

Rilevare un “castellaro” tra le colline liguri, non è sempre facile,
dato che i fianchi della collina che lo accoglie sono del tutto
simili a quelli delle altre, modellate in fasce a secco; però, se si
ricerca con l’immaginazione, la straordinaria efficacia che può
rappresentare il culmine opportunamente fortificato, nel contesto di
un sistema di difesa; il quale ha saputo respingere le ondate intrusive
di greci e romani. Dobbiamo dedicare rispetto a queste efficaci
fortificazioni d’altura, costituite con cerchi concentrici di
muraglioni a secco e palificazioni, poste a protezione di villaggi,
valichi o passaggi obbligati.
A partire dall’Età dei Metalli, con la scelta della stanzialità,
praticata da uomini che avevano portato qui l’agricoltura e
l’allevamento; il territorio dell’estremo Ponente Ligure, è
caratterizzato dalla presenza dei “castellari” a protezione
dell’intero territorio. Infatti, dopo i castellari, proseguendo con
le tracce della romanizzazione, per giungere poi ai resti del
probabile limes bizantino e dell’occupazione longobarda, è possibile
seguire lo snodarsi della storia in una zona che, sebbene locale,
può fornire utili spunti per la comprensione degli avvenimenti
generali di un periodo assai avaro di notizie.
La Bassa Val Roia e la Val Nervia seguono una posizione geografica
in direzione N-S, sino alla foce, rivolte ortograficamente verso la
costa marina, formando due trincee consecutive, abbastanza
difendibili da ognuno dei due versanti esterni. Per questo hanno
saputo ritardare notevolmente la conquista romana da Levante, quando
già avevano saputo contenere l’avanzata da Ponente dei greci
massalioti.
Lo spartiacque tra le due valli, a partire dalla massiccia altura
del Monte Abeglio, scende degradando fino alla collina di
Collasgarba, con una serie di alture altamente difendibili che ne
facevano un baluardo quasi invalicabile.
Lo spartiacque sito più a Levante, dall’altura di Monte Ceppo, cala
fino alla Cima Croairöra, castellaro naturale in vista del mare, a
protezione degli altri sulla linea verso Nord. Anche lo spartiacque
di Ponente, abbinato al basso corso del Torrente Bevera ed al
Massiccio Granmondo-Longoira, da Monte Tron degrada fino al Pian del
Pozzo, alla Magliocca e a Colle d’Appio, bei castellari naturali.
Anche l’ampia piana costiera, formata da recenti alluvioni,
nell’antichità si presentava molto più ridotta, oltre ad essere
assai paludosa ed impraticabile, sormontata da alture con decise
pendenze e numerosi tratti di rocche a strapiombo, normalmente
invalicabili, sen non attraverso passi obbligati.
I crinali di tutte tre le displuviali si presentano ancor oggi ben
coltivabili, mentre le “draire” di cresta, ossia i tratturi
mare-monti, rappresentavano vie di comunicazioni sicure e ben
protette, per una situazione geografica particolarmente varia e
accidentata, che concedeva facilmente il rapporto monte-mare agli
stanziali, precludendolo agli altri.
Scarse e frammentarie sono le informazioni reperibili da questo
territorio, in epoca preistorica. Le rarissime ricerche
archeologiche effettuate anche da dilettanti evoluti, hanno portato
all’individuazione di reperti relativi ad un periodo compreso tra il
Paleolitico e la l’Età del Bronzo, con prevalenza di pezzi relativi
al Mesolitico. Il frutto di tali ritrovamenti è stato documentato,
ma i reperti non sono ancora stati esposti in un sito opportuno.
La presenza di ritrovamenti archeologici, sui tratturi di sommità,
in prossimità dei passi o dei culmini collinari rocciosi, unita alla
disponibilità di sorgenti, atte a favorire la sosta di animali,
indicano una frequentazione legata alla transumanza, sostenuta e
protetta dai numerosi “castellari”, a difesa di villaggi, pascoli e
campi coltivati.
Di semplice struttura, erano formati da anelli di cinte murarie
solitamente eretti su cime già difese naturalmente almeno su un
versante ed in taluni casi a quote superiori ai mille metri. A volte
racchiudevano al loro interno campi e capanne. Da non sottovalutare
anche l’aspetto militare di questi insediamenti.
Le popolazioni autoctone dovettero far fronte a progressivi contatti
con altre popolazioni che assunsero, in prima battuta, la forma di
veri e propri scontri. In seguito possiamo pensare ad un progressivo
processo di assimilazione e fusione tra gli originali abitanti della
regione e gli invasori con, in particolare, i Celti; giacché sono
sempre più frequente i ritrovamenti di luoghi con onomastica celtica
o protoceltica.(*)
I castellari fungevano, poi, da centri religiosi: le vette dei
massicci montani utilizzate per i “castelli “ racchiudevano anche
l’area sacrale raggruppando, quindi, in un unico ambito l’estrema
ridotta difensiva ed il centro di culto. I confini di queste
comunità non erano necessariamente determinati dall’andamento
orografico dei crinali; spesso erano i boschi a svolgere una
funzione confinaria. Le selve erano le aree dove, in tempo di pace,
si svolgevano attività di pacifico vicinato ed erano aperte ai
circonvicini, anche per ragioni di culto. In caso di ostilità
divenivano una terra di nessuno, a protezione di ogni contendente e i
culti praticati avrebbero dovuto allontanare la magia negativa.
