Seglia 1746 - 1747

In quell'occasione. Genova pretese che la città deliberasse la spesa di 3.240 fiorini d'oro, per pagare i costruttori delle nuove mura. Il progetto, di chiara impostazione genovese, mostrò tutto il valore "rampino" del comune oppressore.

Le mura cinquecentesche (genovesi) furono innalzate con criteri di parvenza visiva molto possenti, al fine di scoraggiare gli attaccanti dai tentativi d'assalto, ma nella sostanza interiore non rispondevano ai richiesti requisiti.

Una dimostrazione evidente, la possiamo constatare in quel varco che, nell'Ottocento, venne aperto per dar luce all'erigendo ginnasio, presso Porta Nizza. Il ritaglio di mura conservato per racchiudere a Sud. un tratto del cortiletto d'entrata del Convento di San Francesco, mostra l'esiguità verticale del manufatto, che sul culmine che avrebbe dovuto reggere il camminamento di ronda, non supera il metro di larghezza, per un camminamento di circa due palmi. Visto dal mare quel tratto di mura avrebbe potuto far pensare ad un baluardo inespugnabile, ma se il "barbaresco" avesse mangiato la foglia, con un proiettile di poco peso avrebbe potuto aprire varchi indifendibili.

        Coi soldi dei ventimigliesi i "rampini" genovesi hanno fatto la cresta persino sull'edificazione delle nuove mura. Cambiano i tempi, ma le situazioni si conservano.

di Luigino Maccario

Mura rampine

Nel 1529, Ventimiglia mostrava tutta la sofferenza derivatale dalla guerra franco-spagnola, nella quale era finita coinvolta. Era ridotta a seicento fuochi, mentre le campagne attorno erano devastate e spoglie. I nobili abitavano in Piazza e frequentavano la Loggia, instaurando l'oligarchia degli "alberghi".

In una situazione così depressa, i Genovesi decisero di innalzare nuove strutture fortificate attorno alla città, per far fronte alle armate francesi, mettendole in nota al deciso innalzamento delle mura, che presentarono come assai utile a scoraggiare gli assalti turco-barbareschi, che si facevano sempre più frequenti.

LA VOCE INTEMELIA  anno LXV n. 4  - aprile 2010

 

Seicento curiale


«Si proibisce, trascorsi otto giorni, dalla proclamazione, che i Suini ossia i porchi, i montoni, o capre circolino per le vie; i possessori di detti animali dovranno tenere chiusi in apposite stalle detti animali; le porte siano costruite di buon legno e non lascino trapelare odori. In caso contrario d’autorità saranno uccisi i porchi e ripulite le stalle. Si proibisce tassativamente buttare, ammucchiare bruttura sulle porte di casa e delle stalle, negli angoli e nei pressi delle mura dalla città».

Lo Spinola sembrava conoscere l’animo dei Ventimigliesi; con decreto apriva il forziere dei sudditi: «I contravventori verranno multati con tre scudi d’oro e se recidivi saranno impiegati alle sequele sino a pulizia ultimata».

Da vari documenti rinvenuti a corredo del citato proclama e consegnati in Sezione “Criminalia Doc.7” si confermava l’attenzione dello Spinola per le strade Matuzia-Ventimiglia e Ventimiglia-Mentone. Si legge: «E considerando noi che resta conveniente per la pubblica utilità che le strade, tanto d’essa città quanto giurisdizione, tutte siano acconce e comodate e che per esse ogni uno possa trafficare e travagliare comodamente, sì per viandanti che per le bestie, comandiamo perciò ad ognun a cui tocca, niuno escluso, debba fra giorni otto aver fatto acconciare in tutta questa giurisdizione diligentemente le strade sotto la pena d’uno scudo d’oro da applicarsi come sopra, avvertendo che, passato detto termine, si visiteranno dette strade e si castigheranno i delinquenti».

Il notaio, terminata la stesura e accolta la firma del Capitano, nella stessa mattinata, consegnava tre copie del proclama ai messi: Viale, Antonio Trucchi e Pietro Pegliasco, i quali “a chiara ed comprensiva voce” nei luoghi soliti lo renderanno pubblico. È una lontana pagina della moderna Ventimiglia, un ripetersi di problemi sempre attuali, ma un ricordo che in quel lontano 1683 un pubblico ufficiale tentò, forse senza riuscirvi, di farne un paese vivibile. È il ritorno della storia.

                                    (Criminalia Vol. 7 Curia vesc.)

               LA VOCE INTEMELIA anno LXIII n.6  -  giugno 2008

1683                  di Nino Allaria Olivieri

Prospero  Spinola,  capitano  di  Ventimiglia

Il 10 maggio del 1683 il Capitano della Serenissima Repubblica di Genova, in Ventimiglia nella Curia della città, dettava al notaio Francesco Ravizzo, un proclama ai sudditi di qualsiasi condizione e grado.

