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Categoria: AGOSTO MEDIEVALE
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AGOSTO MEDIEVALE - VENTIMIGLIA

 

G i l b i n a    d i  Ventimiglia

 

versi  trobadorici  da  Rambaldo  di  Vaqueiras

 

 

    Nell’estate del 1975 non si può ancora parlare di “Agosto Medievale”, ma la festa si stava già delineando. Il 24 agosto lungo via Garibaldi si dipanò un Corteo Storico, animato dagli sbandieratori di Asti, che accompagnarono un gruppo di figuranti maschili, giunti appositamente dall’astigiano, perché in loco non si riusciva ancora a trovare personaggi maschili disposti a sfilare, mentre un gruppo di fanciulle locali entrò senza indugio nella pratica di “figurante”.

    La manifestazione ha avuto però una trama; che è stata la vicenda di Gilbina di Ventimiglia, cantata in un serventese del XII Secolo. Ecco i versi di Rambaldo di Vaqueiras:

 

 

E.l ser venguen ab Veysi al Pueg clar

 Que.l fes sta.l gaug e tant nos voi.e onrar

 Que sa filha Aiglet ab lo vis dar

 Feira ab vos so soffrisses colcar;

 Vos lo mati, commsenhor e ric bar,

 Vosgues l’oste fort be garzadonar,

 Aigleta des Gui del.h Montelh amar,

 Pueys fetz ad Anselmet lacchine spozar

 E fez li tot lo comtat recobrar

 De Ventimilha, que devia tornar

 A Iacobina par la mort de son frar

 Malgrad del onde que l’au cuget gitar.

    I versi sono tratti dal manoscritto membranaceo n° 225443, pag. 735 - conservato presso la Biblioteca Nazionale di Parigi e pubblicati dal Canonico Nicolò Peitavino in: Intemelio - 1920, per gentile concessione del prof. Nicola Orengo, che lo ha ricavato.


    Tentiamone una traduzione letterale:

 

Se ne vengono verso Verezzo al Poggio chiaro

 che fece stare in gioia e tanto noi vuole onorare

 che suo figlio Aquiletto ha quello visto chiaro

 farà a voi le sue sofferenze raccontare.

 Vuole il mattino, gransignore e ricco barone,

 volgere la gente armata forte quanto può esserlo un giovane,

 Aquiletto dei Guidi del Montaldo amare,

 potrà fare ad Anselmetto Giacobina sposare

 e gli farà tutto il contado ricuperare

 di Ventimiglia, che dovrà tornare

 a Giacobina dopo la morte del fratello

 malgrado lo zio che l’ha gettata a giacere.

 

    Ci sembra che il brano pubblicato dal Peitavino sia incompleto, vista la vastità della storia descritta dal Rossi, basandosi sul Serventese dello stesso documento parigino, che finora è l’unico pubblicato.

    La stessa vicenda viene riportata da Girolamo Rossi nella Storia della città di Ventimiglia:

    Gilbina, figlia di Allasia, secondogenita di Ottone II, conte di Ventimiglia, verrebbe defraudata dei suoi diritti paterni dallo zio Guglielmo, che per liberarsene la vorrebbe mandare sposa in Sardegna.

    Bonifacio, marchese del Monferrato, sentendo questa triste storia dal giullare Aimonetto, suo ospite nel castello di Montaldo, attorno al volgere del XII secolo, decide di intervenire per difendere la donzella dalle prepotenze del congiunto.

    Nell’agosto del 1197, Bonifacio, sostenuto da cinque nobili cavalieri astigiani, veniva a Ventimiglia, liberava Gilbina, fuggendo insieme a lei su una nave.

    Inseguiti per terra e per mare, ripararono in una macchia tra Albenga e Finale, dove stettero tre giorni senza mangiare e bere. Il terzo giorno, scampati agli inseguitori, si imbattono in alcuni briganti che, dopo dura lotta, misero in fuga, riuscendo a giungere in serata a Nizza della Paglia, dove il marchese di Ceva li ha ospitat per la notte.

    Così Anselmetto Del Vasto, figlio del marchese di Ceva, si innamorava di Gilbina e dopo poco tempo la sposava. Allasia, nel frattempo, decideva di cedere al terzogenito Raimondo le ragioni materne, in ulteriore beffa allo zio Guglielmo, nobile assai corrotto, essendo arrivato, di concerto col padre Ottone, il 4 marzo 1193, a patteggiare con Genova contro il Libero Comune Marinaro di Ventimiglia.

    Le nozze di Gilbina risuonarono famose tra le genti d’allora, e furono particolarmente festeggiate a Ventimiglia. Cantate dal trovatore provenzale Rambaldo di Vaqueiras, alla corte di Bonifacio del Monferrato, in un appassionato serventese del XII secolo, si diffusero presso le corti europee.

 Il Rossi pone quello zio Guglielmo come figlio di Oberto, mentre Peitavino considera Gilbina figlia di Guido Guerra.

    Più probabilmente è quel Guglielmo figlio di Ottone che il 4 marzo 1193 si accordava con Genova. È, infatti, con Guglielmo I e Raimondo che termina il cespite dei Conti di Ventimiglia.

    Il feudo divenne prima Libero Comune, poi, conquistato dai genovesi, Capitaneato e infine Podesteria.