Sulle falde di Collasgarba ed in zona Cavalcavia, sono emersi
ritrovamenti preromani che avrebbero dovuto appartenere alla sede di
un emporio, per lo scambio di merci coi navigatori massalioti, da
parte degli abitanti dei castellari di crinale, a cominciare da
quello di Ciaixe, che avrebbe funzionato da quadrivio di media
valle. Teniamo l’espansione commerciale dei Massalioti non si è mai
avventurata oltre Capo Ampeglio, diffidente della capacità piratesca
degli Intemeli d’altura.
(*) Plutarco ricorda la comune origine delle popolazioni liguri al
servizio dei romani, con altre popolazioni celto-galliche,
testimoniata dallo stesso grido di battaglia, “Ambrones”. Lo stesso
commercio di prodotti tipici delle regioni del Nord Europa, quale
l’ambra, di cui erano quasi monopoliste le popolazioni liguri,
confermerebbe questo stretto legame.







Sulla costa, dove è segnato il confine tra Italia e Francia, è
visitabile il sito dei Balzi Rossi, con le grotte ed il Museo
Paleolitico, dove sono comparsi scheletri Cro-Magnon, a documento dell’età sostenuta
con la caccia e la raccolta in natura. Sulle falde della collina di
Collasgarba, presso la foce del Torrente Nervia sono visibili le
fondamenta di capanne dell’età vissuta con l’agricoltura e
l’allevamento, appoggiate ad una serie di “Castellari” tutti
otticamente collegati e perlustrabili, a cominciare da quello di
Ciaixe, sulle colline alle spalle della città moderna.
Sul pianoro sottostante la collina di Collasgarba sono visitabili il
Teatro, le Terme, e molte Insulæ
di Albintimilium, a testimonianza
dell’età imperiale romana. Sullo “Scögliu”, balcone soprastante la
foce del Fiume Roia, è ben visibile la Città Medievale più estesa
del Ponente Ligure e della Costa Azzurra, ad affermare l’età di
gloria del Libero Comune, ma anche le tribolazioni della dominazione
genovese.
A partire dal complesso conventuale agostiniano, sulla piana a
sinistra della Roia, compaiono in bella mostra le abitazioni
ottocentesche della “Bastida”, nel quartiere Vallone, documento
dell’età che ha visto il sopraggiungere del collegamento ferroviario
col resto d’Europa, con lo sviluppo della Città Moderna, che è
l’ultima delle sei età, riscontrabile con le abitazioni ed i palazzi
di servizi dell’attuale Centro Cittadino.
Non è ancora ben definibile l’ulteriore età che sta documentando il
fiorire di sobborghi abitativi periferici e gruppi di case uni e
bi-famigliari sulle alture attorno all’abitato storico.
Quasi sempre, le città che possono vantare una annosa storia, basano la
documentazione relativa con lo sfoggio di documenti cartacei o
addirittura sulle memorie orali; in quanto, se le loro vestigia si sono
assommate, in più strati, sul medesimo sito, i ricercatori trovano molte difficoltà
nel metterle alla luce.
Ventimiglia può documentare, con estesi reperti archeologici e col
costruito, le
vestigia delle sue sei principali età, a partire dalle abitazioni dei
suoi trogloditi. Questa sua caratteristica è fruibile fin dal 1880; vale
a dire da quando, gli scavi per riesumare le rovine della Città Romana e
i reperti abitativi nelle grotte preistoriche, in differenti siti
limitrofi, riportarono alla luce tre, delle sue età o ere del passato,
da aggiungere alle tre che già erano alla luce del sole.
Le caverne dei Balzi Rossi formano uno dei più importanti complessi di
giacimenti preistorici che esistano in Europa. I ritrovamenti che hanno
dispensato le hanno rese celebri non solo nel mondo degli studiosi ma anche
tra un vasto pubblico internazionale.
Queste grotte, non lontane dall’abitato di Mentone, ma nel territorio
italiano di Grimaldi, frazione del Comune di Ventimiglia, si presentano come
cavità più o meno ampie e dalla volta spaziosa o come grandi fenditure
verticali che, a breve distanza dalla spiaggia e sopraelevate di qualche
metro sul livello del mare, si aprono nella parete rocciosa, strapiombante,
dal colore rossigno, colore a cui si deve il nome della località: i «Balzi
Rossi».
I primi sicuri indizi della frequentazione umana compaiono in un periodo
molto antico del Pleistocene. quando dominava un clima più caldo
dell’attuale, che permetteva l’esistenza di fauna tropicale quali
l’ippopotamo, il rinoceronte, i grandi felini e l’elefante.
In seguito si ebbero forti rincrudimenti climatici, con i ghiacci delle Alpi
che si estendevano fino alle pianure. Con queste glaciazioni, gran parte
dell’Europa era ricoperta da una spessa coltre di ghiaccio, dove
sopravvissero soltanto animali di clima freddo, quali il mammuth, la renna,
ma anche il grande pinguino artico e la volpe azzurra. Quando il ghiaccio si
ritirava, nei periodi detti interglaciali, tornavano gli animali di clima
caldo e costringendo le specie fredde a ritirarsi verso regioni più
settentrionali.
I fenomeni glaciali portarono anche variazioni del livello dei mari, il
quale durante le glaciazioni si abbassò notevolmente, mentre nei periodi
interglaciali superò il livello attuale. Si è così calcolato che durante
l’ultima glaciazione il livello dei mari doveva essere più basso di circa
novanta metri di quello attuale e che i fondi marini che si trovano oggi a
profondità inferiori, davanti alla grotte, costituivano altrettante
rigogliose terre emerse; mentre durante gli interglaciali si formavano
spiagge marine ad un livello di alcuni metri superiore a quello attuale.
Durante tutto il Pleistocene, varie razze umane si susseguirono anche ai
Balzi Rossi. Queste popolazioni non conoscevano ne l’agricoltura ne
l’allevamento degli animali. Avevano scelto a propria dimora le caverne,
mentre si dedicavano alla caccia ed alla raccolta casuale, adattando
utensili di pietra, che detto nome di Paleolitico a quel periodo.
