|
RITA ZANOLLA
TRADIZIONI
CALENDARIALI SCARVENCHE
U CANTUN
DE MANUÈ
|
Calendimaggio
Me pa’ de sente
ancù u sciau pesante d’a maire-grande Manüé ch’a passa a fatica insc’i
sgruti d’a riana, suta ina lensörà de giassu e cu’u cavagnu au gumèu ... Mi
l’asseghiva.
Le feste pagane in onore della “Madre Natura” che
in primavera si rigenera e acquista nuovo vigore, il tentativo di
cristianizzarle facendo assumere alla “Magna mater” i tratti sempre più
precisi della Vergine, la ricorrenza al 1° di maggio della festa del Lavoro,
per tanti anni simbolo della rivoluzione socialista, la consacrazione dello
stesso giorno a San Giuseppe artigiano, modello di lavoratore, erano
ricorrenze che la nonna Manüé viveva a modo suo, seguendo i suoi ritmi e le
sue abitudini.
Ai tepori di aprile, si riprendeva il
cammino delle vigne per accudire ai lavori necessari prima che le viti
mettessero i nuovi getti. Era un cammino difficile e faticoso, segnato da
percorsi lunghi e non agevoli, da lavori pesanti. Le vigne, oggi quasi
completamente abbandonate e per questo soffocate dall’avanzare della macchia
mediterranea, erano state messe su un po’ alla volta dai padri, “cavàndu” i
fianchi delle colline pietra dopo pietra, lavorando “da lüxe a lüxe”. Erano
stati fatti gli scassi su cui appoggiare in modo solido e sicuro le pietre
portanti della fondazione poi i riempimenti e i nuovi scassi avevano
lentamente tirato fuori dalle pendici strisce avare di terra su cui poter
impiantare una coltivazione. Tanto era preziosa la terra che occorreva
fermarla con i muretti di pietre a secco - i maixèi - in un lavoro di
certosina pazienza e di grande abilità. Nascevano così le fasce, elemento
estremamente caratteristico per il paesaggio della nostra terra. Spesso
queste pietre non erano presenti sulle colline fatte più di marne friabili
che di dure rocce ed era necessario recuperarle al piano, sul greto del
torrente e dei fiumi. Si saliva per le mulattiere accompagnati dagli animali
da soma.
Mei paire u l’avìa l’ase: u gh’avìa messu
due corbe, üna pe’ parte e, candu se pigliava a muntà, mi me fermavu int’e
giaire a carregaře. In veramùn, se muntava e prie, in carà, se purtava e
legne d’i pin arrancai pe’ nu’ fà fa’ a l’ase u viagiu vöiu.
Nei giorni primaverili di vacanza dalla scuola,
io e la nonna salivamo alle vigne per ripulirle dopo i disastri dell’inverno
e delle piogge.
C’era da rifare - ciacün pe’ a sou parte - il
fondo delle mulattiere di accesso, occorreva ripristinare l’incanalamento
delle acque piovane intorno alla vigna per impedire gli allagamenti in caso
di brutto tempo e di accumulo dei detriti, bisognava fare l’erba cresciuta
bela drüa intorno alle viti dopo le piogge di marzo. La nonna lavorava; io,
bambina la guardavo. A volte l’aiutavo in qualche lavoretto di poco conto.
Per lo più, gironzolavo nei dintorni alla scoperta delle attrattive del
bosco e dei suoi abitanti, oppure passavo il tempo guardando dall’alto la
valle e il corso del torrente che si snodava ancora alle falde della
Magliocca.
Si partiva la mattina presto e, mentre si
saliva attraverso gli orti e poi gli uliveti e le altrui vigne, il sole
cominciava ad apparire dietro la collina di Marsé. Il canto del cuculo
arrivava dall’alto e si spandeva per la valle ripetendosi sulla collina di
fronte. «Candu canta u cücu, a matin gh’è bagnau e a seira sciütu», mi
diceva la nonna apprezzando quello spettacolo della natura e inserendolo
nella sua semplice cultura contadina: comunque fosse stata la mattinata, le
giornate di maggio sarebbero state calde.
Prima di andare via di casa, la nonna aveva
preparato “merenda”, ovvero il pasto da portarci appresso nel cestino per
continuare il lavoro fino a sera. “Biove” di pane bianco con dentro
le uova strapazzate o i pomodori secchi, una rosetta di pane con il salame,
dui purtugali, ina manà de fìghe seche, in tocu de ciculata: sono i gusti che
tornano alla memoria nei ricordi dell’infanzia, insieme al calore del sole
sulle marne, all’odore dell’erba falciata che appassisce a mucchio.
