Mai, per giustificata prudenza, si iniziava il “Radeu” all’avanzare della notte o a mare agitato.
Marinai di professione, camali, uomini e donne presi a giornata dai committenti, all’apparire delle bianche vele, si riversavano sulla spiaggia, perché ad ogni Radeu era sicura una mercede.
Sul veliero i marinai apprestavano le merci e sulla spiaggia si attendeva l’inizio dei Radeu, uso a praticarsi non solo in Ventimiglia, ma nei luoghi privi di porto. Simile operazione veniva praticata nella baia di Roccabruna, in Bordighera alle Ruote e in Ospedaletti. Il Lascaris, Signore di Castellar, sbarca, con l’aiuto di pescatori ventimigliesi, alla spiaggia di San Nicola da Bari sessanta pecore e due cavalle.
Il “Radeu” (parola di derivazione latina: “Ratis”, zattera che poi troviamo nel latino medievale; “Rades” tronco trasportato per via fiume) era praticato nello scarico dei vini, dei grani e del bestiame. Aperte le balconate del veliero, le botti di vino erano, con l’ausilio di corde, fatte scivolare in mare e, legate in fila, trainate dai gozzi sul bagnasciuga. Sulla spiaggia si iniziava il travaso del vino nelle “baie” o tinozze (contenitori in legno) e dalle tinozze nelle “Barì” (barili) dalla capacità di 30 litri.
Era l’inizio del trasporto a domicilio; robusti carnali, per lo più donne, caricati i barili sul capo, in continua fila, recavano il vino alle osterie o ai privati.
Il Canonico Giauna spende per vino recato dalla spiaggia, in un giorno di lavoro soldi di Genova 62 e il famiglio del Vescovo lire genovesi 2 per una giornata di merce “dovute ai due uomini che dal basso portarono a Sua Ecc. quanto Egli aveva commissionato in Nizza”.
Al “Radeu” assisteva “u Cianciferu” (nocchiero in seconda) che, calata l’ultima botte in mare, con voce imperiosa urlava alla ciurma: “tirate su, serrate e, occhio al capitano gatto !». Il Capitano Gatto era un personaggio d’obbligo, sopra ogni veliero che trasportava vini o frumento. Se compito del primo nocchiero era tenere la rotta, al capitano gatto incombeva sorvegliare e ripulire le stive e la cambusa dai topi roditori.
Non era un intruso. Una ordinanza del Magistrato del Porto della Repubblica di Genova (oggi si direbbe “della Capitaneria Portuale”) vietava la partenza a quei velieri che non avessero a bordo uno o più gatti, “perché avrebbero preservato nel navigare mercanzie e da malattie di peste”.
La mancanza di un porto agibile non solo rese complicate le operazioni di sbarco delle merci, ma più impegnativo e costoso era effettuare i carichi in partenza.
Agli sciabecchi ancorati fuori rada si affiancavano i leudi o i gozzi e con operazione inversa al Radeu la merce era issata a bordo e stivata.
U Sciabecu e u radeu
Nell’anno 1737 Francesco Lascaris, Signore di Castellaro, nel suo testamento lega ai due figli, oltre ai beni terrieri, la metà di uno sciabecco in comproprietà “con Matteo da Ventimiglia, capitano e nocchiero” e assegna la nuda proprietà di due leudi e di un pinco all’ancora del porto di Mentone.
Nel codicillo annota l’ottima riuscita della Società con il Matteo e per la sua durata consiglia di sorvegliare i marinai all’atto del “Radeu” affinché “alcun committente abbia per cattivo lavoro reso dare merce ad altri Patroni di naviglio”.