Nelle fasi più recenti del Paleolitico l’uomo fabbricava manufatti d’osso e
d’avorio e certamente lavorò, fin dai tempi più antichi, anche il legno;
tutti manufatti che non hanno potuto giungere fino a noi.
Alla fine del Pleistocene le condizioni climatiche tesero a divenire assai
simili alle attuali, finché si stabilizzarono definitivamente. L’uomo, pur
trasformando le proprie industrie, continuava l’attività di cacciatore, che
costituiva sempre la base fondamentale della sua economia. Questo periodo è
detto Mesolitico: poi l’attività umana subisce radicali trasformazioni.
Nuove genti giunsero in Europa portandovi nuove culture. Iniziarono così i
primi lavori agricoli, comparvero i primi animali domestici: la ceramica
apparve accanto alla lavorazione della pietra e dell’osso. Si costruirono
villaggi di capanne sulle alture. Nel periodo Olocene, aveva inizio il
Neolitico o età della pietra levigata, al quale succedevano le varie Età dei
Metalli, che portarono l’umanità alle soglie dell’età storica.
I giacimenti dei Balzi Rossi appartengono quindi al Paleolitico, che è stato
suddiviso in Paleolitico inferiore e Paleolitico superiore. L’industria
umana del Paleolitico inferiore è piuttosto grossolana e di poca varietà.
Nel Paleolitico superiore apparve un tipo di uomo, i cui resti sono stati
trovati in abbondanza nelle grotte dei Balzi Rossi, si tratta del Cro-Magnon,
di alta statura e di conformazione atletica, che aveva il cranio voluminoso,
dolicocefalo, la faccia bassa e larga, le orbite di forma sub-rettangolare,
gli zigomi pronunciati, il naso stretto, il mento massiccio e prominente.
Anche un altro tipo umano, vi comparve, detto appunto razza di Grimaldi, i
cui resti, fino ad oggi, non sono stati trovati in nessun altro giacimento.
Questi uomini furono in possesso di un’industria litica ed ossea assai varia
e molto perfezionata; ma si rivelarono anche mirabili artisti che dipinsero
le caverne con bellissime pitture policrome di animali, o che scolpivano
statuette antropomorfe, quasi sempre femminili.
I relitti lasciati dai questi uomini sono giunti sino a noi conservati,
sia in giacimenti all’aperto, sia in depositi formatisi nell’interno delle
caverne, nelle quali consumavano i pasti, accendevano il fuoco, fabbricavano
i loro strumenti o inumavano i loro morti.
Oggi, le grotte dei Balzi Rossi,
dette "barme", sono visitabili, intanto che un dotato Museo espone i
reperti.




All’inizio del Novecento, Ventimiglia si presentava come scalo
ferroviario internazionale e centro di frontiera, frequentata soltanto
da commercianti, contrabbandieri e finanzieri; dove il turismo era
soltanto di rapido transito, per costrizione doganale. Una «città di
servizi» che stava costantemente emarginando il nucleo medievale,
tollerando a fatica i ruderi romani e ammirando con indifferenza le
splendide realizzazioni culturali e turistiche realizzate da alcuni
stranieri.
Il crollo definitivo dell’olivicoltura, preceduto dalle gelate degli
agrumeti, veniva rimpiazzato dalle coltivazioni floreali, intanto che
sorgevano alcune concerie, poche fabbricucce familiari ed un rinomato
pastificio.
A Ventimiglia, le vicende della Prima Guerra Mondiale costarono il
tragico conto di quasi novanta perdite umane locali; mentre l’avvento
del fascismo fu vissuto quasi di rimando. Il regime costruì, in perfetto
stile “moderno” la nuova Stazione ferroviaria, il Palazzo del Littorio,
oggi Municipio, e la Casa del Balilla, oggi palestra scolastica, mentre
i commercianti locali erigevano il nuovo Politeama, oggi Teatro
Comunale.
Sorta la Provincia di Imperia, nel 1926, e chiusi tutti i Casinò che
agivano sul territorio, a vantaggio di San Remo, Ventimiglia si trovò a
contare soltanto con lasolita economia agricolo-commerciale e il solito
turismo di transito, che pure stava declinando; mentre la vita culturale
venne illuminata soltanto dalla figura di Alessandro Varaldo
(1876-1953), scrittore che venne definito l’inventore del «giallo
all’italiana».
Con la fine degli Anni Trenta, si assistette al rifiorire della ricerca
archeologica ad opera dello straordinario Nino Lamboglia, prima come
erede della Regia Deputazione di Storia Patria per la Liguria Ingauna e
Intemelia, che diverrà con lui l’Istituto Internazionale di Studi
Liguri, il principale centro di cultura della Liguria di Ponente e non
solo.
L’entrata in guerra dell’Italia provocò la fuga degli stranieri, col
relativo sequestro delle proprietà franco-inglesi, compresa Villa
Hanbury, in una zona immediatamente interessata dalle operazioni
militari.
Dal 10 giugno 1940, le truppe italiane si prepararono sul confine, poi,
a seguito dei trionfi militari tedeschi, nel Nord delle Francia, venne
dato l’ordine di offensiva. Fra il 21 ed il 24 giugno, quando ormai la
Francia stava per deporre le armi, gli italiani riuscivano ad entrare in
Mentone, rimettendoci però un treno armato della Regia Marina, che ai
Balzi Rossi, venne sopraffatto dal tiro dei forti francesi.