Un primo di maggio, eravamo salite
alla vigna più aprica perché la nonna potesse andare avanti con i lavori e,
mentre lei ripuliva le fasce dall’erba, io cercavo di mandare a memoria i
versi di alcune strofe della famosa poesia manzoniana dedicata a Napoleone.
Nonna Manüé aveva già accumulato l’erba nel lensurùn e aveva portato lo
stesso nella fascia bassa della vigna perché fosse più agevole tirarlo su al
momento del ritorno a casa.
Poi, era andata nel bosco a tagliare rami
di pino e di corbezzoli e arbusti profumati da portare a casa per i conigli.
Io, stanca forse di saltellare qua e là, sazia della merenda già consumata,
scaldata dal tepore del sole ormai alto, mi ero addormentata, senza
rendermene conto, sulla lensörà d’erba, come in un letto profumato.
Il mio quaderno di scolara di terza
elementare mi era scivolato dalle mani.
Quando nonna Manüé mi svegliò, scottavo e
avevo la testa frastornata: era la mia prima insolazione. La nonna si
sciolse dalla vita il suo grembiule e lo immerse nell’acqua fresca del
pozzetto di raccolta delle acque piovane, lo strizzò bene e me lo avvolse
stretto intorno alla testa. Bevvi a lungo dalla nostra provvista di acqua di
Vichy.
Iniziammo subito il ritorno. A metà strada
ricominciai a saltellare per le campagne raccogliendo i magi, piccoli
gladioli selvatici che a maggio spuntano rossi tra l’erba alta: li avrei
portati a casa, davanti all’altarino della Madonna appositamente allestito
per il mese mariano.
Rita Zanolla
LA VOCE INTEMELIA
- aprile 2005
Sterburin e massami
Con le çincaire, cioè con
i famosi cinque giorni di brutto tempo citati nel racconto di “Marzo e il
pastore”, aveva inizio aprile. Ma se marzo era stato pazzerello ed aveva
alternato momenti di sole a momenti di pioggia, aprile poteva riservare
ancora giornate di freddo intenso ed era spesso decisamente piovoso. “Marsu
in dì nu' l’autru, avrì tűti i dì” ricordava ogni giorno nonna Manüè
mentre attendeva al lavoro dei campi. Ed incalzava: “Avrì, tűti i giurni
in barì” perché le abbondanti piogge di aprile sarebbero state utili ai
vigneti ed agli uliveti, aumentandone la resa. Sicché ogni giorno di aprile
era buono per una bella pioggia che sarebbe andata ad innaffiare il seminato
e ad ingrossare il letto del torrente.
Era allora il tempo di andare a pescare le
anguille perché: candu u figu u spunta l’anghila a toca e ad aprile
le piene del torrente non si lasciavano attendere troppo. Le anguille, si
sa, vivono sotto le pietre ed escono appena il torrente si ingrossa, con
l’acqua che trascina con sé fango e detriti diventando torbida. Così, ai
primi sterburin,“Và, và a vè Pepin che u fa’ u massàme” mi
sollecitava la nonna indicandomi il nostro vicino di casa che, di sera, si
preparava alla pesca dell’anguilla secondo un antico metodo. Ma più che di
metodo occorrerebbe parlare di arte, perché la pesca all’anguilla era allora
un esercizio di abilità, pazienza e destrezza che solo alcuni riuscivano a
fare con successo. Io andavo a curiosare in quelle scatolette di latta che
Pepin aveva allineato sulla scala: erano piene di terra umida e leggera
nella quale si muovevano i vermi da terra, normali lombrichi violacei e
grossi, più o meno tutti della stessa dimensione. Pepin teneva in mano un
pezzo di fil di ferro sottile, legato ad un rocchetto di filforte da cucito
e con esso trapassava ad uno ad uno i vermi per la loro lunghezza, facendoli
scorrere sul ferro e poi sul filo, sino ad avere una filza anche di due o
tre metri. Tagliato il filo dal rocchetto, lo attorcigliava più volte
intorno alle dita della mano tenendole un po’ aperte, sino ad ottenere una
matassa che chiudeva annodando tra loro i due capi. Questo era il massame,
ovvero l’esca per pescare le anguille.
“Sporgime u burdun” mi diceva
allora indicandomi una grossa canna nodosa dalla quale pendeva una
cordicella. Avutala, legava alla cordicella un piombo della grossezza di una
piccola noce e, due dita più sotto, fissava il massame. Ciò affinché il
piombo impedisse all’esca di andare alla deriva, una volta in acqua. Quindi,
Pepin infilava i piedi nei gambali e, preso un grosso ombrello di tela, si
avviava alla riva del torrente. “Avù ven u belu”, mi diceva a mo’ di
saluto ed io sapevo che allora iniziava la lotta tra lui e le anguille. Al
tocco dell’anguilla, Pepin avrebbe fatto ritornare lentamente la lenza verso
riva e poi, con destrezza ed esperienza, avrebbe portato massame e anguilla
sopra l’ombrello rovesciato. Solo allora, forse, l’animale avrebbe lasciato
la presa e sarebbe caduto all’interno dell’ombrello dal quale, pur provando
ad arrampicarsi ed a contorcersi, non sarebbe più riuscito ad uscire.
