
Lo fa coincidere invece con parrago “portico”, evolvendolo
dalla voce ligure Vara, non mancando di citare Mistral per
un’alterazione di vorago, derivato dall’alpino varajo
“ravin – dirupo”.
Nel “nostru parlà” del settore specialistico montanaro, esiste:
varàixu, col significato di giogo montano o giogaia, più che il
provenzale dirupo; che forse non era tra le informazioni del
Lamboglia.
Se stimiamo la posizione del Varazze savonese verso il valico
del Giovo, come quella del provenzale Varages,
rispetto al passaggio per Rians; l’abitato di Varase,
passata Bevera, nei confronti del giogo dello Strafurcu;
starebbe ad indicare al viaggiatore la vicinanza ad un valico, assai
importante, per il nostro antico passato.
L.M.
LA VOCE INTEMELIA
anno LXIV n. 9 settembre 2009

TOPONOMASTICA
VARASE
Valutando la documentazione presente dall’XI secolo, che spazia tra:
Varaje, Varaze, Varagine, Varagii, Varaggio
ed il Varaggi sardo del 1861; nel suo saggio del 1946, al numero
139, il professor Lamboglia, avvicina quell’evoluzione fonetica a quella
del Roia, partendo da Rotuba.
L’antico Varaje sarebbe svolto in Varage, influenzato poi
dal genovese Varase. Lo collega poi col Varazze di Savona,
al Varages del Var, in Provenza, nonché Varaggio, nei
pressi di Briga; scartando subito la derivazione dal personale latino
Varus.
Ipotesi per un
toponimo
COLARDENTE
Con i suoi 1777 metri di altitudine, il monte di
Collardente è l’ultima propaggine del crinale che dalla Collasgarba,
presso Ventimiglia, attraverso gli Abegli, Testa d’Alpe,
Pietravecchia e Cima Marta, si sublima nella quota 2200 del Monte
Saccarello.
A Nord-Est del suo culmine, prima di inerpicarsi
verso la cima che ospita il bronzeo Redentore; alla quota 1617,
Colardente custodisce l’omonimo passo, che riceve i percorsi da
Realdo, da Marta e da Briga, ed è costeggiato dalla più attuale
strada militare, dai Grai verso il Garezzo.
Il lato Ovest del Colle è occupato dai lembi più
alti dello scuro Bosco di Sanson, che si sviluppa oltre alla Cima
della Male fino quasi in vetta al Saccarello. Il lato Est seguendo
la natura del Saccarello medesimo è erto e roccioso nella parte
alta, allargandosi alla base in pascoli piuttosto appesi.
Da quando, nel 1817, i funzionari del Catasto
Sabaudo si dettero a tracciare le mappe degli allora recenti
conseguimenti territoriali al Regno di Sardegna, il nostro monte
iniziò a chiamarsi Collardente e, da allora, gli studiosi di
toponimi hanno cercato una spiegazione che avesse come esortazione
il fuoco.
Fuochi ricorrenti per fertilizzare i prati, ma questi
sono assai diffusi anche su altri colli; fuochi rituali
nell’antichità, ma se ne conoscono altri in luoghi giammai appellati
al fuoco.
Il 27 aprile del 1794, al Passo di Collardente,
le truppe piemontesi del conte Radicati ebbero la peggio durante un
violentissimo scontro con la fanteria francese del generale Massena;
toccò ai Brigaschi seppellire i morti; dunque in una estesa “camera
ardente”, marcata da molti cippi segnalatori; perché no !
Non si era ancora pensato che ai topografi sabaudi,
alla richiesta di come era conosciuta la località, gli abitanti del
luogo, nel loro parlare da trioraschi o da brigaschi, possano aver
risposto: “Cola ar Dente”, col significato di: Colla che conduce al
Dente roccioso del Saccarello, ben stagliato nel suo lato Sud,
visibile persino dalla costa.
L’appellare “Dente” il culmine di monti con
la vetta particolarmente rocciosa e dirupa è toponimo abbastanza
diffuso, nei dintorni delle Alpi Occidentali, a partire dal Bianco,
fino al Monte Tre Denti delle Prealpi pinerolesi e giù verso i denti
delle Valli Cunéesi.
L.M.
Toponimo monegasco
.
