TERRITORIO
LA VOCE INTEMELIA anno LXIV  n. 11  -  novembre 2009

Ancora a metà Ottocento, il territorio di quest’estremo Ponente Ligure era caratterizzato dalle coltivazioni intensive di agrumi, che per molto più d’un secolo avevano concesso una buona redditività. Con loro era ben attivo un indotto improntato sulla distillazione e derivati, costituito da decine di artigiani del settore. In quel periodo giunsero però i lavori per l’insediamento della linea ferroviaria, infrastruttura che avrebbe portato un diffuso miglioramento economico, ma intanto si impossessava dei migliori terreni impiantati ad agrumeto.

Questo drastico restringimento, abbinato alla massiccia concorrenza intervenuta nel settore, posta in atto dalle regioni meridionali del neonato Regno d’Italia, al momento dell’Unità nazionale; ha messo in ginocchio gli agrumeti e l’intero indotto. Allora i distillatori convinsero l’ampia massa dei lavoratori del settore ad usare le loro capacità nella raccolta delle piante officinali che spontaneamente crescono abbondanti sulle nostre montagne; però ci si rese immediatamente conto che il prelevamento intensivo avrebbe presto depauperato il rifornimento di materia prima.

Cominciando dai residui terreni che erano stati agrumeti, un buon nucleo di agricoltori dette inizio alla coltivazione intensiva di piante officinali, con la raccolta delle quali rifornivano i tenaci distillatori, distribuendo una certa redditività, che perdurò fino agli Anni Venti del Novecento, quando già era in atto una remunerativa coltivazione dei fiori per esportazione. Erano oltre sessanta le aziende che coltivavano gelsomini, salvia sclarea e rosa canina; mentre, in un territorio più vasto, comprendente i terreni montani, fiorivano estese coltivazioni di lavanda, issopo e santoreggia montana.

In quegli anni, sulle alture prealpine ed alpine del nostro territorio, capitava di imbattersi in estese macchie di giaussemìn, èrba muscatéla, drüschi, tùmbaru, stecadö e spìgu, dove quest’ultima rappresenta la lavanda officinalis. Parecchi dei produttori e degli impresari del settore, ottennero citazioni alle primarie esposizioni europée, dando spazio ad una piccola concorrenza verso il mercato francese di Grasse.

Ai Piani di Vallecrosia troneggiava il grandioso Stabilimento Italo-Francese “Profumi e Prodotti Chimici”; diretto da Guido Rovesti e dal figlio Paolo, valente chimico ed evidente organizzatore di settore, che seppe muovere la diffidenza degli agricoltori verso la acclimatazione delle culture razionali per le varie piante, in terreni fino ad allora incolti o ceduti da un’olivicoltura in difficoltà.

Nello stabilimento funzionavano sale di distillazione, attrezzate per lavorazioni intensive; seguite da sale di estrazione dei profumi per mezzo di solventi volatili e di «enfluerage». L’estrazione del profumo dei fiori più delicati si praticava con l’enfleurage a freddo, o eseguito in apposite bacinelle scaldate a bagnomaria, nelle quali si poneva grasso neutro bianco, assieme ai fiori da trattare. Il grasso s’impadroniva del profumo dei fiori, in seguito, veniva spremuto e trattato con alcool, il quale raccoglieva i principi odorosi in assoluta efficienza. La speciale natura delle materie prime trattate dava un alto rendimento al prodotto finale, sul quale vigilava un oculato laboratorio chimico, che seguiva tecniche delicatissime.

Gli eventi della Seconda Guerra Mondiale, mettono fuori campo quello stabilimento; ma già nei primissimi Anni Cinquanta, si apriva a Ventimiglia una filiale della Establissements JOSEPH GAZAN - Produits Aromatiques - che operava a Marsiglia, fin da 1855; la quale si dedicò all’acquisizione delle residue coltivazione zonali. La ditta operò in angusti spazi, ricavati all’interno di un cortile della secondaria Via Thomas Hanbury, sotto le finestre del palazzo delle Poste Ferrovia, fino a quando, eventi favorevoli suggerirono di erigere uno stabilimento più adatto, nella zona artigianale di Corso Genova, non lontano da dove si apriranno le Logge di Via Cornelio Tacito. Nel laboratorio operarono operai qualificati, fino ad alcune decine, tra i quali anche alcuni chimici specialisti.