Rita Zanolla
LA VOCE INTEMELIA
- aprile 2008
Cieli de marsu
Erano i giorni di marzo, i giorni
in cui i tepori della primavera erano spesso interrotti da giornate di vento
e da improvvisi acquazzoni: marzo Þ un mese di scarso affidamento, matto per
antonomasia.
E infatti a marzo il tempo bello ed il tempo brutto si alternano, senza
preavviso e senza stabilita. Ma, come tutti i mesi, proprio nel suo essere
imprevedibile e nel suo trascorrere in giornate di sole o di vento o di
pioggia, sta’ la bontà di marzo che reca alla campagna pioggia e sole e
vento, agevolando l’interramento delle sementi e la loro annaffiatura.
"Se marsu u nu' marsegia avrì u scarsegia", ricordava ogni anno Manüè mentre
sarchiava la terra per seminare le tourele di insalata e i surchi di piselli
e di fagiolini. Io intanto cercavo tra le pietre dei maixei le prime
violette selvatiche, profumatissime, riscaldate dal sole ed innaffiate dalle
piogge marzoline.
"Marsu u lè faussu ma a l’invernu u ghe dà in càussu", diceva la nonna
cercando nel cielo i segnali del bel tempo nella luce limpida e fredda delle
non ancora trascorse giornate invernali.
Erano le prime giornate di sole dopo i rigori invernali e si usciva
volentieri di casa per andare nell’orto a curare le piantagioni. Ma in tali
belle giornate, sovente usciva un’aria sottile, pungente. - I sun e oure de
marsu, diceva la nonna mentre si chiudeva più stretto lo scialle. - I cumensa a tre ure de dopusdernà e i nu i cara fina â seira. - Le
òure de
marsu, sono quei venti tipici del clima marzolino, freddi ed insistenti,
benché non più invernali, che fanno ancora rabbrividire nonostante si
verifichino in una giornata di sole.
"De marsu chi nu gh’à de scarpe vaghe descaussu, ma chi ghe l’à u nu' e
lasce a cà", diceva nonna Manüé pensando proprio ai freddi che ancora di
marzo fanno sì che non si abbandonino a casa gli indumenti e le calzature.
- Crövite a guřa, mi suggeriva mentre mi stringeva la sciarpa al collo
perché non mi venisse la laringite.
Ma a volte nel cielo, erano segnali di cattivo tempo e sarebbe venuta ancora
giù acqua a catinelle e vento, anch’esso necessario ai lavori della campagna
perché - Marsu ventusu anu bundusu.
Era una meteorologia spicciola ma sicura, tipica di mestieri portati avanti
a lungo e conosciuti sino in fondo, mestieri che si svolgevano a stretto
contatto con la natura che regolava la vita di ogni giorno.
E poi c’erano gli acquazzoni, piovaschi intensi annunciati dai cumuli sui
monti, i casteli di nuvole foriere di perturbazione.
- Ina vouta u pastù u mirava i casteli e u capia loche fa’, aggiungeva la
nonna ricordando le indicazioni meteorologiche: - Se e nivure i van veravale,
piglia e crave e portale a gardale. Se e nivure i van veramun, piglia e
crave e portale int’u casun. Dall’orientamento delle nuvole, si poteva
infatti fare la previsione: nuvole che scendevano verso il mare indicavano il
bel tempo ed il pastore poteva portare il gregge al pascolo. Al contrario:
se le nuvole salivano verso il monte, presto avrebbe piovuto. Da qui, la
necessità di ricoverare le pecore al riparo.
- Ma nona, u l’è in mese matu, cume ti fai a di' che u va ben ? chiedevo
nella mia logica petulante di bambina. E nonna Manüé, lesta, mi zittiva. -
Nu' stà a parlà cuscì che u s’ufende e u diventa marriu, mi rimproverava.