Cradausina,
nel vallone delle
Gaumate

La nuova luce che il progetto “Via
Julia Augusta” ha gettato sui siti attorno a La Turbia, ha riproposto
l’interesse verso il boscoso rivo che dalle pendici del Col de la Guerre,
ben rifornito dalla Fontvieille, raggiunge il mare nella rada di Monaco,
quello che oggi è conosciuto come “u valun de Santa Devota”.
Fino ai primi decenni del Novecento quel rio era
nominato “a Cradausina” ed un tale idronimo sarebbe foriero di
elementi mitologici ben più antichi della agiografia di Santa Devota, fino a
far apparire la cerimonia tradizionale del 27 gennaio, la derivazione d’un
rito propiziatorio d’origine greca, legato alla necessità popolare del
“capro espiatorio”.
La Cradausina deriverebbe il proprio nome dall’antico
termine greco “kradé”, definente quel venerando ramo di fico che era
dislocato in processione, durante le cerimonie espiatorie d’una comunità.
Presso gli antichi Greci, quegli stessi che hanno fondato il primitivo
Portus Hercules Monœci, tali solennità erano le “cradefòrie”, svolte
anch’esse in ricordo di un furto, come per le reliquie di Santa Devota. In
quel caso si trattava dell’asporto di vasi sacri perpetrato da Farmaco, dal
cui nome sarebbero state chiamate «pharmakoi» le vittime espiatorie
cerimoniali.
Il termine “gaumates”, a definire il
tratto conclusivo dello scosceso vallone che oggi accoglie la chiesa di
Santa Devota, deriverebbe dal provenzale “gaumate”, riferito al guado che
avrebbe attraversato il vallone, in riva al mare d’allora. Si sarebbe
trattato d’un guado percorribile grazie ad un corposo banco formato dai
rizomi di posidonia, elevatisi a strati contigui dal fondo sabbioso della
costa.
L.M.
“marra” gli viene data dal corso del Rio Marcora, a Levante e dal Rio Oggia a
Ponente, confluenti dal Monte Altomoro.
Analizzando invece gli antichi significati di “mara”,
oggi siamo in grado di assegnare a detto territorio il significato di
“mucchio di pietre”, secondo l’accezione dell’antica glossa mediterranea.
Il mucchio di pietre non deve essere inteso quale definizione di territorio
aspro e sassoso, ma considerando la ricchezza di cappelle medievali, a
rendere nobile il luogo, il termine dovrebbe aver segnalato nel tempo una
specie di importante “dolmen” precristiano.
Inoltre, tra le glosse derivanti dalla ancor poco
conosciuta parlata degli antichi Intemeli, il termine “mara” assumerebbe il
significato di “luogo ricco d’acque di superficie” che ben si associa al
nostro sito. Esempi di “mara” con questo uso lo troviamo nella splendida
vallata del Maro, nel retroterra imperiese.
L.M.
Toponomastica
spicciola
MARA ,
oggi
MARRA
.
Sovrastante Isolabona, il territorio che da Veonixi occupa tutta la pendice
est della Cima Olivastro, fino a Monte Armetta, dai 704 metri fin quasi alla
riva destra del Torrente Nervia, sulle cartine militari è indicata con il
toponimo MARRA, assegnatogli dai geografi sabaudi, forse fin dal lontano
1816.
Il toponimo dialettale, tramandato
dal medioevo, è certamente MARA, termine che ai cartografi del Regno di
Sardegna ha suggerito poco o nulla, tanto che hanno deciso di raddoppiare la
erre per dare al territorio il nome della “estremità triangolare dei bracci
dell’ancora”, esemplare per la forma che detto territorio ispira, visto
disegnato su una carta geografica.
Chiuso tra i dirupi corsi del Nervia ed del Rio Barbaira, alla confluenza di
questo, trova il vertice del braccio dell’ancora, mentre la forma di
Toponomastica
spicciola
GIANCHETE
da
CHIANTÀ
.
La
dottoressa De Vincenti-Amalberti ha trovato il toponimo “Chianchette”
in un documento cinquecentesco conservato all’Archivio di Stato, termine che
può riferirsi alla località Gianchette, quella che oggi ospita anche il
nostro cimitero e che ricorda le rovine ed i lutti per l’orrendo
bombardamento del quarantatrè.
