendevoli, del nostro personaggio. È
legittimo però il dubbio che l'autore del Vocabulista
abbia accostato figone a sicofante più per
la coincidenza delle rispettive etimologie che per effettiva
corrispondenza semantica: questo, considerando che il greco
sykophantes, ripreso poi dal latino sycophanta
significa letteralmente "colui che denuncia chi contrabbanda o
ruba i fichi". In sostanza, non è impossibile che Giovanni
Bernardo, disponendo di un termine comunque ingiurioso, ne abbia
tradito parzialmente il significato pur di rendere, con elegante
accostamento, il grecismo documentato dal Catholicon. Un
altro segno comunque, della vitalità del termine e della sua
ricchezza e ambiguità semantica.
NOTE:
.
1) L. MACCARIO, Etnia
brigasca, "La Voce Intemelia", 1984, 1; Intervento anonimo su "R
ni d’àigiira", 2 (1984); P.L. MASSAJOLI, Ancora sul termine "figùn",
"R ni d’àigùra", 4 (1985); R. VILLA, I figùi, "La Voce Intemelia",
1985, 1.
2) F. TOSO, Ancora su I Figùi, "La Voce Intemelia", 1985, 4; F.
TOSO, L’altro nome dei Ponentini. Nuove note sulla storia del
termine figùn, "La Voce Intemelia", 1987, 4.
3) Lemma Figùn e seguenti in P.L. MASSAJOLI - R. MORIANI,
Dizionario della cultura brigasca. I - Lessico. Alessandria
1991, pp. 198-199; R. MORIANI, Le Alpi Marittime, incrocio di
civiltà, in "Pontedassio e la Valle Impero. Puntedasce e Valle
d’Ineia. Conferenze/Cunfeènse 1992-1993", a cura di G. GANDOLFO.
Imperia 1994, pp. 103-132, partic. allepp. 112-113.
4) In realtà, in area ligure le forme maschili concorrono, anche
negli stessi punti, con la variante femminile figa, sia per
‘albero di fico’ che per ‘frutto del fico’: cfr. G. PETRACCO
SICARDI, F. TOSO e altri. Vocabolario delle Parlate Liguri.
II.
Genova 1987, pp. 41-42. Non è da escludere che la forma maschile
sia, in parte, un reintegro per evitare l’omofonia con figa nel
significato osceno, che è un traslato diffusissimo, e non
soltanto in area italiana. Sull’argomento cfr. H. PLOMTEUX, I
dialetti della Liguria orientale odierna. La Val Graveglia.
Bologna 1975, pp. 338-339 (con rimandi bibliografici).
5) E. AZARETTI, L’evoluzione dei dialetti liguri esaminata
attraverso la grammatica storica del ventimigliese. Sanremo
1977, p. 269.
6) II suffisso latino -one serviva originariamente a designare
una caratteristica fisica o di comportamento di una persona: è
ovvia la facile compresenza di una sfumatura peggiorativa come
in imbriagùn ‘ubriacone’, invexendùn ‘confusionario’,
belinùn ‘minchione’,
ecc.
7) Mi sono limitato a esaminare le opere disponibili nella sezione di
Consultazione della Biblioteca Universitaria di Genova.
8) S. BATTAGLIA, Grande dizionario della lingua italiana. Torino
dal 1961: la -g- nella forma impiegata dallo scrittore toscano
("è questi forse tigone o qualche schiavo, che altri se ne abbia
a vergognare") sembra fare escludere che si tratti di una forma
fiorentina. E’ probabilmente un lombardismo come nel Lomazzi
("Le stirpi dei tigoni / che per tutto le genti turbano").
9) G. FERRARO, Glossario Monferrino. Torino 1889.
10) E. GALLI, Dizionario pavese-italiano. Pavia 1965.
11) P. MONTI, Vocabolario dei dialetti della città e diocesi di
Como... Milano, 1845.
12) C. CORONEDI BERTI, Vocabolario bolognese-italiano. Bologna
1869.
13) L. FERRI, Vocabolario ferrarese-italiano. Ferrara 1889.
14) P. MAZZOCCHI, Dizionario polesano-italiano. Rovigo 1907.