Nu'
te l’òn za' cuntà chela d’u pastù che pe’ tütu u mese u l’avia sarvau e
pegure e â fin u l’à fau scherniu a marsu e marsu u ghe l’a fae moire tüte
inte ren ? Me l’aveva raccontata tante volte, sì, la storia del pastore che
nel mese di Marzo riuscì a salvare il suo gregge raccontando bugie al mese
curioso ma che poi, negli ultimi giorni, non aveva resistito alla voglia di
schernirlo - Marsu, marsassu, vatene cu’i toi capelassi e mi me n’anderon
cu’i mei agneleti grassi. Sicché Marzo andò a chiedere in prestito ad Aprile
due giorni di cattivo tempo: - Avrì, prestame dui d’i e trei che n’ài faremo
ciagne i pegurai. E così era stato che in cinque giorni di tempo
inesorabilmente pessimo, il pastore non aveva potuto salvaguardare il suo
gregge che si era estinto. - Oilà, schersai cu’i fanti ma lasciai sta’ i
santi, finiva nonna Manüé attingendo alle sue fonti di sottomissione
all’arcano.
Rita Zanolla
LA VOCE INTEMELIA
- marzo 2008
Asi e müře
scarvencu
‘Sta vota, n’apiaixe parlà de veci amighi ch’i l’àn fau cumpagnia ai nostri
veci, pe’ tantu tempu e tantu camin, agiütanduři, pe’ sou contu, int’i
travagli d’a vita. Parlarmu d’ê bestie da travagliu, de chele ch’i fàva lögu
pe’ a nostra terra apesa a ‘ste cole gerbe, pe’ e nostre strade che i taglia
e terche.
Parlamu d’i cavali, d’i asi e d’ê müře: bestie ch’i fan parte d’a störia de
Ventemiglia inseme ai maixei e ae vigne e ai aurivei. Nu’ tantu vurremu
parlà de e bestie pe’ u trasportu d’ê gente, aiscì se e carosse a cavalu i
l’eira a curriera d’ina vouta: nu’, parlarmu de cume ‘ste bestie i l’agiütava
l’omu int’i soi travagli.
Avé l’ase o a mïřa l’eira ina richessa: se se scangiava e giurnae e ina
giurnà de bestia a l’eira cuntà cume çinche giurnae de omu, sete de dona.
Chi àva in curtì, aiscì nu’ gairi grandu ni’ tropu ariusu, ün de cheli curtì
che ancöi se ve de rairu, magara scangiai in bitegheta, u l’aduverava pe’ a
bestia: che u fusse suta cà, pe’ esse prunti a parte au cumandu d’u padrun.
E bestie i custava pocu e i rendeva tantu: cun ina brassà de fen, in po’ de
biava e caiche manà de carrube, i l’andava tütu u dì atacai a in carru, de
vote a caiche tumbarelu, o cun de bele soumae da purtà. Int’i ani, serviva e
prie pe’ fa’ e cae, e prie pe’ fa’ e fasce, e legne pe’ i curmi d’i teiti e
u mubigliu o pe’ ascaudasse, e tütu loche ancöi ne serve, belu serviu suta a
cà.
E ürtime müře che òn vistu i carava i curbin cin de üa dint’e vigne int’i
fundi d’u paise ... e ürtime vendegne cu’e müře avanti d’i traturi ...
avanti d’ê fasce gerbe.
L’ürtimu ase l’òn vistu int’a valà d’a Röia a ina möřa pe’ maixinà u gran: i
l’eira in catru asi inte ‘stu murin “a sanghe”.
“D’ê done e d’a müřa nu’ stane a avé cüra” dixéva caicun ciü rüstegu,
pensandu ben che, sece a dona che a müřa, i custava pocu, i travagliava
tantu e, surtù, i nu’ dava de fastidi.
Arimai paixi. Sulu de voute i se impuntava; ciü desdegnusu u cavalu, menu l’ase
o a souma. Ma candu i se fermava, nu’ gh’era ciü versu e sulu ina bona
giastrema, e de voute u fuetu, i purreva bugiaři.
I carretei e i müřatei i sun restai numài propiu pe’ lolì e ancura ancöi: de
ün pocu acustumau se dixe ch’u parla propiu cume in carretè.
Rita Zanolla
LA VOCE INTEMELIA
- febbraio 2006
I ciapunéi inta stréna
scarvencu
Pe’ suagnà arimai da travagliu, cume cavali, asi e müře, l’eira impurtante
de pruvede in bon ciapunè che u savesse ferrà ben a bestia, limandughe l’ungia
e metendughe u ciapùn dritu e solìdu, sci che int’u travagliu i ciodi i nu’
ghe passesse int’a zarpa, ni’ che, tropu moli o de straversu, i se perdesse
avanti d’u tempu.
Perché u ferru de cavalu u porta bon a chi l’atröva ma u nu’ porta bon de
següru a chi lu perde, ni’ â bestia ch’a se frusta u pe’, ni’ au patrun che
u nu’ pö aduverà l’ase descaussau.