 

 

Intorno alcune poesie di

 

Raimbaldo da Vaquerasso:

discurso accademico del marchese Luigi Biondi

 

uno dei tre sermoni, oltre ai già citati versi in provenzale, contiene la descrizione dell’intervento di Bonifacio e dei suoi cavalieri, nella liberazione di Giacobina (Gilbina). Grazie a Google Books.

 

 

125 Que nos dirnem ab gaug ses pro manjar

       D’un pan tot sol, ses beure e ses lavar.

       ________________________________

 

       El ser venguem ab Neyssi al pueg clar

       Quens fes tal gaug e tant nos volc onrar

       Que sa filha Naiglet ab lo vis clar

       Seu sufrisfetz fera ab vos colgar,

       Vos ab mati cum senher coriebar

       Volgues los be fortmen guazar donar

       Que son fìlh fes Iacobine spozar,

       Efetz li tot lo comtat recobrar

       De Ventamilha, que devia tornar

       A Iacobina per la mort de son frar,

       Malgrat del oncle que lon volia gitar.

       Pueyssas volgues Aigleta maridar

       E dentz lagut del Montelh Azemar.

 

       E s’ie us volia retraire ni comtar

       Los onratz faits, senher, qu’ie us ai vist far,

       Poiria nos a amdos enuiar

 

130 A me del dire a vos de’ l’escotar.

       Mais cen piuzellas vos ai vist maridar

       A coms, marques, a baros d’aut afar,

       C’anc ab neguna jovens no us fetz peccar;

       Cent cavayers vos ai vist heretar

 

135 Et autres cent destruir’ et issilhar,

       Los bos levar,  e’ls fals e’ls mals baissar;

       Anc lausengier no vos poc azautar;

       Tanta veuva, tant orfe cosselhar,

       E tan mesqui vos ai vist ajudar,

 

140 Qu’en paradis vos deurian menar,

       Si per merce nulhs hom hi deu intrar.

 

* * * * * * * * *

       Aleyxandres vos laisset son donar,

       Et ardimen Rotlan e’ lh dotze par,

       E’l pros Berart domney e gent parlar.

       ________________________________

 

       Quar anc nuls hom dignes de merceyar

       Si laus preyet noi laissetz fadiar,

       Et ab merce voletz costemp tenhar

       E qui vol dir per vertat ni comtar

 

145 En vostra cort renhon tug benestar,

       Don e domney, belh vestir, gent armar,

       Trompas e joc e viulas e chantar;

       Et anc no us plac nulh portier al manjar,

       Aissi cum fan li ric home avar.

 

150 Et ieu, senher, puesc me d’aitan vanar

       Qu’en vostra cort ai geni saubut estar,

       Don e sufrir e servir e celar

       Et anc no y fi ad home son pezar,

       Ni no pot dir nuls hom ni repropchar

 

155 Qu’anc en guerra ‘m volgues de vos lunhar,

       Ni temses mort per vostr’onor aussar.

       E pus, senher, sai tan de vostr’afar,

       Per tres d’autres mi devetz de be far,

       Et es razos.qu’en mi podetz trobar

 

160 Testimoni cavalier e jocglar, senher marques.

 

            TRADUZIONE

 

125 Che noi desinammo con gioia senza troppo mangiare,

 

       D’un pane tutto solo senza bevere e senza lavare.

       ___________________________________________

 

 

 

Non sono poche le differenze verso il documento rilevato dal prof. Orengo

 

 

 

       E se io vi volessi ritrarre o contare

       Gli onorati fatti, signore, che io vi ho visto fare,

       Potrei noi ad amendue annoiare

 

130 A me del dire a voi dell’ascoltare.

       Più di cento pulcelle vi ho visto maritare

       A conti, marchesi, a baroni d’alto affare,

      Che anco con nessuna (di esse) gioventù non vi fece peccare;

       Cento cavalieri vi ho visto retaggiare,

 

135 Ed altri cento distruggere ed esigliare,

       I buoni levare e i falsi e i mali abbassare.

       Ancora lusinghiero non vi potè assaltare;

       Tante vedove e tanti orfani consigliare,

       E tanti meschini vi ho visto aiutare,

 

140 Che in paradiso vi dovriano menare,

       Se per mercè null’uomo vi deve entrare.

 

* * * * * * * * *

       Alessandro a voi lasciò suo donare,

       E ardimento Rolando e i dodici pari,

       E il prode Beraldo il dameggio ed il gentil parlare.

       ________________________________

 

 

 

145 In vostra corte regnano tutti i benestari

       Doni e dameggi, bel vestire, gentile armare,

       Trombe e giochi e viuole e cantari,

       Ed ancora non vi piacque nullo portiere al mangiare,

       Così come fanno i ricchi nomini avari.

 

150 Ed io, signore, posso me di altrettanto vantare

       Che in vostra corte ho gentilmente saputo stare,

       Donare e soffrire e servire e celare;

       Ed anco non vi feci ad uomo sua gravezza,

       E non può dirmi null’uomo ne rimprocciare

 

155 Che mai in guerra mi volessi da voi allontanare,

       Ne temessi morte per vostro onore alzare.

       E poiché, signore, so tanto di vostro affare

       Per tre d’altri mi dovete del bene fare;

       Ed è ragione; che in me potete trovare

 

160 Testimone, cavaliere, e giocolare, Signor Marchese.