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Antico rituale di pubblica condanna e derisione, caratterizzato
da una musica assordante, con il quale durante l'ancien
régime la comunità sanzionava matrimoni atipici,
comportamenti devianti e infrazioni in campo etico e morale.
Nato come rituale di condanna informale delle seconde nozze dei
vedovi, nel corso del XVI secolo. lo Charivari venne
esteso dalle relazioni matrimoniali al controllo della morale
pubblica e della vita politica; da qui la particolare importanza
che assunse durante la Riforma. Protagonisti principali dello
Charivari erano i giovani, che agivano in luogo degli adulti
e con il loro consenso, interpretandone la volontà e prendendo
di mira chi veniva identificato come avversario della comunità.
Nonostante i divieti delle autorità civili e religiose, lo
Charivari rimase nelle usanze svizzere dal XV fino al XIX
secolo.; in alcuni villaggi del cantone Vaud si mantenne fino
agli inizi del XX secolo. come una sorta di tributo che tutti
gli sposi dovevano versare ai giovani: in quanto garanti
dell'endogamia della comunità, i giovani esigevano un'offerta
dagli sposi per far cessare il baccano.
Le tenebre e i beveraggi
Ciaravügliu - Charivari - Ciabre - Tenebre: erano chiamate le medesime
manifestazioni di pubblica condanna e derisione, che sanzionavano
matrimoni atipici, anche sul Territorio Intemelio, fin dal XVI secolo;
tali usanze continuarono fino al XIX, quando, quella tradizione è andata
protraendosi nei villaggi delle Vallate, fino a tutto il XX. Si
ricordano ciaravügli a Camporosso e a Pigna, ancora nell'anno
2002.
Processione caratterizzata da grida,
gesti osceni, frastuono, travestimenti e indirizzata contro vedovi o
vedove che si risposavano, praticata soprattutto nell'Europa centrale e
in Inghilterra nel Medioevo. Poiché non se ne hanno testimonianze
precedenti i primi decenni del XIV secolo, la si ritiene collegata alle
epidemie e alle carestie che investirono l'Europa del XIV secolo, in
quanto espressione di disapprovazione sociale per un evento che
danneggiava un equilibrio demografico già precario. La grande peste del
1348 gli assicurò poi fortuna. Nei secoli successivi, diminuita la
pressione demografica, lo charivari assunse anche altri
significati. Nell'Inghilterra del XVIII e del XIX secolo, per esempio,
la processione bersagliava non solo i matrimoni anomali, ma tutti coloro
che si ponevano contro la comunità, infrangendone la legge non scritta.
Di origine incerta, sembrava però la traduzione cristiana di un più
antico mito folklorico, diffuso nell'Europa medievale, dell'esercito
selvaggio, ossia dei morti non placati perché deceduti anzitempo e che
qui sarebbero schiere di anime purganti interpretate ritualmente dai
partecipanti allo charivari, in cui quindi si sarebbero venute
sovrapponendo nuove funzioni sopra vecchie forme rituali, più lente
delle prime a modificarsi. In seguito la pur minima coerenza tra forme e
funzioni andò perdendosi e con essa anche le implicazioni mitiche del
rito.
Massimo
Centini, antropologo del Centro Studi Tradizioni Popolari di Torino,
studioso di cultura alpina, ha riproposto recentemente nelle pagine del
periodico Coumboscuro il percorso di questa antica consuetudine,
richiamando atmosfere di sapore medioevale non abbastanza conosciute.
