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E CUNFRAIRìE

LE  CONFRATERNITE

pietà, culto e arte a Ventimiglia

Oratorio di San Secondo, Orazione e Morte di N.S.G.C., detto dei “Neri”

via Garibaldi, Ventimiglia Alta   -   maggio 1981

Il  Sestiere  “Ciassa”,  nel  presentare  questa  mostra,  intende  dare  inizio  ad una serie di iniziative che, assieme ad altre realizzate durante l’anno in questa parte di Ventimiglia, vogliono evidenziare il carattere più vero di questo centro medioevale, tra i primi dell’intera regione ligure e del vicino dipartimento francese delle Alpi Marittime.

 

    L’unicità dell’assetto urbanistico di via Garibaldi, paragonabile solo al maggiore esempio di quello della omonima via Genovese per la creazione di giardini pensili ai livelli dei piani nobili dei palazzi del lato ovest e degli atrìi-portico cinque e seicenteschi, di questi ed altri palazzi anche nella via Giudici, le forme architettoniche medioevali riemerse dai recenti restauri e quelle che traspaiono in ogni angolo di casa, l’antico ospedale di piazzetta Morosini, l’insieme delle mura e delle porte, le fontane, da quella cinquecentesca di piazza Colletta a quella del Leone, i suoi antichi oratori, la scenografia architettonica della piazza Cattedrale ed, infine, i suoi capisaldi: la Cattedrale, unicum di arte romanica-provenzale, con il Battistero e l’antico priorato benedettino di San Michele, bastano a dare a Ventimiglia il titolo di città d’arte. Che, se non bastasse, la città possiede il più importante museo archeologico della Liguria, oltre al complesso degli scavi della città romana, la zona paleontologica dei Balzi Rossi con il Museo, il complesso dei giardini botanici Hanbury, la prima Biblioteca pubblica della Liguria. Ma l’elenco non finirebbe qui.

    In questo antico Oratorio abbiamo raccolto quello che l’ultima guerra, ma molto di più l’imperizia e la trascuratezza delle persone a cui erano affidate, ci hanno lasciato del grande patrimonio artistico che le Confraternite cittadine avevano nel corso dei secoli accumulato negli oratori e nelle chiese di Ventimiglia.

    Un’idea di come era questa ricchezza artistica può offrirla, molto menomata, questo oratorio, per gli altri può esserci di aiuto la fotografia.

    Oltre ad un insieme di oggetti artistici e devozionali, dobbiamo vedere quello che resta e quello che non c’è più, nel loro essere, non popolaresco ma del popolo «conforme alla maniera di pensare e di sentire».

    Per questo spirito e per la conservazione della storia culturale di queste associazioni, che Lombardi Satriani definisce «resistenza delle classi subalterne... ad essere assorbite in un sistema culturale che le predestina al ruolo di vittime... » esse sono anche un aspetto della storia della nostra città, che dobbiamo salvaguardare, rimediando all’irreparabile, per noi e per il futuro di questo patrimonio.

 L e     C o n f r a t e r n i t e

    Sorte come associazioni di fedeli, in prevalenza laici, approvate dalla chiesa, le confraternite avevano quale fine precipuo l’incremento del culto, pur non escludendo opere di carità e di pietà.

    Ognuna di esse era dotata di una propria organizzazione, regolata da statuti e svolgeva una propria attività amministrativa godendo dell’immunità per quanto riguardava i beni immobili posseduti.

    Liberi da voti religiosi e non impegnati in una vita di comunità, gli associati delle diverse confraternite si distinguevano per speciali distintivi, per la foggia speciale di abito e per le insegne.

    I confratelli eleggevano i loro amministratori alla presenza del parroco, o previo suo consenso. La carica maggiore era quella di priore o primo dignitario, poi venivano gli “officiales”, o massari, ai quali erano assegnate le mansioni amministrative dei beni e la cura della chiesa.

    Benché la regola fosse indirizzata verso l’attività spirituale, le confraternite ebbero anche uno sviluppo di carattere finanziario; non era infrequente trovare priori rivestenti la carica di amministratori di Monti di Pietà.

    «Il Monte di Pietà, come quello frumentario, era un’attività a scopo caritativo: si effettuavano prestiti in danaro o frumento ad un modico interesse, impedendo così il ricorrere ad usurari».

    Troviamo le Confraternite beneficiare di molti lasciti testamentari che andavano ad aumentare i beni amministrati, e per questo gli organi di governo che amministravano le confraternite dovevano annotare ogni operazione in un libro da esibirsi pubblicamente.

    Buona parte dei proventi veniva ricavato dal reddito di questi beni che, oltre alla cura del luogo di riunione, dovevano servire agli altri scopi della Confraternita. Troviamo, da documenti d’archivio, in quanti campi beneficassero le Confraternite: a Bajardo la Confraternita della Trasfigurazione del Signore si impegnava ad aumentare lo stipendio del cappellano e maestro di scuola e a mettere l’oratorio a disposizione dello stesso per insegnarvi la grammatica.

