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Categoria: BATTAGLIA DEI FIORI
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CANZONI DI BATTAGLIA

    Nata nel 1921, come Corso Fiorito, nel 1930 la “Battaglia dei Fiori” ha iniziato il computo delle sue edizioni, contando di avvenire ogni tre anni. Già nel 1933, seconda edizione, si è capito che avrebbe avuto luogo ogni anno; come ogni anno, avrebbe avuto il sostegno di una canzone appropriata.

    Nel 1930, Emilio Azaretti aveva abbinato il testo di una canzone al soggetto del carro realizzato della Cumpagnìa d’i Ventemigliùsi. A questa prima canzone, intitolata “Adìu Cavu !”, è seguita nella Battaglia del 1933 quella di “U Tran-lümassa”, il testo della quale ha avuto una storia rocambolesca. Nel 1934, è stato Filippo Rostan a creare la poesia “Legenda Ventemigliusa”, per la canzone abbinata al carro della Cumpagnia, “Il Castello dei Conti”.*

    In seguito, i poeti e i musicisti ventimigliesi non hanno mai più fatto mancare una canzone per la Battaglia, che dal 1935 ottenne persino l’ufficialità del Comitato e nel 1937, il Concorso.

* Le canzoni citate hanno attivato i controlli di censura, abituali in quel periodo storico, come ci racconta il dottor Azaretti.

 


U  CAVU  U  L’é  CARAU

di Emilio Azaretti  - 1987

    «Negli Anni Trenta tutto era politicizzato e qualunque critica alle decisioni prese dalle pubbliche amministrazioni, che non fosse avanzata da un gerarca di sicura fede, era guardata con sospetto dal Regime e lo erano anche le manifestazioni non programmate, come le citate canzoni, soprattutto se provenivano da un’associazione come la Cumpagnìa d’i Ventemigliùsi, diretta da un oppositore non iscritto al Fascio, come ero io.

    Così, di fronte all’intenzione del Genio Civile di demolire il Cavu, il famoso belvedere della Ventimiglia medioevale, per qualche lieve fessura riscontrata nelle volte e per una presunta debolezza delle fondazioni, la Cumpagnìa aveva deciso di protestare, partecipando alla Battaglia col carro del Cavu e con apposita canzone, musicata da Luigi Cebrelli».

    «La gente amava il Cavu e il carro e la canzone hanno avuto un grande successo, ma non è mancato, nelle settimane successive, il consiglio di sottoporre ad un benestare le eventuali future canzoni e, quanto alla demolizione del Cavu, c’è stata soltanto una dilazione di qualche anno».

 

 

TRAN-LüMASSA - d’a BEGARIçIA

di Emilio Azaretti  - 1987

    «Sempre negli Anni Trenta, il servizio tranviario Ventimiglia-Bordighera, che era stato uno dei primi istituiti in Italia, era ormai malridotto per la mancata manutenzione delle vetture, che rendeva il viaggio lentissimo e qualche volta lo interrompeva per guasti al motore, costringendo i clienti a terminarlo a piedi. La gente naturalmente protestava con vivaci mungùgni, che non avevano però alcun effetto, essendo la Società proprietaria in ottimi rapporti con le competenti autorità del Regime».

    «Per rimediare a questo stato di cose la Cumpagnìa aveva perciò deciso di portare in piazza la questione, partecipando alla Battaglia del 1933 con un tram che riproduceva, tappezzata di garofani bianchi, la più scalcinata delle vetture, quella che portava il n. 5, e facendola trainare da una lumaca. Il carro era stato iscritto alla Battaglia con nome di Tran-lümàssa e io avevo scritto la canzone, musicata da Luigi Cebrelli, per farla cantare nel corso della manifestazione».

    «Due giorni prima della Battaglia, quando i carri erano ormai pronti e mancava soltanto l’infioritura, un poliziotto viene a trovarmi:-”Dottò, ci sta il signor Commissario Capo, che la desidera con urgenza”-; -”Va bene, verrò fra un momento”-; -”Dottò, subito, ha detto il signor Commissario Capo”-. Vado al Commissariato:-”Mi dispiace di averLa disturbata, dice il Commissario, ma ho ricevuto una comunicazione urgente da Sua Eccellenza il Prefetto, a proposito del carro della Cumpagnìa, è vietato mettere in ridicolo i pubblici servizi autorizzati dal Regime; il tram si può fare, ma bisogna abolire la lumaca”; -”Signor Commissario, gli rispondo, la vedesse quella lumaca, un vero capolavoro, mi piange il cuore a doverla distruggere e vorrei farLe una proposta”-; -”Dica, dottore”-; -”Stacchiamola dal tram, la lumaca, e lasciamola andare nel Corso per conto suo, nessuno metterà più in relazione il tram con la lumaca”-; -”Salvo approvazione della Prefettura, la cosa mi sembra che possa andare, però ...”-; -”Però che cosa ?”-; -”C’è la Sua canzone, dottore, che la Prefettura ha censurato, si accomodi di là, qui ha una penna, della carta, mi scriva un’altra canzone, che non sia allusiva e tutto andrà sicuramente a posto”-».

