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ECONOMIA MARINARA INTEMELIA

                                                                                                                         di Luigino Maccario

 

      Nell’antichità, prima di essere sottomessi da Roma, i Liguri Intemeli praticavano il commercio marittimo e l’attività di pesca salvaguardando le loro imbarcazioni in un porto canale, ottenuto nella foce paludosa del torrente Nervia, sottostante alle abitazioni di quello che era il castellaro “capoluogo” della tribù, sulle pendici superiori di Collasgarba.

      Le ricerche stratigrafiche, effettuate da Nino Lamboglia dalla seconda metà degli Anni Quaranta, indicano attorno al 180 E.A. la fine violenta del massimo sviluppo della “città” degli Intemeli. È noto come Lucio Emilio Paolo, console nel 182, abbia ottenuto dai Liguri della costa le navi e le città. Le città, pare le restituisse senza averle danneggiate, o al massimo, avendole solo private delle mura; prese invece tutte le navi, lasciando ai nemici imbarcazioni che non avessero più di tre remi.

      Meno si conosce, cosa abbia potuto combinare, in seguito, Aulo Postumio Albino, al quale interessava soltanto assicurarsi una tutelata comunicazione terrestre e marittima costiera, fra Italia, Provenza e Spagna. Tutta l’attuale Liguria veniva sottomessa, incorporata alla Repubblica, e privilegiata del “giure italico”. A partire dal consolato di Marco Emilio Scauro l’emporio, presso il porto canale nel Nervia, sotto il poggio di Collasgarba, diventava città col nome di Albion Intemelion, oggi conosciuta, negli scavi, come Civitas “Nervina”, che Strabone considerava “urbs magna”.1

 

      L’Itinerarium maritimum, databile al IV secolo dell’Era Volgare, individuava Albintimilium come semplice “plagia”, cioè una città priva di porto, dotata di una semplice spiaggia attrezzata o forse d’un approdo. L’invasione gotica indusse ancor più al declino, favorendo lo spostamento del nucleo residenziale sul colle a ponente della foce della Rotuba (Roia), usata già da tempo come porto canale. Questo era presidiato da armati bizantini, dimoranti in un Castrum, eretto sull’estremo capo del colle. Legati com’erano alla pars orientalis, dell’Impero, probabilmente si interessavano soltanto di custodire il loro naviglio, impiegato nei commerci verso le coste spagnole. Ciò nondimeno proteggevano l’insediamento urbano di Vinctimilio, alle falde della Collasgarba, che risultava inserito nella pars occidentalis.

      Nell’anno 643, si ha notizia di come la presenza dei protettori Bizantini potesse riferirsi prevalentemente al traffico inerente i tronchi d’albero e il legname proveniente dai boschi attorno a Tenda. Quel materiale, prezioso per i cantieri navali, era minacciato dalla presenza dei navigli saraceni sul nostro mare.

     Di fatto, nell’anno 814, Ventimiglia avrebbe subito una devastazione ed un incendio da parte dei saraceni, temporaneamente insediatisi nella “Barma d’i Arabi”, sulle alture dell’attuale Roverino. La città nervina non verrà più abitata dal IX secolo, secondo i rilevamenti effettuati nel 1998-99, dagli archeologi Gandolfi e Martino. L’insediamento urbano risulta stabilito sul colle dello “Scögliu”, a protezione del porto canale alla foce della Roia, luogo più difendibile.

      Negli ultimi decenni dell’anno 900, sia la nobiltà genovese che quella ventimigliese prosperavano con i commerci, ma specialmente con azioni navali “di corsa” o “corsare” che dir si voglia. La differenza che porterà alla sopraffazione genovese, stava nella possibilità di usufruire di un porto naturalmente più efficace. Un golfo naturale, ottimamente strutturato dai Genovesi, contro un porto canale, delicato nelle strutture e malamente utilizzato dai Ventimigliesi.

 

 

      Dopo un accurato assedio sostenuto dai Genovesi, nel 1222 l’indipendenza ventimigliese era finita, svaniva la speranza di costituirsi un’autonoma potenza marittima. La città era prostrata. Il fiume deviato lontano dalle mura, comprometteva il porto canale, che era stato interrato.