    A Perinaldo la Confraternita dello Spirito Santo assicurava l’assistenza di un medico condotto.

    Non sempre il frutto dei lasciti era sufficiente a coprire le uscite; a Saorgio la Confraternita di San Giacomo aveva dovuto sospendere, per quattro anni, la distribuzione di castagne ai poveri e, a Briga, il parroco accusava la Compagnia dell’Assunta di non far elemosina al popolo da dodici anni.

    Cronologicamente possiamo riassumere dicendo che, nella seconda metà del 1200, anche a Ventimiglia, con l’intrecciarsi delle vicende dei poteri civile ed ecclesiastico, inizia un movimento di flagellanti e contemporaneamente sorgono le prime confraternite.

    Sappiamo che, nel 1230, si svolgono in Italia le prime processioni di “battuti” e, nel 1260, una grande processione di flagellanti, partita dall’Umbria, giunge in Liguria. Nella Histoire de Nice del Durante leggiamo che, durante le lotte tra Guelfi e Ghibellini a Ventimiglia, verso il 1260, le due fazioni si dilaniarono con tanta ferocia che, ritenendosi questo come castigo divino, una numerosa falange di cittadini, partitasi processionalmente da Ventimiglia, recavasi in Nizza dove dava l’affliggente spettacolo di una pubblica flagellazione.

    Successivamente a questa data, troviamo che la già esistente confraternita dei disciplinati “Bianchi”, dal colore delle cappe che indossavano, ottiene nel 1462 l’uso della Chiesa di Santa Chiara per i propri offici. Nel 1582 una bolla papale fissa le norme della Confraternita del Santo Rosario, nel 1610 in Cattedrale viene fondata la Confraternita della Misericordia, nel 1682 il Vescovo Promotorio fonda nella chiesa di San Francesco la Confraternita degli Agonizzanti.

    La Controriforma, come movimento post-tridentino, dedica una particolare attenzione alle confraternite e nel “Regestrum Visitatio” e nel “Documentorum” del Vescovo Pier Maria Giustiniani (1741-1765) conservati nell’archivio vescovile, troviamo notizia di altre confraternite, peraltro già esistenti nel 1612: quella del Santo Corpo di Cristo, beneficata in un lascito testamentario di quell’anno, e quella della Immacolata Concezione nel 1738, tutte e due officiami in Cattedrale.

    Sulla scia delle grandi processioni nasce la leggenda che registrata diventa cronaca di un’epopea popolare nella quale la devozione dei confratelli e la presenza divina giungono a contatto nella lauda.

    La prima produzione artistica in senso assoluto delle confraternite è la lauda in volgare, recitata o cantata durante le processioni. Un linguaggio nuovo e diverso rispetto alle preghiere ed ai canti tradizionalmente forniti dal clero ai fedeli. Infatti l’uso del volgare, talvolta del dialetto, viene a contrapporsi polemicamente al latino ecclesiastico come affermazione autonomistica di un laicato che intende esprimere la sua devozione nel suo linguaggio.

    Fra la fine del Duecento e l’inizio del Trecento, le confraternite liguri hanno già laude in dialetto, come questa invocazione a San Giovanni Battista; scritta in dialetto della Liguria occidentale, e più precisamente delle diocesi di Albenga o di Ventimiglia, come lo attestano anzitutto le molte parole e i molti modi di dire che sono colà tutt’ora in uso (Accame 1888)

 

     O martire pim de ueritae  .  prega Christe onnipotente.

     Che en la riuera e la citae  ,  mete amor e bonapaxe

     Zenoa bem se de’ alegrare  .  chi a lo tesoro si precioso

42 Como e lo to corpo dignitoso  .  or debi per Zenoa pregare.


    È seguendo gli sviluppi di questo “volgare”, anche sul piano figurativo, che, fino al Seicento, si trovano le testimonianze più interessanti della cultura popolare, e che da questo secolo inizierà, con una produzione caratterizzata da un nuovo linguaggio, che vede il massimo splendore delle confraternite: sempre più ricche e fastose le chiese, le vesti, le argenterie e le casse; i pittori liguri e gli scultori, sono chiamati ad una specie di gara che esplode in parate fastose e spettacolari.

 

GLI ORATORI DEVOZIONALI

Compagnia dei “Disciplinanti” detta dei Bianchi

     La più antica delle molte confraternite esistenti in questa città è quella dei “Disciplinanti”. Essa è ricordata nel XIII secolo, ma non appare dove tenesse le sue adunanze; solo nel 1462 il Capitolo della Cattedrale concede l’uso della chiesa di Santa Chiara, situata nel quartiere castello «ad devotionem suam ac disciplinam prosequendam et faciendam ut moris est».

    Pare che nel XVI sec. si abbandonasse la vecchia chiesa per costruirvi sopra quella di oggidì.