Mentone, occupata, fu praticamente annessa all’Italia e vi furono
persino realizzati alcuni interventi di pubblica utilità, tra cui il
riordinamento del museo. L’occupazione italo-tedesca della Provenza, nel
novembre del 1942, provocò lo sgombero precipitoso sgombero di parte
della popolazione e delle opere d’arte, eseguito in gran fretta nel
giugno, con i reperti già disposti in casse dal Lamboglia, nel 1940.
Gli eventi precipitarono nel 1943, a seguito dall’insediarsi delle
truppe germaniche in tutta la zona. In dicembre, iniziarono i
bombardamenti aerei, che proseguirono pesanti nei mesi di gennaio,
maggio e giugno; intanto che l’attività partigiana, assai intensa nelle
vallate del Nervia e del Roia, venne contrastata duramente dalle truppe
tedesche e fasciste.
Nel timore di uno sbarco alleato, i tedeschi fortificarono
massicciamente tutta la costa, anche in punti estremamente delicati sul
piano storico-culturale come i Balzi Rossi. Il 15 agosto 1944, con lo
sbarco franco-americano in Provenza, Ventimiglia venne direttamente
investita dai combattimenti: si formò uno schieramento contrapposto
proprio sul crinale Longoira-Gammondo, che restò attivo fino all’aprile
del 1945, col sostegno di continui bombardamenti aeronavali.
Gli ultimi mesi di guerra furono i più tragici, la città
semi-abbandonata, devastati i Balzi Rossi, cannoneggiato il laboratorio
di Voronoff, ridotta a «terra di nessuno» villa Hanbury, bombardati la
Cattedrale, gli oratori e Sant’Agostino.
Il 25 aprile, la città fu liberata quasi contemporaneamente dalle forze
partigiane e dai senegalesi-francesi che avanzarono fino a Bordighera;
con l’evidente intenzione gollista di trasformare l’occupazione in
annessione. In luglio, i francesi vennero sostituiti dagli americani e,
di fatto, riprese l’amministrazione civile italiana.
Il trattato di pace, segnò la perdita di territori legati al
Ventimigliese: Briga, Tenda e le «meraviglie» del Bego; però, già alla
fine degli Anni Cinquanta, con l’attenuarsi del “senso di frontiera”, la
dolorosa perdita, finì per divenire motivo di incontro e di
collaborazione culturale e turistica.
La ricostruzione, assai lenta, non mancò di riferirsi anche ai
monumenti, ai musei ed alle aree archeologiche. Per merito dell’attivo
Lamboglia, molta parte del patrimonio artistico intemelio era
sopravvissuta alla guerra, e nel 1946 a Bordighera, una mostra di opere
restaurate, dava il segno di un ritorno alla normalità.
I complessi dei Balzi Rossi e la stessa Villa Hanbury, pur seriamente
compromessi, vennero ampiamente ristrutturati, mentre nella città
ricostruita tornavano anche gli Hanbury e Voronoff, protagonisti d’un
fiorente passato.
Ma le cose erano destinate a cambiare. L’afflusso massicciò di immigrati
dal Sud portò con sé manodopera a buon mercato, trasformando però la
città antica in un dormitorio per i frontalieri, mentre la città
moderna, imprigionata da un crescente interesse commerciale da parte
della vicina Francia, si avviò verso una trasformazione urbana ed
economica che stravolse l’armonico sviluppo generale. Anche la
popolazione del Comune continuò ad aumentare, raggiungendo i 23.000
abitanti nel 1961 e i 26.000 nel 1971, con una frenata di stabilità nel
1989, con 25.978 abitanti.
Oggi la città è di fatto un centro commerciale sovradimensionato, legato
strettamente all’economia della Costa Azzurra, una città bilingue,
economicamente francese che soltanto nell’amministrazione è italiana,
non certamente ligure, o non soltanto ligure.
Le difficili comunicazioni verso l’Italia, con una decrepita ferrovia a
binario unico sono state di poco migliorate dalla difficile autostrada,
che ancor più accentua l’attrazione di verso i centri francesi, più
ricchi e meglio organizzati, mentre la caduta delle barriere doganali,
il 1° gennaio 1993, ha dato inizio all’inarrestabile attrazione
dell’estremo Ponente ligure verso la vicina Costa Azzurra, con la
formazione della Regione franco-italiana delle Alpi Marittime.
Le Amministrazioni che hanno miseramente condotto la sopravvivenza
cittadina, nell’ambito di una forte instabilità, hanno lasciato
Ventimiglia al disotto dell’altezza cui il suo straordinario patrimonio
culturale e naturale può farla volare.
Ricordiamo tutti, con rimpianto lo straordinario Nino Lamboglia,
precocemente scomparso, che seppe ritrovare nello stesso periodo due
grandi successi: in campo scientifico, le ricerche stratigrafiche nella
«Città Nervina», mentre nel 1960, riusciva a condurre lo Stato italiano,
sempre indifferente, all’acquisto di Villa Hanbury.
Oggi, da tutte le eccezionali emergenze culturali nelle quali galleggia,
può nascere una nuova Ventimiglia, che merita di divenire, oltre che
«città del mercato del venerdì», un privilegiato e civile punto di
incontro fra culture.




Nel 1814, per breve tempo, Ventimiglia venne amministrata dalla
ricostituita Repubblica di Genova, quando già era destinata a finire
annessa al Regno di Sardegna. Anche se, al Congresso di Vienna, il
governo provvisorio genovese, al fine di conservare l’indipendenza
centrale, fece informare i Savoia avrebbe volentieri ceduto Ventimiglia
e San Remo al Piemonte, pur di mantenere Oneglia. Anche abbandonando le
«colonie» ponentine, Genova non riuscì a salvarsi, nelle decisioni delle
Potenze europee.
