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Categoria: GUIDA LOCALE
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LA COLLINA DELLE MAUŘE

 

    A Levante delle pendici fluviali della collina di Siestro, costituite dalla Bastida, dal Cuventu e dai Paschei, la piana alluvionale delle Asse, è compresa tra l’incastonato deflusso del Rio Resentello ed il precipitante intaglio della Riana delle Vacche, che la divide dai territori piani di Nervia.

    Le Asse sono sovrastate a Nord dall’incombente collina rocciosa delle Mauře, costituente la costola terminale del poderoso crinale orografico, spartiacque tra la Bassa Val Roia e la “Rivaira” Nervia. Verso Levante, oltre la Riana delle Vacche, la piana alluvionale di Nervia si inerpica verso la Collasgarba, continuando ad essere sovrastata dal bastione orientale delle Mauře, separate dal quel risalire di Collasgarba verso il culmine, dalla scoscesa Riana delle Mauře, che confluisce nel Vallone di Collasgarba, ultimo affluente di destra della Nervia.

    La collina delle Mauře è un enorme mammellone di puddinga e rocce carsiche, che si dipana dalla estesa falda sud di Monte Fontane, mantenendo in costante altopiano il territorio di crinale, mentre i fianchi laterali, sia a Ponente che a Levante, precipitano con discontinui, ma connessi, bastioni rocciosi sui territori sottostanti. Il frontale Sud, rivolto sulle Asse, piega deciso con brullo pendio, fino a piombare a precipizio su quello che oggi è il Campassu delle Ferrovie.

    Questo vero e proprio baluardo naturale protegge il territorio ventimigliese dalle gelide brezze della Nervia, come lo ha sempre protetto da fastidiosi interventi umani da Levante, fino al momento che i genovesi oppressori lo hanno saputo rivolgere tatticamente a loro beneficio.

    Il toponimo prende forma dalla antichissima voce che definiva un risalto di roccia, anche se, nel tempo, ispirata anche dalle antiche muraglie che ne percorrono il fianco occidentale, la demologia popolare aveva concesso al toponimo significati inerenti una improbabile occupazione saracena. I muraglioni sono stati innalzati dagli invasori genovesi, nel XIII secolo (vedi PORTASSE), mentre sul significato preindoeuropeo di “Mauře” ci chiarisce le idee Paul-Louis Rousset, a pagina 115 di un quaderno pubblicato ad Ivrea, nel 1991.

 

MOR,  MUR  e  MOUR :  risalto  di  roccia

    La voce MOR e le sue derivate sono di indubbia origine preindoeuropea mediterranea. Parole composte con tale radice risuonano ancor oggi nelle lingue parlate dalla Spagna all’India Meridionale. Prima di esaminare più specificamente i dialetti alpini, tentiamo un breve excursus geografico allargato. Per significare collina lo spagnolo ed il portoghese usano morrò, il basco murra. Nell’Italia Centrale e Meridionale morra indica una guglia di pietra; antico francese e francese odierno han conservato “murger” e “murgier” per designare una pila di sassi, come mora in Corsica; mentre lo stesso sostantivo in Sardegna rappresenta una collinetta.

    In ebreo morad è il fianco d’una elevazione rocciosa; nei dialetti kabili un mucchio è detto ammur. Le lingue dravidiche dell’India Meridionale (Canara, Toulou, Telougou...) usano moradu nel senso di collina sassosa, mura, mora per cava di pietra, moramu per pietruzza, morapa per ghiaioso.

    Anche il termine indoeuropeo MUR, portato in Italia dai Latini, dagli Oschi e dagli Umbri, ed in Europa dai Celti e dai Germani, può ricondursi allo stesso significato, se si considera che anticamente “murus” indicava un manufatto di pietre o resti di antiche costruzioni e “murex” una roccia aguzza.

    Qualche confusione venne fatta durante il Medioevo con l’aggettivo latino “maurus”, scritto mor dagli scribi, designante il colore marrone scuro, nome con cui venivano anche indicati i Saraceni, soggetti di leggende e di storie fantasiose.