    Diversi atti notarili trascrivono ordinazioni di opere di pittura a vari pittori. Nel 1512 Battista Margoto di Sanromolo dipingeva a fresco quindici capitoli della passione di Gesù per 50 fiorini; nel 1519 la confraternita ordina un quadro al pittore milanese Andrea de Mairola, per 25 scudi del sole, raffigurante San Giovanni in atto di battezzare. Nel 1633 il priore della Confraternita, Giobatta Massa, ordina al pittore genovese Gio.Andrea De Ferrar! una tela raffigurante il Battesimo di Gesù con Santa Chiara. Questo quadro sarebbe il terzo dello stesso soggetto ordinato dalla Confraternita, perché un altro del pittore nizzardo Francesco Brea, ancora visibile nel 1800, raffigurava la stessa scena. Di questa opera di notevole pregio parla il grande critico d’arte Alizeri nel II volume della sua opera “Pittura” del 1873.

    Nel 1692 l’altare maggiore si arricchisce di una grande nicchia di marmi policromi, fiancheggiata da colonne di marmo nero. Questo Oratorio possedeva anche un bei gruppo ligneo processionale del Maragliano che raffigurava l’incoronazione di spine del Signore, andato distrutto nei bombardamenti dell’ultima guerra. Un pezzo molto antico e raro è il crocifisso di arte Catalana ora in Cattedrale al quale nel Seicento vennero attribuiti molti fatti miracolosi e la cui venerazione aveva raggiunto anche il basso Piemonte per non dire il Nizzardo.

    Nella festa di San Giovanni si rinnovava una antica usanza: ad ogni confratello si dava una “fogazzetta” di pane azimo con l’impronta del Santo, a tale scopo nel 1545 certo Enrico Antonio legava un suo podere.

 

Oratorio di San Secondo, orazione e morte, detto dei Neri

    L’origine della Compagnia della Misericordia è molto antica: essa sorse a Firenze nell’anno 1230, per un’idea di tal Piero Borsi e doveva servire al trasporto di malati, feriti, morti.

    Nel 1326 fu fatto un primo statuto, nel 1329 la Repubblica prese a proteggere la Compagnia, che nel 1361 fu riformata con nuovo statuto, ed allora era governata da otto capitani, di cui sei delle arti maggiori e due delle minori ... In Ventimiglia fu merito dei sacerdoti secolari e regolari e delle nobili famiglie l’istituzione della Compagnia della Misericordia, trasformata poi in confraternita la cui fondazione, avvenuta nella Cattedrale, risale al 1610.

    Nel 1643 officiava in una chiesuola intitolata a San Salvatore, situata nel quartiere castello, e citata in una carta del 1465. Nel 1650 il nobile Antonio Porro cedeva la sua casa, per la costruzione dell’attuale Oratorio.

    I confratelli vestivano una cappa nera con cappuccio per nascondere l’identità in una perfetta uguaglianza di doveri. Nelle grandi processioni i confratelli indossavano sopra la cappa i “tabarrini”, piccoli mantelli di velluto, ricamati in oro, argento e seta.

    Dall’anno della sua fondazione l’oratorio ha continuato ad essere abbellito ed arricchito di opere d’arte. Il portale, in pietra della Turbia, fu scolpito dal maestro Benedetto Bruno di Monaco nel 1670. Le otto grandi tele sulle due pareti laterali sono del rinomato pittore genovese Serra. Il grandioso altare, in marmo nero intarsiato, venne costruito dal maestro marmare Giacinto Aycardo verso il 1678; ai lati dell’altare su alto zoccolo s’elevano le quattro maestose colonne tortili in marmo nero sorreggenti il frontone con al centro una nicchia nella quale ammiriamo la marmorea statua di San Secondo. La volta a botte, adornata da stucchi ed affreschi, venne eseguita dal pittore di Porto Maurizio, Maurizio Carrega dal 1784 al 1786. L’opera più moderna che osserviamo è il gruppo in stucco bianco nella nicchia dell’altare maggiore, opera dello scultore Paolo Biamonti che sostituisce probabilmente un quadro ora scomparso del martire San Secondo, eseguito per la famiglia Porro nel 1600. Opera insigne dell’oratorio è il “Cristo Morto”, opera pregevole del 1700, che veniva portata in una solenne processione la sera del Venerdì santo sotto un ricco baldacchino di velluto.

    L’oratorio ha un piccolo campanile fornito di due campane una delle quali è denominata “dei lupi” forse a ricordo dell’uso che se ne faceva durante incursioni dei lupi cervieri (tipo di felino, con orecchio di lupo, lince).

 

Chiesa di San Francesco

C o n f r a t e r n i t a    d e g l i    A g o n i z z a n t i

    Nel 1682, per merito del Vescovo Mauro Promontorio, nella chiesa dei PP. Minori di San Francesco si fonda una cappella dedicata a San Giuseppe e nella quale viene istituita una Compagnia per aiutare gli agonizzanti.

    Con atto stipulato dai priori della Confraternita del Santo Rosario nel 1738, questa confraternita assieme ad altre viene obbligata a pagare al capitolo della Cattedrale trentasei lire all’anno, moneta corrente “fuori banco” e di provvedere, ogni domenica, le cere a tutte le officiature solite.

