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I N T E M E L I O

Conversazioni storiche geologiche e geografiche sulla città e sul distretto intemeliense

    Nel 1923, il canonico Nicolò Peitavino, esimio professore, bibliotecario all’Aprosiana dal 1937 al 1941, tracciò una “storia ventimigliese”, esposta in serate, che portò a conclusione, aggiungendo a notizie già ampiamente trattate, appunti di vicende e costumi moderni altrimenti dimenticati. Nel 1965, aggiornò la sua fatica, che verrà pubblicata nel 1975.

    In questa pagina vengono riportate quelle note, di relativa attualità, che possano condurre il visitatore ai costumi dei primi Anni Sessanta, visti dall’occhio dell’anziano canonico, non troppo propenso all’eccessiva vitalità della gioventù d’allora. Restano comunque interessanti i riferimenti territoriali e quelli ai fatti.

    In epoca di femminismo rampante, lo sfogo conservatore del canonico giunge a diventare persino mesto, ma resta rilevante nel confronto fra generazioni, neppure troppo distanti nell’epoca.

 

Martinassi

    I Martinassi si trovano sul pendio del colle, nel vallone di San Secondo, in mezzo a una. convalle amena e solatia; più propriamente fra il rio della Pia e quello chiamato della Bagiotta. È un gruppo di case, addossate le une sulle altre, in cui abitano alcune famiglie di onesti e laboriosi contadini.

    Un altro gruppo più in basso, ora quasi abbandonato, perché in posizione infelice, fu un tempo dimora dei miei bisavoli. Questi due gruppi di case: furono chiamate Martinassi, perché anticamente vi esisteva una chiesa dedicata a San Martino. Anche molti terreni in quelle adiacenze portano pur ora il  nome del santo vescovo Martino.

    La principale coltura di questi terreni è quella dell’olivo e della vite. Si coltivano pure con profitto, principalmente nei luoghi aprici, le rose, le violaciocche e margherite.

 

Siestro

    Dai Martinassi, attraversando il passo della Pia, si discende in Siestro, dove si ha una coltura quasi subtropicale. Siestro è la trasformazione di Sigestrum, di cui abbiamo in Liguria due città, una chiamata Sestri di Ponente e l’altra Sestri di Levante. Il nome Sigestrum, d’origine greca, deriva da sighe e da stronnumi, che uniti insieme significherebbero una distesa silenziosa.

    E fu davvero sulla distesa di questo colle soleggiato, rivestito d’alberi d’ulivi, di viti, limoni e alberi da frutta, che vi erigevano le loro dimore estive, solitarie e chete i signori di Ventimiglia, i letterati dei secoli trascorsi.

    Fu nella torre, di proprietà ora dell’avvocato Andrea Biancheri, che Paolo Agostino Aprosio, accademico apatista di Firenze, compose nel 1673 un trattatello morale intitolato: la strage dei vizi capitali.

    Quivi pure nell’aprile del 1833 si nascose il fuggiasco Giovanni Ruffini di Taggia, l’autore del romanzo Lorenzo Benoni, pedinato dalla polizia sarda. Egli poté così sfuggire la morte e rifugiarsi in Francia, dove l’attendeva Mazzini.

 

Cimitero

    Discesi ai piedi del colle, la via nazionale ci conduce a Roverino. Lungo il percorso, in zona Gianchette, ci si presenta la necropoli della città, che, sebbene tetra, malinconica e triste, pure ci è sempre cara, perché è la dimora dei nostri parenti, amici defunti.

    Continuiamo la via, la prima borgata che s’incontra è Roverino.

 

Roverino

    Il Rodolinum delle antiche carte, provveduta nel 1877 d’una chiesuola elegante, dedicata a N.S. di Loreto, di cui imita fedelmente la struttura. Le antiche case, i-aggruppate a ridosso del monte roccioso, si chiama appunto in dialetto Baussi, furono quasi da tutti abbandonate, per il pericolo che gli scogli sovrastanti, rovinando, non seppellissero i miseri abitanti.

