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Dante esule valicava La Turbia

                                                                                                            Luigino Maccario

    Quando il sommo poeta Dante Alighieri, nell’estate del 1302, ormai esule da Firenze, si recava all’Università di Parigi, per restarvi fino all’estate del 1304, sarebbe transitato per la nostra città.

    Non sono noti documenti che indiscutibilmente lo comprovino, ma la esigua descrizione della strada romana Iulia Augusta, contenuta nella Commedia (Purgatorio III, 49-51), ne possono indicare la circostanza, data la precisa denotazione.

    Se avesse viaggiato via mare, non gli sarebbe capitato di scrivere: «Tra Lerici e Turbia, la più diserta, la più romita via è una scala, verso di quella agevole ed aperta».*

    Deve averla certamente percorsa, se la definisce deserta e romita, giacché l'allora piuttosto recente dominazione genovese sulla Liguria non era interessata a fornire la costa ligure di strade ben percorribili, allo scopo di evitare così la facile comunicazione tra i popolani, che non potevano permettersi il viaggio per mare.

    Le comunicazioni genovesi erano tutte svolte dalla sua potente flotta, che controllava tutti i porti attivi, rendendo inattivi quelli delle città più ribelli. Così, nel 1300, il tracciato dell’antica strada romana era interrotto in moltissimi tratti, tanto da guadagnarsi il titolo di romita, inoltre, dov’era presente, risultava deserta poiché, chi conosceva l’ambiente, preferiva strade alternative meno partecipate dai numerosi briganti liguri.

    La dominazione genovese non riusciva ad eliminare il brigantaggio diffuso, perché la Superba era distratta dalle sorti del suo commercio in Medio Oriente e Mar Nero, inoltre, riteneva che il brigantaggio fosse un buon rimedio alla languente economia locale.

    Si dice che quando invece, il Sommo Dante si lascia andare alla simbologia della scala agevole ed aperta verso la Provenza, si riferisca al tratto che dava appiglio al colle di Turbia, il tratto di via romana, allora meglio conservato e reso indimenticabile dal panorama paesaggistico che lo conteneva.

    Potremmo ora fare ipotesi sul luogo di pernottamento, nell’estremo Ponente, della numerosa brigata di esuli Guelfi e Bianchi che stava aggregando Dante verso Parigi; giacché se non avesse viaggiato in buona e numerosa compagnia non avrebbe potuto far desistere i briganti.

    Dopo il pernottamento a Genova, dove nel caos del porto qualche guelfo non impegnato si trovava, avrebbe potuto passare la notte a Savona, poi a Loano od Albenga; quindi, nel nostro territorio, poteva essere giunto a San Romolo, allora non molto avvenente, ma ospitale.

    Partendo in mattinata da San Romolo, avrebbe potuto raggiungere Monaco, ma probabilmente fece in modo di raggiungere Nizza, perché in quell’anno la Rocca monegasca non era in mano del guelfo Grimaldi, ma del ghibellino Ughetto Spinola, che l’aveva ricevuta da Carlo d’Angiò e la terrà fino al 1318.

* Il breve verso è contenuto nella lapide fatta apporre da Sir Thomas Hanbury, nel tratto di Via Romana circoscritto nel suo Giardino Botanico di Mortola.

                                                                                                         LA VOCE INTEMELIA anno LIX  n. 10  ottobre 2004

 

   Nei pressi del ponticello che valica la Via Iulia Augusta, concedendo di passare da Villa Hanbury verso la parte del Giardino a fronte mare, su Capo Mortola; Sir Thomas ha fatto apporre una lapide per ricordare gli illustri viandanti che transitarono su quel tratto di via, nei secoli passati. La lapide non contiene il nome dell'Alighieri, benché contenga i versi del Purgatorio:

Papa Innocenzo IV,    7 maggio 1251

Caterina da Siena,          giugno 1376

Nicolò Macchiavelli,      maggio 1511

Carlo V Imperatore,   novembre 1536

Papa Paolo III,                              1538

Napoleone Bonaparte,  3 aprile 1796

    Secondo Girolamo Rossi, Nicolò Macchiavelli soggiornò a La Mortola, nella Villa (oggi Hanbury) ospite dei proprietari d’allora, i Lanteri. Questa famiglia, assai devota al Principato di Monaco, vi operò per far ricevere il Macchiavelli quale ambasciatore fiorentino.

 

 

 

DANTE A PARIGI