15) F. CHIAPPINI, Vocabolario romanesco. Roma 1945.
16) F.D. FALCUCCI, Vocabolario dei dialetti della Corsica.
Firenze 1972.
17) F. CHERUBINI, Vocabolario milanese-italiano. Milano 1839.
18) J. PIRONA, Vocabolario friulano. Venezia 1871; G. FAGGIN,
Vocabolario della lingua friulana. Udine 1985.
19) E. ROSAMANI, Vocabolario giuliano. Trieste 1990.
20) L. VALSECCHI - PONTIGGIA, Saggio di vocabolario valtellinese.
Sondrio 1960.
21) F. MISTRAL, Lou trésor dòu Félibrige. Edition du centenaire.
Genève-Paris 1979. Va però notato che il termine non sembra
molto diffuso in area occitanica: non è registrato da L.
BOUCOURAIN nel Dictionnaire analogique et étymologique des
idiomes méridionaux. Paris 1898, ne in altri repertori minori.
P.L. Massajoli mi segnala gentilmente l’assenza della voce in
dizionari dei dialetti provenzali alpini di Gap, Roure (Val Po),
della Val Stura, di Elva. Secondo P. SENÉQUIER Les parlers de
Biot, Vallauris, Mons et Escragnolles, "Revue de linguistique et
de philologie comparée", XIII (1880), pp. 308-314, per gli
abitanti della Provenza erano un tempo considerati figoni gli
abitanti delle diocesi di Ventimiglia e di Albenga.
22) P. GODEFROY, Dictionnaire de l’ancienne langue francaise,
Paris 1884; C. HUGUET, Dictionnaire de la langue francaise du
XVI siecle. Paris 1973.
23) J. COROMINAS, Diccionario critico etimològico de la lengua
castellana. Berna 1954; M. ALONSO, Enciclopedia del idioma.
Madrid 1958. La f- iniziale, per arcaismo grafico o per
effettiva pronuncia, corrisponde alla consonante successivamente
caduta, per cui si ha oggi in castigliano higo ‘fico’.
24) A. ALCOVER e F. MOLL, Diccionari Català, Valencià, Balear.
Palma de Mallorca 1968.
25) Indicazione tratta da M. CORTELAZZO, La posizione delle
estinte colonie liguri in Provenza, in "3me Colloque de Langues
Dialectales". Monaco 1978, pp. 13-19; P. ROUX, Parler monégasque
et "Moussenc", id., pp. 87-98. Le località in questione furono
popolate tra il 1470 e il 1562 da coloni provenienti dalle
diocesi di Ventimiglia e di Albenga.
26) L. FROLLA, Dictionnaire monégasque-francais. Monaco dal
1975; R. ARVEILLER, Etude sur le parler de Monaco. Monaco 1967.
27) Segnalato da R. VILLA, I figùi cit. Secondo Villa, la
passeggiata domenicale dei mentonaschi a Grimaldi era detta
familiarmente anda in Figunìa. Figons ‘habitants des Mortola et
des Grimaldi’ è usato anche nell’articolo: R. GHERSI, Garavan,
les Cuses et Menton, in "Ou paìs mentounasc", 19 (1994), 72, pp.
3-9, sempre con riferimento ad avvenimenti accaduti tra la fine
del sec. XVIII e l’inizio del XIX.
28) P.L. MASSAJOLI - R. MORIANI, Dizionario... cit.; P.L.
MASSAJOLI, Ancora sul termine "figùn" cit., scrive però che
"oggigiorno tutti i brigaschi da me interpellati [...] hanno più
o meno detto che fìgùn significa ‘commerciante o venditore di
fichi’", con evidente attenuazione del significato spregiativo;
ancora dal Dizionario della cultura brigasca: fìgünia ‘scherzoso
e recente per indicare la Liguria occidentale’; figunàya
‘scherzoso per indicare un gruppo di Liguri’; figuniti ‘Liguri
abitanti nei territori finitimi ai Brigaschi e quindi
considerati solo mezzi ligurì; figunisàa ‘parlare ligureggiando’.