L’origine etimologica potrebbe derivare
da “cianca” nel significato di “sorta di riparo con grosse travi e terra
usato nell’antica fortificazione od in idraulica”, lo stesso che “palancola”.
É vero che il luogo, prima che venisse messo in opera
il terrapieno sostenente il tracciato ottocentesco della Strada per il
Piemonte, interagiva in totale sintonia col greto del fiume Roia, fino
a far credere che il nome potesse definire una palificazione a sostegno
degli orti, ricavati sui terreni alluvionali di braida. Potrebbe trattarsi
persino delle opere per la deviazione praticata dai genovesi durante
l’assedio del 1221.
La medesima simbiosi con le acque del fiume, specialmente del
ramo in correntia, deviato all’altezza di Roverino onde ottenere il
Lago portuale alle falde della città medievale, suggerirebbe il medesimo
etimo nel significato di “tavola che serve da ponte volante tra un natante e
la terra”, ponendo il sito in qualità di scalo fluviale, magari soltanto per
un periodo limitato di tempo.
A pensarci bene, non sarebbe da disdegnare il
significato per un insieme armonioso delle due accezioni riunite, onde dare
il senso d’uno scalo d’estuario, fortificato, al servizio della polveriera
ventimigliese, vincolo che la zona ha sopportato fino all’anno 1887.
La posizione del toponimo, che inizia a
meridione dello spuntone roccioso, oggi sede del Camposanto, per concludersi
presso gli attuali passaggi a livello, delimita per simbiosi l'ampiezza del
Porto Canale medievale, il quale si sarebbe trovato ad occidente fino a metà
dell'alveo. Tra l'attuale Camposanto e Ripa Santo Stefano era dunque
sita la barriera di regolazione della corrente fluviale.
L.M.
TOPONIMI
ASSE
e
PORTASSE
.
Per
definire il toponimo Asse, veniva posto in campo il termine che definiva i
legnami sconnessi o bruciati, riportando la sua nascita alla distruzione
provocata, nell’anno 643 alla Città Nervina e dintorni, dal sovrano
longobardo Rotari. La popolazione intemelia si era trasferita sui monti,
sino a quando il figlio di Rotari, Rodoaldo, nel 652, accordò loro i mezzi
per riedificare la città, che sarà retta dai Longobardi fino al 774.
In forme più dotte,
asse potrebbe essere stato
designato a quella spiaggia lungo la quale le acque marine oscillavano con
moto alterno per cui l’altezza di marea si attenuava fino ad annullarsi.
Nel medioevo, su quell’ampio tratto di spiaggia renosa,
potrebbero essere emerse moltissime monete antiche conosciute come
asse, dal
latino as, che erano l’unità monetaria bronzea ed argentea degli antichi
Romani, che si divideva in dodici once e corrispondeva in origine all’unità
di peso, la libbra.
La porta che permetteva il transito
sull’antemurale costruito dai Genovesi nel 1221, durante l’assedio che
sottometterà Ventimiglia, era stata battezzata
Porta delle Asse, perché
apriva la via, che attraverso questa regione conduceva alla Bastida, case
costruite, presso il Convento agostiniano, per accogliere quanti
abbandonavano la città sullo Scoglio, a causa degli stenti procurati
dall’assedio.
Nei secoli successivi, l’odiata porta non
venne più usata, finendo vittima di un’inarrestabile decadimento, condiviso
con tutto l’antemurale, tanto da venir riconosciuta come Portasse, parafrasi
peggiorativa del suo nome originale.
L.M.
TOPONIMO
CANTARANA
.
Il
Rio di Cantarana nasce in Ciaixe, proprio a Levante del Santuario di Madonna
della Neve, ad una quota poco superiore ai 300 metri. Cala in senso N-O/S-E
fino ai piedi della colla di Poggiae, per voltare decisamente, nel verso
Ovest/Est, fino ai pressi di località inscia Madona, da dove riprende il
primitivo andare, per versare le sue acque nella Nervia, sotto le falde
Nord-ovest di Santa Croce, a Nord di Bigauda. È stato imbrigliato
a Sud-Ovest della piazzetta delle Porte, dove passa sotto la strada
provinciale, ben incanalato in senso Ovest-Est. Il Vallone di Cantarana è
contenuto tra le alture di Monte Caria, metri 338, a Levante, e Monte
Fontane, metri 475, a Ponente.
