Oratorio
di San Secondo, Orazione e Morte di N.S.G.C., detto dei “Neri” -
via Garibaldi, Ventimiglia Alta
maggio 1981
LE CONFRATERNITE
CATALOGO DELLA MOSTRA
da
Oratorio di San Giovanni
Foto della chiesa vista dall’ingresso.
Foto della chiesa vista dall’altare.
Foto della chiesa particolare della zona absidale con
il primo piano dell’altare.
Foto del quadro dell’altare maggiore raffigurante il
Battesimo di Gesù con San Giovanni e Santa Chiara del pittore
Giovanni Andrea De Ferrari eseguito nel 1633.
Foto della facciata.
Statua in marmo di San Giovanni già nella nicchia sul
portale della facciata.
Due cappe di confratelli.
Foto del gruppo processuale di Gesù incoronato di
spine dello scultore Maragliano (1665-1739).
Foto del crocifisso processionale (arte catalana) ora
nella chiesa cattedrale.
Foto di disegno colorato tratto dalle “Croniche
lucchesi” del Sercambi, che illustra un gruppo di flagellanti
bianchi in corteo (1400 ca.).
Nota delle spese per l’anno 1939 della confraternita
di San Giovanni.
da
Oratorio di San Secondo
Foto della chiesa vista verso l’altare nel periodo
anteguerra.
Foto della facciata.
Foto di confratello con cappa e tabarrino.
Candele processionali.
Foto del quadro del martirio di San Secondo già
nell’oratorio con veduta della città di Ventimiglia e stemma della
famiglia Porro.
Statua al naturale di Nostro Signore del 1700.
Due cappe con tabarrini.
Gruppo processionale di N.S. della Misericordia di G.
Minoia, 1889.
da
Chiesa di San Francesco
Foto del quadro posto sull’altare dedicato a San
Giuseppe, della confraternita degli Agonizzanti, fondata nel 1682.
Foto interno della chiesa di San Francesco prima
della guerra.
Foto dell’esterno della chiesa.
Gruppo marmoreo dell’Annunciazione.
da
Chiesa di San Michele
Stendardo processionale della confraternita del
Carmine: su un lato è raffigurato l’arcangelo San Michele e
sull’altro la Madonna del Carmine.
Stendardo più piccolo della confraternita del
Carmine: su un lato riproduce la Madonna del Carmine e sull’altro
Grande croce processionale, attribuibile a scuola genovese.
Statua in marmo di San Francesco già sull’altare
barocco dedicato alla Madonna del Carmine.
Statua in marmo di Sant’Antonio come il precedente.
Foto dell’altare Barocco prima dei restauri.
Foto della statua della Madonna del Carmine.
Foto della facciata della chiesa di San Michele
ricostruita dal Priore della Confraternita nel sec. XIX.
Scapolare: insegna che indossavano i confratelli e le
consorelle con l’effigie della Madonna.
Croce processionale dell’associazione delle
consorelle.
da
Cattedrale
Foto della Bolla pontificia del 1582 con sigillo in
ceralacca di fondazione della Confraternita del Santo Rosario.
Foto particolare della miniatura sulla fronte della
Bolla riproducente la Madonna del Rosario.
Foto della cappella del Santissimo Sacramento prima
dei restauri.
Foto della facciata della Cattedrale prima dei
Restauri.
Foto del portale della Cattedrale prima dei restauri.
BIBLIOGRAFIA
Ravera N.:
Sinodo e Visite di Pier Maria Giustiniani.
Franchini Guelfi
F.: Le Cosacce nell’arte e nella Storia ligure, Genova 1975.
Accame
P.: Frammenti di laudi sacre in dialetto ligure antico.
Collana
storica Centro storico pietrose, Pietra Ligure 1978.
Rossi
G.: Storia della Città di Ventimiglia,
Oneglia 1886.
Bono Francesco
A.: L’oratorio dei Neri e
la Compagnia della Misericordia in
Ventimiglia, Ventimiglia 1931.
Bres G.:
L’arte nella estrema Liguria occidentale,
Nizza 1914.
Il Sestiere “Ciassa”, nel presentare questa mostra, intende dare
inizio ad una serie di iniziative che, assieme ad altre realizzate durante
l’anno in questa parte di Ventimiglia, vogliono evidenziare il carattere più
vero di questo centro medioevale, tra i primi dell’intera regione ligure e
del vicino dipartimento francese delle Alpi Marittime.