     «Quella stanza “di là” era la guardina del Commissariato, ma mi siedo, felice di poter salvare la lumaca, e gli scrivo una nuova canzone elogiativa del famoso tram n. 5. Soltanto il titolo, u Tran d’a Begarìçia, avrebbe potuto far sorgere qualche sospetto, ma il Commissario non conosceva il significato di begarìçia e io gliel’ho bugiardamente spiegato come un sinonimo di “letizia”, che si addiceva al nuovo testo. In realtà la begarìçia ha un significato ben diverso, un significato intermedio fra “furbizia” e “malizia”, che permette di fare quel che si vuol fare, anche senza disporre dei mezzi necessari, appunto com’era nel nostro caso».

    «Viene il giorno della Battaglia e noi, d’accordo con i dirigenti del Corso, facciamo partire la “lumaca” tirata da un asinello sardo, poi un paio di grandi carri e dietro i due carri il famigerato “tram n. 5”.

    Sul tram c’era, come bigliettaio, una famosa macchietta ventimigliese: Agostino Sibono detto u Bìnbulu, che, dallo scalino anteriore del Tram interpellava a gran voce la gente, con faccia preoccupata:-”Non avete mica visto una lumaca ? Ci ha strappato le tirelle, è scappata e non c’è più verso di raggiungerla”-. La gente rideva e in molti casi cantava, assieme all’equipaggio del tram, la canzone del Tran-lümassa, che a Ventimiglia ormai quasi tutti avevano imparato.

    Forse quel giorno il Commissario Capo avrà capito, anche lui, il vero significato del Tran d’a begarìçia, ma ormai era fatta, e, per salvare la sua reputazione, avrà pensato che gli conveniva sorvolare e tacere, come ha fatto».

 

 

CASTELLO  DEI  CONTI

    Nella Battaglia del 1934, la “Cumpagnia” si presenta col carro “Il Castello dei Conti”, un voluminoso maniero di fantasia, in garofani rossi, che non ha avuto rivali nel concorso.

    Il testo della canzone che lo accompagnava, questa volta era stato scritto da Filippo Rostan, per la musica di Ginotu Ughes, col titolo di “Lezendia ventemigliusa”, un’opera che ha supportato un duraturo successo, slegato dalla dedicazione al carro e alla Battaglia.

    L’anno successivo, Azaretti e Hughes si impegnano a proporre una canzone dedicata alla Battaglia tutta, col titolo “Sciure e garsune”; canzone che conserverà un certo ricordo tra il pubblico, per aver contenuto lo slogan sulle reali qualità adeguate a descrivere la nostra città.

    Perché quella canzone possa vedersi abbinata a un carro, si dovrà attendere il 1955,  quando la Cumpagnia, presenterà una stupenda opera on quel titolo.

 

         Battaglia dei Fiori



LA  CANZONE  UFFICIALE

di Alfonso Giansoldati  - 1987

    Ogni sagra folkloristica di rango (e la Battaglia dei Fiori vanta un lignaggio che nessun “solone” le può contestare) trova un suadente filo conduttore nel motivo musicale che, in una atmosfera di suggestione emotiva, da sempre impronta e timbro ad una celebrazione popolare.

    E alla ribalta della canzone intemelia - poiché è di questo che intendiamo parlare nella sua specifica attinenza al carosello fiorito - coniugata ad un vernacolo di per sé scarno e genuino, ammiccante e bonario, si affacciano (anche per attività collaterali) personaggi che contano per valore e consistenza promozionale.

    La storia delle nostre parti dovrà, nei tempi, incorniciarli questi personaggi, tracciandone con più o meno rilievo a seconda della caratura, i profili dettati dall’affetto e dalla riconoscenza.