Nel linguaggio popolare Cantarana e diventato
Cantaràina, portando alla mente il continuo gracidare, anche allegro, di
piccoli anfibi; ma potrebbe trattarsi di una distrazione toponimica,
giacché: ancora nell’Ottocento, “Cantarana” aveva il significato di oggetto
o luogo che contenesse cose stipate, o pressate.
Nell’arredamento, Cantarana o Cantarano
era dunque quel mobile che oggi chiamiamo “comòd”, parafrasando il francese
commode, dove si stipano gli indumenti ripiegati.
Con trascorrere del tempo, il comòd e le
rane ci hanno fatto dimenticare che la vallata del Rio di Ciaixe è assai
stretta, profondamente incisa e contiene interessanti poderi in una maniera
che potrebbe definirsi stipata.
I nostri avi, nel nominare i luoghi, erano più
attenti ai valori geo-morfologici che alla poesia emessa dai gracidî.
L.M.
AZZARDI TOPONIMICI
MONT AGEL
.
Per trovare
il significato di un toponimo, le congetture sono necessarie; almeno fino a
quando non si trova un concetto storico inappuntabile, che rischiari il nome
o, per contro, il luogo.
Quel caratteristico monte, che coi suoi 1150 metri,
sovrasta il Principato di Monaco, compreso tra i confini di Turbia, Peglia e
Roccabruna, il quale oggi è conosciuto come Mont Agel, nei secoli ha trovato
i nomi: Aggeaulx, nell’Alto Medioevo; Agerbol, nel XII secolo
tramutato in Agello, più di recente.
In latino, agger è il terrapieno difensivo rialzato,
che è assai affine alle qualità del nostro monte, vero baluardo alpino in
riva al mare; mentre la seconda parte di quel nome: aulx, nelle
glosse galliche designa l’albero di ontano, certamente presente in quest’area.
Per agerbol si potrebbe usare il latino ager, il terreno coltivabile, che l’estesa sommità pianeggiante del nostro monte
potrebbe effettivamente richiamare, in un territorio così aspro ed appeso
come l’estremo Ponente ligure.
Ma la più fantasiosa delle congetture, assai adatta
all’arguzia dei Liguri ponentini, potrebbe chiamare in causa ajérbu,
che oggi scriveremo axérbu, per definire un monte che non è riuscito
a maturare, così com’è troncato alla sua sommità.
L.M.
Precorsi d'un toponimo
S
E
R
R
E
.
La
zona posta ai piedi del poggio che supporta l’attacco della mulattiera per
Siestro e il Santuario delle Virtù, prima che fosse impostato il
riempimento dovuto alla costruzione della sede ferroviaria, aveva come
tomponimo “Serre” e non già il confuso e per noi diffuso “Serro”, stimato
quale chiusura pietrosa al cammino, o dosso soleggiato.
Quasi alla fine dell’Ottocento, la zona Serre
veniva occupata dalla Conceria Lorenzi, dalle pompe di sollevamento del
Pubblico Acquedotto e dal passaggio a livello, nonché da quello che sarà il
primo tronco di via San Secondo. Ancora all'inizio del Novecento, il Canale
Lorenzi si chiamava "Rio delle Serre", come rileva la "Pianta della
Città di Ventimiglia del 1915", conservata nell'Archivio di Stato.
In quel tempo, zona Serre perdeva le caratteristiche
medievali che del toponimo saranno pur state la promozione: una serie di
segherie, ricordate anche da Luigi Ricca, nel suo “Viaggio” del 1863.
Serre, dunque, come laboratori adatti al taglio dei
tronchi in tavole e tavoloni; primariamente adatte a quella che dev‘esser
stata una florida attività cantieristica medievale.
Tutto combina con le descrizioni storiche. La
deviazione della corrente del Roia al disopra dei Gorretti, da Roverino
verso i Paschei, avrebbe portato in zona Serre la forza motrice. Il
successivo Canale Lorenzi potrebbe averne rilevato l’efficacia ed il
tracciato, quasi ovvio, se si considera il naturale sbocco del Roia sito nei
pressi dell’attuale Miramare.
La corrente della Roia, era il veicolo per il
trasporto fluviale dei tronchi di larice, direttamente dai boschi del
tendasco. Il luogo opportunamente
rialzato, rispetto alla zona paludosa del Sottoconvento, era un sito
efficace alla dislocazione delle segherie “industriali”, del tempo.