 

Chiesa di San Michele

C o n f r a t e r n i t a    di  N. S.  del  Carmine

    Da un regolamento dell’Associazione delle Consorelle troviamo definita antica la Confraternita degli uomini, costituita per onorare la Beata Vergine col canto dell’officio in tutte le Domeniche e feste e di assicurarsi vicendevoli suffragi dopo la morte.

    Un altare dedicato alla Madonna del Carmelo era stato eretto nella chiesa del Convento dell’Annunziata, fondato nel 1503, presente il signore di Monaco Giovanni Grimaldi governatore pel re cristianissimo (Luigi XII); tale convento era tenuto dall’ordine francescano degli Osservanti. Soppresso nel 1831 e smantellato, l’altare maggiore della chiesa, dedicato all’Assunta, venne spostato nella chiesa di San Francesco e quello del Carmelo, di giuspatronato della nobile famiglia Massa, andò ad ornare la chiesa di San Michele diventando l’altare maggiore. Il Rossi, nella Storia di Ventimiglia, ci ricorda la Confraternita di N.S. del Carmelo, che officiava la chiesa, e nomina il suo priore Muratore Dionisio capo mastro col quale concerta il disegno della facciata ed i restauri necessari per impedire un’imminente rovina della chiesa. Questi lavori furono abilmente eseguiti da questi nel 1885.

    La Pia Associazione di N.S. del Carmine, aggiunta alla Confraternita e riservata alle donne era ancora viva a Ventimiglia negli Anni Sessanta.

 

Chiesa Cattedrale

    Nella chiesa Cattedrale officiavano diverse Confraternite, dove avevano ognuna la loro cappella con l’altare intitolato o ai “Misteri” o ai Santi: esse erano quella del Santissimo Sacramento, dell’Immacolata Concezione e del Santo Rosario; quest’ultima era stata eretta in cattedrale nel 1582. Tre bolle papali del 1582, 1609, 1643, ne fissavano le norme.

    Tradotte, esse iniziano, a grandi linee, così: I fedeli di Cristo della città di Ventimiglia, per custodire ed incrementare l’amore per la preghiera, hanno fondato nella chiesa Cattedrale la confraternita del Salterio, o Santo Rosario, sotto l’invocazione della Beata Maria Vergine.

    Nel 1612 certo Antonio Palmaro, in un atto testamentario, nominava la Confraternita erede di un lascito di tre rubbi di olio.

    Nel 1738 il priore della Confraternita stipulava un atto (che impegna anche le confraternite del Santissimo Sacramento e dell’Immacolata Concezione), che prevedeva l’obbligo di pagare al capitolo della Cattedrale Trentasei lire l’anno, moneta corrente “fuori banco” e di provvedere, ogni domenica, le cere a tutte le officiature solite.

    La Confraternita del SS. Sacramento si differenziava nei particolari della regola dalle altre norme generali. I Confratelli, sotto pena di privazione delle grazie spirituali, dovevano: accompagnare il Viatico ai moribondi con torcia accesa, assistere ad una Messa solenne nella terza domenica del mese, con lume acceso durante l’elevazione, partecipare ad una solenne processione eucaristica nel primo venerdì dopo la festa del Corpus Domini, ...

    Anche questa Confraternita viene beneficata dal lascito di tre rubbi d’olio l’anno nell’atto testamentario di A. Palmaro del 1612.

    La Confraternita della Concezione della Vergine era stata fondata nella chiesa dei minori conventuali nel 1576.

                                                                                         Erino Viola

BIBLIOGRAFIA

N. Ravera: Sinodo e Visite di Pier Maria Giustiniani

F. Franchini Guelfi: Le Cosacce nell’arte e nella Storia ligureGenova 1975

P. Accame: Frammenti di laudi sacre in dialetto ligure antico Collana storica Centro storico pietrese, Pietra Ligure 1978

G. Rossi: Storia della Città di Ventimiglia, Oneglia 1886.

F.A. Bono: L’oratorio dei Neri e la Compagnia della Misericordia in Ventimiglia, Ventimiglia 1931.

G. Bres: L’arte nella estrema Liguria occidentale, Nizza 1914.

 

 

CATALOGO DELLA MOSTRA

da Oratorio di San Giovanni

Foto della chiesa vista dall’ingresso.

Foto della chiesa vista dall’altare.

Foto della chiesa particolare della zona absidale con il primo piano dell’altare.

Foto del quadro dell’altare maggiore raffigurante il Battesimo di Gesù con San Giovanni e Santa Chiara del pittore Giovanni Andrea De Ferrari eseguito nel 1633.

Foto della facciata.

Statua in marmo di San Giovanni già nella nicchia sul portale della facciata.

Due cappe di confratelli.

Foto del gruppo processuale di Gesù incoronato di spine dello scultore Maragliano (1665-1739).

Foto del crocifisso processionale (arte catalana) ora nella chiesa cattedrale.

Foto di disegno colorato tratto dalle “Croniche lucchesi” del Sercambi, che illustra un gruppo di flagellanti bianchi in corteo (1400 ca.).