Candu l’eira u dì che muntava u ciapunè, â matin de bun’ura i padrui i
purtava e bestie int’e ciassete d’i paisi, stacàndure ai caineli d’ê cae o
ae grate d’i barcui. Arrivava u ciapunè che, a sun de “issa pe” e aissandu e
zarpe d’a bestia e cun serreta e ciodi u fava u sou travagliu.
 fin, e ciassete i l’eira spassae dai tochi d’è ungie e dai brütessi d’ê
bestie, ma l’audù u restava delongu int’e l’aira.
Ina vouta ciapunà, besögnava selà a bestia e metighe u bastu, e pöi bardara
d’â çima au fundu cun tüti i furnimenti e e brile e u morsciu e u sutacua.
Epöi ... a s’atacava au carru o se ghe passava e brile surva u colu e se
cumensava a andà ...
Fin dopu a segunda gherra mundiale, intu mentre che Ventemiglia ancura a
viveva d’é sou curtivaziun, d’ê vigne e d’ê aurive, ghe stau u postu pe’ e
bestie da travagliu, pe’ i ciarrui, i ciapunei, i selai e u basté. Pöi l’è
vegnüu u ben sta’ e tanti modi de vive e de dì e tante üsanse i se sun perse
e tante cose i se sun scurdae.
A elu, Sciù scendegu, che u guverna ‘sta çita pe’ u vurrè inscì de cheli
ch’i se ne ricorda in’autra, nui ancöi ghe damu u compitu de saveřa fa’
cresce dae sou raixe de gente travagliusa, de saveřa purtà avanti cun a
pasciensa e a testardixe d’ê bestie da travagliu, cun u passu stirassau e
següru pe’ e cole d’a vita moderna.
A nostra strena a l’è poca cosa: fighe seche e nuxi e amanduře e ninçöre. Ma
gh’e ina rama d’auribaga: pe’ fa’ ina störia tüti inseme, nuiautri d’ê
assuciaziun e a Scignurìa ch’a ne governa.
U a piglie a ben vurré, sciù Scendegu e u a tegne strenta int’u sou
travagliu: a nostra strena e e nostre custümanse.
Rita Zanolla
LA VOCE INTEMELIA
- gennaio 2006
Santi pescatori
«A Sant’Antunin
e anciue i sun pe’ camin» era il proverbio che, a inizio giugno, dava il
via all’attività familiare di salatura delle acciughe.
“Sant’Antunin”, ovviamente, era riferito al santo
Antonio da Padova, cronologicamente “più giovane” nei secoli dell’omonimo
“abate” e quindi secondo le regole del dialetto ventimigliese, meritevole
del diminutivo.
Il proverbio potrebbe essere di origine assai
antica, tenuto conto che la pesca e la salatura delle acciughe si faceva
prevalentemente in Liguria e in Sicilia come dimostrerebbe l’evoluzione del
termine “anciua”, ricostruito nel francese anchois e nello spagnolo
anchoa,
secondo gli studi di Emilio Azaretti. Quelle acciughe, in viaggio nella
ricorrenza del 13 giugno, sarebbero arrivate nel nostro mare verso la fine
del mese, in tempo per la festività di San Pietro Apostolo, pescatore per
eccellenza.
«I se cumanda int’e Asse, dai figliöi de
Segù. I sun de spessiai ma i sun unesti e i te dan e anciue bele fresche e
ben purpüe. Inte ‘stu caixu, chi ben spende, menu spende, e in dumàn nu’
averemu da sciùricaře, vasu e tütu». I figliöi de Segù andavano a pesca con
i loro gussi e portavano le acciughe in tempo per la ricorrenza di San
Pietro.
«Se ghe tira a testa cian cianin, e ven bieli e
tütu. I se passa cun ina pessa sciüta e nèta e i se mete int’ina conca,
cüverte de sa’. Au lendeman, i se sciüga ben cu’ in’autra pessa e i se
arrangia int’u vasu - o int’in masteletu de legnu - in ran de anciue e in
ran de sa’. Se ghe mete in çima ina pria cianela, de marina, che a e tegne
in po’ sciacàe, e i se lascia au frescu aumancu caranta dì».
Ho ancora nei ricordi l’odore e il sapore
delle anciue sarae spezzettate sugli ultimi pomodori di agosto e condite con
un filo di buon olio ... Ma queste sono altre storie.
La vigilia della festa del Santo pescatore,
e pescatore di anime, era usanza procedere a fare “la barca di San Pietro”.