Nel nostro dialetto “serràcu” e “sèrra” sono i termini
che indicano gli strumenti atti a “serracà”, tagliare il legno appunto.
“Serre” come luogo di dislocazione di più d’una "sèrra".
L.M.
Luigi Ricca - VIAGGIO DA GENOVA A NIZZA scritto da un ligure -
Ricca - Firenze 1871 /Lions Club
- Sulle due opposte sponde s’ergono altri
edifizi di seghe con Borre di pedali accatastati sulle rive del fiume.
Questi legni pedagnuoli son qui trasportati dalle montagne dei Comuni di
Tenda, Briga e Saorgio. Ed ecco come si fa il taglio ed il trasporto. Gli
alberi stanno su erte cime o in profondi valloni, donde non vi è strada per
condurli. Il bracciante recide la pianta, ne rimonda il pedale, i pedali si
accatastano sulle rive nel letto del torrente che dappertutto è formato
dagli scoli alpestri, e che secco il più del tempo, a volte diviene pieno e
rigoglioso. Quando le piogge o il gelo l’abbiano rigonfiato, il torrente
solleva que’ legni, e li trascina seco a valle, dove trovasi poi o un lago o
un fiume più grosso, entro il quale sono raccolti. Ed è uno spettacolo veder
migliaia e migliaia di ceppi d’alberi portati dal piano fiume, sotto la
direzione d’una truppa di borrellai, che con rampi e forche li smuovono, li
avviano, e li disuniscono, li spingono, li distrigano dagli scogli. Ma non
pertanto tale condotta anticipata, veggono non di rado i fusti insieme
dispersi per il mare, agitato dal vento e dal mareggio che v’inducono le
furiose onde del fiume. Queste borre sì bene accatastate, il cadimento delle
acque che danno il moto impresso alle macchine, il girar delle ruote, il
tempestar dei magli, ed il continuo rumor delle seghe accordano il loro
fragore a quello delle acque cadenti. Il rapido moto, la veduta dei lavori e
dei lavoranti conferiscono al paese un aspetto brioso, allegro, vivace. -
NOTE DI TOPONOMASTICA
L
A T T
E
.
Dalle pendici Est della Longoira, il Rio Latte percorre un’erta vallicella,
chiamata Valle del Ruassu, che lo porta dai mille metri della Fontana del
Lupo agli ottanta metri, sulla base delle pendici Nord-Ovest della Cima di
Gavi, sotto il borgo di Sant’Antonio. Da quel punto, il Rio volge deciso a Meridione
percorrendo il Vallone di Latte, dal quale prende nome il territorio ed il
borgo che un tempo era conosciuto anche come San Bartolomeo.
Dopo aver percorso la piana alluvionale, alla base
delle pendici Est del Colle Belenda, il Rio Latte sfocia nel Mar Ligure, nel
territorio di Sant’Anna.
Il Lamboglia riferisce sul toponimo: Làjte, frazione di
Ventimiglia. — 1125 in valle de Layte (doc. in LATOUCHE) Not. Vint., 187);
1182 decimam quam habetis in Lacte (A.S.L., 480 = Doc. Ment., 11); 1260 usque ad fossatum Lactis (Rossi, Doc. Vent.,133);
1264 terram quam habeo in
valle Lactis (CAIS, Cont. Vent., 133); 1303 ...cum erbatico territorii
Penne et montium Lactis Ulmetque ... (Stab. Erb. Vent., I); 1523, 1618, 1655
Layte,Laite (et. v. A,B,E,F,G, passim); 1760 Laite (C.A.S.T.). Se
direttamente da lajte < LACTE «latte» occorre pensare ad un senso metonimico
di «bianco», riferito al torrente (cfr. un Fiumelatte in Lombardia, OLIVIERI,
Top. lomb., 242). Altrimenti potrebbe essere il rifacimento etimologico di
un primitivo latte, dalla voce latta «pertica», «palo di vite», diffusa in
tutto il dominio provenzale e presente nel medio evo anche nella Liguria
occidentale (ad es. negli Statuti di Ceriana: Rossi, Gloss, app. 42), dal
germ. LATTA, REW, 4933, di identico significato. Numerosi altri esempi nella
toponomastica della Provenza: cfr. les Lattes frazione di Sant’Albano (A.M.),
les Lattes (com., Hérault) ecc., V. MISTRAL, II, 191.