L’unicità dell’assetto urbanistico di via Garibaldi, paragonabile solo al
maggiore esempio di quello della omonima via Genovese per la creazione di
giardini pensili ai livelli dei piani nobili dei palazzi del lato ovest e
degli atrìi-portico cinque e seicenteschi, di questi ed altri palazzi anche
nella via Giudici, le forme architettoniche medioevali riemerse dai recenti
restauri e quelle che traspaiono in ogni angolo di casa, l’antico ospedale
di piazzetta Morosini, l’insieme delle mura e delle porte, le fontane, da
quella cinquecentesca di piazza Colletta a quella del Leone, i suoi antichi
oratori, la scenografia architettonica della piazza Cattedrale ed, infine, i
suoi capisaldi: la Cattedrale, unicum di arte romanica-provenzale, con il
Battistero e l’antico priorato benedettino di San Michele, bastano a dare a
Ventimiglia il titolo di città d’arte. Che, se non bastasse, la città
possiede il più importante museo archeologico della Liguria, oltre al
complesso degli scavi della città romana, la zona paleontologica dei Balzi
Rossi con il Museo, il complesso dei giardini botanici Hanbury, la prima
Biblioteca pubblica della Liguria. Ma l’elenco non finirebbe qui.
In questo antico Oratorio abbiamo raccolto quello che l’ultima guerra, ma
molto di più l’imperizia e la trascuratezza delle persone a cui erano
affidate, ci hanno lasciato del grande patrimonio artistico che le
Confraternite cittadine avevano nel corso dei secoli accumulato negli
oratori e nelle chiese di Ventimiglia.
Un’idea di come era questa ricchezza artistica può offrirla, molto menomata,
questo oratorio, per gli altri può esserci di aiuto la fotografia.
Oltre ad un insieme di oggetti artistici e devozionali, dobbiamo vedere
quello che resta e quello che non c’è più, nel loro essere, non popolaresco
ma del popolo «conforme alla maniera di pensare e di sentire».
Per questo spirito e per la conservazione della storia culturale di queste
associazioni, che Lombardi Satriani definisce «resistenza delle classi
subalterne... ad essere assorbite in un sistema culturale che le predestina
al ruolo di vittime... » esse sono anche un aspetto della storia della
nostra città, che dobbiamo salvaguardare, rimediando all’irreparabile, per
noi e per il futuro di questo patrimonio.
Le
Confraternite
Sorte come associazioni di fedeli, in prevalenza laici, approvate dalla
chiesa, le confraternite avevano quale fine precipuo l’incremento del culto,
pur non escludendo opere di carità e di pietà.
Ognuna di esse era dotata di una propria organizzazione, regolata da statuti
e svolgeva una propria attività amministrativa godendo dell’immunità per
quanto riguardava i beni immobili posseduti.
Liberi da voti religiosi e non impegnati in una vita di comunità, gli
associati delle diverse confraternite si distinguevano per speciali
distintivi, per la foggia speciale di abito e per le insegne.
I confratelli eleggevano i loro amministratori alla presenza del parroco, o
previo suo consenso. La carica maggiore era quella di priore o primo
dignitario, poi venivano gli “officiales”, o massari, ai quali erano
assegnate le mansioni amministrative dei beni e la cura della chiesa.
Benché la regola fosse indirizzata verso l’attività spirituale, le
confraternite ebbero anche uno sviluppo di carattere finanziario; non era
infrequente trovare priori rivestenti la carica di amministratori di Monti
di Pietà.
«Il Monte di Pietà, come quello frumentario, era un’attività a scopo
caritativo: si effettuavano prestiti in danaro o frumento ad un modico
interesse, impedendo così il ricorrere ad usurari».
Troviamo le Confraternite beneficiare di molti lasciti testamentari che
andavano ad aumentare i beni amministrati, e per questo gli organi di
governo che amministravano le confraternite dovevano annotare ogni
operazione in un libro da esibirsi pubblicamente.
Buona parte dei proventi veniva ricavato dal reddito di questi beni che,
oltre alla cura del luogo di riunione, dovevano servire agli altri scopi
della Confraternita. Troviamo, da documenti d’archivio, in quanti campi
beneficassero le Confraternite: a Bajardo la Confraternita della
Trasfigurazione del Signore si impegnava ad aumentare lo stipendio del
cappellano e maestro di scuola e a mettere l’oratorio a disposizione dello
stesso per insegnarvi la grammatica.