Durante il giorno, si predisponeva il necessario. Intanto, si prendeva un
fiasco pulito e asciutto e se ne toglieva a rouba de sagna perché fosse
trasparente. Poi, nel tardo pomeriggio, si recuperava un uovo di gallina,
assolutamente “garantito” di giornata – ancu’ caudu - e quindi si andava a
prendere l’acqua di fonte, ae Funtanete o da Vergì, pura e naturalmente
fresca.
Quando suonava l’Ave Maria della sera: «Ségnate»
- diceva mia nonna, e si faceva il segno della Croce.
Prendeva dunque il fiasco e lo riempiva per
circa due terzi di acqua.- «Di' tre Ave-marie» e intanto rompeva l’uovo e,
attraverso un imbuto, ne colava lentissimamente, l’albume dentro il fiasco;
«sulu a ciaira, sta’ atenta, s’autrimenti nu’ ven ren», a filo d’acqua. Il
tempo delle tre Avemarie. Poi posava altrettanto lentamente il fiasco sul
davanzale della finestra, «â serena» ...
... «Int’a nöte passa San-Pe’ : se l’anà a
l’è bona, u lascia int’u fiascu a sou barca carrega de pesce».
Le particolarità climatiche della notte,
avrebbero costruito sopra l’acqua, con l’albume, filamenti argentei sottili,
simili ad alberi di velieri che si sarebbero sciolti al primo sole. Ma San
Pietro sarebbe venuto e avrebbe portato forse buone annate. Provare per
credere.
Rita Zanolla
LA VOCE INTEMELIA
- maggio 2005
Tempi de Pasca
Così cominciavano
i tempi di Pasqua nei racconti della nonna Manüé.
Probabilmente le parole di questa Lauda
dialettale derivano da una tradizione popolare di cui è oggi difficile
rintracciare le origini.
Forse, la stessa era conosciuta già
in più versioni sin dall’inizio: ho vaghi ricordi di un secondo verso,
alternativo al citato, che pare dicesse «inte l’ortu che a stendia».
Sicuramente, essa era il prodotto semplice e ingenuo di una pietà popolare
che rendeva omaggio alla figura della «Mater dolorosa» il cui culto, sulla
scia della festa della Madonna Addolorata, era nato e si era diffuso nel
1700, trovando le massime espressioni nei canti più puri della devozione
cristiana e mariana.
Di essi, i diversi Stabat Mater sono
fulgidi esempi e, nella nostra cultura, trovano una splendida traduzione in
ventimigliusu, negli anni Trenta, da parte del dottor Emilio Azaretti.
Nonna Manüè non aveva conoscenza del vasto
panorama letterario-artistico-musicale che oggi, grazie ai moderni mezzi di
comunicazione ed alle tecnologie informatiche, è alla portata di tutti, ma
celebrava le feste comandate con un particolare rispetto.
Dopo la lunga quaresima - che
costringeva il corpo alla mortificazione con astinenze e digiuni in
espiazione dei propri peccati - la Pasqua doveva apparire come la più attesa
e benefica festa dell’anno, portatrice di vita nuova e di rinate speranze.
Di questo particolare modo di intendere gli avvenimenti, è rimasto vivo il
detto dialettale «esse cuntentu cume ina Pasca», da attribuire a chi
si mostra gioioso e soddisfatto, mentre, in contrapposizione, per chi
manifesta atteggiamenti e discorsi inutili e pesanti, è più consono «longu
cume ina carexima».
Inoltre, il periodo della Pasqua era
inevitabilmente legato ai ritmi stagionali dei lavori nei campi. Il
plenilunio successivo all’equinozio di primavera chiudeva il ciclo della
ripresa dopo la pausa invernale: si portavano a termine le pulizie del
terreno, la combustione e il seppellimento dei rifiuti, le potature, gli
innesti, le nuove piantagioni, le semine nell’orto.
In questi gesti, la ricorrenza
della santa Pasqua aveva il suo posto. Come nel mercoledì delle Ceneri -
u scürotu - anche nel giorno del venerdì santo nulla doveva essere
seminato o piantato perché, essendo essi giorni ferali, non avrebbero
portato nuova vita. Ma candu sona u gloria si buttavano i semi di
zucca nelle ciote e si correva ad una fonte di acqua o ad un fiume
per lavarsi gli occhi, sì da vedere, con rinnovato spirito, il tempo della
redenzione cristiana.
La fede religiosa e le credenze superstiziose si
mescolavano in una timorosa reverenza e nel rispetto profondo del proprio
lavoro: dalla comune matrice, nascevano gesti antichi che rinsaldavano il
legame con la terra e costruivano un modo di essere e di interpretare la
propria esistenza.
La preparazione della Pasqua iniziava
per tempo e richiedeva molte cure, anche apparenti, perché la festa fosse
più partecipata e allegra.
