In quell'occasione. Genova pretese che la città deliberasse la spesa di 3.240 fiorini d'oro, per pagare i costruttori delle nuove mura. Il progetto, di chiara impostazione genovese, mostrò tutto il valore "rampino" del comune oppressore.
Le mura cinquecentesche (genovesi) furono innalzate con criteri di parvenza visiva molto possenti, al fine di scoraggiare gli attaccanti dai tentativi d'assalto, ma nella sostanza interiore non rispondevano ai richiesti requisiti.
Una dimostrazione evidente, la possiamo constatare in quel varco che, nell'Ottocento, venne aperto per dar luce all'erigendo ginnasio, presso Porta Nizza. Il ritaglio di mura conservato per racchiudere a Sud. un tratto del cortiletto d'entrata del Convento di San Francesco, mostra l'esiguità verticale del manufatto, che sul culmine che avrebbe dovuto reggere il camminamento di ronda, non supera il metro di larghezza, per un camminamento di circa due palmi. Visto dal mare quel tratto di mura avrebbe potuto far pensare ad un baluardo inespugnabile, ma se il "barbaresco" avesse mangiato la foglia, con un proiettile di poco peso avrebbe potuto aprire varchi indifendibili.
Coi soldi dei ventimigliesi i "rampini" genovesi hanno fatto la cresta persino sull'edificazione delle nuove mura. Cambiano i tempi, ma le situazioni si conservano.
Mura rampine
Nel 1529, Ventimiglia mostrava tutta la sofferenza derivatale dalla guerra franco-spagnola, nella quale era finita coinvolta. Era ridotta a seicento fuochi, mentre le campagne attorno erano devastate e spoglie. I nobili abitavano in Piazza e frequentavano la Loggia, instaurando l'oligarchia degli "alberghi".
In una situazione così depressa, i Genovesi decisero di innalzare nuove strutture fortificate attorno alla città, per far fronte alle armate francesi, mettendole in nota al deciso innalzamento delle mura, che presentarono come assai utile a scoraggiare gli assalti turco-barbareschi, che si facevano sempre più frequenti.

«Si proibisce, trascorsi otto giorni, dalla proclamazione,
che i Suini ossia i porchi, i montoni, o capre circolino per le
vie; i possessori di detti animali dovranno tenere chiusi in
apposite stalle detti animali; le porte siano costruite di buon
legno e non lascino trapelare odori. In caso contrario
d’autorità saranno uccisi i porchi e ripulite le stalle. Si
proibisce tassativamente buttare, ammucchiare bruttura sulle
porte di casa e delle stalle, negli angoli e nei pressi delle
mura dalla città».
Lo Spinola sembrava conoscere l’animo dei Ventimigliesi; con decreto apriva il forziere dei sudditi: «I contravventori verranno multati con tre scudi d’oro e se recidivi saranno impiegati alle sequele sino a pulizia ultimata».
Da vari documenti rinvenuti a corredo del citato proclama e consegnati in Sezione “Criminalia Doc.7” si confermava l’attenzione dello Spinola per le strade Matuzia-Ventimiglia e Ventimiglia-Mentone. Si legge: «E considerando noi che resta conveniente per la pubblica utilità che le strade, tanto d’essa città quanto giurisdizione, tutte siano acconce e comodate e che per esse ogni uno possa trafficare e travagliare comodamente, sì per viandanti che per le bestie, comandiamo perciò ad ognun a cui tocca, niuno escluso, debba fra giorni otto aver fatto acconciare in tutta questa giurisdizione diligentemente le strade sotto la pena d’uno scudo d’oro da applicarsi come sopra, avvertendo che, passato detto termine, si visiteranno dette strade e si castigheranno i delinquenti».
Il notaio, terminata la stesura e accolta la firma del Capitano, nella stessa mattinata, consegnava tre copie del proclama ai messi: Viale, Antonio Trucchi e Pietro Pegliasco, i quali “a chiara ed comprensiva voce” nei luoghi soliti lo renderanno pubblico. È una lontana pagina della moderna Ventimiglia, un ripetersi di problemi sempre attuali, ma un ricordo che in quel lontano 1683 un pubblico ufficiale tentò, forse senza riuscirvi, di farne un paese vivibile. È il ritorno della storia.