Si veda anche P. BOLOGNA, Dizionario della lingua brigasca. Roma
1991: ‘gli abitanti della Liguria in genere, chiamati così
(perché produttori di fichi) dai Piemontesi’.
29) G. COLOMBO, Vocabolario italiano-ormeasco e ulmiòscu-italian.
Ormea 1985. P.L. Massajoli mi segnala l‘assenza del termine nei
dizionari dei vicini dialetti (piemontesi) di Boves e Villanova
Mondovì.
30) L. RAMELLA, Dizionario onegliese. Imperia 1989.
31) G. PETRACCO SICARDI, F. TOSO e altri cit.
32) Segnalazione di P.L. MASSAJOLI, Ancora, sul termine "figùn"
cit.
33) Gentile segnalazione di M. Cuneo; l’allungamento della - i
-
fa sorgere qualche dubbio sulla connessione della voce di Val Fontanabuona con la nostra serie.
34) F. LENA, Nuovo dizionario del dialetto spezzino. La Spezia
1992.
35) Gentile segnalazione di F. Monteverde.
36) Gentile segnalazione di M. Cuneo.
37) G. ROSSI, Glossario medievale Ligure, Torino 1896: "Denegata
ingiustamente tale licentia a tale servo o serva, fante o
fantesca, figone o famiglio" nello Statuto dei Padri del Comune.
38) G. ROSSI, Glossario medievale ligure. Appendice.
"Miscellanea di Storia Italiana", s. III, 13 (1909), pp.
133-218: in particolare, "Nel quaderno, conservato negli Archivi
di Stato in Genova, dell’anno 1520 intitolato Corsicae Fabr.
Adiacii, nel quale sono registrati i nomi degli individui che in
detto anno abbandonarono la Liguria per recarsi a ripopolare
Aiaccio in Corsica, col nome di Battista Lanteri da Porto
Maurizio, unum ex conductorum familiarum missarum a M.° Officio
ad habitandum in presenti loco Adiacii, sono registrati con
alcuni pochi di Bajardo, e Vallebona (della diocesi di
Ventimiglia) uomini di Pietralata, Boscomare, Alassio, Andagna e
di Cosio jurisdictionis Albingane. Ebbene in detto sommario si
legge: Racio grani siculi, cum armis missis per M.° Officium pro
subvenendis familiis figonorum nuper missis".
39) E. PANDIANI, Vita privata genovese nel Rinascimento, in
"Atti della Società Ligure di Storia Patria", XLVII (1915). Nel
Glossario, dopo avere ripreso le notizie segnalate dal Rossi,
l’autore aggiunge: "a Genova però appare da molti documenti che
il figono fosse il colono, l’uomo che lavorava la campagna". E
alle pp. 209-210: "un proclama contro ‘servos et servas, famulos
et famulas ac figonos’ ci insegna come non fosse raro che essi
dessero alloggio o vitto ad altri senza il permesso del ‘mesere
o patrum’, che vendessero abusivamente ortaglie e frutta ed
asportassero ‘coxa alcuna de caxa’ ed anche scappassero con la
refurtiva. E poiché il decreto accenna a tré ordini di servi,
s’intendeva allora lo schiavo, assoluta proprietà del padrone,
mentre il famulus (fante) corrispondeva all’antico liberto. Il
‘figonus’ (figun o famiglio) era il colono o fattore di
campagna". In realtà questa catalogazione mi pare dubbia. Lo
stesso Pandiani pubblica a p. 323 un documento tratto dal
Cartularium Rationum Privatarum Antonii Galli degli anni
1504-1509, in cui il termine sembra designare piuttosto un
lavoratore occasionale. Infatti, da una nota spese per alcuni
lavori eseguiti in una villa di Terralba: "Item die 19 Martii
pro Jani figono pro iornatis 9 L. 2,5".
