rivista il: 18 marzo 2012
 

Per accedere alla chiesa, luogo delle assemblee, il conte si sarebbe servito della cosiddetta “Porta della Trinità”, da dove una scala di solida puddinga metteva il Castello in vicinanza della porta. Questa entrata laterale, posta a Sud-Ovest, presso l’abside ed oggi restaurata ma chiusa, veniva citata da vecchi documenti, uno notarile del 1453 ed un’inscrizione lapidea del 1565, quando ancora era praticabile, mentre tracce murate nei restauri seicenteschi venivano citate dall’ingegnere B. Brunati, nella relazione del 9 marzo 1843. La scala esterna in puddinga venne alla luce nei primi anni del 1900, mentre il capomastro Anfosso attendeva a far scavare il letto per il nuovo lastricato di via al Capo.

Come afferma il professor Nino Lamboglia nella relazione per i suoi restauri, la scala e la porta di comunicazione, riuscendo al di sotto del livello dell’attuale chiesa, sarebbero servite per l’accesso ad un passaggio fra il castello dei conti e la vecchia Cattedrale franco-longobarda, che si conosce esistente sotto l’attuale.

                                                                                                                                                  Luigino Maccario

 Nel X secolo, alla città si sostituì insensibilmente, come modello tipo di ogni vita sociale organizzata, la “corte”. Il compito del nobile governante consisteva nel mantenere nella pace e nella giustizia una comunità d’i uomini liberi. Tuttavia, in seguito principalmente alla cristianizzazione della regalità, il nobile, considerato rappresentante di Dio, si presentò un po’ alla volta egli stesso come un padre.

I poteri dei quali era depositario rivestirono sempre di più l’aspetto di una proprietà personale, ereditaria, patrimoniale; il moto di appropriazione della cosa pubblica ebbe origine al sommo della gerarchia politica . Il palazzo, d’ove il conte amministrava la giustizia, fu visto come dimora e ciò si nota dal mutamento di significato che subirono certe parole, per esempio il termine latino “curia” dove nell’Antichità si celebrava la giustizia, attraverso la pubblica magistratura, che tendeva a trasformarsi in “corte”.

Certi elementi, nella costruzione del palazzo contile, furono certamente realizzati in bella pietra, come gli edifici pubblici dell’Antichità romana, derivando dalla scenografia urbana, civica; la porta monumentale, la torre nobile, la galleria collegata con la Cattedrale, dove il conte veniva a dettar legge ed a prescrivere di farla applicare, nel corso delle assemblee pubbliche dei capi famiglia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ipotesi che ne potrebbe scaturire riguarda il tipo di governo ventimigliese nei cinquecento anni di buio informativo, dal V° al IX° secolo. L’accesso verso la Cattedrale dal castello comitale, posto a lato dell’altare, potrebbe indicare che il governante locale sia stato un vescovo-conte, almeno per tutto il periodo dell’edificio franco-longobardo.

Sarà la concessione di feudi carolingia a portare in zona la famiglia contile, che infeudata la rocca, rinnovando il castello e portando ad un livello superiore la fatidica porta, ci ha lasciato la testimonianza più evidente.

                                                                                       LA VOCE INTEMELIA anno XLVIII n. 2  -  febbraio 1993

A VENTIMIGLIA

CASTELLO  E  CATTEDRALE

IN EPOCA MEDIEVALE

RESTAURI E RITROVAMENTI

       .... Un elemento nuovo è ancora costituito, sul fianco laterale sud, presso l'abside, dalla scoperta di una porta ad arco fortemente ogivale, in pietra di puddinga, oggi chiusa: è la "porta della Trinità", citata in vecchi documenti, che dava accesso alla chiesa da questo lato: è stato possibile isolarla per intero, ripristinare l'arco con le parti mancanti, e nella muratura di accecamento si è ritrovato un altro pezzo di scultura "longobarda", che è stato murato sul posto.
       Il livello di questa porta è più alto dell'attuale livello di strada, segno dell'avvenuto sbancamento di terreno per la costruzione della strada medesima, ma ai piedi di essa un poco a destra, verso l'angolo dell'abside, affiora a livello del suolo stradale un avanzo di muratura preromanica con tracce di un arco che si apriva ad un livello ben più basso. è questa la prova che il riempimento di terreno aderente da questo lato alla Cattedrale romanica è dovuto ad una frana o ad un terrapieno artificiale, ma non si riferisce allo stato originario del terreno medesimo. .....

 

 

              “A lato del suo abside eravi una porta prospiciente il Castello, che anzi un fascicolo membranaceo di atti del notaio Antonio Carrubeo, serbato nell'Archivio Capitolare, porta la data dell’anno 1453 e la redazione in ecclesia Cathedrali apud portam S. Trinitatis. Tale porta esisteva ancora nel 1565, perché sopra di essa veniva murata un'iscrizione del Cardinale Lomellini, Vescovo di questa Chiesa, dicente: BENEDICTUS S. MARIAE IN AQUINO S. R. E. PRESBITEB CARDINALIS LOMELLINUS EPISCOPUS VINTIMILIENSIS MDLXV. Tracce di quella rinveniva ancora l’ingegnere B. Brunati, come lo chiarisce la sua relazione del 9 marzo 1843. Resti di un'antica scala di solida puddinga, che dal Castello (ora Monastero delle Lateranensi) metteva in vicinanza di questa porta alla Cattedrale vennero in luce pochi anni or sono, mentre il capomastro Anfosso attendeva a far scavare il letto pel novello lastricato; ma tale comunicazione riuscendo di sotto al livello dell’attuale chiesa, è indubitato che accennava ad un passaggio fra il castello dei conti e la vecchia Cattedrale longobarda”. Quest'ultimo accenno riguarda non la “Porta della Trinità”, che è assai più in alto, ma l’arco di costruzione altomedioevale al quale abbiamo accennato".

 

         Dal rilievo iconografico del restauro e dalla relazione, redatti dal professor Nino Lamboglia nel 1963, si ricava l'importanza del ritrovamento, celato dall'apertura dei finestroni seicenteschi, dei quali, quello interessato alla "Porta della Trinità" è stato ristrutturato subito, murandolo; come saranno murati tutti gli altri nel prosieguo del restauro Anni Settanta .
 
         Dalla testimonianza di Girolamo Rossi, in “Storia della Città di Ventimiglia”, emergono due testimonianze scritte di rilevante importanza.

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