A Perinaldo la Confraternita dello Spirito Santo assicurava
l’assistenza di un medico condotto.
Non sempre il frutto dei lasciti era sufficiente a coprire le uscite; a
Saorgio la Confraternita di San Giacomo aveva dovuto sospendere, per
quattro anni, la distribuzione di castagne ai poveri e, a Briga, il parroco
accusava la Compagnia dell’Assunta di non far elemosina al popolo da
dodici anni.
Cronologicamente possiamo riassumere dicendo che, nella seconda metà del
1200, anche a Ventimiglia, con l’intrecciarsi delle vicende dei poteri
civile ed ecclesiastico, inizia un movimento di flagellanti e
contemporaneamente sorgono le prime confraternite.
Sappiamo che, nel 1230, si svolgono in Italia le prime processioni di
“battuti” e, nel 1260, una grande processione di flagellanti, partita
dall’Umbria, giunge in Liguria. Nella Histoire de Nice del Durante
leggiamo che, durante le lotte tra Guelfi e Ghibellini a Ventimiglia, verso
il 1260, le due fazioni si dilaniarono con tanta ferocia che, ritenendosi
questo come castigo divino, una numerosa falange di cittadini, partitasi
processionalmente da Ventimiglia, recavasi in Nizza dove dava l’affliggente
spettacolo di una pubblica flagellazione.
Successivamente a questa data, troviamo che la già esistente confraternita
dei disciplinati “Bianchi”, dal colore delle cappe che indossavano,
ottiene nel 1462 l’uso della Chiesa di Santa Chiara per i propri offici. Nel
1.582 una bolla papale fissa le norme della Confraternita del Santo
Rosario, nel 1610 in Cattedrale viene fondata la Confraternita della
Misericordia, nel 1682 il Vescovo Promotorio fonda nella chiesa di San
Francesco la Confraternita degli Agonizzanti.
La Controriforma, come movimento post-tridentino, dedica una particolare
attenzione alle confraternite e nel “Regestrum Visitatio” e nel
“Documentorum” del Vescovo Pier Maria Giustiniani (1741-1765) conservati
nell’archivio vescovile, troviamo notizia di altre confraternite, peraltro
già esistenti nel 1612: quella del Santo Corpo di Cristo, beneficata
in un lascito testamentario di quell’anno, e quella della Immacolata
Concezione nel 1738, tutte e due officiami in Cattedrale.
Sulla scia delle grandi processioni nasce la leggenda che registrata diventa
cronaca di un’epopea popolare nella quale la devozione dei confratelli e la
presenza divina giungono a contatto nella lauda.
La prima produzione artistica in senso assoluto delle confraternite è la
lauda in volgare, recitata o cantata durante le processioni. Un linguaggio
nuovo e diverso rispetto alle preghiere ed ai canti tradizionalmente forniti
dal clero ai fedeli. Infatti l’uso del volgare, talvolta del dialetto, viene
a contrapporsi polemicamente al latino ecclesiastico come affermazione
autonomistica di un laicato che intende esprimere la sua devozione
nel suo linguaggio.
Fra la fine del Duecento e l’inizio del Trecento, le confraternite liguri
hanno già laude in dialetto, come questa invocazione a San Giovanni
Battista; scritta in dialetto della Liguria occidentale, e più precisamente
delle diocesi di Albenga o di Ventimiglia, come lo attestano anzitutto le
molte parole e i molti modi di dire che sono colà tutt’ora in uso (Accame
1888)
O martire pim de ueritae . prega Christe onnipotente.
Che en la riuera e la citae, mete amor e bonapaxe
Zenoa bem se de’ alegrare . chi a lo tesoro si precioso
42 Como e lo to corpo dignitoso . or debi per Zenoa pregare.
È seguendo gli sviluppi di questo “volgare”, anche sul piano figurativo,
che, fino al Seicento, si trovano le testimonianze più interessanti della
cultura popolare, e che da questo secolo inizierà, con una produzione
caratterizzata da un nuovo linguaggio, che vede il massimo splendore delle
confraternite: sempre più ricche e fastose le chiese, le vesti, le
argenterie e le casse; i pittori liguri e gli scultori, sono chiamati ad una
specie di gara che esplode in parate fastose e spettacolari.