Alla foce del Rio Latte, la chiesa di Sant’Anna, costruita nel 1328, si
ergeva sul limite dell'ampia spiaggia, erosa dai prelievi per la costruzione
della ferrovia dal
1870, fino al 1922, quando la chiesa veniva inghiottita dal mare.
Sant’Anna era di proprietà della Confraternita dei pastori di
Tenda, i quali nei mesi invernali, usavano “transumare” le greggi al mare,
lungo le draire dell'antica appendice alla via Domitia.
A partire dai Ciotti, per Calvo e Bevera, le alture di Ciaixe, con Sant’Andrea di Camporosso,
fino alla Collasgarba; erano sede invernale di molte greggi, che vi
trovavano pascolo, ancora nel 1980.
Nel Medioevo, in zona, la maggior parte delle pecore era
ospitata nella Valle del Latte, che forse proprio per quello, almeno durante
l’inverno, aveva trovato il suo nome.
L.M.
SVARIONI NELLE DENOMINAZIONI VIARIE
BORMANNI
E METELLA
.
La Commissione per la
Toponomastica che ha operato nel 1994, per uniformare la viaria cittadina e
battezzare molte nuove strade ancora innominate, ha accreditato un titolo
che non ha nulla di storicamente certificabile.
La strada in questione si dipana da Sant’Antonio a
Calvo, e oggi si conclude con il nuovo ponte sul Bevera. È stata chiamata
“Via Bosco dei Bormanni”, che è certamente una selva inesistente, sia per
le attuali conoscenze che per il passato, come pure non è mai esistita la popolazione che
l’avrebbe posseduta.
Nell’antichità, il “Bosco Bormano” era certamente una
selva, un’impenetrabile foresta che dalle pendici Ovest di Montenero si
estendeva, lambendo la costa, fino all’attuale Diano Marina, dove il
toponimo è ancor oggi usato.
Tale bosco prendeva il nome da “Bormo” divinità
celtoligure delle acque e delle foreste, oggi ancora vivace nel nome di
luogo lombardo Bormio, sede di pregiate terme, o nell’idronimo
ligure-piemontese Bormida.
Le Commissioni dovrebbero fare più attenzione
nell’affibbiare certi nomi, per questi errori ne sfigura l’intera comunità.
Ma i Commissari del ‘94 sono in degna compagnia con quelli della Commissione
ottocentesca, quella che dette i nomi alle traverse del Cuventu.
Per far sfoggio di cultura storica romana, nominarono
“Via Gneo Giulio Agricola” la traversa che da via Hanbury porta in via
Cavour, sull’altro lato della scaletta di Via Zara; indi per la traversa a
monte decretarono “Via Cecilia Metella”, forse pensando di far onore alla
madre di Agricola, il governatore della Britannia, che abitò in
Albintimilium.
Ma con Cecilia Metella si potrebbe nominare la
famosa matrona romana, moglie del dittatore Silla, che con la storia romana
locale avrebbe condiviso soltanto la vedovanza da Marco Emilio Scauro, il
console che riabilitò la strada di costa, nell’anno 180 prima dell’Era
Volgare, cui finora non è stato dedicato neppure un vicolo.
Probabilmente i commissari di allora volevano far
onore alla moglie di Giulio Grecino, la matrona provenzale Giulia Procilla,
trucidata dagli Otoniani nella sua villa di Latte; lei certamente madre di
Agricola, così ben descritto dal genero Cornelio Tacito, nelle “Historie”. È
sempre stato facile confondere i nomi delle matrone romane.
L.M.
Statuetta argentea gallico-provenzale con
Sirona e Bormano

In territorio di Camporosso, il Vallone di Cantarana raccoglie le acque piovane delle pendici Est di Monte Fontane e di quelle Ovest del Monte Caria.
Come suggerisce lo stesso suo nome, Monte Fontane è ricco di polle sorgive, anche su quel versante, caratterizzato da terreno in media pendenza, sorretto da strati rocciosi naturali. Per contro il versante di Monte Caria, un poco meno ricco di polle sorgive, e costituito da terreno scosceso, alternato a tratti franosi, comprendenti veri e propri calanchi.
