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ETIMOLOGIA DEL GRAAL

da: Rivista Ingauna e Intemelia - anno XLV - n. 1-4 - 1990. Istituto Internazionale di Studi Liguri – Bordighera

 

Emilio Azaretti

I  CONTINUATORI  DEL  LATINO  TARDO

GRADALE E LA VERA

ETIMOLOGIA DEL SANTO GRAAL

    Nel mio contributo all’8° Colloquio della «Académie des Langues Dialectales» di Monaco, dal titolo: Quelques mots de la transhumance en dialecte de Buggio (Val Nervia), ho riportato che, fra gli arnesi adoperati nella fabbricazione del formaggio durante l’alpeggio, c’era un grande paiolo di rame, con un solo manico laterale pieghevole, che serviva per appenderlo al muro quando non era in uso, e che aveva il misterioso nome di gràa.

    In questo grande recipiente venivano versati, a mano a mano che venivano riempiti, i piccoli secchi di latte munto dalle pecore, per poi cagliarlo, a mungitura finita. Lo stesso gràa, chiamato a Pigna grar, veniva inoltre normalmente usato al paese, come riserva casalinga di acqua potabile e in esso si versavano successivamente i sacchi d’acqua riempiti, quando se ne aveva il tempo o l’occasione, alla pubblica fontana.

    A questo punto vorrei aprire una piccola parentesi, ricordandovi che anche a Ventimiglia, in casa nostra, all’incirca verso il 1905-1906, quando, essendo nato nell’aprile del 1902, ero un bambino di tre o quattro anni, e non erano state ancora installate le tubazioni per portare l’acqua potabile negli appartamenti, avevamo anche noi in cucina questo grande paiolo, nel quale ricordo che la domestica versava ogni tanto qualche secchio d’acqua, non ne ricordo però affatto il nome, probabilmente perché, pur masticando abbastanza bene il dialetto ventimigliese, non avevo ancora cominciato ad occuparmi di linguistica.

    Chiusa la mia parentesi infantile e riprendendo il discorso, vi dirò che il duplice uso del nome gràa per i recipienti del latte e dell’acqua mi ha permesso di capire che si trattava di un nome derivato dal latino tardo dell’VIII secolo: GRADĀLE, che il famoso linguista svizzero W. Meyer-Lubke, nel suo Romanisches Etymologisches Wórterbuch «Dizionario etimologico delle lingue romanze», definisce «recipiente nel quale si mettevano a poco a poco sostanze alimentari», dando come esempio, che corrisponde fedelmente alla base, il francese antico graàl, provenzale antico grazàl, catalano gresàl, spagnolo gradal, portoghese gral, col significato di «mortaio», essendo infatti necessario aggiungere a poco a poco le sostanze, che si vogliono pestare in un mortaio, per poterle polverizzare.

    Il dizionario di Meyer-Lubke porta un altro derivato gastronomico di GRADĀLE: la parola dell’antico milanese graelìn «piccola scodella», nella quale la gente si versava, pescando senza dubbio diverse volte dalla zuppiera, il prelibato minestrone meneghino.

    Ho voluto controllare nel dizionario provenzale del Mistral (II, 87) il nome del prov.a. grazàl e l’ho trovato con la variante grazau, col prov. moderno grasau e le numerose forme regionali, il f. grasalo e i dim. grasalet, grasaleto, tutti però col significato di «truogolo, mastello, conca per lavare i piatti o per lavarsi i piedi» e i diminutivi «tazza», «coppa di legno»; senza cioè alcuna connessione con la base GRADĀLE.

    La grande diversità di significato fra le voci raccolte dai quasi contemporanei Mistral, vissuto dal 1830 al 1914, e Meyer-Lubke 1861-1914, si spiega col fatto che Mistral ha raccolto nel Tresor dou Felibrige, scritto dal 1878 al 1886, le parole usate e il significato che gli veniva dato a quei tempi nei vari dialetti occitanici, assieme alla variante scelta dai Felibre, gli scrittori provenzali di quel periodo, per rilanciare il provenzale come lingua letteraria.