Si cominciava a presentire l’aria di
giubilo già la domenica precedente, a dumènega de ramuriva o d’i
parmureli. Per ricordare l’ingresso trionfale di Cristo in Gerusalemme,
i rami di palme erano abilmente intrecciati su se stessi, a formare gasse
e pecìn cavagni, da addobbare con nastri colorati e caramelle. Essi
erano quindi esibiti dai bambini in chiesa e venivano benedetti durante la
funzione domenicale unitamente ai rami di ulivo degli adulti.
Circa quindici giorni prima di Pasqua,
nelle case si cominciavano a preparare i tundi pe’ u sepùrtu,
mettendo una manciata di biada sul fondo di un piatto. I semi, da allora,
venivano innaffiati due volte al giorno ed i piatti erano messi in ombra
totale perché non fosse possibile la fotosintesi clorofilliana. In tal modo,
i germogli diventavano fili lunghi ed esilissimi, dalla colorazione
biancastra, quasi diafana. Legati da un nastro di vivaci colori o da un
ramoscello nuovo, i piatti erano quindi portati nella chiesa dove il giovedì
santo si allestiva il sepolcro.
Noi bambini componevamo mazzi di purrache
(asfodeli) o di pulonie (tulipani selvatici) che eravamo soliti
raccogliere nei prati e nelle fasce incolte e, con il contributo di tutti,
uno degli altari laterali era trasformato in un piccolo giardino di fiori e
di profumi che avrebbe accolto, il giovedì santo, l’Eucarestia.
«Ti ài da intrà intu sepùrtu descaussa». Quindi,
nel sepolcro veniva deposta la Croce ed iniziava la veglia pasquale. «Nu’
se rie candu u Scegnù u l’è mortu»: era il venerdì santo. Il piccolo
mondo del paese si zittiva. Tacevano le campane, con i batacchi legati in
segno di lutto. Al loro posto, tra il serio e il faceto dei ragazzetti
intenti nel ruolo di «battitori», per le strade facevano l’annuale comparsa
le sgrissure e le tarabele. Le loro voci di legno e metallo
percossi erano suoni sgraziati e assordanti, schiocchi secchi che sferzavano
l’aria e artigliavano il cuore.
«Va’ a çercà e beciciure che grixiuramu i övi»
mi diceva la nonna il sabato santo quando, preparando i ravioli della festa,
si accorgeva che sarebbero ancora rimaste molte uova. Nei campi ci trovavo
gli altri miei coetanei, anch’essi in cerca dei muscari selvatici da far
bollire per dare un colorito azzurro alle uova ma, se anche qualcuno fosse
stato assente, si poteva star certi che l’indomani avrebbe avuto anche lui
le sue uova, grixiurae magari con la buccia dorata della cipolla, per un bel
rossiccio, o con a brata d’u café, per un avorio giallastro.
Mentre faceva bollire le uova con le erbe,
la nonna non mancava di insegnarmi il gioco pasquale dei suoi tempi, a
cunchèta, in cui il possesso di un uovo in più era il simbolo di una
valentixe compiuta sui compagni.
«Ti tegni l’övu ben strentu intu pügnu, pe’
picařu contra chelu d’i autri. Sta’ atenta: metiřu sempre girau in sciü, che
u nu’ se scciape e u nu’ mustre a cunchèta, sechenùn ti ai persu ...».
Così la Pasqua arrivava: le campane, tornate
libere, annunciavano la Resurrezione e in paese ci si riversava per la
strada e la piazza a scambiare gli auguri per la nuova festa. «Natale au
fögu e Pasca au giögu» sentenziava qualcuno, inebriato dai tepori della
primavera e del sole.
Tra casa e chiesa e qualche piccola occupazione
di tutti i giorni veniva la sera. Il giorno dopo, au lunedì de l’Angelu,
era festa sulla collina di Ventimiglia, â Madona d’ê Vertü.
Rita Zanolla
LA VOCE INTEMELIA
- marzo 2005
Veci e zuveni inseme
M’apiaixe, de voute, pensà
ae couse che a me cuntava a mei maire grande candu mi era figliö, percose u
tempu u passa e se ne scorda de i modi de fa’ e de dì, che i l’era insci i
modi de vive inseme e de vurresse ben.
«Son ina vecia sensa den, cena de bave e bona ciü
a ren» era la filastrocca solita che intonava spesso la nonna per dire i
suoi anni e la sua vecchiaia e quanto gli uni e l’altra pesassero e nel
contempo fossero graditi.
