PASCHETA ae VERTÜ

      Dal XVII secolo, la tradizionale scampagnata del Lunedì dell’Angelo al Santuario rupestre intitolato alla Madonna delle Virtù è stata abituale a molte generazioni di Ventimigliesi, con la partecipazione ad una delle tante messe celebrate nella grotta di Siestro e l'adesione al festino popolare che si teneva nelle fasce attorno alla chiesetta.  Negli anni Sessanta del Novecento, un profondo cambiamento nella struttura sociale della città provocò il diradamento di questa consuetudine, giungendo fino quasi all’abbandono, a causa dei nuovi usi e costumi, dettati dal moderno modo di vivere.  A metà degli anni Settanta, le Rezerie dei Sestieri cittadini e la Cumpagnia hanno, lentamente ma ostinatamente, ripreso la tradizione, anche se la partecipazione è limitata soltanto alla mattinata.  Per l’occasione, alcune massaie di Siestro, dei Martinazzi o delle Bandette preparano le tipiche ghiottonerie locali che offrono alla cittadinanza intervenuta.  Dopo aver assistito al rito, che prevede possibilmente l’Omelia in dialetto, ci si raduna sul capace sagrato per brindare e festeggiare in assoluta serenità, fino l’ora di pranzo, quando la maggior parte dei presenti riprende la strada di casa, mentre un sempre crescente manipolo di caparbi tira fuori le vivande dal sacco e prosegue il raduno, tempo meteorologico permettendo.

        Il Santuario è stato costruito in più fasi, a cingere una barma che fin dalla  più profonda antichità è stata segno dell'importante bivio di raccordo sulla viabilità di crinale, che oggi chiamiamo "Alta Via dei Monti Liguri".  Al di là dell'aspetto meramente religioso, sono molti i Ventimigliesi che ottemperano al rito della Pascheta ae Vertü, percorrendo la mulattiera di Siestro, rigorosamente a piedi, anche se da qualche decennio è presente via mons. Nicolò Peitavino, l'appesa carrozzabile dalle Gianchette. Con questa sentita ritualità, si rifanno alle modalità dei trasferimenti d'un tempo, durato oltre tre millenni, quando le strade  di crinale erano privilegiate nei percorsi intervallivi. Certi punti strategici, definibili segnaletici, dal paesaggio particolarmente accattivante, acquisivano nel tempo una sacralità atavica, spontanea,  che entrava profondamente nella spiritualità delle generazioni susseguenti. 

       Madonna delle Virtù

     santuario rupestre

     Ventimiglia

 

 

 

 

 

 

 

 

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Santuario NOTRE-DAME DE LAGHET - La Trinité

 

 

 

 rivista il: 03 settembre 2010

 

 