    Così Azaretti, l’espressione più qualificata e riconosciuta della cultura intemelia contemporanea; così Rostan, attento interprete degli umori popolari nelle sfaccettature più colorite (e con Azaretti firmerà, sotto la ditta Yvan Dakordiu, una serie di fortunate commedie dialettali); eppoi l’architetto Pippo Bosio, acuto e felice osservatore delle “piccole cose”, il quale disdegnava il termine paroliere - ne facciamo riferimento per una nostra personale, garbata polemica - ritenendo sua giusta mercede la definizione di poeta; Cebrelli, un autore da “rivisitare” per la verve fresca e spontanea; Andracco, un cultore dal raffinato mestiere; Hughes, ed altri che via via assumeranno veste e immagine nel nostro discorso.

    I “graffiti” della storia della canzone della Battaglia risalgono al 1930, quando la “Cumpagnia d’i Ventemigliusi” presenta un carro che farà epoca: “U Cavu”; tra gli archi rappresentanti lo scomparso belvedere della città alta, la banda di Torri esegue un motivo di forte suggestione: “Adiu Cavu”; le parole sono di Azaretti, la musica di Cebrelli.

    L’idea piace ed ha successo, tanto che nelle successive edizioni diversi gruppi parteciperanno alla sagra dei fiori con una loro canzone originale.

    Nel 1933 si afferma “U tram-lümassa” degli stessi Azaretti-Cebrelli, mentre nel 1934 l’ormai affermata “Cumpagnia d’i Ventemigliusi” scende in lizza col “Castello di Ventimiglia” e si affida al refrain “Lezendia ventemigliusa” di Hughes e Rostan.

    Ma è nel 1935 che, per la prima volta, la canzone viene ufficializzata e incisa su disco a 33 giri dalla mitica “Voce del Padrone”; “Sciure e garsune” di Azaretti e Hughes viene diffusa, riscuotendo unanime consenso, dagli altoparlanti dell’immancabile e solerte ditta Zunino.

    Nel 1936 è il turno di “S’i passa auti”, testo di Rostan e musica di Hughes, tema che viene eseguito dalla banda dei Ballila nei cinematografi della provincia e poi inciso su disco che si può acquistare, già prima della manifestazione, nel negozio di Alexovits.

    Finora la canzone è trasmessa senza ufficialità e si afferma solo in virtù del favore che incontra tra il pubblico.

    Nel 1937, infine, il Comitato organizzatore promuove il primo concorso per la scelta della canzone ufficiale della Battaglia dei Fiori; giudici Caligaris, Rostan, Zoboli (un grande maestro, tuttora ricordato, che a Ventimiglia ha formato una generazione di talenti musicali di primo conio). Si afferma “A vuxe d’u Röia” di Rostan-Cebrelli, che non viene incisa su disco ma registrata e diffusa dagli altoparlanti.

    Nel 1948 la sigla ufficiale è “Candu l’arriva u mazu” di Azaretti-Hughes.

    Ora, pur apprezzandone la vena melodica e riconoscendogli i meriti, non garbava a tanti che il buon “Ginotu” Hughes imponesse una scelta determinante facendo leva sulla sua qualità di presidente della Corale femminile. E così, per reazione, nel 1949, viene indetto un concorso parallelo patrocinato dal comm. Cesare Biamonti.

    La gara si svolge in due tempi; nella prima fase, i giudici: lo stesso Biamonti, il soprano Lina Marasma, il baritono Filippo Savarese, il prof. Ugo Calatroni, il M.o Dulbecco, selezionano sette canzoni fra le undici in competizione. Successivamente, nel corso di una serata di gala al Miramare Dancing dell’impareggiabile Romolo Piuma, gli intervenuti decretano il motivo vincente.

    Si classifica al primo posto “Viva a Bataglia” di Pierino Sismondini, eseguita da Ofelia Aicardi; al secondo “Ventimiglia in fiore” di Andracco; al terzo “Zögu de sciure” di Cebrelli; al quarto “A ciü bela de Vilatela” di Italo Bono. Presentatore è Cino Tortorella, che più tardi si affermerà, per la delizia dei bambini, come Mago Zurlì, e dopo ancora come uno dei più apprezzati registi televisivi.

    In un primo momento la classifica viene convalidata nell’ordine, ma durante una riunione “di fuoco” in cui Hughes, bisticciando con i giornalisti (tanto da meritarsi dalla stampa l’appellativo di “fazioso e selvaggio”), riesce ad imbrogliare le carte, cosicché viene deciso che il motivo ufficiale sarà “Riturna a bataglia”, cioè sue le parole e sua la musica.