40) Si tratta del più antico incunabolo genovese. La raxone de
la Pasca e de la luna e le feste, Genova 1473, per il quale vedi
l’edizione in facsimile a cura di G. BALBI, II primo incunabolo
genovese, Torino 1974. Redatto in volgare con forti elementi
linguistici liguri, il testo di questo almanacco comprende tra
l’altro una descrizione della Liguria ispirata al Bracelli,
nella quale, trattando del mercato di Toirano, si afferma che
"Lombardi e figoneti li vano di e nocte". Secondo antica
consuetudine. Lombardi sono detti tuttora, con connotazione
spregiativa, gli abitanti della Pianura Padana m genere, almeno
in alcuni dialetti liguri (Vocabolario delle Parlate Liguri cit.,
s.v. lunbardu): il mercato di Toirano viene quindi descritto
come punto d’incontro commerciale tra Piemontesi e Liguri della
Riviera di Ponente. Da alcuni accenni, sembra che l’anonimo
autore dell’almanacco fosse originario del Ponente, e forse di
Sanremo.
41) Opera e lamento de Zena che tracta de la guerra et del
saccho dato per li spagnoli a li XXX di de Magio nel MCCCCCXXII,
in "Atti della Società Ligure di Storia Patria", IX (1870), pp.
413-422: alludendo alla facilità con la quale i nemici si sono
impadroniti di Genova, l’anonimo autore dileggia i soldati "zenoesi"
e "maxime quelli figoni e quegli antri levantini". Qui il nostro
termine sembra espressamente contrapposto a Levantini per
indicare i soli abitanti del Ponente.
42) Le poesie di Paolo Foglietta, uno dei documenti fondamentali
della letteratura d’espressione ligure, sono contenute
nell’antologia Rime diverse in lingua zeneixe, la cui prima
edizione, risalente al 1575, è oggi irreperibile. Ad essa hanno
fatto seguito altre cinque edizioni dal 1583 al 1612.
Un’edizione moderna del Foglietta, purtroppo piuttosto scorretta
e con non pochi errori di interpretazione, è quella a cura di E.
VILLA e V.E. PETRUCCI: P. FOGLIETTA, Rime diverse in lingua
genovese. Genova 1983. Citeremo qui dall’edizione delle Rime
diverse in lingua genovese ..., Pavia 1583. Nelle poesie di
Foglietta il termine figon ricorre quattro volte; in una poesia,
nella quale afferma di preferire la vita di città agli ozi
agresti, il poeta afferma: "Una villa me trovo si vexinna / che
senza tegni mura posso sta / ni speisa de figon me conven fa, /
chi ro meschin patron sempre assassinna"; in un altro sonetto,
criticando le nuove mode di foggia spagnolesca. Foglietta
afferma che i nobili non devono indossare abiti troppo corti
"come fa ro zaneto o ro figon I ch’esse espedij per servirne den";
altrove, ricordando i bei tempi in cui vigevano costumi più
morigerati, afferma che la servitù era ridotta al minimo, "e in
villa e in cà serviva ro figon"; infine, ancora criticando l’uso
moderno dei pantaloni, il poeta dice "che de citten parei ne fan
figoin, I bazanotti, schiaoi e marine". E’ evidente dal contesto
che fìgon sta qui a indicare un individuo addetto a umili
mansioni, assimilabile agli zaneti ‘famigli’, ‘servi’, agli
schiavi, ai marinai, ma anche ai bazariotti termine che indica
in genere gli autori di traffici poco puliti: il figon è inoltre
un lavoratore non specializzato, che di volta in volta viene
utilizzato per servire in villa, per condurre un mulo o per
altre faccende.
43) II passaggio da ‘fico’ a ‘malattia dell’ano’ si ha anche in
area ligure, dove ricorre fighi ‘emorroidi’ in tabarchino di
Calasetta (Vocabolario delle Parlate Liguri cit.).
44) In proposito cfr. ad esempio G. AIRALDI, Nel nome di Genova.
Storia di una crisi, in "L’altra faccia di Colombo. La civiltà
in Liguria dalle origini al Quattrocento". Torino 1992,
soprattutto alle pp. 286-291.
45) Il documento citato dal Rossi, relativo all’emigrazione di
figoni delle diocesi di Albenga e Ventimiglia nella zona di
Ajaccio va letto in questo contesto: il governo genovese
utilizzava queste fasce di popolazione fluttuante, disposta a
spostarsi, per consolidare con l’impianto di colonie stabili la
propria presenza nei domini d’oltremare. E’ da episodi di questo
tipo, evidentemente, che il termine figone è passato in còrso a
designare genericamente i "Genovesi" (ossia i Liguri), come
attesta il Falcucci.