Oratorio dei “Disciplinanti” detta dei Bianchi
La più antica delle molte confraternite esistenti in questa città è quella
dei “Disciplinanti”. Essa è ricordata nel XIII secolo, ma non appare
dove tenesse le sue adunanze; solo nel 1462 il Capitolo della Cattedrale
concede l’uso della chiesa di Santa Chiara, situata nel quartiere castello «ad
devotionem suam ac disciplinam prosequendam et faciendam ut moris est».
Pare che nel XVI sec. si abbandonasse la vecchia chiesa per costruirvi sopra
quella di oggidì.
Diversi atti notarili trascrivono ordinazioni di opere di pittura a vari
pittori. Nel 1512 Battista Margoto di Sanromolo dipingeva a fresco quindici
capitoli della passione di Gesù per 50 fiorini; nel 1519 la confraternita
ordina un quadro al pittore milanese Andrea de Mairola, per 25 scudi del
sole, raffigurante San Giovanni in atto di battezzare. Nel 1633 il priore
della Confraternita, Giobatta Massa, ordina al pittore genovese Gio.Andrea
De Ferrar! una tela raffigurante il Battesimo di Gesù con Santa Chiara.
Questo quadro sarebbe il terzo dello stesso soggetto ordinato dalla
Confraternita, perché un altro del pittore nizzardo Francesco Brea, ancora
visibile nel 1800, raffigurava la stessa scena. Di questa opera di notevole
pregio parla il grande critico d’arte Alizeri nel II volume della sua opera
“Pittura” del 1873.
Nel 1692 l’altare maggiore si arricchisce di una grande nicchia di marmi
policromi, fiancheggiata da colonne di marmo nero. Questo Oratorio possedeva
anche un bei gruppo ligneo processionale del Maragliano che raffigurava
l’incoronazione di spine del Signore, andato distrutto nei bombardamenti
dell’ultima guerra. Un pezzo molto antico e raro è il crocifisso di arte
Catalana ora in Cattedrale al quale nel Seicento vennero attribuiti molti
fatti miracolosi e la cui venerazione aveva raggiunto anche il basso
Piemonte per non dire il Nizzardo.
Nella festa di San Giovanni si rinnovava una antica usanza: ad ogni
confratello si dava una “fogazzetta” di pane azimo con l’impronta del
Santo, a tale scopo nel 1545 certo Enrico Antonio legava un suo podere.
Oratorio di San Secondo, orazione e morte, detto dei “Neri”
L’origine della Compagnia della Misericordia è molto antica: essa
sorse a Firenze nell’anno 1230, per un’idea di tal Piero Borsi e doveva
servire al trasporto di malati, feriti, morti.
Nel 1326 fu fatto un primo statuto, nel 1329 la Repubblica prese a
proteggere la Compagnia, che nel 1361 fu riformata con nuovo statuto, ed
allora era governata da 8 capitani, di cui 6 delle arti maggiori e 2 delle
minori... In Ventimiglia fu merito dei sacerdoti secolari e regolari e delle
nobili famiglie l’istituzione della Compagnia della Misericordia,
trasformata poi in confraternita la cui fondazione, avvenuta nella
Cattedrale, risale al 1610.
Nel 1643 officiava in una chiesuola intitolata a San Salvatore, situata nel
quartiere castello, e citata in una carta del 1465. Nel 1650 il nobile
Antonio Porro cedeva la sua casa, per la costruzione dell’attuale Oratorio.
I confratelli vestivano una cappa nera con cappuccio per nascondere
l’identità in una perfetta uguaglianza di doveri. Nelle grandi processioni i
confratelli indossavano sopra la cappa i “tabarrini”, piccoli
mantelli di velluto, ricamati in oro, argento e seta.
Dall’anno della sua fondazione l’oratorio ha continuato ad essere abbellito
ed arricchito di opere d’arte. Il portale, in pietra della Turbia, fu
scolpito dal maestro Benedetto Bruno di Monaco nel 1670. Le otto grandi tele
sulle due pareti laterali sono del rinomato pittore genovese Serra. Il
grandioso altare, in marmo nero intarsiato, venne costruito dal maestro
marmare Giacinto Aycardo verso il 1.678; ai lati dell’altare su alto zoccolo
s’elevano le quattro maestose colonne tortili in marmo nero sorreggenti il
frontone con al centro una nicchia nella quale ammiriamo la marmorea statua
di San Secondo. La volta a botte, adornata da stucchi ed affreschi, venne
eseguita dal pittore di Porto Maurizio, Maurizio Carrega dal 1784 al 1786.