Divenuta piemontese, per molti decenni, Ventimiglia venne considerata,
soprattutto, una fortezza a guardia dei capricci francesi, quindi venne
poderosamente munita, con l’intervento del luogotenente del Genio,
Camillo Benso, Conte di Cavour. Venne ristrutturato Forte San Paolo,
mentre, fuori Porta Nizza, si abbatteva il cinquecentesco Convento
dell’Annunziata, per costruirvi l’omonima Ridotta, a protezione della
strada per la Francia. Intanto si cominciò il completamento della
rotabile costiera, avviata da Napoleone nel 1808, si costruì Ponte San
Luigi, tendendo a fornire il territorio di un valido sistema di
comunicazioni.
L’economia era spenta: nel 1827, si rilevava che l’unica manifattura era
una modesta segheria ad acqua e le produzioni agricole si limitavano ad
un po’ d’olio, poco vino, cereali e molti fichi secchi. Del resto, la
scarsa vocazione industriale della città, in rapporto alla posizione ed
alla ricchezza d’acqua, già rimproverata nell’Ottocento, sussiste ancora
attualmente.
Nel 1831, la Diocesi che aveva perduto Nizza e Monaco, venne ampliata
verso Levante, includendovi la zona di Sanremo e la valle Argentina,
fino ad allora dipendenti da Albenga. Però, dato che Napoleone aveva
voluto strapparla all’Arcidiocesi di Milano, per darla ad Aix in
Provenza; tornando italiana ebbe la sventura di finire all’Arcidiocesi
genovese.
Il grave terremoto del 1831, fu meno catastrofico che nei dintorni, come
i tumultuosi fatti del 1848-49, gravemente patiti nel vicino Principato
di Monaco, giunsero assai attenuati.
Nel 1853, Ventimiglia mandò al Parlamento di Torino, Giuseppe Biancheri,
il quale, venne riconfermato fino al 1908, ricoprendo persino la carica
di Presidente della Camera, a Firenze ed a Roma.
Nel 1853, la città era definita «punto strategico di altissima
importanza». aveva 5900 abitanti, con una sempre povera economia ed
un’agricoltura frenata dalla dispersività, dall’usura e dall’ignoranza.
«Arti e manifatture stazionarie e neglette», con abitanti: «di
complessione vigorosa e di pacifica indole; amano ricevere una qualche
istruzione; stanno lontano dalle risse»; e molti si facevano preti.
Tuttavia, da quel periodo, iniziavano gli scavi della Città Romana,
veniva recuperata la Cattedrale e le abitazioni civili venivano
migliorate. Si ampliavano le piazze esterne alla città, e si tracciavano
nuove strade urbane, fuori le mura.
Nel 1860, l’antica Contea di Nizza, con l’alta Val Roia, erano
consegnate alla Francia, sicché Ventimiglia venne privata dal suo
retroterra naturale, ma in compenso si trovò ad essere “città di
frontiera”, preludio di un suo prossimo divenire sede di Stazione
Ferroviaria Internazionale
Nel 1867, Thomas Hanbury, un londinese che aveva fatto fortuna a
Shanghai, acquistava dalla famiglia Orengo la villa di Capo Mortola, già
proprietà Lanteri, e consigliato del fratello Daniel, studioso e
naturalista trasformava la proprietà in un parco d’acclimatazione,
centro di ricerca botanica famoso in tutta Europa.
Quel periodo venne beneficiato da un turismo aristocratico ed
alto-borghese, che portò il in zona numerosi studiosi, ricercatori ed
artisti di livello internazionale. Oltre a Thomas Hanbury, assai attivo
anche nell’opera di urbanizzazione di Ventimiglia, si può citare
Clarence Bicknell, acuto indagatore della protostoria ligure e fondatore
della biblioteca-museo di Bordighera; oltre ai numerosi archeologi ed
antropologi, sia italiani che francesi, ricercatori ai Balzi Rossi,
scopritori dell’Omo di Grimaldi. Claude Monet, che seppe trarre
rilevanti ispirazioni pittoriche dai nostri giardini; ma anche Serge
Voronoff, lo scienziato russo che condusse le sue ricerche per un
«miracoloso» ringiovanimento umano, a Grimaldi.(*)
L’arrivo dei binari della ferrovia litoranea, provocò un positivo
cambiamento dell’evoluzione urbana: con l’espansione di un Sestiere
moderno, in prossimità della stazione ferroviaria, sulla riva sinistra
della Roia. Essendo sede di Dogana ed ispezioni, si crearono necessità
di soggiorno forzato per i viaggiatori, col conseguente proliferare di
Alberghi ed eleganti luoghi di svago. Sorsero alcuni casamenti di ottimo
stile e pregevole fattura, quali “u Palassiu de l’Ingrese”, casa Hanbury
sulla Via Aurelia, assai presso la Stazione, con di fronte il Palazzo
Notari, noto imprenditore edile.
Anche la ferrovia di Val Roi era divenuta motivo di interesse, perché
oltre a costituire un collegamento diretto con la pianura piemontese, è
sempre stata ammirata per l’arditezza di realizzazione, quindi visitata
dagli appassionati del settore.
Nel 1892, giunta a contare 8.900 abitanti, non poteva più contare sulla
olivicoltura, in crisi per troppa concorrenza, non stampava alcun
giornale, c’era solo un porto di seconda categoria/quarta classe, e le
industrie erano tutte familiari, salvo una conceria, una cava e una
segheria a vapore.