46) Secondo N. Lamboglia (ripreso da R. VILLA, I figùi cit. ), i
Provenzali chiamavano figoni tali stagionali perché essi avevano
l’abitudine di portare un cesto di fichi ai loro datori di
lavoro; J.A. Durbec ha raccolto (cfr. R. VILLA cit.)
testimonianze su tale uso relative a Cannes nella prima metà del
sec. XV.
47) Cfr. nota 8.
48) Unica eccezione, il caso del cognome Figone di Varese
Ligure, che sembra indicare un’emigrazione dalla costa verso una
località dell’interno; ma non dimentichiamo l’importanza storica
di Varese come mercato dell’alta Val di Vara, lungo le
direttrici del Cento Croci. La diffusione attuale di molti
cognomi liguri, valga per tutti il caso del brigasco Lanteri,
testimonia invece, semmai, di un fenomeno inverso di emigrazione
dalla montagna verso la costa.
49) “Gli è che la politica estera pontremolese era allora
dominata dalla forma di nazionalismo in apparenza più innocente,
ma in realtà più pericolosa: cioè il nazionalismo gastronomico
[...]. I lombardi erano chiamati polentoni, i genovesi eran
detti minestroni e fagiolai i toscani. Perché un popolo quando
comincia ad abusare dell’ingiuria culinaria, finisce sempre per
praticare una politica provocatrice [...]. Da queste
considerazioni è pertanto lecito trarre una conclusione poco
lieta, dovendosi prevedere che, anche quando saranno abolite tra
i popoli tutte le frontiere politiche, economiche, etniche e
religiose, una frontiera resterà pur sempre, tetragona a tutti i
colpi: la frontiera gastronomica" (L. CAMPOLONGHI, Pontremoli,
Venezia 1988, p. 31).
50) A solo titolo di esempio, traggo da G. ACCAME - G. PETRACCO
SICARDI, Vocabolario pietrose, Pietra Ligure 1981, le seguenti
definizioni degli abitanti dei dintorni della cittadina: favâ
per i borgesi, sciacateste per i calvisiesi, türchi per i cerialesi,
fögin per i feglinesi, cü giani per i finalborghesi,
gnabri per i finalmarinesi, gaòsci per i finalpiesi,
becùi per i
loanesi, saraceni per i varigottesi; nella stessa opera figurano
proverbi e detti salaci sugli abitanti di altre località dei
dintorni. Per un elenco consimile nell’area interna del Levante
(Bedonia), assai esauriente, si veda S. MUSA, I firossi da
Geléina de Rucaja, Bedonia s.a., pp. 91-93: è interessante,
qui, il fatto che i Zeneisi (ossia, i rivieraschi in
senso lato), vengano detti beccafighi, con riferimento,
probabilmente, non tanto all’uccello, quanto alla solita fama di
‘mangiatori’ e ‘venditori di fichi’. In proposito si veda anche
S. RAFFI LUSARDI, Il desco del villaggio. Rivisitazioni (Alte
valli Ceno e Taro), Bedonia 1986, p. 181: “tanto più che
l’acquistarne [fichi] dalla vicina Liguria, o farne oggetto di
baratti, non era dispendioso”.
51) Come altrove in Liguria, la rivalità tra abitanti della
costa e abitanti della montagna appare di volta in volta legata
a tradizioni storiche (la diversa appartenenza politica ad
esempio), ma anche e soprattutto alle modalità di un diverso
rapporto con l’ambiente, di peculiari tradizioni economiche,
sociali, alimentari ecc.: non è certo da dati di questo tipo che
si può desumere l’idea di una separatezza culturale, o di un
atavico contrasto, sempre contraddetto da una secolare vicenda
di interrelazioni; sarebbe come dedurre chissà quali conclusioni
da strofette come quella che circola a Stella sugli abitanti di
Varazze, citata in R. BOLLA - P. REBAGLIATI, Stella San
Martino, Savona 1982: “Mi sun dra Steira / se no u fusse me
u farciva / pre pie ‘na curterin-na / e mazé tuci quei dra
marin-na”!