    Questo timore s’accrebbe principalmente dopoché nel 1888,a poche centinaia di metri dal paesello, franò con orrendo fracasso e rovinio una grossa parte del fianco del monte. Per buona fortuna non vi furono vittime umane, ma solo danni materiali.

    Seguendo sempre la via a sinistra del Roia si giunge al Trucco, dove sorge una Chiesetta dedicata ai S.S. Apostoli Pietro e Paolo. Poco distante, sopra un poggetto, si trova Verrandi, anch’esso con Chiesa propria, consacrata a N.S. della Misericordia. Gli abitanti di queste borgate sono solerti agricoltori, che lavorano le loro campagne, da cui traggono vini eccellenti e olio finissimo.

    A questo punto, attraversato il Roia e toccata l’altra riva, si presenta il villaggio di Varase, già antica grangia di Benedettini, i quali, a testimonio del loro soggiorno, vi lasciarono, un’antica cappella dedicata alla Natività di Maria.

 

Bevera

    Nella confluenza del torrente Bevera col Roia, sorge l’antico paese di Bevera, il quale, durante il breve periodo della Repubblica ligure, ebbe l’onore di chiamarsi Comune. Pare che una colonia di Iberi, nei tempi remotissimi, abbia fissata la sua dimora in quel luogo, dando il nome al torrente e al paese.

    Infatti le case annerite dal tempo dimostrano chiaramente l’antichità del paesello. Bevera fu eretta in parrocchia indipendente il 13 dicembre del 1619 dal vescovo Nicolò Spinola. Essa, a 4 Km. da Ventimiglia, conta ora 245 abitanti e possiede un cimitero proprio, un oratorio, una pubblica fontana e un orologio.

 

San Pancrazio

    Seguendo il torrente Bevera, per una via carrozzabile, s’incontra a breve distanza il villaggio di San Pancrazio, formato dalle frazioni di Calvo e Brughé. Anche questo paese, che ora conta più di 440 abitanti, è parrocchia indipendente, essendo stata staccata dalla Cattedrale nel 1849. Possiede una bella Chiesa, ornata recentemente di pitture e provveduta di begli arredi sacri e di una canonica signorile.

 

Succursale di San Pancrazio è Villatella, una terricciuola di 203 abitanti, arrampicata quasi a metà del monte Granmondo. È un paesello ridente, ricco d’acqua e d’aria; ma di difficile accesso, tanto per la via mulattiera di San Pancrazio, quanto da quella di Sant’Antonio. Ha pur esso un cimitero proprio e una Chiesa dedicata a Santa Teresa, eretta nel 1848 dall’infaticabile Can. Nicolò Noaro, prevosto della Cattedrale.

    Altra succursale di San Pancrazio è Sant’Antonio, che conta 109 abitanti. Posto sulla cresta d’un colle, ha una Chiesa molto antica, consacrata a Sant’Antonio abate e un cimitero proprio. Di questo paese fui cappellano ordinario due anni consecutivi, durante il periodo della guerra europea, e vi posso dire che gli abitanti di Sant’Antonio sono buoni, ospitali e generosi.

 

Torri

    A un Km. da San Pancrazio si stende sul declivio d’un monte la grossa Borgata di Torri. Il paese, che ha 553 abitanti, è quasi tutto sulla riva sinistra del torrente Bevera, che lo lambe ai piedi. Possiede una bella Chiesa di recente costruzione e una graziosa canonica. Non sono molti anni che Torri fu eretta in parrocchia ecclesiastica e nel 1922 anche in governativa.

 

    E fu davvero sulla distesa di questo colle soleggiato, rivestito d’alberi d’ulivi, di viti, limoni e alberi da frutta, che vi erigevano le loro dimore estive, solitarie e chete i signori di Ventimiglia, i letterati dei secoli trascorsi.