    Nell’antichità, la Via Heraclea, la strada che percorreva il tracciato di costa sul Mar Ligure, non correva nella prossimità della riva, com’è oggi; seguiva invece percorsi di crinale leggermente più interni, lasciando verso il mare l’impenetrabile Lucus Bormani, la impraticabile foresta che copriva il tratto di costa da Montenero a Diano Marina. Lasciata la Turbia, in quota, superava il Granmondo, al Cornà, per correre sempre in quota fino a Castel d’Appio, da dove calava verso il guado, sulla riva destra del Roia, quello che nei secoli futuri veniva sostituito da traballanti ponti. Nell'antichità, quel guado non poteva essere situato che nelle anse davanti a Varase, dove la Roia deposita grandi quantità di materiale percorribile.
    Sulla riva sinistra, le varianti per riprendere quota potevano essere tre: la strada di Magauda-Ciaixe, quella delle Maule-Collasgarba, mentre la più immediata alla foce, si inerpicava su Siestro, seguendo per sommi capi l’attuale mulattiera che porta al Santuario di Nostra Signora delle Virtù, superando gli invalicabili strapiombi che sovrastano le Gianchette e l'attuale Camposanto.
    Nel 109 a.C., nominato censore, Marco Emilio Scauro rigenerava nei materiali e nella percorribilità, la strada romana, per sostituire definitivamente l’antico percorso della Via Heraclea, con una strada che transitava sul litorale per giungere fino all’Alpis Summa, e per lui verrà detta appunto “Aemilia Scauri”. Ma la viabilità di crinale verso Siestro, le Maule e Seborrino, per guadagnare la riva ed il guado attraverso il Nervia, continuerà ad essere efficiente almeno fino al 1852, quando venne eretto il ponte stradale, a  monte della zona umida di foce, proprio per attraversare il Nervia.
    La grotta che oggi ospita il Santuario di Nostra Signora delle Virtù è stata nel tempo un baluardo per l’indicazione dell’importante trivio che si dipana ai suoi piedi. La mulattiera che si inerpica su Sietro, il braccio di Levante, che portava al Passo della Pia e ai Martinassi, oggi inagibile perché privatizzato; il braccio di Tramontana che conduce a Monte Baraccone e Monte Fontane. Dell’antichità fino all’Alto Medioevo, la grotta è stata ricetto di are votive pagane, forse dedicate ad Heracle, vista la conservazione al culto di San Cristoforo, prima, e di San Romano, nel medesimo sito, che dall'XV secolo si trasferì in quello per San Giacomo, protettore dei viandanti che transitavano sul crinale delle Mauře, sul quel braccio del Cammino per Compostela attivatosi dopo il ritrovamento del corpo dell'apostolo, nell'anno 840.
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Queste le intuizioni protostoriche, ma percorriamo invece le date accertate:
    Nel 1520, in uno speco del colle di Siestro, dove i Frati agostiniani avevano posto un ritratto, su legno, veniva eretta una cappella dedicata alla Vergine delle Virtù.
   Nel 1573, il vescovo Francesco Galbiati da Pontremoli ristrutturava la chiesuola di Madonna delle Virtù, secondo le norme del Concilio di Trento.
   Il 14 giugno 1573, il vescovo Galbiati scriveva al cardinale Carlo Borromeo sulla situazione delle numerose ossa e dei molti teschi ritrovati nell’altare alla Madonna delle Virtù.
   Si diceva che potessero appartenere al martirio di San Secondo o dei suoi compagni, ma il vescovo Galbiati assicurava il metropolita Borromeo sulla certezza dell’infondatezza della diceria popolare. Invece lo stesso vescovo dimostrerà una particolare devozione per il Santuario della “barma” di Siestro.
   Nel 1602, il vescovo Stefano Spinola, teatino genovese, assegnava agli Agostiniani della Bastida, la cura della chiesetta delle Virtù.
   Nel 1620, la chiesetta delle Virtù passava sotto la cura dei Canonici della Cattedrale. Considerata la buona e crescente frequentazione del Santuario, ai Canonici veniva affiancato l’Eremita Maccario, che lasciato l’eremo di Ciaixe, nella Madonna della Neve, veniva a vivere nelle vicinanze del Santuario delle Virtù, con la facoltà di elemosinare a Ventimiglia le esigenze del Santuario.
   Nel 1653, moriva l’eremita Maccario e al suo posto veniva nominato il prete Giuseppe Maria Sapia. Proprio in quegli anni, si provvedeva a sistemare la mulattiera che  conduce al Santuario, il quale veniva notevolmente ampliato. Nell’ottobre del 1654, l’impresario Bartolomeo Biamonti riceveva l’incarico di edificare le cappellette votive lungo la mulattiera che conduce al Santuario delle Virtù.