0. Il mio
interesse per il termine figùn è nato da una sene di articoli
pubblicati a metà degli anni ‘80 sulla rivista "R ni d’àigùra" e sul
mensile "La Voce Intemelia"
1.
I diversi autori davano alcune coordinate sulla storia della parola
e sul suo significato; a mia volta, riscontrandone la ricorrenza in
alcuni testi in genovese antico e classico, ritornavo sulle vicende
di questa voce con due brevi contributi, apparsi, a distanza di anni
tra loro, su "La Voce Intemelia"2.
Da parte degli indagatori della cultura ligure-alpina,
successivamente, venivano proposti altri chiarimenti, che
consentivano una migliore definizione del tema.3
Ad esso vorrei ora dedicare qualche ulteriore approfondimento, che
ritengo sia utile per la stona della parola ma anche, più m
generale, per le problematiche linguistiche, storiche ed
etnografiche della Liguria di Ponente e per l’area intemelia in
particolare.
Cercherò quindi di esaminare l’origine e la diffusione del termine,
l’evoluzione semantica a partire dai probabili significati di base,
il contesto d’uso antico e attuale. Alcune conclusioni generali si
accompagneranno alle necessarie considerazioni di carattere storico
ed etnolinguistico, per offrire qualche chiave interpretativa e per
meglio capire le ragioni della "fortuna" del termine.
.
1. In area ligure, figùn è evidentemente un derivato di
figu ‘fico’4,
che riflette la regolare evoluzione fonetica del latino ficus, REW
32814: analoga è ovviamente l’etimologia delle varianti che si
riscontrano, come vedremo, su un territorio piuttosto vasto
dell’Italia settentrionale, con diramazioni e concordanze in
Corsica, Francia meridionale e Spagna.
Il valore del suffisso -un è accrescitivo in tutta la Liguria
fino alla Valle Argentina, e diminutivo, come in provenzale, a ovest
di Taggia
5:
nel caso del nostro termine, la cui diffusione ligure sembra almeno
in parte legata all’area delle antiche diocesi di Albenga e
Ventimiglia, resta così difficile stabilire quale potesse essere
l’accezione originaria, se ‘ficone’ o ‘fichino’. Considerando
comunque che in ligure il suffisso -un può assumere (e nel caso
specifico ha effettivamente assunto) una connotazione spregiativa o
peggiorativa6,
il corrispondente più esatto, m una traduzione letterale italiana,
potrebbe in realtà suonare ‘ficaccio’, ‘ficuccio’, o qualcosa di
simile.
.
2. La forma ficus + suffisso -one è documentata in Liguria, come
vedremo, a partire dal sec. XV. Essa non è però esclusiva di quest’area.
Una rapida ricognizione sui dizionari dialettali italiani
7
ha consentito di raccogliere le seguenti attestazioni extraliguri:
- italiano del sec. XVI fìgone ‘uomo da poco’, ‘cialtrone’ con
evidente sfumatura gergale, nelle opere del Lasca (Firenze
1503-1584) e del Lomazzi (Milano 1538-1600)8;
- monferrino figun ‘timido’, ‘poltrone’
9;
- pavese figon ’scioccane’
10;
- comasco figòn ‘persona noiosissima’, ‘inetto’
11;
- bolognese figôn nelle espressioni andar a fìgón ‘morire’ e
esser
per figón ‘star male’
12;
- ferrarese figòn ‘millantatore’, ‘fanfarone’, ‘smargiasso’
13,
- polesano figon ‘bubbolone’, ‘esageratore’
14;
- romanesco ficona, femminile, nell’espressione la bbeata ficona
‘donna che si lascia corbellare’15.
- còrso ficoni ‘detto di coloro che hanno la gola grossa’ e ‘dicesi
talvolta ai Genovesi’
16.