Determinato a espletare in tutto il suo compito e a disporre condizioni generali per un vivere ordinato, imponeva alcune regole da osservarsi da chicchessia.

Il primo impatto con le realtà cittadine mise in evidenza che i vari disordini, i pubblici alterchi, il ricorso a vendette private, erano piaga di gente incolta ed unica correzione restava intervenire con mano forte e alla prigione quale estremo rimedio fare precedere grosse multe. Si spinse oltre: promise a chi denunciasse un contravventore un terzo della pena pecuniaria. Erano rei tutti coloro che per i vicoli, le piazze, nei luoghi di riunione, portassero armi a lama lunga o coltelli da offesa. Con privilegiato consenso, ottenuto dagli ufficiali della Curia, potevano portare arma bianca: i commercianti, i messi e i nobili. Ogni contravventore “o voluto delinquente” doveva essere condannato a due scudi di oro buono da versarsi uno al denunciante e l’altro alla cassa della capitaneria.

Il gioco delle carte, la frequenza con cui nel corso dell’anno veniva praticato e le crescenti poste, cause di miseria e di indebitamenti, fu preso in debita considerazione. Proibizione assoluta di giocare nei luoghi pubblici, sulle strade, nelle taverne e nelle stesse case private. La proibizione venne estesa a ogni individuo sia “esso nobile, sacerdote, e della plebe”. I contravventori, oltre alla perdita del vinto e alla sanzione di tre scudi d’oro, potevano essere posti, se recidivi, alla berlina in una domenica mattina.

Il Capitano Spinola, sollecitato dal Senato della Serenissima, con fermezza propria del casato, affrontò il tema malattie, pestilenze, epidemie e sanità. Problema proprio alla città, nel passato, per la sua situazione paludosa.

In Ventimiglia la nettezza delle strade, delle piazze era quanto mai dimenticata; maiali, pecore, capre, cani, circolavano e pascevano liberamente nelle vie alla ricerca di cibo. Dettava a riparo di tanto abuso:

 

LA VOCE INTEMELIA  anno XLVII n. 2  -  febbraio 1992

        L’altra dalla terra delle Ville e superato il Castello d’Appio convergere sia a Porta San Francesco che a Porta San Michele ... «passando similmente sotto il Castello San Paolo parte coperti, e parte scoperti lontani da esso un’archibuggiata».
        Le truppe savoine avrebbero potuto iniziare l’azione di accerchiamento da molto lontano.
        Per la strada del traffico del sale «commoda per carri» si arriva a Sospello. In Sospello «si potria far massa di gente di tutte le Ville e Castelli» e puntare su Ventimiglia «per il passo dell’Olivetta, passo facile a guardarsi e continuando con strade cattive si arriva all’Ostraforco; si viene alla volta della Città».
      Una terza possibilità si presagiva da Sospello con percorso più lungo e faticoso. In Val Roia il dominio sabaudo amministrava Breglio, aggirando il Castello della Penna transitando per Breglio, Saorgio e Briga e Tenda «e altri luoghi di detto dominio di Savoia per le montagne e boschi chiamati il Lione, Pascale et altri Boschi con strade non molto buone e difficilissime per l’ordinanza, ma facili alla sfilata», incidere su Pigna, sfondare il ponte di Bonda e transitando per Isolabona occupare Dolceacqua per puntare con l’ala destra, attraverso il fiume Roia alla Porta San Michele.
      Alle truppe savoine si presentava l’ultima strada. La strada Apricale - Perinaldo con tutta facilità avrebbe avvicinato alla piana di Camporosso e alla città di Ventimiglia «non essendovi riparo di natura alcuno».
        Le cinque previsioni, in parte si avverarono l’anno successivo.
        Il 19 maggio del 1625 l’esercito sabaudo è alle porte di Ventimiglia pronta a difendersi.
        Scoppiano tumulti fra gli stessi abitanti; in Ventimiglia si bruciano i registri delle tasse, si dimostra ostilità alle stesse autorità genovesi. Il vescovo calma gli animi e i tumulti.
        Il 20 maggio Amedeo Vittorio entra in città proveniente da Albenga. L’armata, partita da Nizza per via montuosa, sbuca su Pigna, attacca Baiardo, assedia Triora per congiungersi, dopo distruzioni, al forte dell’armata in Ventimiglia.