      A dimostrare l’attiva presenza del porto canale sottostante lo Scögliu, era rimasta la data del secolo XII incisa nella fontana del quartiere Lago, posta sotto la dicitura:”ad comoditatem navigantium”. Ancora presente attorno all’anno 1874, la fontana era servita per secoli, con varie interruzioni, a fornire acqua potabile ai marinai che operavano nell’attivo porto canale del Lago, definito: statio bene fida carinis. Un’altra iscrizione, datata 1110, descrive il porto canale della Roia chiudibile con una catena.2

      Anche vascelli da guerra e grandi galee trovavano ricetto ed arsenale nel porto canale del Lago. Riporta il Rossi, come il 10 maggio del 1219, quando i Genovesi catturarono una nave, carica di frumento, diretta in città, i Ventimigliesi armarono una cetéa, nave dai cento remi, la quale, eludendo l’assedio, riusciva a catturare due galee genovesi, nel mare di Trapani.

       Fino a tutto il Quattrocento, la foce ricolmata dalle alluvioni, non dava libero sfogo alle acque del fiume, che prese a formare una palude ad oriente della città, in una zona, detta “Paschei” che corrisponde oggi ai dintorni del Palazzo Municipale. Inoltre la foce interrata e sbarrata dai Genovesi aveva privato la città del porto. I traffici marittimi che si svolgevano lungo la costa avevano come attracco la spiaggia della Marina. Si trattava di barche con portata medio-bassa che scaricavano in rada, oppure piccole barche, dette “scùne”, che attraccavano, tirate a secco sulla ghiaia.

      Il 9 gennaio 1468, il Comune di Ventimiglia fissava d’imperio il prezzo del pescato in tutta la comunità, per il quale i pescatori del Levante intemelio erano i maggior fornitori. Nel 1508, le popolazioni delle Otto Ville ventimigliesi si agitarono contro il maggior Consiglio, particolarmente a proposito del prezzo del pesce fornito dei pescatori di Bordighera, tra le comunità di Levante. Ancora malumori con le Ville, nel 1519, quando il Banco di San Giorgio imponeva ai cittadini una tassa aggiuntiva, allo scopo di ristrutturare e rendere funzionale il molo del porto canale, in zona “Lagu”, appena a monte del ponte.

 

      Qualche tempo dopo, nel 1566, il fiume s’era deviato, abbandonando le mura contro le quali scorreva; il porto canale non era più in grado di funzionare, se non per piccole imbarcazioni. Il 5 maggio del 1612, il vescovo Spinola vendeva una buona quantità di vino, giacente nei magazzeni della Curia. Si trattava di ottimi moscatelli e di una certa quantità di vino scadente che verrà venduta a Villafranca, dove verrà trasportata sul leudo “Sant’Agata”, di patron Stefano Bosio.

      Il 19 giugno 1674, patron Gibello e tre suoi marinai partivano da Ventimiglia a bordo di una scuna per andare a Sestri Ponente. Il 10 agosto 1688, la nave “Pallanca” del cav. Angelo Grimaldi di Villafranca, non poteva entrare nel porto canale della Roia a causa del mare troppo mosso, quindi caricava all’ancora in rada. Nel giugno del 1690, sulla spiaggia di San Nicolò, il Lascàris di Castellaro sbarcava sessanta pecore e due cavalle. Inoltre, una illustrazione di Fisher Son & C., datata 1837, illustra una nave a due alberi nel Lago presso Porta Marina, segno che, in qualche maniera, il porto canale del Lago ha funzionato almeno fino a quel periodo. Altro segnale: di fronte alle Gianchette, nel tratto della Roia che nel Medioevo ha ospitato il porto canale del Lago, nel 1946 è stata ritrovata un’ancora di ferro, dell’altezza di circa un metro e settanta.

     I traffici di mare erano svolti da naviglio di basso pescaggio che alava o scaricava in rada. I leudi imbarcavano olio, legni, carboni, lane e carni ovine dirette verso i porti di San Remo o Mentone. Nella buona stagione, portavano cedri e limoni verso Savona o Genova. Gli stessi sbarcavano derrate alimentari e merci da costruzione. Il costo del facchinaggio per il rimessaggio a domicilio era di sessantadue soldi di Genova, per la fatica di due uomini, addetti ad un intero carico, per l’intera giornata. Sovente il facchinaggio era praticato da donne.

                                                         

      Capitani e marinai di Ventimiglia, Sanremo, Porto e Diano avevano acquistato fama di esperti navigatori, sia in Liguria, sia fuori di essa; erano imbarcati sui bastimenti di vario cabotaggio che alla fine del Settecento facevano rotta nel Mediterraneo e nei mari europei. Le importazioni provenienti da Genova, Livorno, Napoli e dalla Sardegna riguardavano granaglie ma anche legumi, vino, formaggio; dalla Francia e dall’Inghilterra arrivavano soprattutto tela, panni di lana, vini, concime; dalla Norvegia merluzzo e pesce salato; dall’America caffè e generi coloniali; dalla Spagna carrube, dalla Russia e Turchia grano e avena. Le esportazioni, invece, si limitavano a olio, agrumi e palme che erano i principali prodotti del territorio.