   Per poter dar termine ad una decente costruzione delle cappellette, il vescovo Promontorio dovette ricorrere ad un collegio di inquisitori, che, il 15 aprile 1666, impose al Biamonti di concludere i lavori a regola d’arte, ottenendo l’opera completata il 2 giugno successivo.
      Dopo il 1693, la chiesetta di San Giacomo sulle Mauře, passando nel territorio del "luogo" di Camporosso, voltava l'abside verso Ventimiglia, aprendo la porta rivolta agli "Otto Luoghi". Evidentemente, gli sfrattati ventimigliesi trasferirono il loro San Roman nella chiesa rupestre che da quel momento assumeva, da sola, i valori del loro pellegrinaggio primaverile, in precedenza rivolto verso le Mauře. Infatti, i Camporossini portarono il loro San Roman nella chiesetta che fondarono sul poggio che sovrasta Bigauda.
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   Nel settembre 1742, i massari del Santuario di Ciaixe allontanarono l’eremita Rondelli, il quale domandò al Vescovo di cambiare il romitorio con quello della Madonna delle Virtù, in Sietro.
   Nel 1760, venivano rifatte le quindici cappellette votive lungo la mulattiera che conduce al Santuario delle Virtù.
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   Nel 1868, il Regno d’Italia riconfermava il decreto emesso dello Stato sabaudo nel 1848, sull’incameramento dei beni ecclesiastici. Il Sindaco Rossi, con lettera del 18 agosto, riservava al Comune: N.S. di Varaxe, S. Reparata al Calvo, la Cappella di Villatella e N.S. delle Virtù.
   Nel 1890, le cappellette votive lungo la mulattiera che conduce al Santuario delle Virtù erano in parte distrutte dal tempo.
   Nel 1895, veniva nuovamente ampliato il Santuario di Madonna delle Virtù.
   Nel 1896, al Santuario di Madonna delle Virtù, veniva ampliata anche la sacrestia.
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   Nel 1925, il parroco di sant’Agostino, don Gamaleri, dava inizio alla ricostruzione delle cappellette votive lungo la mulattiera che conduce al Santuario delle Virtù.
   Nel 1939, il parroco di Sant’Agostino, mons. Borea terminava la ristrutturazione delle cappellette lungo la mulattiera che conduce al Santuario delle Virtù, iniziata nel 1925.
   Nel 1964, il Lunedì di Pasqua si tenne l’ultimo festino organizzato dal Comitato di Siestro al Santuario delle Virtù.
   L’usanza di recarsi in scampagnata al Santuario di Madonna delle Virtù, consolidata da oltre un secolo nelle famiglie ventimigliesi, si è di molto ridimensionata in quegli anni, a causa dei costanti litigi che si verificavano tra i partecipanti con minor anzianità di tradizione. Quell’anno, non essendoci presidio d’ordine, giacché non vi era il ballo campestre organizzato, che lo richiedeva d’ufficio; si è verificata una colossale rissa, con intervento di lame da taglio, per la quale la consuetudine della scampagnata di “Pascheta ae Vertü”, si è interrotta.
   Nel 1976, il Lunedì di Pasqua, le Rezerie di Sestiere, invitate dalla Cumpagnia d’i Ventemigliusi hanno ripreso, a titolo ufficiale, la tradizione della “Pascheta ae Vertü”.
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   Le famiglie che più tenevano all'usanza non avevano mai abbandonato il fatto di recarsi al Santuario delle Virtù per assistere alla messa della Paschéta, ma, da quella occasione, Cumpagnia e Rezerie hanno voluto ricreare una parvenza di scampagnata rituale esponendo l’invito ufficiale, che in seguito verrà raccolto dal Vescovo. Al termine della messa, in collaborazione col Comitato di Siestro, si provvede a fornire un rinfresco, col quale ci si intrattiene fino a mezzogiorno. Il pasto al sacco ed il pomeriggio di festa laica non sono più nelle corde dei partecipanti, sono pochissimi, ma ben organizzati quelli che vi provvedono, ora che il Santuario è dotato di una pur impervia strada carrozzabile, da via Tenda.
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   Nel 1977, il parroco di Sant’Antonio alle Gianchette, don Broccardo, dava mano al restauro delle cappellette lungo la mulattiera che conduce al Santuario delle Virtù. Strada che ha ricevuto qualche rattoppo, nella parte iniziale, ma avrebbe ancora bisogno di una profonda ristrutturazione.
   Nel 1990, il parroco delle Gianchette, da cui dipese da allora il Santuario, faceva erigere un rinnovato muraglione di sostegno sotto la chiesa rupestre  di Madonna delle Virtù.

                                   LA BARMA ED IL SANTUARIO RUPESTRE DI SIESTRO
   

 

 

 

 

 

                 L'interno della barma con l'attuale altare maggiore

Il Santuario visto da Tramontana               L'altare dedicato a San Romano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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