Va osservato che il termine non ricorre in altri
repertori piemontesi, lombardi, emiliani e veneti da me consultati,
e che sembra completamente assente nell’Italia meridionale. Tra i derivati di
fìcus assimilabili in qualche modo al
nostro, sarà invece utile segnalare la presenza di figòtt ‘donnaccia
mal messa, sciamannata’ in brianzolo
17,
figòtt ‘beniamino’, ‘viziato’,
‘lezioso’ in friulano
18,
figoto ‘id.’ in giuliano
19 e
ficùs
‘dispettoso’ in valtellinese
20.
.
3. In area extraitaliana, le forme assimilabili a
figùn sono le
seguenti:
- provenzale figoun ‘abitante di Figounia, casale sito nel comune di
Ventimiglia’ e lou figoun ‘dialetto parlato nella medesima località
e in
alcuni punti vicino a Grasse, come Mons ed Escragnolles’
21.
- francese del sec. XVI figon ‘mangiatore di fichi’ in Jacques Amyot
22.
- castigliano, dal sec. XVII, figon ‘locanda in cui si cucinano e
vendono cibi a basso costo’ ma in origine, con accezione
spregiativa, ‘venditore (ambulante o meno) di cose da mangiare’;
spagnolo del sec. XVIII ‘sodomita’
23.
- catalano figo ‘uomo piccolo e disprezzabile’, ‘individuo inutile’
(coi derivati figonet, figonot) e, per influsso castigliano ‘locale
in cui si ven-
de cibo’
24.
.
4. Passiamo adesso a esaminare le attestazioni moderne e i
significati attuali in area ligure e nei dialetti collegati, da
Ponente a Levante:
- ligure di Provenza figùn ‘nome che gli abitanti dei centri di Biot,
Vallauris, Mons ed Escragnolles danno al loro antico dialetto, oggi
quasi estinto, che è di ceppo ligure’
25;
- monegasco figunin ‘abitante di Grimaldi, località del comune di
Ventimiglia, e dei suoi dintorni’; anche nell’espressione parli cum’ù
figunì ‘parli con accento strascicato’
26;
- mentonasco fighon, abitante della Mortola, località del comune di
Ventimiglia’, in documenti dell’epoca napoleonica
27;
- brigasco figùn ‘ligure occidentale’, in senso spregiativo: e care
én li figùn ‘scendo in Liguria’, parlàa fìgùn ‘parlare ligure’
28;
ciü én là di figùn, l’i a dëmà a marina ‘più in là dei liguri, c’è
solo il mare’, proverbio di Viozene. P.L. Massajoli mi segnala
gentilmente la ricorrenza del termine, nello stesso significato,
anche a Tenda;
- ormensco figùn ‘ligure confinante con gli ormeaschi (detti in
opposizione savuialdi) e anche ‘ligure in genere’ e ‘persona
insincera’: parloa figùn ‘parlare ligure’
29;
- oneghese figon ‘nome dato da Piemontesi e Provenzali ai Liguri del
Ponente, coltivatori e mangiatori di fichi’
30;
- calizzanese figùn, plurale ‘abitanti della Riviera’
31;
- ottonese figùn ‘abitanti della Riviera’, così detti perché
salivano in Val Trebbia a vendere fichi
32;
- fontanino/figùn (con ; lunga) ‘persona allampanata, goffa’
33;
- spezzino figón ‘persona lenta, molle, anche rammollita’
34.
Il termine non sembra ricorrere altrove. Va però
ancora registrato fighé ‘abitante delle frazioni a valle di Zoagli’,
detto dagli abitanti delle frazioni a monte, con sfumatura
spregiativa
35, ed è sicuramente connesso con la nostra serie il
cognome Figone, caratteristico di Varese Ligure e della Val
Petronio, che tradizionalmente sarebbe riferito, secondo
informazioni da me raccolte, a famiglie originarie della Riviera.
Andrà ancora tenuto presente che in Val Fontanabuona, i venditori di
fichi un tempo provenienti dalla frazione Munti (Montepegli ?) di
Rapallo avevano fama di persone miserabili ed indigenti
36.
.
5. Da ultimo, verificheremo le attestazioni storiche in Liguria.
Esse risalgono tutte a un periodo circoscritto, tra il secolo XV e
il XVI, e rimontano a testi sia in latino che in genovese o volgare
di impronta genovese. Lo spoglio di testi letterari dei secc.