L’opera più moderna che osserviamo è il gruppo in stucco bianco nella
nicchia dell’altare maggiore, opera dello scultore Paolo Biamonti che
sostituisce probabilmente un quadro ora scomparso del martire San Secondo,
eseguito per la famiglia Porro nel 1600. Opera insigne dell’oratorio è il “Cristo
Morto”, opera pregevole del 1700, che veniva portata in una solenne
processione la sera del Venerdì santo sotto un ricco baldacchino di velluto.
L’oratorio ha un piccolo campanile fornito di due campane una delle quali è
denominata “dei lupi” forse a ricordo dell’uso che se ne faceva
durante incursioni dei lupi cervieri (tipo di felino, con orecchio di
lupo, lince).
Chiesa di San Francesco
Confraternita degli Agonizzanti
Nel 1682, per merito del Vescovo Mauro Promontorio, nella chiesa dei PP.
Minori di San Francesco si fonda una cappella dedicata a San Giuseppe e
nella quale viene istituita una Compagnia per aiutare gli agonizzanti.
Con atto stipulato dai priori della Confraternita del Santo Rosario nel
1738, questa confraternita assieme ad altre viene obbligata a pagare al
capitolo della Cattedrale trentasei lire all’anno, moneta corrente “fuori
banco” e di provvedere, ogni domenica, le cere a tutte le officiature
solite.
Chiesa
di San Michele
Confraternita di N.S. del Carmine
Da un regolamento dell’Associazione delle Consorelle troviamo
definita antica la Confraternita degli uomini, costituita per onorare
la Beata Vergine col canto dell’officio in tutte le Domeniche e feste e di
assicurarsi vicendevoli suffragi dopo la morte.
Un altare dedicato alla Madonna del Carmelo era stato eretto nella chiesa
del Convento dell’Annunziata, fondato nel 1503, presente il signore di
Monaco Giovanni Grimaldi governatore pel re cristianissimo (Luigi XII); tale
convento era tenuto dall’ordine francescano degli Osservanti.
Soppresso nel 1831 e smantellato, l’altare maggiore della chiesa, dedicato
all’Assunta, venne spostato nella chiesa di San Francesco e quello del
Carmelo, di giuspatronato della nobile famiglia Massa, andò ad ornare la
chiesa di San Michele diventando l’altare maggiore. Il Rossi, nella Storia
di Ventimiglia, ci ricorda la Confraternita di N.S. del Carmelo, che
officiava la chiesa, e nomina il suo priore Muratore Dionisio capo mastro
col quale concerta il disegno della facciata ed i restauri necessari per
impedire un’imminente rovina della chiesa. Questi lavori furono abilmente
eseguiti da questi nel 1885.
La Pia Associazione di N.S. del Carmine, aggiunta alla Confraternita
e riservata alle donne era ancora viva a Ventimiglia negli Anni Sessanta.
Chiesa Cattedrale
Nella chiesa Cattedrale officiavano diverse Confraternite, dove avevano
ognuna la loro cappella con l’altare intitolato o ai “Misteri” o ai
Santi: esse erano quella del Santissimo Sacramento, dell’Immacolata
Concezione e del Santo Rosario; quest’ultima era stata eretta in
cattedrale nel 1582. Tre bolle papali del 1582, 1609, 1643, ne fissavano le
norme.
Tradotte, esse iniziano, a grandi linee, così: I fedeli di Cristo della
città di Ventimiglia, per custodire ed incrementare l’amore per la
preghiera, hanno fondato nella chiesa Cattedrale la confraternita del
Salterio, o Santo Rosario, sotto l’invocazione della Beata Maria
Vergine.
Nel 1612 certo Antonio Palmaro, in un atto testamentario, nominava la
Confraternita erede di un lascito di tre rubbi di olio.
Nel 1738 il priore della Confraternita stipulava un atto (che impegna anche
le confraternite del Santissimo Sacramento e dell’Immacolata
Concezione), che prevedeva l’obbligo di pagare al capitolo della
Cattedrale Trentasei lire l’anno, moneta corrente “fuori banco” e di
provvedere, ogni domenica, le cere a tutte le officiature solite.