    Fu nella torre, di proprietà ora dell’avvocato Andrea Biancheri, che Paolo Agostino Aprosio, accademico apatista di Firenze, compose nel 1673 un trattatello morale intitolato: la strage dei vizi capitali.

    Quivi pure nell’aprile del 1833 si nascose il fuggiasco Giovanni Ruffini di Taggia, l’autore del romanzo Lorenzo Benoni, pedinato dalla polizia sarda. Egli poté così sfuggire la morte e rifugiarsi in Francia, dove l’attendeva Mazzini.

 

Cimitero

    Discesi ai piedi del colle, la via nazionale ci conduce a Roverino. Lungo il percorso, in zona Gianchette, ci si presenta la necropoli della città, che, sebbene tetra, malinconica e triste, pure ci è sempre cara, perché è la dimora dei nostri parenti, amici defunti.

    Continuiamo la via, la prima borgata che s’incontra è Roverino.

 

Roverino

    Il Rodolinum delle antiche carte, provveduta nel 1877 d’una chiesuola elegante, dedicata a N.S. di Loreto, di cui imita fedelmente la struttura. Le antiche case, i-aggruppate a ridosso del monte roccioso, si chiama appunto in dialetto Baussi, furono quasi da tutti abbandonate, per il pericolo che gli scogli sovrastanti, rovinando, non seppellissero i miseri abitanti.

    Questo timore s’accrebbe principalmente dopoché nel 1888,a poche centinaia di metri dal paesello, franò con orrendo fracasso e rovinio una grossa parte del fianco del monte. Per buona fortuna non vi furono vittime umane, ma solo danni materiali.

    Seguendo sempre la via a sinistra del Roia si giunge al Trucco, dove sorge una Chiesetta dedicata ai S.S. Apostoli Pietro e Paolo. Poco distante, sopra un poggetto, si trova Verrandi, anch’esso con Chiesa propria, consacrata a N.S. della Misericordia. Gli abitanti di queste borgate sono solerti agricoltori, che lavorano le loro campagne, da cui traggono vini eccellenti e olio finissimo.

    A questo punto, attraversato il Roia e toccata l’altra riva, si presenta il villaggio di Varase, già antica grangia di Benedettini, i quali, a testimonio del loro soggiorno, vi lasciarono, un’antica cappella dedicata alla Natività di Maria.

 

    Questi sono i paesi della vallata del Bevera, dove si coltivano con profitto gli ulivi, le viti e i limoni. Ora però anche le rose e le violaciocche fanno bella pompa di sé nei mesi d’inverno e di primavera.

    Seguendo la via mulattiera da Sant’Antonio intorno al monte Magliocca si giunge in mezz’ora a San Lorenzo. Quante volte ho percorso questo sentiero con la pioggia, col vento, con la neve e col sole cocente ! Io partiva di buon’ora da Sant’Agostino tutte le mattine dei giorni festivi e, passando per Castel d’Appio, giungeva dopo un’ora a San Lorenzo. Quivi compieva le funzioni parrocchiali e poi m’avviavo frettoloso a Sant’Antonio per fare altrettanto.

    La mia fatica terminava generalmente a mezzogiorno, quando giungeva a Ventimiglia.

 

San Lorenzo d’Appio

    Ma veniamo alla frazione di San Lorenzo. Essa si compone di alcuni gruppi di case, di cui i principali sono i Calandri e San Lorenzo, propriamente detto, dove sorge la Chiesa, dedicata al martire San Lorenzo e dalla solerzia di D. Domenico Conio, curato della Cattedrale, consacrata a N.S. di Lourdes. È piccola, di mole, ma divota. L’altar maggiore in marmo fu consacrato da Mons. Ambrogio Daffra, il 16 Giugno del 1923. Gli abitanti sono dediti all’agricoltura. Il suolo fertile produce frutti eccellenti e magnifiche rose.