(*) Nel 1851, Alphonse Karr avviava il commercio dei fiori
della Riviera a Parigi, nel 1862, era votata la legge per la strada di
Val Roia, che sarà completata dopo 24 anni, collegando Ventimiglia con
Cuneo attraverso il traforo del col di Tenda, nel 1869, Ludwig Winter
fondava uno stabilimento orticolo a Bordighera, nel 1877, Edoardo
Arborio Mella terminava i restauri della Cattedrale e Girolamo Rossi
scopriva il Teatro Romano, nel 1879, era votata la Legge per la ferrovia
in Val Roia, completata solo nel 1928, nel 1883, a Ventimiglia era
soppresso il vincolo di «piazzaforte».






Rimasta saldamente protetta dai Bizantini anche dopo
l’invasione longobarda della Padania, Ventimiglia fu, per circa un
secolo, un caposaldo della regione Alpi Cozie; ma nel 641, probabilmente
si dissolse anche la protezione bizantina. Certamente, col regno di
Liutprando, la Città era saldamente longobarda, dato sicuro,
considerando le fondamenta della cattedrale eretta sullo Scögliu, a
destra della Roia; dove celebrava anche il vescovo Giovanni, che
sappiamo essere stato al Concilio svoltosi a Roma, nell’anno 680, per la
condanna dei monoteliti.
Non esistono altre notizie certe, fino all’avvento dell’Impero
carolingio e la sua organizzazione del secolo IX; quando si conosce dei
danni subiti da parte dei Saraceni insediati al Frassineto, Allo stesso
periodo risalgono le più antiche notizie circa i conti di Ventimiglia:
secondo un documento di papa Giovanni VIII (879), Adalberto marchese di
Toscana risulta feudatario di alcune contee in Provenza, fra cui
potrebbe trovarsi quella ventimigliese. Da Adalberto discendeva
Bonifacio e da questi Guido, cui si attribuisce un documento apocrifo,
datato al 954, che costituisce peraltro traccia sicura dell’antica
origine della contea.
Inserita nella Marca di Susa, cui rimase legata, anche se in maniera
assai labile, almeno fin verso il 1030, la contea di Ventimiglia, retta
da feudatari che si dichiaravano di legge latina, ebbe un ruolo
rilevante nella scacciata dei Saraceni dal Frassineto.
All’inizio dell’XI secolo, la contea è saldamente insediata fra l’Armea
e la zona di Monaco, e controlla le valli dell’entroterra, mentre più ad
oriente, Sanremo tende a divenire un punto di penetrazione
dell’influenza genovese, in una prima fase per le consistenti tenute
della Curia vescovile, mentre, ancora oltre ad est di Taggia, si
estendono le terre dei Benedettini, con una sorta di principato
monastico, la cosiddetta Villaregia, legata alla chiesa di Santo Stefano
di Genova.
Il progressivo consolidarsi della città, in un rapporto conflittuale con
il potere comitale, che comunque permaneva ben presente con il suo
palazzo fortificato nei pressi della Cattedrale, si mostrava con
l’ingrandirsi della Cattedrale, l’erigersi delle mura e nel sorgere di
una piccola marineria, che trovava nel Lago del Roia un ottimo Porto
Canale. La città venne organizzandosi in forme comunali, col ruolo
attivo dei conti, capaci di esprimere una originale politica
territoriale e dinastica.
Il progressivo espandersi della potenza genovese lungo la Riviera si
scontrò con la resistenza tenacissima di Ventimiglia, durata implacabile
per oltre un secolo, con fasi di adattamento, di alleanza o una fiacca
resistenza. Ne sono testimonianza i giudizi dati ai Ventimigliesi dagli
annalisti genovesi: «dediti unicamente alla rapina e alle malefatte»,
«senza coscienza» e «incapaci di rimorso», «poca fede, instabilità e
cattiva natura».
Nel 1130, l’intromissione genovese provocava un primo scontro, ottenendo
il giuramento di fedeltà a Genova del conte Oberto e dei borghi di
Baiardo e Podium Pini. Ancora nel 1140, Genova, costringeva il conte
Oberto a trasferire la famiglia comitale a Genova, ad aderire a quella
Compagna Communis. Anche Dolceacqua era occupata dai Genovesi e
le reliquie di Sant’Ampelio, fino a quel tempo custodite in territorio
di Ventimiglia, venivano portate a Sanremo.
Intanto la marineria ventimigliese era alleata coi Genovesi contro i
Mori, alla presa di Almeria e Tortosa. Nel 1157 il conte Guido Guerra
cede a Genova vari castelli, ma l’anno successivo, forse su istigazione
di messi del Barbarossa, la città insorgeva e sbaragliava la guarnigione
genovese. Tuttavia Genova, confondendosi tra gli alleati del Barbarossa,
nel 1162, riusciva ad ottenere dall’Imperatore il sospirato predominio
sulle Riviere.
Nel 1185, la Città strappava al conte Enrico il rinnovo di una serie di
concessioni, spostando di fatto il potere comitale verso l’entroterra.
Intanto i Genovesi, con l’insediamento a Monaco e con una serie di
accordi con vari centri della costa provenzale tendevano ad affermare il
loro predominio su tutta la zona, ottenendo dai conti Ottone e Guglielmo
metà dei diritti feudali, nel 1192. Nel 1200, Ventimiglia, insorta
nuovamente ed attaccata senza grande successo dai Genovesi, vedeva
allearsi con l’odiata rivale proprio i conti Guglielmo ed Enrico.
Nel 1201, la Città si sottometteva. Nel 1215, Fulcone di Castello
erigeva la rocca di Monaco. Nel 1219, nuova violenta insurrezione di
Ventimiglia, ma questa volta Genova, forte dell’alleanza dei Malaspina,
dei Clavesana, dei Del Carretto, dell’appoggio dell’imperatore Federico
II, scatenava un’offensiva senza tregua, giovandosi anche dell’ambiguo
atteggiamento del conte Manuele e del clamoroso passaggio di campo di
una delle più importanti famiglie Ventimigliesi, i De Giudici. La città
era assediata da terra e dal mare, il Roia veniva deviato per
distruggere il porto e consentire un più facile assalto.