Ecco una sintesi di quanto il ricercatore ha scritto in proposito:
Abbiamo notizie, nelle fonti medievali piemontesi, della pratica della
ciabra, più nota con il nome francese di chiarivari, una
sorta di chiassoso corteo mascherato, che aveva la funzione di deridere
il secondo matrimonio delle vedove e dei vedovi... Le ciabre,
costituite dalla chiassata vera e propria e dalla richiesta di riscatto
ai vedovi, erano spesso organizzate da gruppi strutturati, con un
Abate della festa a capo. Per frenare queste forme tradizionali che
nascevano nella religiosità, ma ne fuoriuscivano quasi subito, Amedeo
VIII di Savoia, comminò una multa di 25 soldi a quanti sarebbero stati
sorpresi a partecipare alla ciabra: “Condanniamo in modo assoluto
i ludibri delle maschere e mostruosi camuffamenti che alcuni osano fare
in disprezzo e beffa del sacramento matrimoniale degli sposi, col nome
di chiarivari; e così pure i detestabili mascheramenti che si
fanno in certi giorni festivi, specialmente nelle feste di San Nicolò e
Santa Caterina: alcuni vestendosi in modo di diavoli e girando per le
vie e i mercati della città, fermano i contadini e le persone semplici e
li costringono, con la violenza e spesso con percosse, a riscattarsi per
danaro”. Altre testimonianze hanno documentato nelle valli alpine di
Cuneo l’usanza del “Comperare la Capra”, allorché in una famiglia i
figli più giovani si sposavano prima dei fratelli anziani, una forma di
chiarivari nostrano che si avvicina a quello riproposto
dall’Associazione “Masche di Paroldo”, che ha saputo spettacolarizzare
le “ciabre” ed è pronta ad esportare e far conoscere in giro per il
Piemonte questa sua perfomance culturale: “I fratelli anziani che ancora
non riuscivano a sposarsi erano costretti a “chatar la chabro”, a
comprare la capra. Nel giorno delle nozze, dopo la cerimonia religiosa,
durante il pranzo, qualche invitato andava a prendere una capra e la
portava davanti al fratello o alla sorella più anziani. Le
tiravano le orecchie per farla belare più forte e dicevano: “...guardate
che bella capra ha comprato” e tutti battevano le mani. Quindi la
mungevano e con il latte facevano i tomini che venivano mangiati da
coloro che si erano fatti precedere nel matrimonio. Ma non era
ancora tutto finito perché poi venivano gli scherzi della prima notte.
Alcuni invitati preparavano qualche sorpresa nel letto agli sposi.
Facevano il sacco, oppure mettevano dei campanelli o dei campanacci
delle mucche sotto il letto. Se riuscivano li bagnavano o
infilavano mazzi di ortiche in fondo al letto. Si nascondevano in camera
e li spaventavano”. Zabra * -
«Ciabre» in Piemonte, e «chiaravugli»
in Liguria. Chiaravuglius * - Rumori notturni, che si
facevano contro gli sposi in seconde nozze, chiamati ciabre in
Piemonte, tenebre a Genova e tamburate a Massa e Carrara).
di
Nino Allaria Olivieri
Nel mese di giugno dell’anno 1763, il Bargello Otto da Genova, avuta
denuncia dai Sindaci delle sommosse in atto in occasione dei matrimonio
di alcuni vedovi; con un folto numero di milizie da Ventimiglia, si reca
in Camporosso e in Vallecrosia, località di sua giurisdizione, per
indagare e porre fine alle “tenebre” che un gruppo di
sconsiderati facinorosi “trascinano da quattro notti urlando per le vie
dell’abitato e devastando”.
Divide le milizie in due gruppi: il sergente Ascanio è inviato a
Vallecrosia, mentre riserva a sé i facinorosi di Camporosso e a notte
fonda sorprende i “tenebranti”: due di essi sono fatti
prigionieri e condotti in Ventimiglia. A difesa dei due malcapitati
intervengono presso il Parlamento i sindaci di Camporosso e accusano il
Bargello di troppa severità e di volere con il suo agire annullare “ciò
che ab antiquo era uso farsi in occasione di un matrimonio di un
vedovo”.
Alle opposizioni ufficiali il Bargello relaziona del fatto e del suo
agire al Serenissimo Senato della Repubblica in Genova e richiede che
siano emessi severi decreti in materia “a scanso di tumulti e grandi
disordini”.
Era “la tenebra” una vecchissima usanza, diffusa in tutto il genovesato,
ideata da buon temponi allorché un vedovo convolava a seconde nozze.
Sorta quale manifestazione augurale di amici con il tempo mutò di
intento e assunse carattere di illecita imposizione a cui era
impossibile sottrarvisi. Il Vescovo Mascardi e il Vescovo Bacigaluppi
con sonanti editti ne avevano proibito la pratica, scagliando interdetti
e scomunica; è dall’editto del Mascardi che ce ne viene una dettagliata
descrizione anche se tace dei particolari e si premura condannare i
Rettori “che si prestassero a indicare il luogo o il tempo delle nozze”.
La “tenebra” iniziava la sera antecedente il giorno delle nozze, al
calare della notte (da qui il lemma tenebra); un gruppo di spensierati
con urla, rumori di pentole, battito di tamburi e agitare di campane
percorrevano le viuzze del paese; erano le pre-tenebre, un avviso ai
futuri sposi invitati a preparare il dovuto in vino e cibarie. La sera
del giorno delle nozze i tenebranti si piazzavano sotto la casa e
urlavano gli auguri. Per lo più era una fraseologia di trivialità e di
invettive e di invito a farsi sulla porta di casa e pagare, sulla mano,
il dovuto in abbondante vino, pane fresco di forno, canestrelli e
leccornie. La richiesta, mai lieve, assumeva pesantezza allorché gli
sposi erano giudicati abbienti.