    Salendo da San Lorenzo sulla cresta del colle si ha, alla destra il Castello d’Appio, a sinistra il monte Magliocca. Per un sentiero ripido e malagevole si discende in mezz’ora alla frazione di San Bernardo, che comprende i casali di Seglia e Boi. Ora si sta costruendo la via carrozzabile, che da San Bernardo salirà a Castel d’Appio e di li scenderà a San Lorenzo, per allacciare Sant’Antonio e il vallone di Latte.

 

San Bernardo

    La Chiesa di San Bernardo, che si alza sul pendio del colle, è molto antica, perché ne parla già un documénto del 1518. Nel 1573, volgendo m rovina, fu fatta ristorare dal vescovo Francesco Galbiati.

 

Ma più volte ebbe bisogno di essere ritoccata ; principalmente nel 1875, in cui fu ampliata e abbellita con una certa eleganza. Il terremoto del 1887 avendola nuovamente danneggiata, a spese degli abitanti e col concorso dei Ventimigliesi, fu nuovamente ristorata, come è al presente.

    Ora una via pittoresca carrozzabile, fra vigneti e oliveti la congiunge alla città. Lungo la via, e sopra e sotto, appaiono graziose palazzine per dimora estiva e autunnale. Molti degli annosi ulivi furono sradicati e al loro posto si piantarono le rose e le viti, che vi crescono rigogliose.

    Discendendo da San Bernardo si arriva ai piedi del forte San Paolo, dove la via con dolci curve e insensibile pendio, ombreggiata da olmi annosi, conduce alla caserma Umberto 1°, la quale, fra non molto, sarà convertita in grandioso ospedale.

    Volendo ora visitare il piano di Latte, prendiamo la via della Cornice. Eccoci tosto dinanzi alla Ridotta dell’Annunziata, un tempo magnifico convento di frati francescani. Da questo punto la via è piana, ma molto polverosa. Quindi per evitare le frequenti automobili, che innalzano nembi di malefica polvere, prendiamo la via più solitaria e poetica che conduce alla trazione Ville, dove ricchi floricoltori hanno le loro signorili dimore.

 

Porta Canarda

    Ma ecco presentarsi allo sguardo una torre, detta Porta Canarda. Questa è una torre medioevale, che dava l’accesso alla città dalla parte d’occidente. Come si vede pur ora, essa è posta sull’antica via romana e segnò un tempo il confine estremo delle mura di cinta di Ventimiglia. Da questo si arguisce che la nostra città doveva avere nei secoli remoti un doppio ordine di mura per difesa; le esterne,che comprendevano le campagne vicine, è le interne che abbracciavano solo la città.

    Su questa torre, fatta ristorare dal com. Thomas Hanbury, fu murata sul frontone occidentale la seguente epigrafe :

 

RELIQUIA MEDIOEVALE

SOPRA LA ROMANA STRADA

ORA SCOMPARSA

PERCHÈ RAMMENTI AL VIANDANTE

CHE QUI PASSARONO

PAPA INNOCENZO IV IL 9 MAGGIO 1251

NICOLO MACCHIAVELLI NEL MAGGIO 1511

CARLO V IMPERATORE NEL NOVEMBRE 1536

PAPA PAOLO III NEL LUGLIO 1538

NAPOLEONE BONAPARTE IL 2 MARZO 1796

MI VOLLE RISTORATA

IL COMMENDATORE TOMMASO HANBURY

 

MDCCCLXXX

 

    Al disopra dell’iscrizione, si vede il gruppo in marmo di San Giorgio, patrono della Repubblica di Genova.

 

    Fu chiamata Porta Canarda forse, dal nome francese Canard, per significare una porta falsa, la quale quasi attirasse al passaggio i nemici per sorprenderli e farne strage.

    Dalla torretta si discende in pochi minuti sulla via nazionale, di cui le campagne all’intorno sono un sorriso e pare che la natura vi abbia profuso a piene mani i suoi doni divini.