Nota delle spese per l’anno 1939 della confraternita di San Giovanni.

da Oratorio di San Secondo

Foto della chiesa vista verso l’altare nel periodo anteguerra.

Foto della facciata.

Foto di confratello con cappa e tabarrino.

Candele processionali.

Foto del quadro del martirio di San Secondo già nell’oratorio con veduta della città di Ventimiglia e stemma della famiglia Porro.

Statua al naturale di Nostro Signore del 1700.

Due cappe con tabarrini.

Gruppo processionale di N.S. della Misericordia di G. Minoia, 1889.

da Chiesa di San Francesco

Foto del quadro posto sull’altare dedicato a San Giuseppe, della confraternita degli Agonizzanti, fondata nel 1682.

Foto interno della chiesa di San Francesco prima della guerra.

Foto dell’esterno della chiesa.

Gruppo marmoreo dell’Annunciazione.

da Chiesa di San Michele

Stendardo processionale della confraternita del Carmine: su un lato è raffigurato l’arcangelo San Michele e sull’altro la Madonna del Carmine.

Stendardo più piccolo della confraternita del Carmine: su un lato riproduce la Madonna del Carmine e sull’altro Grande croce processionale, attribuibile a scuola genovese.

Statua in marmo di San Francesco già sull’altare barocco dedicato alla Madonna del Carmine.

Statua in marmo di Sant’Antonio come il precedente.

Foto dell’altare Barocco prima dei restauri.

Foto della statua della Madonna del Carmine.

Foto della facciata della chiesa di San Michele ricostruita dal Priore della Confraternita nel sec. XIX.

Scapolare: insegna che indossavano i confratelli e le consorelle con l’effigie della Madonna.

Croce processionale dell’associazione delle consorelle.

da Cattedrale

Foto della Bolla pontificia del 1582 con sigillo in ceralacca di fondazione della Confraternita del Santo Rosario.

Foto particolare della miniatura sulla fronte della Bolla riproducente la Madonna del Rosario.

Foto della cappella del Santissimo Sacramento prima dei restauri.

Foto della facciata della Cattedrale prima dei Restauri.

Foto del portale della Cattedrale prima dei restauri.

 

 

La Compagnia del

Carmine - 1847

                                                                                                                        di Nino Allaria Olivieri

    Il 24 luglio 1847, monsignor Biale, a seguito di attenta revisione, convalidava i “Capitoli” della Confraternita del Carmine, eretta canonicamente nella Città Alta di Ventimiglia in data “di molti anni fa” Espressione pregna di sicure incertezze e naturale richiamo ad una “squadra” (Capitolo), non sempre consapevole dei propri doveri e diritti.

    Era l’anno 1847, presidente pro tempore Agostino Deverini, uomo di soda pietà, raduna i signori Francesco Bono, Michele Anfosso e Antonio Barabino: stendono, limano, annullano i Capitoli in numero di trentasei Articoli.

    È volontà del priore porre fine ad un andazzo non degno di una Confraternita, i cui fini non solo sono la preghiera e la venerazione verso la Vergine del Monte Carmelo. La maggioranza dei confratelli e consorelle lamentavano una allegra amministrazione e incertezze nei compiti degli associati e nella nomina del Priore.

    La Compagnia di erezione canonicale non possedeva leggi ferme; nel passato si era fatto richiamo al buon senso, e poiché si lamentavano atti e decisioni personalistiche, l’Articolo Primo dei Capitoli ricorda :”Resta stabilito che per essere conferma e valore ogni futura decisione deve essere stato presente un rappresentante del capitolo della Cattedrale o di un canonico eletto dal Capitolo. L’assemblea dovrà tenersi ogni due anni la seconda Domenica di Quaresima, previo suono di campane”.

Seguono i 35 articoli di interesse ordinativo, ma anche storico. Si spazia dalla elezione del priore ai di lui diritti e doveri; dalle nomine degli Ufficiali e dei vari compiti sia direttivi quanto operativi, loro spettanti. Prima loro preoccupazione d’intento è portare ordine nell’amministrazione delle finanze; la nomina di un segretario di comprovata serietà e la tenuta del libro “Uscite ed Entrate”.

    L’articolo 11 richiama la presenza di un «Cappellano con il quale si deve fare con­vegno e scrivere nel libro gli obblighi dello stesso e lo stipendio che si dovrà dare».

    Fu un tentativo per ovviare in avvenire l’incertezza di un sacerdote a totale disposizione dei confratelli.

Era agli inizi della Confraternita posto il quesito “se anche le donne potessero es­sere iscritte alla Compagnia”. L’articolo 12 chiaro e di tutta comprensione dice:”possono fare parte della Compagnia sia uomini che donne di qualsiasi età essi sono: tassa di iscrizione Centesimi Trenta Annui. Chi avrà età avanzata dovrà fare congrua elemosina».

    «I confratelli sono soggetti di rispetto: primo fine è l’accompagnamento alla sepoltura; una messa in Suffragio, il canto delle Litanie dei Santi e le solite preci per defunti».