La Confraternita del SS. Sacramento si differenziava nei particolari
della regola dalle altre norme generali. I Confratelli, sotto pena di
privazione delle grazie spirituali, dovevano: accompagnare il Viatico ai
moribondi con torcia accesa, assistere ad una Messa solenne nella terza
domenica del mese, con lume acceso durante l’elevazione, partecipare ad una
solenne processione eucaristica nel primo venerdì dopo la festa del Corpus
Domini, ...
Anche questa Confraternita viene beneficata dal lascito di tre rubbi d’olio
l’anno nell’atto testamentario di A. Palmaro del 1612.
La Confraternita della Concezione della Vergine era stata fondata
nella chiesa dei minori conventuali nel 1576.
Erino Viola

CUNFRAIRìE
priore,
presidente temporaneo delle feste o delle confraternite
priora
delle feste o delle confraternite
fabbriciere
delle confraternite
massaro -
tesoriere dei comuni, ma anche delle feste o delle confraternite
alabardiere, mazziere, il confratello che armato di bastone guidava i fedeli
nelle processioni
iil
conduttore del baldacchino da processione
mantellina
a cappa, con cappuccio, diversamente colorata per ogni confraternita
il
camice bianco, soprabito delle confraternite
baldacchino da processione
crocifisso
da processione
due
fanali - una croce coi chiodi - un flagello e la corona di spine

CONFRATERNITA ALLA MARINA
I marinai baresi portarono le reliquie di San Nicolò da Myra, il 9 maggio
1087, precedendo di poco i veneziani ed i genovesi, interessati al medesimo
prelievo. Dalla tomba del santo gocciolava una manna ritenuta miracolosa.
Già dal IX secolo, i marinai ventimigliesi celebravano il santo vescovo di
Myra, alla Marina, fuori le mura.
In seguito, la chiesetta della Marina è stata interessata al servizio di
un’importante Confraternita. Nel 1621, papa Gregorio XVI estendeva il culto
per San Giuseppe a tutta la Chiesa occidentale. Già dal XIII secolo, la
chiesa di San Nicolò, alla Marina, era poco frequentata a causa della
irreversibile crisi della marineria locale.
Una qualche attività gli era procurata dalla duecentesca presenza di un
hospitalis nella stessa zona, opera che si trovava in loco ancora a fine
Ottocento. Era la “Domus Infirmorum de Cardona” posta tra “Sanctus
Nicolaus” e la “roca sive ripa”. Essendo situata fuori le mura “extra
moenia”, in zona adibita a scalo marittimo, dopo l’interramento del
porto canale, era sicuramente usata come lazzareto, per isolare i contagi.
Probabilmente ispirata da quella presenza, la chiesuola della Marina riprese
a celebrare, ma non prima del XVII secolo, quando gradualmente cambiò
dedicazione.
Essendo, il padre di Gesù, accreditato patrono dei moribondi e della buona
morte, lo portò a sostituire il Santo vescovo, patrono dei marinai, nella
chiesuola alla Marina. Questa sostituzione di Nicolò con San Giuseppe,
patrono della Buona Morte, avvenne nell’anno 1735, quando la Confraternita
dei Neri prese a gestire, alla Marina, un servizio pubblico di attracco per
lo scarico della merce, mantenendolo per molti anni, così come conservò per
un certo periodo la doppia dedicazione, a sostegno di quel servizio
marittimo.
Nell’Oratorio si celebrava: un triduo per la festività del 6 gennaio,
distribuendo ai marinai i “panéti de San Niculò”, fatti a forma di
barca, che venivano attaccati sulla prora, a protezione delle imbarcazioni.
L.M.
e pasciùn












«I confratelli sono soggetti di rispetto: primo fine è l’accompagnamento alla sepoltura; una messa in Suffragio, il canto delle Litanie dei Santi e le solite preci per defunti».
Doveri sono “le ordinarie Processioni proprie della Compagnia: il Giovedì Santo, Visita ai Sepolcri, il Corpus Domini e la solennità del Carmine. Obbligo dei confratelli, nelle processioni elencate, il vestire l’abito Turchino con Cordone alla cintola.
Occorreva regolare le cassette delle offerte. Viene prescritto la triplice maniera di apertura, il giorno dell’apertura e gli ufficiali presenti. Detentore delle offerte era il Priore e il Cassiere, cui competeva versare il dovuto annuo di lire 20 all’organista.