Questo avveniva alla fine degli Anni Sessanta, intanto che l’azienda andava specializzandosi in aromi per l’alimentazione, onde diversificarsi dalla produzione provenzale di Grasse; essendosi esaurite le coltivazioni locali di odori. Dovendosi approvvigionare altrove delle materie prime, nel 1989, esigenze di mercato, fanno trasferire la GAZAN a Città Sant’Angelo (PE), col nome di REAL AROMI, per operare essenzialmente nel settore alimentare. Nel dopoguerra, per la locale organizzazione del lavoro agricolo era venuta a mancare la lungimiranza dei Rovesti, acuita dall’abbandono delle zone di montagna, alla ricerca di un effimero benessere.

Ultima erede della corposa attività distillativa, legata alla Sette-Ottocentesca abbondante produzione di agrumi, era rimasta operativa in Latte, la ditta Vacca, che ricavava “aiga nàfra” o aiga de sciura de çitrun, distillando i fiori d’arancio amaro. Quell’essenza così presente in ogni specialità dolciaria della nostra zona. A Vallebona ha operato ed opera a tutto campo la famiglia Guglielmi.

All’inizio degli Anni Venti, a Nervia, lungo la strada per Camporosso, si era affermata la Ditta “Vermouth Principe” di Gioacchino Ghibaudo, che distillava le abbondanti vinacce prodotte in zona, al fine di produrre liquori.

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E CIANTE D'AUDU'
AIGA NAFRA, CHELA BONA
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 rivista il: 09 ottobre 2013
di Luigino Maccario  -  2010

AIGA NAFRA, CHELA BONA

Int'u dopusdernà de sabu 17 lügliu, au 14 int'a ciassa de Valebona, u l’à indüvertu in atelier duve purreré atrövà tüti ‘sti beli articuli, inseme a l’aiga nafra, chela bona, che candu l’anasé ve se ince e narixe d’in audù decisu e perscistente, nu’ mia chelu molu che nasüssé pe’ lì.

A tegne a prelüsiun u l’à ciamau Riccardo Lagorio, autù de a «Guida alle Meraviglie golose d’Italia», edita da Vallardi de Milan; ch’u gh’à messu drente ‘st’aiga nafra, inseme a tanti bone e bele cose d’a nostra Ligüria, inseme a tate cüriusità itagliane.

Done de Ventemiglia che fe’ e castagnole, saci che cun poche tache de ‘st’aiga de sciura de çitrun, prufümeré tante de chele infurnae che va’ ben cuscì e u savù u gh’agagnerà.

LA VOCE INTEMELIA  anno LXV n.9  -  settembre 2010

Int'A Prima passà, drente a ‘ste pagine, avemu mungugnau pe’ u faitu che i nostri zuveni i nu’ l’eira staiti boi a fasse lascià i segreti de l’alanbicu; a resegu de fa’ mancà a cosa ch’a fa’ ciü lögu inte tüte e riçete duçi ventemigliuse, ch’a sereva: l’aiga de sciura de çitrun, che i nostri veci i ciamava “àiga nàfra”, pe’ definìra infra e tante aighe d’audù, che pe’ contru i l’eira e “aighe nànfe”.

Eben, in zuvenu de Valebona, erede da catru genie de distilatui, dau 1856, u l’à repigliau i alambichi de famiglia e u s'é messu a lambicà propiu a sciura de çitrun. Se trata de Pietru Guglielmi, figliu de Bernardu, ch’u l’eira figliu d’in Pietru ch’u l’eira staitu figliu d’in’autru Bernardu.

Vié cume ‘sta famiglia a l’é atacà ae tradiziun; l’è pe’ lolì che â fin Pietru u l’à repigliau a lambicà, ma u s’è messu iscì a fa’ vegnì sciü, int'u scitu de “Castelan”, i sou çitrui e tante erbe d’audù, ch’i ghe dan modu de utegne iscì: l’aiga de stecadö, de rumanin, de calitüs, de ferügura, de pin, de persa, de baixaricò e de rösa. Nu’ parlamu de l’öriu de “Petit Grain”, u prufümu ch’u piaixe maiscì ae scignure.

Verso l’alambicco

La Vecchia Distilleria