Anziana lo era, con le sue settanta primavere
sulle spalle quando io nascevo, ma il suo volto era pressoché privo di rughe
e i suoi capelli, che ogni domenica raccoglieva ben stretti in un orgoglioso
ciciulùn alla sommità della testa, sono rimasti neri sin quasi alla fine. La
bocca era ridotta ad una linea di labbra pallide e sottili, sempre pronte al
bacio e al sorriso e a raccontare le storie della sua giovinezza.
Ma l’ho sentita lamentarsi, sola o con le amiche,
per le difficoltà grandi o piccole da affrontare ogni giorno per far fronte
ai bisogni fondamentali. Forse per la durezza delle prove superate, era
pronta a riconoscere il significato profondo della vita e a tradurlo nella
capacita di accogliere ed amare chi le stava intorno. Credo apprezzasse più
di ogni altra cosa il fatto di essere circondata dai suoi famigliari, non
tanto e non solo perché ciò le permetteva una maggiore qualità concreta
della vita, ma soprattutto perché le relazioni intessute nel parentado e i
ruoli in esso ancora assunti la rendevano utile a qualcuno e le impedivano
di abbandonarsi alla inevitabile caduta della sua forza vitale.
«U mei pan u l’è còtu» diceva per
schermirsi di fronte a nuove aspettative, ma sapeva che i giovani le
avrebbero perseguite e raggiunte, come aveva fatto lei, a sua volta, perché
«a vita a l’è ina röa che a zira». Cos’i, senza invidia e senza malinconia,
spronava gli altri verso il loro futuro.
Me paresce, de voute, de sente ancu’ a sou
vuixe che a me ciama, candu int’a ciassa d’u paise u burdelu che nuiautri
fìgliöi arrivavimu a fa’ parescìa che u puresse da’ fastidiu a caicün.
Toccava ai nonni assolvere l’importante compito
educativo di far osservare ai nipoti le sobrie regole della casa e del
paese, nel massimo rispetto che si doveva agli altri e dagli altri si
riceveva. Così sulla piazza risuonavano, quasi all’unisono, le voci degli
anziani che, mentre trascorrevano i pomeriggi attendendo alle loro
occupazioni, provvedevano alla nostra custodia e alla nostra formazione.
C’erano tutti i vecchi sulla piazza del paese,
«veci cun veci e zuveni cun zuveni»; le donne intente a tricutà o
a fa’ u scarpìn, gli uomini fumavano una cicca o masticavano u struncu, mentre
pianificavano i lavori della campagna e le attività comuni del loro poco
tempo libero. C’erano tutti i vecchi insieme a noi ragazzetti, ed erano ed
eravamo tanti, perché ogni anziano, allora, era in casa con i figli e i
nipoti e la famiglia era quasi di tipo patriarcale e alimentava il popolo
del paese. Capitava infatti che, nel numero dei figli che una coppia metteva
al mondo, uno di essi, se non più di uno, anche sposandosi, rimaneva nella
casa paterna ad accudire i genitori o, al contrario, offrisse loro il suo
nuovo tetto coniugale.
E ciò accadeva soprattutto se uno dei genitori
fosse mancato e l’altro fosse rimasto solo. Era allora abitudine consolidata
della comunità di provvedere agli anziani anche materialmente, di modo che,
dopo una vita di lavoro e con poche sostanze (la pensione minima non era
considerata un “ammortizzatore sociale»), non avessero a provare patimenti
nei loro ultimi anni. Così anche chi era solo, perché mai sposato o senza
figli, poteva contare sull’aiuto dei vicini che, certo non con soldi ma con
alimenti e piccoli beni di consumo, rasserenavano i timori per il futuro.
Le mamme spesso preparavano un cesto con frutta e
verdura dell’orto, uova, pasta fatta in casa e mandavano noi bambini a
portarlo a qualche anziano. Se c’era, aggiungevano una fetta di canestrelu o
di turta sbatìa per accontentare anche il palato di Pepina o di Rumì, perché
«candu se ven veci, se turna ancu’ figliöi» e il dolce faceva cuvèa.
Voglio ricordare le storie che la nonna mi
raccontava: erano storie di una volta che anche lei, ai suoi tempi, aveva
sentito raccontare dai suoi vecchi, o erano storie della sua vita, che solo
lei poteva raccontarmi.
Voglio ricordare ciò che, raccontando, mi ha
trasmesso degli usi del paese, dei modi di fare e di dire che mi hanno
indicato le strade della vita.
I sun camineti cei de püra, muntae de astregu,
müřateire, strade maistre larghe e cianele; da arrivàghe â fin sensaa ciü
sciau o cume se ren fusse. E vögliu maniman tegnìme a mente che «se u veciu
u puresse e u zuvenu u savesse»... u mundu u l’anderìa in strambariùn.
Rita Zanolla
LA VOCE
INTEMELIA - febbraio 2005