Le strade da Nizza a Ventimiglia, nel 1624

                                                                                                                                                            
di  Nino Allaria Olivieri

Fu il 1624 un anno di trepidazione e di non celate paure per la città di Ventimiglia. Genova aveva ammassato forti guarnigioni di milizie a Camporosso, in previsione di un attacco da parte del Duca Carlo Filiberto I e poiché, a seguito del convegno a Susa, Genova si vide assediata da preponderanti forze sabaude, ritirò  - a difesa della città  - tutte le guarnigioni dislocate nelle fortezze della Riviera. Ventimiglia conservò il suo presidio, cui venne affidato il compito della difesa nella eventualità di un attacco da ponente, da Nizza.
       Fu ordinata, da parte del Magistero della guerra, una dettagliata enumerazione di ogni possibile strada di accesso alle mura della città di Ventimiglia.
       La relazione risultò minuziosa (vedi Foglietta Militarium, Fz. 1140, anno 1624) e drammatica; si acclarò quale fosse il lato vulnerabile delle sue difese e per quali strade o facili accerchiamenti fosse possibile attentare alle mura della cerchia.
   
Il relatore enumera cinque percorsi di accerchiamento; specifica che come punto di sfondamento sarebbe stato di certo scelto Porta San Francesco e Porta San Michele, anche perché il bastione di Santa Croce ed altri posti ‘della cerchia avrebbero opposto valida resistenza. Il passo della Fontana di Peglia venne indicato quale certo punto di transito e di accerchiamento, al compiersi delle cinque possibilità di attacco.
       Si legge: «Partitesi di Mentone per strade honeste,  assai presto si arriva nel paese e dominio della Rep.ca di Genova dove, lontano un miglio in circa, vi è Balzi Rossi: passo forte e facile a trincerarsi e guardarsi con venti in trenta moschettieri continui ...».
        A rifuggio alli moschettieri si indica una «torre delli Raspandi, sudditi di Monaco». A mezzo miglio poi della città può fare fronte al nemico «una torre sopra il passo con porta a rastrello, sopra la strada detta Porta Canarda, passo tortissimo e facile a difendersi di dove si va in città alla Porta San Francesco, resta il camino in essa sotto il Forte San Paolo ...».
       Al nemico si offrono due possibilità: se Canarda resiste all’urto, «si può passare alla Sealza e per Sant’Antonio ... venirsene per due strade alla città», una verso Bevera e per strada malagevole pervenire alla fontana di Peglia.

 

 

 

 

Sala del Fondo Antico, nella Civica Aprosiana

Insegna del Banco di San Giorgio sulla sede

Ville nobili settecentesche sulla Piana di Latte

Giardini pensili per le magioni della "Ciassa"

Monastero Lateranense
Chiostro Sant'Agostino

 OCCUPAZIONE GENOVESE

Il XV secolo, ha assistito alla insensata "caccia alle streghe", prodotta da un'autorità ecclesiale non del tutto adeguata, sommersa nel nepotismo e nella simonia imperante.
      
Ventimiglia manteneva una notevole vitalità culturale ed urbana, come testimonia la fondazione del convento Agostiniano, nel 1487, mentre le Confraternite realizzavano i propri oratori, cominciando dai Bianchi in San Giovanni Battista, nel 1462.
      
Nel 1513, la Città veniva affidata al Banco di San Giorgio, che la governò discretamente per quarantotto anni. Nel 1526, però, a seguito di un colpo di mano dei Doria contro i Grimaldi di Monaco, cui era coinvolto il parroco ventimigliese, le truppe di Carlo di Borbone, chiamate da Agostino Grimaldi, saccheggiarono Ventimiglia bruciandone completamente gli archivi.
       
Nel 1562, tornata al dominio genovese diretto, la Città era in uno stato indegno: in cattivo stato le mura, impantanato il Roia, rovinati ponte strade; che non migliorerà per altri due secoli, sotto il governo della Repubblica aristocratica, con: brigantaggio diffuso nelle campagne, minaccia piratesca sempre incombente e crescenti pressioni sabaude sul territorio.
      
Ventimiglia viene destinata a sede di Capitaneato, subordinandola al Governatore di Sanremo; mentre i “Magnifici” ventimigliesi sottoponevano le Otto Ville di Levante ad un’amministrazione fiscale ed arrogante, che arriverà a provocarne il distacco.
       
La città, intanto, andava essa stessa adeguandosi al nuovo costume culturale, con la trasformazione controriformistica delle chiese, la strada della nobiltà modellata sulla Via Nuova genovese, aperta a giardini, pensili ed esclusivi, a dominio del mare e della costa provenzale, le ville dei dintorni, sovente munite di prudenziali torri di difesa, i contrasti fra piccoli potentati laici ed ecclesiastici, le processioni delle casacce, l’aridità culturale di qualche modesta accademia, la fuga estiva dei benestanti, quando il Roia impaludava provocando la malaria, ma anche la sostituzione dei ruderi dell’antico castello dei conti con il monastero delle Canonichesse Lateranensi che, nella seconda metà del Seicento, segnerà il definitivo affermarsi del potere curiale su una città decaduta.
        