    Di rimpetto si ha il mare, di cui l’onda cerulea nei giorni sereni fiammeggia d’oro. I placidi poggi, le colline ridenti ed apriche, cinte da tante zone fiorite, vi danno l’immagine d’una terra fatata o d’un eden beato. Quivi prosperano mirabili, le rose, i garofani, le mimose e molti altri fiori delicati e belli.

 

Latte

    Qua e là sorgono ricche palazzine, dove le palme, i cipressi, i pini e qualche olivo secolare formano macchie d’un verde delizioso. Per parlarvi anche della vite e del vino di Latte; mi servirò dei versi dei Tasso per descrivervi la magnificenza delle viti :

Lussureggiante serpe alta e germoglia

la torta vite, ov’è più l’orto aprico :

qui l’uva ha in fiori acerba e qui d’or bave

o di piropo e già di nettar grave.

 

 

Celebrarono poi con magnifici versi il vino di Latte e Fulvio Frugoni genovese, e V. Fornara di Taggia nel suo ditirambo Sileno, in cui fra l’altro dice :

 

Ne varria a scuotermi da così fatte

mortali sincopi thè, cioccolatte,

caffè, ne sicera, ma il vin di Latte,

rossese vecchio o un caratello

del più che nettare, buon moscatello,

che fa la gloria di Ventimiglia,

di quel che imbottasi o s’imbottiglia

dal buon tempone,

ch’è il mio mignone, dal mio Carlino,

o dal limitrofo suo buon cugino».

 

    Questo Carlino fu il cognato dell’autore, cioè Carlo Notari e il cugino fu l’on. Giuseppe Biancheri, presidente della Camera dei Deputati, i quali possedevano deliziose ville e nel piano di Latte e a Murru Russu.

    Fra le varie località, che producono i vini migliori vi è quella di Piemattone, il cui vino può stare sulle mense regali ; onde giustamente fu chiamato il Marsala ligure e per la sua generosità e per l’alcool che contiene.

    Fu chiamato Latte, forse perché il vino bianco era così squisito che dava l’apparenza di latte. Tanto è vero che portato un giorno sulla mensa di Napoleone Bonaparte a Parigi, non solo fu lodato da tutti i commensali, ma dallo stesso imperatore, il quale volle intitolare una via di Parigi col nome della città, che produceva un vino sì eccellente e prelibato.

 

Ma oltre alla vite, vi prosperano pure i mandorli i peschi, i fichi, gli aranci, i limoni e i mandarini e altri alberi fruttiferi, che vi danno frutti primaticci gustosissimi, sicché possiamo cantare col poeta:

Coi fiori eterni eterno il frutto dura

e mentre spunta l’uà l’altro matura.

 

    Prima di giungere al vallone di Latte si presentano allo sguardo sulla, via nazionale le Pubbliche Scuole Elementari, fatte erigere dal munifico Comm. T. Hanbury.

    Un magnifico fabbricato di pietra intagliata sorge in un grazioso villino, ombreggiato da palme e da piante arrampicanti. Quivi oltre alle scuole vi è pure la dimora delle maestre.

    Sulla sponda destra del vallone sorge il gerontocomio, ossia l’ospizio pei vecchi, istituito secondo l’ultima volontà del Com. Ernesto Chiappori, di cui vi ho già parlato. È un superbo caseggiato, in posizione amena, con tutti i comodi richiesti dall’igiene moderna. Sono qui raccolti, una trentina di vecchi d’ambo i sessi, di cui è direttore e cappellano il Can. Anfossi Cav. Filippo.

    Giunti al vallone, la via si biforca, una conduce a Mortola, l’altra segue il torrente sino a Sant’Antonio.

 

La chiesa, a breve distanza dalla via della Cornice, è dedicata a San Bartolomeo Apostolo. Sebbene sia stata eretta nel 1922 in parrocchia, pure è troppo piccola per la popolazione che va ogni giorno crescendo. Quindi si spera che il nuovo parroco saprà col tempo ingrandirla, come la necessità richiede.