      Dalla cronaca di Girolamo Rossi raccogliamo notizie sull’ultimo imprenditore marittimo locale. Nel 1885, il capitano Paolo Viale acquistava il vapore “Balaclava”, per intraprendere una serrata importazione di vino dalla Sicilia. Nel 1886, aggiungeva anche il vapore “Chambeze” e nel ’92 il “Vilna” alle altre navi, che erano a vela e si chiamavano: “Silvia”, “Olga” e “Giuseppe”.3

      Fino a tutto il Settecento, in città ed in molti villaggi delle valli, hanno operato provetti artigiani del telaio, che producevano tele e lenzuola, ma anche robuste vele, per le numerose barche da cabotaggio. In Ventimiglia erano attivi tre opifici del cordame e della tela stamegna per la navigazione. Si esportavano i prodotti verso Oneglia, Villafranca e Mentone. A Saorgio nasceva la confraria dei tessitori, tanti erano gli addetti.

 

      Dal XVII secolo, fuori della baia di Madonna della Ruota, operavano i cercatori di corallo, che nel Ponente ligure erano detti corallari o corallini. Stavano a disposizione di appositi impresari, i quali erano a contatto con gli artigiani che scolpivano il prezioso rametto. Questi armavano una feluca dell’apposito ordigno al traino e ingaggiavano i corallari anche per campagne in trasferta, in Corsica e in Sardegna. Si hanno testimoni di Metà Ottocento che ci tramandano questa attività ad ovest del promontorio di Bordighera.4

 

      Come per il passato, anche nell’Ottocento l’attività marinara è stata tradizionalmente una delle principali occupazioni degli abitanti della costa, per i quali aveva rappresentato l’unica alternativa all’attività agricola, nei tempi di crisi. Nel censimento del 1885, marinai e pescatori risultavano più di cento. La mancanza di una struttura portuale, lungo tutta la costa del Comune di Ventimiglia, ha prodotto una attività marinara locale limitata all’uso di soli gozzi liguri.

      Il mestiere di pescatore, impegnato nei vari tipi di cattura, anche notturni, degli animali marini, veniva sostenuto da piccoli armatori, proprietari dei gozzi, che, a inizio stagione riunivano una apposita squadra. I partecipanti sopportavano l’onere di varare ed attraccare il gozzo dalla spiaggia ghiaiosa, con l’uso dei parài, apposite assi di legno, reso scivoloso, qualche volta aiutati da un argano manuale. Il gozzo veniva mosso a forza di braccia, coi remi negli scalmi. Soltanto nell’ultimo dopoguerra la maggior parte dei gozzi venne dotata d’un motore a scoppio, in precedenza si poteva usare minimamente la forza del vento, inalberando una vela latina.

      Il 18 giugno 1892, veniva redatto un processo verbale, italo-francese, per delimitare la linea di pesca sulla frontiera di Mentone. Una commissione internazionale poneva in opera due segnali a terra, sul confine internazionale di Grimaldi, come mira ai pescatori per non sconfinare.

      Al termine del Secondo Conflitto Mondiale, i pescatori di mestiere presenti sulla costa intemelia, operavano ancora a La Mortola, alla Marina, nelle Asse, a Nervia-Piani, a Vallecrosia e a Bordighera. Quest’ultima continuava ad avere a disposizione, in concorso con Ospedaletti, l’approdo nel golfo di Madonna della Ruota, ma anche quello di Sant’Ampeglio, che dopo qualche anno, diventò un vero porto, accogliente e attrezzato.5

      Negli Anni Sessanta, il pescatore nostrano passava a dedicarsi alla pesca di tipo industriale, coi pescherecci, trovando sede nei porti vicini, oppure si ritirava dagli “affari” in modo definitivo. Numerose famiglie di pescatori giungevano dal meridione italiano, riprendendo l’arte della pesca dalle piccole barche, oppure la caccia al pescespada, in altura.

      Dopo qualche decennio, anche quest’attività professionale è svanita; le stesse specialità piscatorie sono praticate, in massima parte, da pescatori sportivi evoluti, muniti di regolare licenza. Nei centri costieri dove non figurano opportuni porti, i pescatori sportivi sono riuniti in associazioni che gestiscono tratti di litorale come ricovero delle imbarcazioni.

 

                                                  LA VOCE INTEMELIA anno LXXV n. 4 / n. 5 / n.6 - 2020 

 

  

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