    Pierino Sismondini (dotato di estro versatile in campi diversi, ma condizionato da una modestia innata) avrà il conforto della sua melodia trasmessa con crisma ufficiale sulle onde di Radio Montecarlo e dell’esecuzione, durante il corso fiorito, da parte della simpatica banda di Dolceacqua.

    Per la manifestazione del 1950, già ai primi di maggio, è in vendita “Vui se tüte da baixà”, ovviamente di Hughes.

    Nel 1951, in una sala del Caffé Ligure - un po’ il separé -in chiave decadente, di quella che un tempo era stata la Belle Epoque intemelia-si radunano il sindaco avv. G. Maccario, il dr. Squarciafichi, presidente dell’A.A.S.T. e i signori M. Coppo, Geo Trucchi, M. Pastorino, F. Gatta, R. Marenco, F. Biancheri, E. Rovighi, U. De Rossi, A. Biamonti, G. Trucchi, D. Biancheri, N. Muratore, E. Duce (un patetico e dignitoso cronista di provincia, al quale il mondo dei carristi deve un grosso tributo, avendone sublimato la bravura in una esemplare serie di articoli fitti di nomi e di dettagli), per giudicare le sole due canzoni partecipanti al concorso: “T’aspeitu a bataglià” e “Sciure tra e sciure”, rispettivamente di Cebrelli e Hughes. Le esegue al piano, come sempre con tocco mirabile, il popolare Van Kleef; si afferma la composizione di Hughes che riceve un premio di 5.000 lire, Cebrelli ne avrà 4.000.

    Anche per attenuare i disappunti che serpeggiano, il comm. Hughes decide, come l’anno precedente, di devolvere il premio agli orfani di San Secondo.

    Non ci sono polemiche nel 1952; sei i motivi in gara, tutti orecchiabili e suadenti, e la spunta in bellezza Pierino Sismondini con “A festa d’ê sciure”, parole di Pippo Bosio.

    Riaffiorano i contrasti nell’edizione successiva e di canzone ufficiale non se ne parla (anche se alcune fonti, peraltro controverse, affermano che “L’Ötava meraveglia” di Hughes è da ritenersi il sigillo del 1953).

    Gli altoparlanti diffondono “A festa d’ê sciure” di Sismondini-Bosio; “Canto ai fiori” di Cebrelli e Rebaudo; “A festa d’u curù” di Comelli-Maccario”; “Sogno e fiori” di Masiello-Rebaudo; “Dami le pay del Fleurs” di Hughes-Borfiga; “Reciamu d’amù” di Masiello-Cozzi-Battaglini; “Maggiolata” di Palmero, “Due ögli cin de sù” di Maccario; “La canzone dei scassigoti” di Bocca-Maccario.

    A dare pimento c’è l’orchestra Flowers e cantano Claudia Squarciafichi, Alberto Rebaudo e Virgilio Trecate.

    Lo stesso accade nel 1954. Vengono eseguite “Trionfo in fiore” di Hughes; “A nostra festa” di Rino Penone; “Fiori su Ventimiglia” di Cebrelli-Rcbaudo-Bobbio (una sottolineatura per quest’ultimo, rampollo della Val Nervia, compositore e direttore d’orchestra, “arrangiatore” nientepopodimeno di quel mostro sacro che è Fausto Papetti).

    Una tantum, ed è un fatto curioso, insolito, il M.o Hughes rintuzza le sue velleità; ha qualcosa da ridire Cebrelli che impone il ritiro del nastro con incisa la canzone di Penone, considerato troppo giovane e quindi non qualificato per competere con i due califfi della specialità, Cebrelli e Hughes, per l’appunto.

    Un opportuno intervento del sindaco Guglielmi, che è pure presidente del Comitato, appiana la diatriba, riporta serenità e le strofe del promettente Penone, giustamente e con merito, possono essere valorizzate dalla banda di Ventimiglia.

    Stessa solfa nel 1969 (l’anno che con rimpianto molti definiscono il “viale del tramonto” della sagra intemelia); non c’è canzone ufficiale, ma due motivi vengono allegramente fischiettati nel corso della manifestazione: “Un petalo d’amore” e “La battaglia”, entrambi del giovane cantautore Giovanni Bosio, che egli esegue personalmente; la voce è di Onda Traverso che si esibisce, applauditissima, durante le schermaglie del corso e nell’ambito dell’intermezzo canoro organizzato da Renzo Devoto nei giardini pubblici.

da: “BATTAGLIA DEI FIORI

- D.Gnech - F.Miseria - R.Villa -

Dopolavoro Ferroviario Ventimiglia

ALZANI Pinerolo 1987