E lapalissiano che il nobile Lascaris, tramite Matteo, gestiva trasporti marittimi non solo nei porti rivieraschi da Savona a Nizza, ma all’occasione praticando il “Radeu”, о “l’alato” attraccasse a Ventimiglia nelle acque antistanti la Rocca, essendo impraticabile il porto fluviale, soggetto alle alluvioni e ad un sempre crescente abbandono. Tra il 1600 e la metà del 1700, tuttavia, Ventimiglia conta un passabile parco di naviglio di piccola stazza che permette alla città, ancora chiusa fra mura, smerciare i prodotti agricoli in eccedenza e importare il fabbisogno dei materiali per le crescenti costruzioni.
Trovo annotati nel “Liber Mensæ Episcopalis” vari accenni dai quali si evince attorno all’attività marinara: un leudo denominato ufficialmente “Portiere” espletava servizio postale bisettimanale tra Ventimiglia, San Remo e Oneglia e tre volte alla settimana salpava verso Mentone, Monaco e Villafranca, recando missive ufficiali e private.
Il “Portiere” poteva essere noleggiato dal committente. Il Vescovo Gandolfo noleggia il Portiere per smerciare una certa quantità di vino moscatello in Nizza e sulla via del ritorno imbarca buona quantità di derrate per la famiglia ecclesiastica: canonici e clero. E il leudo di patron Luigi che, noleggiato dal vescovo e dal Parlamento, sbarca il Vescovo di Riez in Villafranca, fatto prigioniero dalle guardie di mare nella baia delle Ruote, ove sua galea aveva gettato l’ancora per un improvviso fortunale. Altri leudi imbarcavano alla Spiaggia oli, legni, carboni, lane e carni ovine, per i porti di San Remo. Due leudi, nella stagione propizia, scaricavano limoni e cedri in Savona e in Genova. In mancanza di carico il leudo veniva adibito alla pesca di alto mare.
Leudi, Pinchi e Sciabecchi non potevano attraccare alle bitte del porto fluviale.
Giunti nelle acque antistanti la Rocca e Porta Marina calavano l’ancora e a seconda del carico e della merce il capitano ordinava lo “Alato”, che consisteva nell’alleggerire il pescaggio per iniziare la manovra di avvicinamento alla spiaggia.
Tempo permettendo, s’iniziavano le complicate manovre di scarico, operazioni lente, attente ed impegnative, riservate ai soli marinai di professione e ai camali. Per legge marinara la consegna della merce non era a carico del Patrone, ma impegnava il capitano cui incombeva l’onere della consegna del trasporto in buone condizioni, e ordinare e assistere al “Radeu”.
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VENTEMIGLIUSA
MARINARìA |
A MÜRA MARINARA
Luigin Maccario - 2002
Inta marinarìa, a müra a l’è a çima o a ghìa ch’a tégne
tesà vérsu prùa a bügna d’i trévi burdài, ch’a sta’ survavéntu, cume a scòta
a tégne tesà a bügna sutavéntu, versu pùpa. Inscì i trévi i l’àn e müre,
cume e véře d’â “fòrsa d’ê véře” e chéle de tàgliu.
Se méte in tiru a müra e a scòta pe’ dispùne a lünàda d’a véřa segùndu l’urientaméntu
d’u penùn duv’a l’è inferìa. Gh’è cuscì e müre de drita e chéle de lérca e
se dìxe che u batélu u l’à e müra a drita o a babòrdu, segùndu da duv’u
pìglia u véntu.
Tüta ‘sta fìřa de paròle aduveràe ìnsci batéli a véřa, a l’è pe’ çercà de
lançà in càmpu in po’ de "naveřìsmu", ch’u séreva a tendénsa de
penscéiru versu
l’afermasciùn d’î besögni marìtimi d’in pàise, cume u nòstru, ch’u l’è
delongu ciü destacàu d’â sou marìna, in mancànsa d’u sou pòrtu.
LA VOCE INTEMELIA
- anno LVII n. 10 - ottobre 2002
Nostalgia per un'attività che è stata grande, anche quando per attraccare i barchi si dovevano spiaggiare alla Marina, ma che oggi è pressoché impossibile, a causa dell'assenza di un porto.