    Doveri sono “le ordinarie Processioni proprie della Compagnia: il Giovedì Santo, Visita ai Sepolcri, il Corpus Domini e la solennità del Carmine. Obbligo dei confratelli, nelle processioni elencate, il vestire l’abito Turchino con Cordone alla cintola.

    Occorreva regolare le cassette delle offerte. Viene prescritto la triplice maniera di apertura, il giorno dell’apertura e gli ufficiali presenti. Detentore delle offerte era il Priore e il Cassiere, cui competeva versare il dovuto annuo di lire 20 all’organista.

    Fonte di entrata era la Colletta dell’Olio. Era effettuata tramite un collettore assoldato dal Priore, dal mese di novembre a tutto giugno. Custode dell’olio erano il tesoriere, il cassiere e il Priore, «i quali avranno libero accesso ai mercati o presso i singoli commercianti per vendere la merce a migliore prezzo».

    Non ci si dimentica che la Compagnia è di creazione ed elezione canonicale. Dirà l’articolo 36: «La Confraternita nomina un suo Governatore e il Capitolo si sottometta alla sua decisione.

    Detto Capitolo dovrà presiedere per mezzo del canonico di giro alle nomine il giorno della Prima Domenica di Quaresima».

    Il richiamo ad un proprio Governatore è la dimostrazione a conferma che la confraternita non era soggetta a Roma o ad un ordine monastico. Il priore in caso di vertenze si appellava al governatore canonico di loro nomina.

    La Confraternita non aveva chiesa propria. Nell’anno 1844 il priore Agostino Daverini, aveva sottoscritto un concordato di dare ed avere con Capitolo della Cattedrale per l’uso della chiesa di San Michele. Il Capitolo ne fa ricordo con l’ultimo articolo «affinché entrambi le parti lo osservino con giurata parola».

    Per la storia: è documentato un urto sorto in merito all’uso della Chiesa di San Michele in giorni di festa e la non praticata cena ai canonici.

    Sono firmatari: Augusto Daverini, Francesco Bergaudet, Francesco Bono, Pasquale Garzo, Michele Anfosso, e Antonio Barabino. Notari: Antonio Ascenso, G.B. Muratore segretario della Confraternita.

              (Per  maggiori  informazioni  vedere  Archivio  Vescovile  Ventimiglia)

                                                                                                   LA VOCE INTEMELIA anno LXIV n. 9  - settembre 2009

 

 

CONFRATERNITA ALLA MARINA

    I marinai baresi portarono le reliquie di San Nicolò da Myra, il 9 maggio 1087, precedendo di poco i veneziani ed i genovesi, interessati al medesimo prelievo. Dalla tomba del santo gocciolava una manna ritenuta miracolosa. Già dal IX secolo, i marinai ventimigliesi celebravano il santo vescovo di Myra, alla Marina, fuori le mura.

    In seguito, la chiesetta della Marina è stata interessata al servizio di un’importante Confraternita. Nel 1621, papa Gregorio XVI estendeva il culto per San Giuseppe a tutta la Chiesa occidentale. Già dal XIII secolo, la chiesa di San Nicolò, alla Marina, era poco frequentata a causa della irreversibile crisi della marineria locale.

    Una qualche attività gli era procurata dalla duecentesca presenza di un hospitalis nella stessa zona, opera che si trovava in loco ancora a fine Ottocento. Era la “Domus Infirmorum de Cardona” posta tra “Sanctus Nicolaus” e la “roca sive ripa”. Essendo situata fuori le mura “extra moenia”, in zona adibita a scalo marittimo, dopo l’interramento del porto canale, era sicuramente usata come lazzareto, per isolare i contagi. Probabilmente ispirata da quella presenza, la chiesuola della Marina riprese a celebrare, ma non prima del XVII secolo, quando gradualmente cambiò dedicazione.

    Essendo, il padre di Gesù, accreditato patrono dei moribondi e della buona morte, lo portò a sostituire il Santo vescovo, patrono dei marinai, nella chiesuola alla Marina. Questa sostituzione di Nicolò con San Giuseppe, patrono della Buona Morte, avvenne nell’anno 1735, quando la Confraternita dei Neri prese a gestire, alla Marina, un servizio pubblico di attracco per lo scarico della merce, mantenendolo per molti anni, così come conservò per un certo periodo la doppia dedicazione, a sostegno di quel servizio marittimo.

    Nell’Oratorio si celebrava: un triduo per la festività del 6 gennaio, distribuendo ai marinai i “panéti de San Niculò”, fatti a forma di barca, che venivano attaccati sulla prora, a protezione delle imbarcazioni.

L.M.

 

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CONFRARIA  LAICA

 

        Condotta una lunga e irreprensibile ricerca sull’ampio territorio. Nel 1996, coi tipi dell’editore Casabianca, Nilo Calvini e Antonio Cuggè misero in chiaro la difformità tra Confraria e Confraternita. Potenzialmente laica la prima e quasi certamente religiosa la seconda. Pare che la confusione possa essersi determinata in Provenza, dove le numerosissime associazioni medievali di mutuo soccorso venivano riconosciute col solo termine Confrairie.

