Nell’antichità, il culto delle sorgenti, alle quali si attribuivano doti curative, era protetto da diverse divinità delle fonti termali, fra cui Borvo, il ribollente; chiamato anche Bormo, Borman, Bormano.
IL LUCUS BORMANI

Sul territorio ligure, l’antico culto delle fontane e delle sorgenti
è stato assunto in protezione da Sant’Anna, ma più spesso dalla
Vergine Maria, cui sono dedicate molte chiese sorte nei pressi di
particolari sorgenti.1
Nell’antichità, il culto delle sorgenti, alle quali si attribuivano
curative, era protetto da diverse divinità delle fonti termali, fra
cui Borvo, il ribollente; chiamato anche Bormo, Borman, Bormano.2
Era conosciuto come Bormanus in Provenza e Bormanicus in Portogallo
e per la sua associazione con le acque curative, i Romani lo
collegavano col loro Apollo. Quando era Bormo aveva per consorte la
dea Bormanna, mentre quando si chiamava Borvo aveva Damona.
NOTE:
1) Per la Zona Intemelia sono
riferibili e famose: N.S. di Nogaredo, presso il Lagu Pigu di Pigna
e N.D. des Fontaines, presso Briga.
2) I riferimenti sono: le cinque
sorgenti del Fiume Bormida, in centro termale di Bormio, La termica
città termale di Aquae Bormonis, oggi Bourbon-l’Archambault, in
Auvergne; ma anche Bourbon-Lancy, Bourbonne-les-Bains, eccetera.
i
NOTE:
1)
Prelevata la mandria, a Tartesso, nella terra di Erizia, sulle coste
atlantiche della Penisola Iberica, la conduce senza troppi guai fino
alla piana della Crau, presso l’attuale Marsiglia, dove venne
attaccato dai Liguri. Con l’aiuto di pietre fatte piovere da Zeus,
Eracle vinse Alebione e Dercino, capi di quel popolo predatore e
condusse la mandria sulla costa dell’Alpe Summa, dove fondò Portus
Hercules Monœci, luogo dove riposò un pochino.
2)
Dall’epoca repubblicana in poi, gradatamente, la divinità di Borman
venne assimilata a quella dellla dea Diana, custode dei boschi e
della caccia, la quale manteneva numerose analogie col dio ligure.
Il nome di Diana è sopravvissuto fino ai nostri giorni,
identificando tutta la piana.
3)
Un macroscopico abbaglio lo ha preso la commissione per la
toponomastica del Comune di Ventimiglia, operante nell'anno 1994, quando con una qualche presunzione, ha intitolato la strada
che dalla frazione Sant’Antonio scende nel Torrente Bevera, presso
Calvo, “Via Bosco dei Bormanni”. Lo ha fatto come se quella fosse
una selva di proprietà d’una popolazione di quel nome; popolazione o
particolarità che non avrebbe comunque avuto a che fare col
territorio dove è stata ricavata la strada. Soltanto quei commissari
erano a conoscenza dell’esistenza dei Bormanni; ma purtroppo il
pessimo risultato culturale lo stanno portando sul groppone tutti i
ventimigliesi.
Nel periodo antecedente la conquista da parte delle Legioni Romane, in
quello che oggi viene definito Estremo Ponente Ligure, l’antica
viabilità di costa era condizionata dalla presenza di una folta, fitta,
selvaggia e misteriosa foresta, consacrata alla temuta divinità indigena
delle acque chiamata “Borman”. La foresta era conosciuta col nome di
“Lucus Bormanus”, bosco che era molto temuto dagli abitanti della
regione, i quali non osavano avventurarvisi dopo il tramonto.
L’antica mitologia ci informa di come, in quella regione, la viabilità
che seguiva la linea di costa fosse sostenuta dalla “Strada Heraclea”,
che l’eroe Eracle aveva indicato da Marsiglia a Piacenza, attraversando
la costiera Alpe Summa, baluardo delle Marittime. Il tracciato di questa
antichissima via di comunicazione avvenne di conseguenza al ritorno
dell’eroe greco dalla sua “Decima Fatica”, quella che prevedeva il
prelievo ed il trasferimento della mandria di buoi di Gerione.1
Fino all’Alpe Summa, ancora oggi, il percorso Heracleo si può seguire
agevolmente, come è facile riprenderlo dopo l’attuale Vado Ligure, con
l’intento di scavalcare l’Appennino fino a Piacenza. Resta invece
complicato il tratto tra Albintimilium ed Albingaunum, Ventimiglia e
Albenga; giacché fra questi due popolosi capoluoghi di tribù, contiguo
alla costa marittima, era proprio situato quell’impenetrabile “Lucus
Bormanus”; in quel tratto dunque, la Strada Heraclea avrebbe trovato
transito attraverso un dilatato entroterra.
Quando le Legioni Romane assoggettarono la Liguria, non ebbero scrupoli
sulla sacralità e sulla temuta praticabilità del bosco: già in epoca
repubblicana, infatti, vi fecero transitare la Via Aemilia Scauri, il
più possibile lungo la costa; tracciato che venne ripreso dalla Via
Iulia Augusta, in epoca imperiale.2
A memoria del bosco traslarono il nome “Lucus Bormani” alla mansio
edificata al centro della piana dove oggi è Diano Marina. Di questa situazione ci informano la
Tavola Peutingeriana, del IV secolo d.C., come pure l’Itinerario
Antonino, che collocano quella mansio a 15 miglia da Albingaunum e a 16
miglia da Costa Belenæ, oggi Bussana; compreso nel municipium di
Albingaunum, dove i suoi abitanti erano iscritti alla tribù Publilia.
Lucus Bormani come insediamento costiero perdurò sino alla romanità
tarda, tra il VI ed il VII secolo, quando gli insicuri requisiti di
difendibilità suggerirono di fortificare l’abitato ed i servizi sulla
più protetta collina, luogo dove sorgerà il Castrum Diani, che
corrisponde all’attuale Diano Castello.
Sulla base delle informazioni legate al periodo imperiale, dovremmo
stabilire che la foresta impenetrabile fosse allocata sulle alture che
attorniano la piana di Diano, da Capo Berta a Capo Cervo, occupando
anche tutta la piana; ma sappiamo tuttavia che sono basate sul tracciato
della Via Iulia Augusta, che prevedeva il transito su Caput Mellatis,
passata Albenga per giungere a “Lucus”, come di seguito sarà rilevato la
mansio di Costa Belene e il Caput Ampelos, prima di arrivare a
Ventimiglia.
Un bosco veramente impenetrabile, lungo la costa bisogna allocarlo a
cominciare da Monte Nero, seguito da Capo Nero, con un’assenza di porti
ed approdi fino ad Albenga, dopo le alture costiere di Caput Mellatis.
Bisogna tener conto persino delle reminiscenze intemelie sulla presenza
del bosco pericoloso ed impenetrabile a Montenero, foriero di fumarole
vulcaniche e acque termali. Queste informazioni erano ancora assai
presenti nell’ultimo dopoguerra, anche se in seguito è subentrata un po’
di noncuranza e molta confusione.3