L’attività marinaresca ventimigliese è stata grande per tutta
l’antichità, fino al basso medioevo, servendosi prima del porto- canale sul
Nervia, eppoi dell’attivo bacino nel Roia, sistemato alle falde dello
Scoglio, nel sintomatico quartiere Lago.
Traffici d’ogni genere avrebbero caratterizzato l’attività di
cabotaggio, primo fra tutti il trasporto di legname, il quale scendeva dalle
foreste di Tenda, seguendo la corrente del Roia.
Anche navi da guerra e grandi galee trovavano ricetto ed arsenale
nel nostro porto, tanto che il 10 maggo del 1219, quando i genovesi
catturarono una nave, carica di frumento, diretta in città, i ventimigliesi
armarono una cetéa, nave dai cento remi, la quale, eludendo l’assedio,
riusciva a catturare due galee genovesi, nel mare di Trapani.
Poi la nostra grande marineria tramontava, proprio nel XIII
secolo, per mano degli stessi genovesi che interrarono il Lago, deviando
irreparabilmente il corso del fiume, lontano dalle mura.
Ma il piccolo cabotaggio ha continuato a servirsi dei bassi
fondali rimasti attivi nel Lago, almeno fino al XVII secolo, come risulta
dalla bella incisione dell’Hardy, datata 1832, ma anche da notizie
d’archivio, per i secoli dal XVI al XVIII. Raffigura una decina di
bastimenti a vela, detti e scùne, alcuni tratti a secco tra i gozzi,
mentre altri in rada, trasbordavano le merci su piccole chiatte.
Molti ventimigliesi hanno lavorato in marineria, concludendo sovente la
carriera come “padroni marittimi” in proprio. In precedenza erano stati
“nocchiero”, il marittimo che aveva il compito di controllare le
attrezzature e le manovre a prua, di scandagliare il fondo, di tenere sempre
sotto osservazione il mare per prevenire gli ostacoli galleggianti, gli
scogli, le secche e ogni altro pericolo, osservando la superficie del
mare, il suo colore, le increspature e il modo in cui le onde si frangono,
ascoltandone il rumore; scrutava l'orizzonte per studiare il tempo e
prevederne gli eventuali cambiamenti, per riconoscere i punti cospicui lungo
la costa.
Durante gli ormeggi in porto o gli ancoraggi in rada seguiva tutte le
manovre a prua, in stretta collaborazione con il pilota e il timoniere che
le dirigevano da poppa.
In quel periodo, le rotte commerciali più battute, giungevano in
Sicilia ed in Spagna, da dove traevano frumento e vini pregiati.
Si svolgevano normalmente con imbarcazioni piccole o medie che, si
spostavano da porto a porto sulla stessa costa. Il loro grandissimo sviluppo
era determinato dalla concentrazione di molte attività economiche presso il
litorale, che consentivano di svolgere un commercio di ridistribuzione
locale e dai vantaggi che il trasporto su acqua offriva rispetto a quello
terrestre, meno sicuro e più costoso.
è Girolamo Rossi a
fornirci notizie sull’attività dell’ultimo imprenditore marittimo locale,
nella sua “Cronaca” d’allora.
Nel gennaio del 1885, il capitano Paolo Viale acquistava il
vapore “Balaclava”, che il 10 maggio veniva condotto in rada dal comandante
Federico Aprosio, al fine d’intraprendere una serrata importazione di vino
dalla Sicilia.
Nel giugno del 1886, un secondo vapore andava ad aggiungersi alla
piccola flotta del Viale, questo si chiamava “Chambeze”. Le altre navi, che
erano a vela, si chiamavano: “Silvia”, “Olga” e “Giuseppe”.
Un terzo vapore, denominato “Vilna”, si aggregava agli altri nel
1892. Infatti, il 31 luglio di quell’anno, sbarcava dalla nostra rada ben
millesette genovesi, venuti per una gita di piacere. Lunedì 4 agosto, un
migliaio di ventimigliesi salparono per Genova, dove andavano a visitare
l’Esposizione Colombiana.