        Riportiamo i tratti essenziali di questa indagine:”All’originario semplice impegno delle confraternite religiose ispirato alla pratica di esercizi devozionali, seguì, sviluppandosi gradatamente, un indirizzo rivolto all’assistenza agli indigenti, particolarmente numerosi nel XIV secolo a seguito di contingenze economiche che affliggevano l’Europa. Molte confraternite si trovarono così in breve tempo a gestire beni, talvolta fondiari ed immobiliari, ricevuti in donazione o per via testamentaria(2). La loro nomenclatura era varia, sovente oltre alla dedicazione ad un santo (S. Caterina di Alessandria, S. Giovanni Battista, SS. Trinità o altri Santi) secondo i luoghi o le varie epoche, assumevano denominazioni diverse: Confratria, Confraduglia, Compagnia, Congrega, Estaurita, Congregazione, Collecta, Frateria, Fraglia, Fraternità, Gilda, Gildonia, Schola ecc. In questa confusione di termini, talvolta può esserci effettiva comunanza di dedica al Santo Spirito.” Nilo Calvini - Antonio Cuggè : LA CONFRARIA DI SANTO SPIRITO, gli ospedali e i Monti di Pietà nell’area intemelia e sanremasca - Editore Casabianca Sanremo - 1996. 160 pp. illustrate

 

I contenuti riguardanti la nostra città

VENTIMIGLIA e le sue Ville

 

        L’attività della Confraria di Santo Spirito a Ventimiglia fu essenzialmente rivolta all’amministrazione dell’Ospedale, di cui parliamo in altro capitolo. La città fu sede diocesana: la presenza dell’autorità vescovile non permise alla Confraria le manifestazioni laiche che si erano sviluppate nelle altre località; è perciò poco documentata la sua attività di associazione laica.

Ci risulta presente la Confraria nelle Ville dipendenti dal capoluogo, specialmente in Camporosso, come già scritto. Qui aggiungiamo solo poche note per altri paesi dipendenti da Ventimiglia.

Il 20 marzo 1505 Brigida del fu Antonio Allavena di Vallebona lascia con suo testamento alla Casa di Santo Spirito un “linteamen” (lenzuolo).

Il 27 febbraio 1506 Lorenzo Maccario di San Biagio vende un terreno in località “lo pian de lo morin” che confina in cima con la terra di S. Spirito della Villa di Soldano(*).

(*) A.S.G., Notaio Bernardo Aprosio. Ringraziamo il sig. Fausto Amalberti della segnalazione archivistica.

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      A Ventimiglia un ospedale sorgeva presso il priorato benedettino di San Michele, dipendente dal monastero di Sant’Onorato di Lerino. È il più antico nella documentazione reperibile: risale almeno all’anno 954 quando Guido conte di Ventimiglia donò ai monaci benedettini di Lerino la cappella di San Michele in Ventimiglia “cum hospitio”.

        Lo ricordano poi due atti rogati dal notaio Amandolesio nel 1260: uno lo cita come “Ospitalis de Oliveto”, il quartiere appunto dove è situata la chiesa di San Michele; l’altro più esplicitamente ricorda un lascito “hospitali quod est iuxta ecclesiam S. Michaelis”(1).

       Ventimiglia, come centro di confluenza di strade liguri e provenzali, era sede anche di altri ospedali. Uno era stato organizzato dai Templari, ordine cavalleresco ben noto per la fondazione di molti ospedali, che fin dal 1128 seguivano la regola benedettina.

          Un atto rogato dal notaio Amandolesio nel 1264 cita infatti una “terra hospitalis Templi”(2).

         Lo stesso notaio ne ricorda ancora altri che tralasciamo perché non sembrano collegati alla Confraria e non sappiamo dove fossero. Notiamo solo quello presso la chiesa di Santa Maria della Ruota, tra Bordighera e Ospedaletti, cui accennano due atti dell’Amandolesio del 1258 e del 1264(3).

       Già nel 1273, il 16 dicembre, il vescovo Guglielmo, forse conte di Ventimiglia, accordò indulgenze a coloro che versavano elemosine all’ospedale di Sant’Antonio dove erano ricoverati i malati di “fuoco di S. Antonio”.

        In Ventimiglia c’era pure l’ospedale di Santo Spirito: Girolamo Rossi nella sua Storia di Ventimiglia(4) riferisce dell’ esistenza di “due rogiti notarili del 1445 e 1457 che citano Nicolò Aprosio e Santino Malavena,” procuratores Hospitalis Sancti Spiritus”.

          Negli atti del notaio Giovanni Balauco, alla data 15 luglio 1496, troviamo il testamento di Tomaina q. Ludovico Guirardi di Ventimiglia, la quale lascia all’ospedale di Santo Spirito soldi 20(5).