Il suono che si determina calpestando il fango delle Terre Bianche, quando si attraversano i calanchi, potrebbe aver concesso il toponimo all'intero versante Ovest di Monte Caria, a partire dal mammellone roccioso che sostiene Sant'Antonio, all'altitudine di 214 slm., per un settore di poco più di duecento metri, in direzione Nord, fino al greto del rio.
Ciacco è aggettivo che si presta a definire il fango molle dei calanchi, per il fatto che il calanco, nel nostro parlare, diviene calandra e quel terreno fangoso muta in Terra Gianca; il femminile Ciacca si adatta assai bene al territorio che abbiamo considerato.
L.M.
LA VOCE INTEMELIA anno LXII n. 7 - luglio 2007
Nonostante i lavori per erigere il ponte Antonio Aniante, verso il Parco Merci, oltre al sottopasso della Verandona, per la Statale Venti; lavori che hanno riempito almeno trecento metri quadri di alveo sulla riva sinistra del Roia, appena fuori Roverino, la nostra sccìumàira ha provveduto a ricreare una zona palustre, presso il sito che un tempo ospitava il "lacus uggiano", in altre parole il lago che sta in mancanza di luce e di sole, un'infida palude coperta da un fitto bosco, che la toponomastica di fine Ottocento ricordava ancora col sito di "Lacuxiàn".
L.M.
LA VOCE INTEMELIA anno LVII n. 8 - settembre 2002
Il toponimo “Ciappeira”, comune nell’indicazione locale, sia presso i villaggi della marca ventimigliese, sia in tutta la Val Roia e nella Valle del Nervia; è ricordo di un mestiere ormai scomparso: l’arte dell’estrazione dell’ardesia ad uso familiare, artistico e decorativo.
Da qui i toponimi ae Ciappe, al Ciappeo’, ai Ciappin e Ciappeira, rintracciabili ai margini degli abitati.
Nel lemmo ligure provenzale la Ciappa era una lastra di ardesia sottile di varie dimensioni, impiegata esclusivamente per la copertura dei tetti e se di maggiore spessore o di piccola dimensione destinata a lastricare i pavimenti. “U lastrigu de ciappe o ciappete”. Si fa anche menzione delle “lose”, anch’esse un’ardesia che per la sua composizione chimica si prestava a più facile estrazione, di grosso spessore, ma non atta, per il suo peso e composizione chimica, alla copertura dei tetti. Veniva impiegata per la costruzione di scale, portali e davanzali.
Indicative in merito sono alcune note di archivio. Nell’anno 1527 il canonico Giauna, nel restauro dell’abitazione nel Chiostro delle Canoniche, commissiona gli stipiti della porta e delle finestre a Pigna “per la sua maggior resistenza ed attitudine ad essere travagliata” ma “siano delle Torri le coperture del tetto”.
Il Vescovo Galbiati nel 1574 nel revisionare il progetto di restauro del tetto della Cattedrale “pericolante causa il peso della copertura, consiglia il ricorso alla Ciappina di Torri dalla pietra più leggera e di ottime dimensioni”.
Per lo più la ciappa locale era di spessore di due o tre centimetri, di facile squadratura e di identica composizione chimica, atta ai tempi freddi e piovosi. Non sempre la coloritura tendeva al nero; la ciappa, comunemente sbiadita era a basso prezzo e ciò era dovuto alla facilità di estrazione. In Tenda la pietra tendeva al verde, a Fontan e al Tiné al violetto, nel basso Roia al rossigno, che con il tempo e le intemperie assumeva un colore verde cupo sporco.
Per aprire una ciappera era richiesta attenzione: l’assaggio della roccia, la conoscenza della vena, la determinazione del quantitativo estraibile e la possibilità di un facile trasporto. Nel Bevera, ad Olivetta e ad Airole, la Ciappera ebbe la durata per il fabbisogno locale; non subì, né risulta che fosse di diritto o proprietà comunale.
Aicardi di Bevera ottiene una mezza brenta di vino “per avere estratto due salmate di ciappe” e Girolamo di Torri “va a tre giornate per aver preso dalla ciappera tre carichi di ciappe”.