(Criminalia Vol. 7 Curia vesc.)
LA VOCE INTEMELIA anno LXIII n.6 - giugno 2008
1683 di Nino Allaria Olivieri
Prospero Spinola, capitano di Ventimiglia
Il 10 maggio del 1683 il Capitano della Serenissima Repubblica di Genova, in Ventimiglia nella Curia della città, dettava al notaio Francesco Ravizzo, un proclama ai sudditi di qualsiasi condizione e grado.
Determinato a espletare in tutto il suo compito e a disporre condizioni generali per un vivere ordinato, imponeva alcune regole da osservarsi da chicchessia.
Il primo impatto con le realtà cittadine mise in evidenza che i vari disordini, i pubblici alterchi, il ricorso a vendette private, erano piaga di gente incolta ed unica correzione restava intervenire con mano forte e alla prigione quale estremo rimedio fare precedere grosse multe. Si spinse oltre: promise a chi denunciasse un contravventore un terzo della pena pecuniaria. Erano rei tutti coloro che per i vicoli, le piazze, nei luoghi di riunione, portassero armi a lama lunga o coltelli da offesa. Con privilegiato consenso, ottenuto dagli ufficiali della Curia, potevano portare arma bianca: i commercianti, i messi e i nobili. Ogni contravventore “o voluto delinquente” doveva essere condannato a due scudi di oro buono da versarsi uno al denunciante e l’altro alla cassa della capitaneria.
Il gioco delle carte, la frequenza con cui nel corso dell’anno veniva praticato e le crescenti poste, cause di miseria e di indebitamenti, fu preso in debita considerazione. Proibizione assoluta di giocare nei luoghi pubblici, sulle strade, nelle taverne e nelle stesse case private. La proibizione venne estesa a ogni individuo sia “esso nobile, sacerdote, e della plebe”. I contravventori, oltre alla perdita del vinto e alla sanzione di tre scudi d’oro, potevano essere posti, se recidivi, alla berlina in una domenica mattina.
Il Capitano Spinola, sollecitato dal Senato della Serenissima, con fermezza propria del casato, affrontò il tema malattie, pestilenze, epidemie e sanità. Problema proprio alla città, nel passato, per la sua situazione paludosa.
In Ventimiglia la nettezza delle strade, delle piazze era quanto mai dimenticata; maiali, pecore, capre, cani, circolavano e pascevano liberamente nelle vie alla ricerca di cibo. Dettava a riparo di tanto abuso:
L’altra dalla terra delle Ville e superato il Castello d’Appio
convergere sia a Porta San Francesco che a Porta San Michele ...
«passando similmente sotto il Castello San Paolo parte
coperti, e parte scoperti lontani da esso un’archibuggiata».
Le truppe savoine avrebbero potuto iniziare l’azione di
accerchiamento da molto lontano.
Per la strada del traffico del sale «commoda per carri»
si arriva a Sospello. In Sospello «si potria far massa di
gente di tutte le Ville e Castelli» e puntare su Ventimiglia
«per il passo dell’Olivetta, passo facile a guardarsi e
continuando con strade cattive si arriva all’Ostraforco; si
viene alla volta della Città».
Una terza possibilità si presagiva da Sospello con percorso più
lungo e faticoso. In Val Roia il dominio sabaudo amministrava
Breglio, aggirando il Castello della Penna transitando per
Breglio, Saorgio e Briga e Tenda «e altri luoghi di detto
dominio di Savoia per le montagne e boschi chiamati il Lione,
Pascale et altri Boschi con strade non molto buone e
difficilissime per l’ordinanza, ma facili alla sfilata»,
incidere su Pigna, sfondare il ponte di Bonda e transitando per
Isolabona occupare Dolceacqua per puntare con l’ala destra,
attraverso il fiume Roia alla Porta San Michele.