Dopo lunga resistenza, la Città si arrendeva, l’8 settembre 1222. I
Genovesi imponevano la costruzione di un fortilizio a dominio della
città, insedivano guarnigioni sulle mura e a Castel d’Appio, inviavano
un Podestà. L’indipendenza del Libero Comune Marinaro era finita, e con
questa il sogno di autonoma potenza marittima.
L’atteggiamento tenuto dai De Giudici, tradizionali nemici dei Curlo,
accentuava la rivalità fra le fazioni cittadine, inserendola nel più
vasto urto fra Guelfi e Ghibellini. Il potere dei conti si trasferiva
verso Briga e Tenda, e permaneva uno stato di profonda tensione in città
e nelle campagne, come testimoniano le imprese del pirata Guglielmo da
Ventimiglia, e l’esplodere di una jacquerie nelle valli delle Alpi
Marittime. Nel 1238, Ventimiglia insorgeva assieme a Savona e Albenga.
L’anno successivo, i superstiti ribelli venivano annientati a capo Sant’Ampeglio.
L’8 giugno 1251, veniva siglato un «patto d’amicizia» con Genova, che
regolerà i rapporti fra le due città fino al 1797. Genova occupava tutte
le fortificazioni, facendo proprie: la gabella del sale, i diritti di
navigazione, la nomina del podestà, del giudice e di due scribi;
lasciando ai potentati locali l’amministrazione interna.
Nel 1258, la spinta espansionistica di Carlo d’Angiò, conte di Provenza,
otteneva una serie di accordi con i Conti, sul dominio di Tenda, Briga e
Saorgio; dando inizio alla «diaspora» cosmopolita dei Ventimiglia. Il
matrimonio di Giovanni con Eudossia Lascaris, imparentata con gli
imperatori niceni, dando origine ad un nuovo ramo, intrecciava i
Ventimiglia con le complicate vicende di Costantinopoli; altri
componenti del «clan» si trasferiscono in Sicilia, al servizio di
Manfredi e poi di Corradino, fino ad acquistare in seguito straordinaria
importanza fra i feudatari dell’isola, col titolo di conti di Gerace. Il
più antico Ventimiglia siciliano, sarebbe Enrico, ricordato come conte
di Yscle Maioris. L’11 settembre 1627, quei Conti fondavanoo una città
col nome di Ventimiglia, sui monti alle spalle di Termini Imerese.
La presenza di Carlo d’Angiò si concretizzava con la creazione di una
baillie di Ventimiglia e val Lantosca, con sede a Sospello, tanto da
far pensare ad una possibile crisi del ruolo genovese nella zona, ma
Guglielmo Boccanegra adottò provvedimenti di rafforzamento delle mura e
della guarnigione, quando infine il 21 luglio 1262, il trattato di Aix
sancì la spartizione del territorio: Castiglione e Briga alla Provenza,
mentre a Genova, andavano Monaco, Roccabruna, Perinaldo, Mentone,
Dolceacqua e la stessa Ventimiglia.
La città, privata del suo retroterra in val Roia, si trasformava in
piazzaforte di frontiera, con un’economia senza vitalità. I confini
stabiliti ad Aix, consolidati nel tempo, hanno segnato una delimitazione
linguistica e culturale, conservata fino ad oggi.
A quegli anni datano gli atti del notaio Giovanni di Amandolesio, un
corpus organico di documenti che hanno consentito di ricostruire la vita
e l’economia della città nel Medioevo.
Nel 1312, l’insediarsi dei Francescani, i tentativi dei Curlo per
favorire anche la presenza degli Agostiniani, del 1349, l’opera delle
confraternite, derivate dai «flagellanti», portarono una certa
pacificazione e il miglioramento delle condizioni di civile convivenza”,
con qualche traccia di adeguamento culturale dato anche dalla vicinanza
della sede papale ad Avignone, fino alla peste del 1348.
Dal 1378, per oltre quarant’anni, la Diocesi ventimigliese fu partecipe
attiva allo Scisma avignonese, con un vescovo «ortodosso» a Ventimiglia
ed uno «scismatico» insediato a Sospello
Nel 1388, con l’acquisto della contea di Nizza da parte dei Savoia
mutavano radicalmente i rapporti di potere in tutta la zona delle Alpi
Marittime, attirando Ventimiglia che, privata da Genova di ogni
possibile espansione autonoma, era spezzettata dalle fazioni genovesi
interne, prive di qualsiasi evoluzione positiva.







Gli Intemelìi dei “castellari”, avevano aggregato le loro tribù in un
unico popolo, il quale aveva assunto a capoluogo l’emporio che andava
sviluppandosi, nei pressi della costa, alla foce del Torrente Nervia,
sulla collina di Collasgarba.
La oppidum che stava sviluppandosi attorno all’emporio era
conosciuta come «città degli ìntemelìi», che gli storici ed i cartografi
dell’epoca tradussero con Albium Intemelium.
Questa nascente entità politica, in stretta unione con gli Ingauni di
Albenga, con buone probabilità sì alleò con Cartagine durante la seconda
guerra punica; in seguito, dopo un periodo di ostilità con Roma, entrò
nel 180 avanti Cristo nell’orbita romana ed accettò a poco a poco leggi
e costumi dei conquistatori. Alla base della oppidum dei Liguri
Intemelìi, si insediò probabilmente un castrum con un presidio
romano, che fu il primo nucleo e il punto di partenza della città
romana.