XVII-XVIII e dei dizionari otto-novecenteschi ha permesso di
constatare l’uscita della voce dall’uso genovese già a partire dal
Seicento:
- figone ‘servo’ nel sec. XV, secondo G. Rossi
37;
- fìgonus ‘appellazione di dispregio onde venivano chiamati nelle
diocesi di Ventimiglia e d’Albenga operai randagi, un quid simile
dei Cici del Triestino’ in documenti dei secc. XV e XVI, ancora
secondo il
Rossi 38;
- figono ‘colono’ nel sec. XV secondo E. Pandiani, ma più
verosimilmente ‘uomo di fatica’ in senso generico
39;
- figoneti ‘abitanti della Riviera di Ponente’ in un testo del
1473;40
- figoni ‘uomini (soldati) originari della Riviera di Ponente’ in un
testo del 1522
41;
- figon ‘uomo di bassa manovalanza’ nelle poesie genovesi di Paolo
Foglietta (1520c.-1596c.)
42.
.
6. In generale, lasciando per ora da parte la sua connotazione
"etnica" e gli specifici significati liguri, il termine sembra
riferirsi a due nuclei semantici principali:
a. uomo da poco, infingardo, poltrone, anche sciocco, che è di area
italiana settentrionale, lombarda con appendici in Monferrato, e che
riaffiora in romanesco e in catalano, probabilmente in maniera
indipendente; qui, verosimilmente per tramite emiliano, va anche il
significato spezzino del termine, che sembra slegato dal contesto
ligure, almeno secondo i significati che il termine ha assunto
attualmente nel resto della Liguria.
b. smargiasso, millantatore, che è una specializzazione
caratteristica di Ferrara e del Polesine.
Il primo significato può essere abbastanza facilmente
ricondotto alle caratteristiche del frutto, molle e polposo, non
senza qualche richiamo, probabilmente, alla nota vicenda
dell’impiccagione di Giuda a un albero di fico, episodio che associò
costantemente la pianta al tema del tradimento e
dell’inaffidabilità: qui va anche l’ormeasco ‘persona insincera’,
non necessariamente collegato all’altro significato presente in quel
punto; il significato di ‘smargiasso’ deriverà in qualche modo dal
primo, poiché rappresenta comunque un’ulteriore caratterizzazione in
senso negativo.
Alla mollezza del fico, probabilmente, è legato anche
il significato bolognese (‘molle come un fico’, ossia ‘malato’,
‘prossimo a morire’), anche se la Coronedi Berti lo collegava al
cognome di un antico becchino.
Sull’evoluzione di tutti questi significati avrà pesato in
varia maniera anche l’accezione oscena di figa, che è di area molto
vasta.
Il significato ‘sodomita’, invece, di sola area spagnola, viene
facilmente spiegato da Corominas in quanto connesso con
figo,
higo come traslato per ‘tumore anale’, nella credenza che l’atto
sodomitico generi simili malattie
43.
Abbastanza ricostruibile è anche il passaggio in còrso
al significato di ‘persona con la gola grossa’ (che sarà poi un
collo grasso), perché chi ha una grande pappagorgia può
facilmente presentare una ‘faccia da fico’ larga e carnosa nella
parte inferiore; meno chiaro, e del resto dubbio come si è
detto, è il riferimento a una persona ‘allampanata’ in Val
Fontanabuona.
Il ‘mangiatore di fichi’ del francese cinquecentesco e
il ‘rivenditore di cibo’, poi ‘rivendita di cibo’ di area
spagnola sono ovviamente di facile interpretazione: nel caso
spagnolo (come vedremo per quello ligure, che probabilmente è
indipendente da esso) occorre tenere conto che nei paesi
mediterranei i fichi costituivano un cibo a basso costo, e che
il loro commercio, anche essiccati, era molto comune.
.
7. Il fatto
interessante è che, nella sua storia in area ligure, il termine
assume significati autonomi, anche se in parte riconducibili a
quelli documentati in altre aree: è probabile che in origine il
figùn ligure avesse un significato analogo alle attestazioni
lombarde (significato conservato in spezzino), e che le
accezioni che stiamo per esaminare rappresentino
specializzazioni successive.