Nel 1625, Ventimiglia tentò una certa resistenza contro Carlo Emanuele I di Savoia, mosso all’assalto della Liguria, tanto che il duca sabaudo occupò il Forte, ma l’intervento spagnolo ridette la Città ai Genovesi; i quali si dettero da fare, costruendo nuove mura e potenziando il Forte, nell’aprile del 1631, per una CIttà giudicata: «fabbricata all’antica», ormai «mezza distrutta, e quasi disabitata».
       
Nel Seicento ventimigliese, non si può dimenticare la figura di Angelico Aprosio (1607-1681), uno dei maggiori eruditi e bibliofili del tempo; legato alla sua città da un rapporto amore-odio. Novizio agostiniano a Genova, per sei anni a Siena, per sette a Venezia, poi in giro per l’Italia fino al ritorno nel Convento della Bastida, con trenta casse di libri, per fondare la prima Biblioteca pubblica di Liguria. In costante rapporto con pittori, artisti, poeti, storici di tutta Italia, dedito alle ricerche più disparate, alla raccolta ostinata di libri e di notizie, esercitò un cospicuo influsso sulla cultura del suo tempo. 
Il suo impegno, anche manuale, nella Biblioteca, continuò fin quasi alla morte nel febbraio del 1681 quando -essendo tormentato dai postumi di una vecchia malaria- lo sostituiva sempre più spesso il nuovo, giovane bibliotecario Domenico Antonio Gandolfo poi accademico d'Arcadia col nome di Arcanio Caraceo, anch'egli erudito agostiniano, che fece decollare l'Aprosiana nella cultura di quel secolo.
        
Dopo alcuni anni di polemiche, il 20 aprile del 1686 i rappresentanti delle Otto Ville ottennero l’autonomia, potendosi fregiare del titoto di Magnifica Comunità degli Otto Luoghi.
       
Nella primavera del 1745, il territorio ventimigliese era messo a ferro e fuoco dalle truppe piemontesi, nel settembre 1746, la città fu cannoneggiata dalla flotta inglese e, il 29, occupata dai soldati di Carlo Emanuele III. Pochi mesi dopo la controffensiva franco-spagnola investiva Ventimiglia, ma il Savoia evaquava senza combattere.
        
Quando dalla Francia cominciarono a diffondersi le idee rivoluzionarie, Ventimiglia fu tra i primi centri italiani a sentirne i diretti influssi, mentre l’arrivo di aristocratici e religiosi dalla vicina Provenza diede ben presto a tutti la sensazione della profondità del rinnovamento in atto.
       
Inserita nel Dipartimento delle Alpi Marittime, Ventimiglia trasse ben pochi vantaggi dalla nuova situazione, per la prima volta dopo oltre cinque secoli, essa non era più una città di confine, ma faceva parte con tutto il suo entroterra di un’unica struttura statale. Questa condizione, destinata a durare per circa sessant’anni, non venne però a ricreare la storica unità della tribù, del municipio, della contea. Il governo napoleonico, caratterizzato da continue guerre, con conseguenti frequenti leve, gravissime difficoltà alimentari, chiusura di conventi e oratori, portò però l’avviarsi di grandi lavori stradali, su progetto redatto da Giacomo Agostino Brusco per conto della Repubblica di Genova e ripresi dal Sigaud, in Val Roia, attendeva a rompere una situazione di immobilismo, proponendo alla zona un risveglio economico e culturale.

           Agli inizi del Quattrocento la città ha seguito Genova nell’attaccamento a Carlo VI di Francia, ma quando Genova lo abbandonava, Ventimiglia restava fedele alla Francia. Il 9 giugno 1410, quindici galee di Ottobono Giustiniani, del Doria e di Ladislao di Napoli saccheggiavano la Città.
        
Nel 1421, Ventimiglia, seguendo Genova, passava sotto il dominio di Filippo Maria Visconti, che aveva sposato Beatrice, contessa di Tenda, dei Ventimiglia-Lascàris, ricchissima vedova del condottiero di ventura Facino Cane; che fece condannare a morte per convenienza, nel 1418.
       
Il Visconti cedette Ventimiglia ad un certo Lomellino, per sanare debiti di gioco; sembra però che il Lomellino si sia dimostrato governante capace ed equilibrato, ridando la Città ai Genovesi nel 1437, senza procurare troppi disagi ai ventimigliesi; o meglio, molti meno di quanti ne rimediavano direttamente i genovesi.        

 

 

 rivista il: 20 febbraio 2012
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