    E una simile divergenza dalla vera etimologia è comprensibile nei dialetti a causa del particolarissimo significato della base latina GRADĀLE che si riferisce sempre a recipienti, non però a recipienti qualunque, ma soltanto a quelli che vengono riempiti a poco a poco. Il Meyer-Lubke riporta invece le parole conservate nelle varie lingue romanze che, per la loro antica documentazione scritta, sono rimaste più spesso fedeli all’etimologia latina.

    Assieme ai citati termini per indicare oggetti di uso domestico, Mistral ricorda anche il Sant-Grasau, e i dizionari francesi il Saint-Graal, come coppa della quale Gesù si sarebbe servito nell’Ultima Cena.

    Il personaggio legato a questi avvenimenti è Giuseppe di Arimatea, ricordato nel Nuovo Testamento (Giovanni 19, 38) e con maggior dettaglio nel Vangelo apocrifo di Nicodemo, come uomo ricco e influente, membro del Sinedrio, istituzione di cui vorrei brevemente parlarvi.

    Non essendo la popolazione ebraica dei Giudei, al tempo di Gesù Cristo, particolarmente ostile verso i Romani, il procuratore Ponzio Filato, assistito da una guarnigione, esercitava soltanto i poteri essenziali per la difesa della colonia. Una larga autonomia amministrativa era invece lasciata ai Giudei, che la gestivano eleggendo una specie di Consiglio Comunale, chiamato appunto Sinedrio.

    Per la sua appartenenza a questa istituzione, Giuseppe di Arimatea era in buoni rapporti con Ponzio Filato, che certamente lo conosceva come discepolo occulto di Gesù, per paura dei Giudei, e gli aveva anche concesso di seppellirlo nella sua tomba dopo la crocifissione, come infatti avvenne. Il timore di un ricorso dei Giudei a Roma, che gli facesse perdere il posto, spiega anche la mancata opposizione di Pilato alla condanna di Gesù, da lui ritenuto innocente, e la sua famigerata decisione di «lavarsene le mani».

    Nei poemi medioevali del XII-XIII secolo, che si rifanno al più antico di essi: «Le roman de l’estoire dou Graal», scritto da Robert de Boron nella seconda metà del XII secolo, si da il falso nome di Graal alla ciotola (1) < gr. KÓTYLĒ (2) (Rocci p. 1079), adoperata in comune dai commensali partecipanti all’Ultima Cena, come si usava a quei tempi ed ancora recentemente in Abruzzo per le bevande e per i cibi.

    Anche Giuseppe di Arimatea, che era andato con altri cristiani nel luogo della crocifissione di Gesù, sperando che fosse graziato, come spesso avveniva, aveva portato con sé una ciotola, per dissetarlo dopo la sperata discesa dalla croce. Una ciotola che non era quella dell’Ultima Cena, alla quale Giuseppe, non essendo un apostolo, non aveva partecipato.

    Ma la folla dei Giudei aveva preferito graziare «Barabba» e Giuseppe ha poi usato la ciotola per riempirla a poco a poco col sangue di Gesù rimasto in croce, che colava a goccia a goccia dal suo costato, ferito dal colpo di lancia di un centurione romano. La ciotola di Giuseppe è così diventata, dalla base GRADĀLE, il Santo Graal. Ed è questa la sua etimologia.

 

(1) II KÓTYLĒ ha dato per metatesi un lat. CLOTUE, passato col suffisso -ULA a ciotola.

(2) All’origine del ligure gotu «bicchiere» c’è una contaminazione di KÓTYLĒ col lat. GUTTUS, che non era un bicchiere, ma una specie di contagocce, formato da una piccola bottiglia con un collo molto stretto, del quale i sacerdoti si servivano per versare nelle «patere» qualche goccia di vino offerto agli Dei. In tavola il GUTTUS serviva per versare olio o aceto sugli alimenti. Questa parola deriva dal lat. GUTTA «goccia» e avrebbe dato un ligure gutu, ma influenzata da KÓTYLĒ ha assunto la forma gotu e il significato di bicchiere.