Alle truppe savoine si presentava l’ultima strada. La strada
Apricale - Perinaldo con tutta facilità avrebbe avvicinato alla
piana di Camporosso e alla città di Ventimiglia «non
essendovi riparo di natura alcuno».
Le cinque previsioni, in parte si avverarono l’anno successivo.
Il 19 maggio del 1625 l’esercito sabaudo è alle porte di
Ventimiglia pronta a difendersi.
Scoppiano tumulti fra gli stessi abitanti; in Ventimiglia si
bruciano i registri delle tasse, si dimostra ostilità alle
stesse autorità genovesi. Il vescovo calma gli animi e i
tumulti.
Il 20 maggio Amedeo Vittorio entra in città proveniente da
Albenga. L’armata, partita da Nizza per via montuosa, sbuca su
Pigna, attacca Baiardo, assedia Triora per congiungersi, dopo
distruzioni, al forte dell’armata in Ventimiglia.
Le strade da Nizza a Ventimiglia,
nel 1624
di Nino Allaria Olivieri
Fu il 1624 un anno di trepidazione e di non celate paure per la
città di Ventimiglia. Genova aveva ammassato forti guarnigioni di
milizie a Camporosso, in previsione di un attacco da parte del Duca
Carlo Filiberto I e poiché, a seguito del convegno a Susa, Genova si
vide assediata da preponderanti forze sabaude, ritirò - a difesa
della città - tutte le guarnigioni dislocate nelle fortezze della
Riviera. Ventimiglia conservò il suo presidio, cui venne affidato il
compito della difesa nella eventualità di un attacco da ponente, da
Nizza.
Fu ordinata, da parte del Magistero della guerra, una dettagliata
enumerazione di ogni possibile strada di accesso alle mura della
città di Ventimiglia.
La relazione risultò minuziosa (vedi Foglietta Militarium, Fz. 1140, anno 1624)
e drammatica; si acclarò quale fosse il lato vulnerabile delle sue
difese e per quali strade o facili accerchiamenti fosse possibile
attentare alle mura della cerchia.
Il relatore enumera cinque percorsi di accerchiamento; specifica che
come punto di sfondamento sarebbe stato di certo scelto Porta San
Francesco e Porta San Michele, anche perché il bastione di Santa
Croce ed altri posti ‘della cerchia avrebbero opposto valida
resistenza. Il passo della Fontana di Peglia venne indicato quale
certo punto di transito e di accerchiamento, al compiersi delle
cinque possibilità di attacco.
Si legge: «Partitesi di Mentone per strade honeste, assai presto
si arriva nel paese e dominio della Rep.ca di Genova dove, lontano
un miglio in circa, vi è Balzi Rossi: passo forte e facile a
trincerarsi e guardarsi con venti in trenta moschettieri continui
...».
A rifuggio alli moschettieri si indica una «torre delli Raspandi,
sudditi di Monaco». A mezzo miglio poi della città può fare
fronte al nemico «una torre sopra il passo con porta a rastrello,
sopra la strada detta Porta Canarda, passo tortissimo e facile a
difendersi di dove si va in città alla Porta San Francesco, resta il
camino in essa sotto il Forte San Paolo ...».
Al nemico si offrono due possibilità: se Canarda resiste all’urto, «si
può passare alla Sealza e per Sant’Antonio ... venirsene per due
strade alla città», una verso Bevera e per strada malagevole
pervenire alla fontana di Peglia.






|
OCCUPAZIONE
GENOVESE
Il XV secolo,
ha assistito alla insensata "caccia alle streghe", prodotta da
un'autorità ecclesiale non del tutto adeguata, sommersa nel
nepotismo e nella simonia imperante.
Agli inizi del Quattrocento la città ha seguito Genova
nell’attaccamento a Carlo VI di Francia, ma quando Genova lo
abbandonava, Ventimiglia restava fedele alla Francia. Il 9
giugno 1410, quindici galee di Ottobono Giustiniani, del Doria e
di Ladislao di Napoli saccheggiavano la Città. |