Grande offesa era il rifiuto alle richieste e il chiudere loro in faccia
la porta, anche se a notte inoltrata. Nuove invettive e maledizioni e
promessa di protrarre “la tenebra” per altre notti fino a richiesta
ottenuta.
Ma non sempre la tenebra e il beveraggio vennero condannati; i nobili le
consideravano attestati alla loro virilità e generosità e le
richiedevano.
La tradizione vuole che in Castelfranco la figlia del nobile Orengo
giovane, poco avvenente, ma vedova, convogliasse a seconde nozze in
Pigna. Il padre venuto a conoscenza che non avrebbe avuto la tenebra per
rispetto al casato, convoca gli affittavoli e i quattro pastori alla sua
dipendenza; ordina di fare turba con campani, pentole, tarabacche;
promette e fa dono di buona quantità di vino e di tre agnelli. Le
tenebre non furono di buon augurio; l’anno successivo la Caterina morì
di parto.
Alle tenebre subentrarono i “beveraggi” altra imposizione popolaresca
agli sponsali. Lo sposo, il giorno che precedeva il matrimonio, chiamava
il più vecchio e il più giovane degli scapoli del paese, nel linguaggio
locale venivano chiamato “l’Abau e l’Abatino”, consegnava loro buona
quantità di vino e cibarie. Seguiva una cena “la notturna” alla quale
prendeva obbligatoriamente parte anche lo sposo e fra canti e libagioni
dava l’addio alla compagnia.
La relazione del Bargello viene accolta dal Senato in Genova; si temono
altri tumulti e in data 9 dicembre 1763 ordina a Domenico Pineti,
Governatore Giurisdizionale del Ponente, in San Remo, di emettere un
editto proibitivo contro gli usi e le liberalità del popolino.
Il
16 dicembre 1763, un suo editto minaccia pene corporali e prigione “con
la confisca di tutto il ricevuto”. Ordina ai Sindaci della Giurisdizione
di darne avviso “con richiamo di Trombetta e grida nei luoghi idonei”.
L’editto non tocca i diritti e gli usi delle chiese locali, tuttavia fa
pervenire al Vescovo Giustiniani, in Bordighera, copia del decreto. Il
Vescovo, oppositore dichiarato alle “tenebre” ne impone la divulgazione
e l’affissione alla porta della Cattedrale e di tutte le chiese degli
Otto Luoghi. A perenne ricordo ingiunge che sia esso, salutare e giusto
decreto trascritto nel Settimo Libro Decretorum Ecclesiae Ventimilii,
a pagina 135-136.
Fa
seguire una lettera indicativa ai sacerdoti degli Otto Luoghi, in cui
esorta educare i fedeli a maggior rispetto al sacramento del matrimonio.
La
storia del dopo attesta che ne Senato, ne Governatore, ne Vescovo ebbero
la meglio: l’usanza popolare delle tenebre
e dei beveraggi travalicò il tempo e ancora oggi nei nostri villaggi non
manca di rivivere, meno irrispettosa.
LA VOCE INTEMELIA anno LVIII n° 1 - gennaio 2003
Per dare documento di quanto avveniva, anche qui da noi, visioniamo una
simile ricerca condotta nel Cantone elvetico di Vaud : 

A. Moroni 
di Girolamo Rossi
De zabra secundo nubentibus non fienda. (Synod.
epis. taurinensis Provane, 1507, cap. LXXX).
Gabella chiaravugli sive illorum qui accipiunt uxorem viduam.
Qui transiverit ad secundum votum teneatur solvere pro qualibet summa
librarum centum solidos decem et sic ad eamdem rationem, et non possit
ultra aliud petere preterquam solidos decem pro centenario, et teneatur
maritus talis uxoris denunciare et solvere dicto gabellato infra dies
octo. (Tractatus de gabellis Vintimilii).
Nel primo sinodo del vescovo di Ventimiglia Promontorio, si legge
esser proibiti: Strepitus rumoresque tumultuosos per vicos et plateas
vel etiam ante domum habitationis iterum nupte vel ejus sponsi, quod hic
vulgo chiaravuglio dicitur.
A p. 462 della Istoria di Sospello de l’Alberti si ha, che
quel comune eleggeva ogni anno fra i pubblici ufficiali li
ciariviglieri o capitani del ciavarino; negli Statuti di
Nizza del 1673, p. 71, è prescritto: gli abbati dei balli
haveranno l’essazione dei chiaravigli entrate e uscite di spose.
Chiaraviglieri sono chiamati questi ufficiali negli Statuti di
Briga; e leggermente modificato in Charaviariam è ricordato
questo vocabolo dal Saraceno a p. 236 del Regesto dei Principi d’Acaja.