    La parrocchia di Latte, oltre la borgata San Bartolomeo e le varie ville del piano, comprende anche i casali di Carletti, Zanin, Sgorra e Casette. Seguendo ora il vallone, si arriva a un certo punto, in cui, per salire a Sealza, bisogna lasciare la via carrozzabile e prendere un sentiero ripido e alquanto malagevole ; perché Sealza sorge quasi sulla cima d’un colle aprico. Varii sono i gruppi di case che formano il paese, tutte eleganti nell’aspetto, sicché guardate da lontano vi sembrano villeggiature signorili. Il paese ha una Chiesa propria, un cimitero e scuole elementari.

    Da Sealza discendendo giù sulla cresta del colle si giunge a La Mortola.

 

La Mortola

    Il paesello fu così chiamato, perché anticamente in quei luoghi v’era un boschetto di mirti. Infatti nel nostro dialetto il mirto si chiama murta. E questo un paese, come Latte, benedetto da Dio per la sua posizione incantevole. Si trova sopra un poggio, che prospetta il mare.

 

Il Bertolotti ben ha ragione crede che l’Ariosto cantasse questi luoghi, quando descrive il viaggio della galea di Gano:

 

indi i monti ligustici e Riviera,

che con aranci e sempre verdi mirti

quasi avendo perpetua primavera

sparge per l’aria i bene olenti spirti.

 

    Il paese è formato da gruppi di case, graziose ed eleganti, che corrono, come una bianca striscia, da levante a ponente. Sulla punta più avanzata sorge la Chiesa dedicata a San Mauro, eretta nel 1921 in parrocchia

    Ha una maestosa facciata con le linee architettoniche ben conformate. L’interno di essa presenta un bel vaso, pieno d’aria e di luce, e, sebbene lo lo stile sia barocco, pure appaga l’occhio e concilia alla meditazione.

    Essa fu edificata nel 1808 sopra i ruderi d’una Chiesa più piccola, che risaliva al secolo decimo settimo. Anche il campanile s’innalza snello, dominante tutto il paese, non altrimenti un gigante sorpassa una moltitudine di pigmei.

 

Villa Hanbury

    Ora, giacché siamo a Mortola, meta di continui pellegrinaggi, sarebbe una mancanza grave per noi non visitare il giardino botanico cui il genio di Tomaso Hanbury ha saputo creare dal 1867 in poi, nella striscia di terreno che, per una superficie di quaranta ettari, s’insinua dolcemente nel mare. Non credo di andare errato asserendo che in Europa non v’è giardino botanico, il quale contenga più specie di piante indigene ed esotiche, che quello del Comm. Hanbury. Tanta è la dolcezza del clima, che vi prosperano in modo meraviglioso anche le piante tropicali. Quivi regna il silenzio e la solitudine; quivi la bellezza e la varietà appaga l’occhio.

    Attratti dalla fama più che Europea convengono quasi ogni giorno, principalmente d’inverno, numerosi visitatori dalla Francia, dall’Inghilterra, dalla Germania, dalla Russia, dalla Norvegia e anche dagli Stati uniti d’America.

 

    Fuori del tempo delle visite, che sono però ad ore fisse e in giorni stabiliti, vi domina sovrana la tranquillità e la pace. Solo s’ode il gorgoglio d’un rigagnolo, lo stormir delle foglie e il risucchio del mare vicino che ora flagella or lambisce gli scogli del lido. Tanta è la frequenza dei visitatori e la fama del giardino, che ogni anno si distribuiscono e si spediscono in media dodici mila

 

    L’ingresso della villa è sulla strada della Cornice, ai piedi del paese. Dinanzi al portone vi è la fontana cosi detta della Sirena, la quale scaturisce da un tronco d’olivo. Appena entrati, una serie di stradicciuole va intersecando con insensibile pendio tutto il giardino, conducendo al ricco ed elegante castello, che sorge nel centro sopra un dolce ripiano.