Scoperta la vena occorreva avvedutezza, sapere sfaldare la vena giusta e maestria nel maneggio dei cunei di ferro o di legno, colpo sicuro di mazza.
Ottenuta la pietra in lastra si doveva proteggerla dal sole e dall’aria e poiché una esposizione prolungata avrebbe nociuto alla sua compattezza si metteva in “stagionatura”, un periodo di venti giorni in verticale, ricoperta con felci o erbe,
Trasportare la ciappa al cantiere era faticoso, avveniva a spalle di uomo o a dorso di mulo con basto, munito di cancelli a cassone, cordami robusti. Da documenti epocali, sec. XVI e sec. XVII, si deduce che le ciappere nel territorio di Ventimiglia, vennero, in parte, abbandonate. Rimasero in quiescenza “aperte” alcune piccole ciappeire per un eventuale fabbisogno. In due atti si menziona l’estrazione di pietra da ornamento alle Grimalde e alle Torri, a Tenda e a Pigna con la dicitura di “Cava di pietra d’ornamento”.
I portali, gli stemmi, le pietre tombali, i rabescati davanzali, che il tempo ha conservato in Tenda, in Briga, a Pigna e Saorgio sono una testimonianza di un affermato gusto decorativo. L’amico Carlo Astrò in un suo studio “L’ardoise nella Liguria Occidentale” definisce i paesi dell’Alta Valle Roia culla dell’Arte della Pietra nera.
Ventimiglia non è nel novero e l’autore tenta di indicarne le cause. “Nei sec. XVI e XVII, Ventimiglia fu soggetta a Genova e ad un suo Parlamento; mai, anche se patria di uomini illustri, poté annoverare dinastie ducali e famiglie di sangue nobile”, onde ornare gli ingressi con il loro blasone.
Giustificazione solo in parte condivisibile.
LA VOCE INTEMELIA anno LVIII n. 3 - marzo 2003
MAURE E MURATONE
La collina che sovrasta la ferrovia, poco lontano dalla stazione di Ventimiglia, si chiama Maule o Maure e la presenza sulle sue pendici di un muro di fortificazione, eretto dalle soldataglie genovesi, durante l'assedio condotto contro la nostra città, nei primi anni del milleduecento, ha messo in moto fantastiche storie di Saraceni, giacché nel ventimigliese questi erano detti Màuri.
Il nome Maure di quell'ardita altura deriva però dalla radice preindoeuropea MOR, quella stessa che nell'Italia centro-meridionale indica con morra una guglia di pietra.
Sul nostro territorio, Maure non è il solo esempio, anche Muratùn, il passo che conduce in Val Béndola, da presso al Toraggio, ha la stessa radice. Mauriàgna, bosco sulle falde Nord del Monte Furquin, così come Maurìxe, bosco sulle pendici tra il Bignone e il Caggio, ne rappresentano altri esempi.
Ora di MOR conosciamo l'avvento storico, che ne ha permesso la diffusione per tutto il Mediterraneo. In Spagna usano morrò, per indicare la guglia di pietra. Il murger del francese antico è diventato murgier in quello moderno, ma entrambi indicano una pila di sassi, la stessa che in Corsica si dice mora, parola che in Sardegna indica una collinetta. In ebraico morad è il fianco di un'elevazione rocciosa.
Il termine indoeuropeo MUR, portato dai Celti, può ricondursi al medesimo significato, considerando che anticamente "murus" indicava un manufatto di pietre e "murex" una roccia aguzza, anche per i latini.
La confusione venne fatta durante il Medioevo, con l'aggiunta dell'aggettivo "maurus", che gli scribi scrivevano mor, quando indicavano il colore marrone scuro. Lo stesso nome fu poi usato per indicare i Saraceni, con l'intento di costruire attorno alla loro occupazione, oppure alle scorrerie dei pirati barbareschi, un sacco di leggende o storie fantasiose.
Nel dialetto occitano alpino lou moure, che viene pronunciato lu mure, vuol dire il muso, la faccia, come nel nostro dialetto, ma può indicare inoltre una collina isolata, simile un po' al nostro naso. Lo stesso antico vocabolo celtico, morena, che oggi è divenuto il termine geologico universale per indicare gli ammassi detritici trasportati dai ghiacciai, è costruito sulla radice MOR.
L.M.
LA VOCE INTEMELIA anno LVII n. 6 - giugno 2002