Come risulta da un’incisione di Ferdinando Perrot, datata 1845, che ritrae
la spiaggia della
Marina, con lo Scoglio Alto e la Margunaira, l’attività
trovò scalo in rada.
da "I tasseli d'a Strena de Deinà", anno 1997
io
anchìna
bastùn
bòma
brigantìna
carçése
carté
ciàve
ciavéta
contramezàna vöřànte
contramezàna
contrapìcu
contraveřaçìn
contraveřàssu
cügni d’ê scàsse
cuřumbé
custéira
eventàiřu
gartela
gùřa d’a rabàza
gùřa d’u bòma
in crùxe
incapalàgiu
incàstru
lantérna
lapàza
màscciu de l’àrberu
mìcia
redànça
padigliùn
pasciénsa
péntene
penùn
penùn de gàgia
penùn de maìstra
penùn de mezàna
penùn sécu
pìcu
rabàza
racàzu
scàssa
sérpa
senàře
spigùn
strüssa
surspensù
tésta d’àrberu
tésta de mòuru
tròssa
trùncu
vergaséca
véřa
l’arberaüra
l’arbéru
l’arberétu
àrberu militàre
arbéru a pìbru
-
bumpréssu
trinchétu
àrberu de gàgia
àrberu de maìstra
pàlu
mezàna
tralìssu
treipé
-
autéssa de l’arberaüra
autéssa de l’àrberu
bàrcu
a véřa
nàve a
véřa
acazìa
bàssu
bòrdu
bòvu
brigantìn
guřéta
brigantìn
caràca
caravéla
crippér
cürvéta
cùttre
dùi arbùri
feřüca
fregàta
füsta
gařeòta
gařeùn
giùnca
guřéta
làudu
mìsticu
nàve rùnda
naveçè
puzéiru
ràsu
schìpre
sciabécu
scùna
slüpu
tàrida
vascéřu
vascéřu fantàrsma
veřaçé
vinaçéira
latìna
fiòcu
rànda
artimùn
àuřica
auxelìna
bastàrdu
bisdòssu
bùrda
carbunerìa
càrtu
cavaléta
çivàda
contrabervedé
contrafiòcu
contramezàna vöřànte
contramezàna
contrapapafìgu
contrarànda
contraveřaçìn
contraveřàssu
cutelassìn
cutelàssu
dòssu
gàgia vöřànte
gràn fiòcu
gràn
veřàssu
lùvu
mangiavéntu
mezàna
mezanéla
papafìgu
paruchétu
pulacùn
sàcu
segùndu fiòcu
spassama’
térzu
trévu
trinchetìna de furtüna
trinchetìna
trinchétu
véřa de gàgia
véřa de maìstra
véřa de stràgliu
veřaçìn
veřàssi
veřàssu
vele per
rànda
fiòcu
véřa marcùni
balunétu
balùn o
spinàcu
arberà
inarberà
ghindà
sghindà
imbiettà
inciavetà
incruxià
scruxià
inghinà
inveřà
lapazà
méte in ciàve
racàzà
recařà
scapelà
smanteglià
tumà
dematàu
veleggiare contro vento /AZ
veleggiare prendendo vento di poppa
veleggiare prendendo il vento largo
veleggiare prendendo il vento di buon braccio
veleggiare prendendo il vento a mezza nave
veleggiare al traverso
veleggiare prendendo il vento di
bolina, a tre quarti
veleggiare di prua
veleggiare di poppa
bordeggiando - navigando seguendo il
vento
approdare sulla spiaggia
portato dalle onde
tenere le vele in modo di
“andare all’orza” /MC
andà a l’òrsa
a fi’ de ròa
â làrga
au gran làscu
au làscu
au travérsu
de bulìna
de prùa
de pùpa
burdezàndu
ciazà
urzà