    Esso ha l’aspetto medioevale; perché, sebbene sia stato ritoccato e ingrandito, risale al 1400. Furono i Lanteri, patrizi genovesi, i quali cedettero la villa alla famiglia Orengo nel 1620. Quivi soggiornò Nicolo Macchiavelli, quando nel 1511 da Firenze si portò nel vicino principato di Monaco.

    All’entrata principale, sotto l’atrio, si ammira un bel mosaico, opera del Salviati di Venezia, rappresentante Marco Polo, il primo europeo esploratore della Cina. Sopra l’arco del porticato vi è questo motto:

 

Inveni portum / spes et fortuna valete /

sat me lusistis / ludite nunc alios.

 

Che vogliono dire: ho trovato il porto / addio, speranza e fortuna / assai mi avete ingannato / ora illudete altri.

 

    Una targa in marmo, murata a ponente del castello, ricorda che il 25 Marzo 1882 la Regina Vittoria era quivi ospite gradita del Signor Tommaso Hanbury.

L’epigrafe d’un latino classico e puro, dice :

 

DOMUM HANC / IN USUM RUSTICATIONIS / A VIOLANTE VIRG. DEO DEVOTA / EX NOBILI LANTERIORUM GENERE / NOVISSIMA / M.CO IOAN.-BAPT. ORENGO VINTIMIL. / ANN. MDCXX / VENUNDATAM / VETUSTATE FATISCENTEM / THOMAS HANBURIUS / SPLENDIDIORE CULTU / RESTITUIT ATQUE DECORAVIT / MDCCCLXVII.

 

    Tradotta in italiano suona così: Questa casa per uso di villeggiatura, venduta da Violante, vergine consacrata a dio, ultimo rampollo della nobile famiglia dei Lanteri al m.co Giov. Batt. Orengo ventim., nel 1620; rovinando per l’antichità da Tomaso Hanbury, con lusso più splendido, fu riedificata ed ornata nel 1867.

    Dalle terrazze, che sono a mezzo giorno, si gode una magnifica vista ; li vicino si trovano gruppi superbi di piante orasse; nella vasca si scorgono i curiosi pesci cinesi, specie interessante & veramente straordinaria.

    Al ritorno, presso la campana giapponese, i visitatori si trovano all’entrata della Pergola, dove si legge il motto di Marziale: Rara iuvant primis, sic maior gratia pomis. Hiberniae pretium sic meruere rosæ. Piacciono le primizie perché son rare, così hanno maggior favore i pomi, così sono stimate le rose invernali.

 

    Al di sopra del pergolato v’è una grotta di capillari e una ricca collezione di agave e di aloe. Alquanto sopra si apre un’aiuola circondata da canne d’India, che mette capo a una fontana, nel cui centro si mostra un bronzo giapponese, tutto attorniato e quasi coperto dai famosi papiri di Cipro.

    Indi vi sono macchie di cipressi, fra cui si vede una parte dell’antica Via Aurelia. Il giardino botanico Hanbury conta più di 5500 specie e sottospecie di piante coltivate a cielo scoperto e tutte classificate con appositi cartellini.

    Lo studioso può trovare pascolo alle sue ricerche scientifiche, non solo nell’orto, ma anche nel Museo botanico, che sorge a un centinaio di metri dal palazzo.

    Quivi esiste una vera biblioteca botanica, formata dalle collezioni di numerosi erbarii. Nel piano sottostante si ammirano molti oggetti di antichità e iscrizioni romane, ritrovate negli scavi di Nervia.

    Tra le epigrafi, ricorderò una rara iscrizione metrica intemeliese, la quale forse è l’unica del genere che si conservi in Liguria, oggetto di costante attenzione dei cultori di storia cittadina, i proff. Vieri Bongi e Nicola Orengo.               