In epoca imprecisata, probabilmente nell’89 a.C., i Liguri Intemelìi
conseguirono il diritto latino e costituirono un Municipium, che
fu uno dei cardini della romanizzazione dell’antica Liguria. Il suo
territorio si estese allora a tutto il bacino del Roia, naturale
entroterra di Ventimiglia, aggregando alla civitas degli
Intemelìi i Liguri Montani, nelle zone di Saorgio, di Sospello e di
Briga, sottomessi successivamente, e giungendo lungo la costa sino ai
confini di Monaco e di Sanremo.
Nell’anno 49 a.C. tale ordinamento acquistò carattere definitivo,
giacché Giulio Cesare concesse la cittadinanza romana: Albium
Intemelium, nell’organizzazione impiantata da Augusto venne
considerata l’ultima città amministrativamente italica, col nome
contratto in Albintimilium, «città assai grande», come la ha
definita Strabone; mentre poco a ponente, alla Turbia, aveva inizio la
provincia delle Alpi Marittime e, oltre il Varo, la Gallia, o meglio le
Gallie.
Dell’anno 49 a.C. si hanno, da una lettera a Cicerone, le prime notizie
dirette sulla situazione interna della città, quando il partito
pompeiano vi provocò disordini, facendo assassinare un concittadino, il
nobile Domizio, che aveva ospitato Giulio Cesare: gli Intemelìi
insorsero (risale a questo episodio il motto della Città: Civitas ad
arma ìit ) e Marco Celio Rufo, luogotenente di Cesare, fu costretto
ad accorrere con truppe dalla Provenza in soccorso del presidio
minacciato.
La città doveva essere a quest’epoca completamente romanizzata, grazie
soprattutto alla sua posizione di nodo stradale sulla strada per le
Gallie, denominata nel 13 a.C. Via Julia Augusta, di cui si
conservano molte pietre miliari tra Ventimiglia e Nizza, e che diventò
la principale arteria di comunicazione terrestre con l’Occidente.
La città aveva come supremi magistrati i duoviri, autorità pari
ai consoli di Roma, il suo senato municipale di decuriones e
tutte le altre cariche civili e religiose proprie di ogni città romana:
edili, prefetti, questori, flamini, collegi corporativi. I cittadini di
Albintimilium, iscritta alla tribù Falerna, o Falerina,
militavano sotto l’Impero nelle legioni e nelle coorti pretorie, e i
migliori percorrevano le carriere pubbliche conseguendovi alti gradi: il
più insigne di cui si abbia finora memoria è Marco Emilio Basso, che al
tempo di Adriano ebbe molti incarichi di primo piano nella carriera
procuratoria e fu tra l’altro fu un successore di Ponzio Pilato nel
governo della Giudea.(*)
Fu pure oriundo di Ventimiglia Gneo Giulio Agricola, il conquistatore
della Britannia, la cui madre, Julia Procilla, fu trucidata nei
suoi poderi suburbani durante il saccheggio che la città subì nel 69
d.C., da parte dell’armata navale dì Ottone, reduce da uno scontro con
l’esercito del rivale Vitellio sulla costa nizzarda. Tacito, genero di
Agricola, ci ha conservato il ricordo dei funerali della sventurata
donna, svoltisi ad Albintimilium negli stessi giorni in cui
giungeva la notizia della proclamazione di Vespasiano a imperatore; e ci
da in questa occasione un quadro della floridezza della città; «pieni
agri, apertae domus» è la frase incisiva usata dallo storico, che
doveva mostrare gran contrasto alla povertà e al carattere primitivo
delle valli interne, sino al Colle di Tenda, ove mancano quasi
totalmente le vestigia di un’intensa vita romana. Solo nella Val Nervia,
vicina alla città, sembra si fosse sviluppata una vita rurale più
intensa; lungo la costa da Bordighera a Mentone, privilegiata dal clima,
dovevano essere frequenti le ville suburbane.
Dopo l’infortunio del 69 d.C. Albintimilium si risollevò,
probabilmente col patrocinio di Agricola e col favore di Vespasiano, e
prosperò per più secoli nella pace generale dell’Impero, fino al IV e al
principio del V secolo, in questa epoca la vita della città subì un
brusco arresto, conseguente ad una o più azioni distruttrici, forse
dovute alle invasioni barbariche o alle agitate vicissitudini dei tempi.
La città decadde rapidamente anche dal punto di vista civile ed
economico, mentre la popolazione cercava rifugi più sicuri nelle valli e
sulle alture circostanti.
La tradizione cittadina tuttavia non si estinse, e Ventimiglia, mutando
il suo nome in Vintimilium, accolse una delle prime sedi
vescovili della Liguria, che conservò la giurisdizione territoriale del
municipium romano. Nel VI secolo fu un castrum, caposaldo
della difesa del limes bizantino contro i Longobardi, e potè
resistere fino al 641, anno della conquista di Rotori, e forse ancora
per qualche decennio dopo, nella Provincia Maritima Italorum quae
dicitur Lunensis et Vigintimiliensis, ultimo baluardo della difesa
bizantina. In questo periodo avvennero il definitivo abbandono della
città distrutta nella piana di Nervia e il trasferimento della sede
principale e giurisdizionale sul colle meglio fortificato di Ventimiglia
alta, a ponente del Roia. Le vestigia romane vennero sommerse dalle
ghiaie e le sabbie marine e rimasero, quasi dimenticate, fino alla metà
del XIX secolo.
(*) Di Marco Emilio Basso, sul poggio del Cavu, riva destra
della Roia, sono stati recuperati il cippo funerario e il sigillo, che
sono esposti nel locale museo.