       Tra i rogiti del notaio Bernardo Aprosio di Ventimiglia troviamo altri testamenti nei quali si fa menzione di lasciti all’ospedale di Santo Spirito: il 15 aprile 1485 Bartolomeo Rossi lascia 20 soldi; il 10 marzo 1491, Bartolomeo Lamberti 5 soldi; il 14 marzo 1492 Luca Lanteri L. 55.

        Un testamento del 2 luglio 1501 cita una casa posta a Ventimiglia nel quartiere “burgi” che confina verso mare con la “domus Sancti Spiritus sive hospitalis”(6).

       Un documento datato 28 aprile 1620 ci fornisce alcuni dettagli: i quattro ufficiali dell’ospedale vengono eletti dal Consiglio comunale; hanno cura di alloggiare poveri viandanti e soccorrere poveri infermi, ospitando gli uni e gli altri in una piccola casa di proprietà dell’ospedale. Le rendite sono poche, lasciate da persone pie; vengono raccolte elemosine in giro. Il vescovo talvolta chiede i conti dell’amministrazione(7).

         Altre scritture secentesche ricordano alcune donazioni fatte dal Parlamento della città; un’elemosina è di L. 6.18.8; nelle uscite comunali del 1617 figurano L. 750 “all’Hospitale di S. Spirito per capitale di censo” ed altre 37.10 “per conto proventi”. Sono registrate somme analoghe nei bilanci della Comunità per gli anni 1623, 1624 e 1627(8).

        Il M.co Gio Angelo Orengo con suo testamento dell’Il settembre 1637 (notaio Marco Sapia) destinò L. 500 ai padri Minori Osservanti del convento di Ventimiglia con l’obbligo di una messa settimanale e L. 600 all’Ospedale con uguale onere. Non avendo i Francescani accettata la donazione, entrambe le somme furono destinate all’ospedale.

       Anche Gio M. Gastaldo donò per testamento (9 luglio 1672, notaio G.B. Bellomo) tutti i suoi beni all’Ospedale di Ventimiglia con l’obbligo della celebrazione di una messa settimanale “pro anima sua”.

         Infine ricordiamo il rev. Gio Gerolamo Lanteri che pure destinò tutti i suoi beni all’ospedale, con l’impegno di una messa quotidiana. La data è incerta. Nel 1720 la Sacra Congregazione ridusse il numero delle messe a 173 all’anno(9).

         (Ancora negli Anni Cinquanta) Nel portico dell’Ospedale Civile  Santo Spirito esistevano le seguenti lapidi:

“Hospitalis S. Spiritus/ Civitatis Vintimilii/ in Cartulario M. locorum/ Comperar. S.ti Georgii/ Anno 1585 habet/ loca 26 et LL 69/ S.2 d. 5 sive LL/ 2669 S.2 d.5.”

“Ex legato q. Bernardi/ Guiraldi Putin in col.na p./ L cura Davidis Olignani/ Honorati Peytavini Lodi/ Xii Giancheri et Baptae/ Plumae officialium 1611”.

“Factum fuit fide commis/ sum a q. Antonio Parmario/ in quo ultra legata insti/ tutus fuit ultimus haeres/ praesens hospitalis prout/ ex testamento rogato per/ d. Ioannem Raimundum no/ tarium de anno 1612 die/ XXIII aprilis et in comperis/ S.ti Georgii in Carlo P.N./ per dictum q. Antonium”.

“R. d. Josepho Aprosio/ quod huius xenodochi infirmos/ suamet manu reliquerit/ Augustinus Cajetanus Olignanus/ Io Angelus Orengus/ et Joseph Rocca/ protectores/ obiit MDCCXXXI XIX Kal. Jan.”.

“Perché i posteri/ Ricordino con gratitudine/ Il nome/ di Caterina Lorenzi/ Che l’umiltà dei natali/ Vincendo con la nobiltà dell’anima/ Il pingue patrimonio/ Frutto di lunghe e pertinaci fatiche/ Erogava generosa/ In opere di beneficenza/ I concittadini preposti/ All’amministrazione dell’Ospedale/ Quest’effigie e questo titolo/ Ponevano/ Nel giugno dell’anno MDCCCLXXXII/ Presidente/ Il Comm. Secondo Biancheri”(10).

  1) N. Calvini, Il Principato di Seborga, cit., p. 137. L. Balletto, Atti rogati dal notaio Amandolesio, n. 203 e 334.

  2) L. Balletto, cit., n. 613.

  3) L. Balletto, cit., n. 2 e 641.

  4) G. Rossi, Storia della città di Ventimiglia, Oneglia, 1886, p. 332, n. 2.

  5) Archivio di Stato Genova, Notaio Giovanni Balauco.

  6) Archivio di Stato Genova, Notaio Bernardo Aprosio di Ventimiglia.

  7) Archivio di Stato Genova, Jurisdict., fz. 1095.

  8) Archivio di Stato Genova, Mag. Comunità, fz. 136, scr. 136 e Sindicato, fz. 734.

   9) Archivio della Curia Vescovile di Ventimiglia.

10) G. Rossi, Storia di Ventimiglia, cit., p. 470 e segg.