 

È una lastra di marmo, rotta in tre pezzi, che riuniti insieme misurano cm. 26 X 23 e ci conservano la metà di un titolo funerario. Manca la parte superiore, ove era inciso il nome del defunto. Questa è la ricostruzione in versi che il prof. Bongi ha tentato:

 

VIXIT AN. XIX

Jam puer infelix terrARUM CRIMINA FUNCTUS

Hac iacet in urna; fratER. ENIM. STATUIT

Funere perpetuum FRATER. DOLITURUS INAEUM

Tam caro cineri MUNERA DICNA DARE               (sic)

Carmine nulla, tamen MELIUS MONUMENTA DEDISSET,

Quod tituli trisTI FUNCITUR OFFICIO

Ut semper tibi cogNATI. VIVAX SIT. IMAGO

Diquem nunc diligant aTQUE COLANT. SUPERI

 

    Io ne feci la traduzione metrica italiana in questi termini:

 

Visse diciannove anni / già fanciullo infelice, pagato a la terra il tributo / in quest’urna riposa; che risolse il fratello / con lagrime perenni di pianger la morte immatura / e a cenere si cara rendere degni onori. / Meglio di questo carme nessun monumento avria dato, / che del titolo compie il doloroso officio, / perché a lui del congiunto l’imago sia ognora vivace, / cui gli dei de l’olimpo nutrono grande affetto.

 

    Passata la Mortola, dopo una svolta brusca e una ripida salita, si giunge in breve alla Croce, così detta, perché sul ciglione sorge una croce. Da questo punto comincia la via carreggiabile, che conduce quasi alla frazione di Mortola Superiore, detta volgarmente Ciotti.

    è un paesello, dominato dal monte Belenda, in una posizione amena e pittoresca, il quale possiede una Chiesa dedicata a N. S. d’Ariverti ed è ricordata da antiche carte. Tanto il cimitero, come le scuole elementari sono in comune con Mortola inferiore.

    Queste che sorgono in un giardino, presso la Croce, in luogo incantevole, furono istituite dal munifico  Comm. Hanbury.

    Dal ciglione della Croce si vede la frazione Grimaldi, quasi nascosta dal verde cupo degli ulivi. È l’ultima borgata di Ventimiglia e la più vicina alla Francia. Fu chiamata Grimaldi, perché quel luogo fu un tempo una tenuta della famiglia genovese Grimaldi, signora di Monaco. Infatti nel 1351 Carlo Grimaldi, signore di Monaco, acquistava questo vasto tenimento dalla famiglia Saonese.

    Cresciuti poi i coloni, si formò un casale, indi a poco a poco una borgata. Graziosa è la Chiesa del secolo XVIII, dedicata a San Luigi.

 

    Ora, lungo la via della Cornice, al di sotto di Grimaldi, si sono già eretti numerosi fabbricati, graziose e ricche ville. Sullo scoglio, che torreggia sulle caverne dei Balzi Rossi, sta la Caserma della Dogana italiana.

    In questi giorni è terminata la colossale costruzione in cemento armato della torre per l’ascensore, che dal Musæum præhistoricum dei Balzi Rossi salirà alla Dogana italiana e principalmente al grandioso Albergo Miramare del signor Alberto Abbo. Si dice che questo ascensore sia il più alto d’Europa.

    La torre fu incominciata il 1° Settembre del 1922 e misura m. 87,50 d’altezza. Sulla cima della torre vi sarà un faro della potenza di 65000 candele, il quale rischiarerà tutto lo spazio di mare nell’ampiezza di centinaia di Km.

 

Ponte San Luigi

    Lungo la via della Cornice, distante dalla Dogana italiana un centinaio di metri, si ammira l’ardimentoso ponte San Luigi, che pende sull’abisso a 80 m. d’altezza e fu costruito a un arco solo nella prima metà del secolo, passato.

    Il torrentello, che discende dal monte Belenda, si è scavato un letto nella viva roccia e durante le piogge autunnali o primaverili balza rumoroso e spumeggiante diviso in mille cascatelle, nel Vallone di Tantan.