Fonte di entrata era la Colletta dell’Olio. Era effettuata tramite un collettore assoldato dal Priore, dal mese di novembre a tutto giugno. Custode dell’olio erano il tesoriere, il cassiere e il Priore, «i quali avranno libero accesso ai mercati o presso i singoli commercianti per vendere la merce a migliore prezzo».
Non ci si dimentica che la Compagnia è di creazione ed elezione canonicale. Dirà l’articolo 36: «La Confraternita nomina un suo Governatore e il Capitolo si sottometta alla sua decisione.
Detto Capitolo dovrà presiedere per mezzo del canonico di giro alle nomine il giorno della Prima Domenica di Quaresima».
Il richiamo ad un proprio Governatore è la dimostrazione a conferma che la confraternita non era soggetta a Roma o ad un ordine monastico. Il priore in caso di vertenze si appellava al governatore canonico di loro nomina.
La Confraternita non aveva chiesa propria. Nell’anno 1844 il priore Agostino Daverini, aveva sottoscritto un concordato di dare ed avere con Capitolo della Cattedrale per l’uso della chiesa di San Michele. Il Capitolo ne fa ricordo con l’ultimo articolo «affinché entrambi le parti lo osservino con giurata parola».
Per la storia: è documentato un urto sorto in merito all’uso della Chiesa di San Michele in giorni di festa e la non praticata cena ai canonici.
Sono firmatari: Augusto Daverini, Francesco Bergaudet, Francesco Bono, Pasquale Garzo, Michele Anfosso, e Antonio Barabino. Notari: Antonio Ascenso, G.B. Muratore segretario della Confraternita.
(Per maggior informazioni vedere Archivio Vescovile Ventimiglia)
di Nino Allaria Olivieri
La Compagnia del Carmine
Il 24 luglio 1847, monsignor Biale, a seguito di attenta revisione, convalidava i “Capitoli” della Confraternita del Carmine, eretta canonicamente nella Città Alta di Ventimiglia in data “di molti anni fa” Espressione pregna di sicure incertezze e naturale richiamo ad una “squadra” (Capitolo), non sempre consapevole dei propri doveri e diritti.
Era l’anno 1847, presidente pro tempore Agostino Deverini, uomo di soda pietà, raduna i signori Francesco Bono, Michele Anfosso e Antonio Barabino: stendono, limano, annullano i Capitoli in numero di trentasei Articoli.
È volontà del priore porre fine ad un andazzo non degno di una Confraternita, i cui fini non solo sono la preghiera e la venerazione verso la Vergine del Monte Carmelo. La maggioranza dei confratelli e consorelle lamentavano una allegra amministrazione e incertezze nei compiti degli associati e nella nomina del Priore.
La Compagnia di erezione canonicale non possedeva leggi ferme; nel passato si era fatto richiamo al buon senso, e poiché si lamentavano atti e decisioni personalistiche, l’Articolo Primo dei Capitoli ricorda :”Resta stabilito che per essere conferma e valore ogni futura decisione deve essere stato presente un rappresentante del capitolo della Cattedrale o di un canonico eletto dal Capitolo. L’assemblea dovrà tenersi ogni due anni la seconda Domenica di Quaresima, previo suono di campane”.
Seguono i 35 articoli di interesse ordinativo, ma anche storico. Si spazia dalla elezione del priore ai di lui diritti e doveri; dalle nomine degli Ufficiali e dei vari compiti sia direttivi quanto operativi, loro spettanti. Prima loro preoccupazione d’intento è portare ordine nell’amministrazione delle finanze; la nomina di un segretario di comprovata serietà e la tenuta del libro “Uscite ed Entrate”.
L’articolo 11 richiama la presenza di un «Cappellano con il quale si deve fare convegno e scrivere nel libro gli obblighi dello stesso e lo stipendio che si dovrà dare».
Fu un tentativo per ovviare in avvenire l’incertezza di un sacerdote a totale disposizione dei confratelli.
Era agli inizi della Confraternita posto il quesito “se anche le donne potessero essere iscritte alla Compagnia”. L’articolo 12 chiaro e di tutta comprensione dice:”possono fare parte della Compagnia sia uomini che donne di qualsiasi età essi sono: tassa di iscrizione Centesimi Trenta Annui. Chi avrà età avanzata dovrà fare congrua elemosina».