    Per esempio molti collegano alle loro scorrerie alpine l’origine dell’appellativo Maurienne (Moriana in italiano), dimenticando che la regione era già stata citata Maurienna da Gregorio di Tours, tre secoli prima delle incursioni arabe, e che non significa niente di marrone, ma una zona di montagna legata all’arcaica radice MOR, come Morbegno, Mori, Merano. lo credo che persino il Massif des Maures, alle spalle di St.Tropez, il porto attrezzato dai Saraceni, derivi dalla stessa arcaica radice, interpretata dalla gente nel significato di “mori” dopo il periodo della loro occupazione.

    Ma torniamo ai dialetti alpini per avere un’ulteriore conferma della persistenza di MOR e del suo significato. Un monticciolo di pietre si dice merger, morjhi, morgier, murgié rispettivamente nella Brie, in Savoia, nel Vallese, in Delfinato.

    Nel francoprovenzale muru indica genericamente un mucchio; a Briancon mourette ha il significato specifico di melassa. Nell’occitano alpino lou moure (pronunciato “lu mure”) vuol dire il muso, la faccia, ma può anche indicare una collina isolata.

    In Valtellina si chiamano mùrak, murache gli ammassi di pietre risultanti dalla spietratura dei campi e delle vigne. Sulle Prealpi Venete le marogne sono i muri a secco a sostegno dei terrazzamenti. L’antico savoiardo morèna usato nel senso di scarpata, che d’altronde ripete un analogo vocabolo celtico, è divenuto il termine geologico universale per individuare gli ammassi detritici trasportati dai ghiacciai.

    Le variazioni subite dalla radice MOR nei vari dialetti si riflettono anche nella toponomastica locale. Così nel Vallese ed in Savoia predominano i toponimi con la O: Morzine, Morgex, Morcles, Morette, Morion ecc.. Mentre nell’area occitana del S-0 alpino abbondano quelli con la U (scritta OU): Moure, Mourin, Mourfreid, Mourres, Mourìe. La Morra d’Alba e di Villar San Costanze, entrambe in prov. di Cuneo, italianizzazione di La Moura (leggi Mura), si riferiscono a due tipici insediamenti sorti o in cima o al piede d’una altura.

    Esistono poi le attrazioni; a quella evocata dai “Mori” abbiamo già accennato. Sulla base MOR ha esercitato anche molta influenza la parola “mort”, la morte, per l’innegabile assonanza ed il fascino del suo mistero. Troviamo il toponimo tale e quale, La Morte, comune del dipartimento dell’Isère che per motivi turistici sta cambiando il nome in Alpe-du-Grand Serre; oppure con la specifica di chi è morto, come nei vari Homme Mort, Femme Mort, Frema Morta, Frère Mort, Vacca Morta, o di come è avvenuta la morte, Bonamorte, Mortevieille.

    La variante MOL, MOUL, MUL, dovuta alla facile confusione tra L ed R, tipica dei dialetti alpini e delle lingue mediterranee in genere, si è prestata alle interferenze di “mulino” e di “mulo”. Al primo vanno ascritti i vari Moulin, Molines, Mollina, Mulinet, quando si riferiscono a siti elevati e rocciosi, dove quindi è da escludere la presenza di mulini. Tipico il Pie de la Moulinière (3073 m) in Delfinato, nel cui nome intravediamo un MOUR-nier (punta nera). Attenzione tuttavia ad evitare scambi di radice e di significato con i toponimi originatisi durante la colonizzazione medioevale, derivanti da molieres, moulieres, mouieres, località umide o con acqua stagnante. Contaminati dalla parola mulo troviamo le Rocher des Grands Mulets a Chamonix, sulla via normale di salita al Monte Bianco, e le varie cime dei Mulatières o dei Muletiers, della Punta Mulatera in Val di Susa, del Colle del Mulo, importante nodo orografico tra le Valli Maira e Stura.

                                                               Paul-Louis Rousset   -    Ipotesi sulle radici preindoeuropee dei toponimi alpini    -      Priuli & Verlucca  - Ivrea 1991

 

 

TERRITORIO  DI  CONFINE

 

    Il 21 agosto 1693, si tracciavano i confini tra Ventimiglia e la Comunità degli Otto Luoghi. Partendo da un termine sul monte Colombino, presso il territorio di Penna, in linea quasi retta verso la cima di Collasgarba e la foce del Nervia, il delegato Bartolomeo De Rustici, designato dal commissario genovese Girolamo Invrea, tracciava il nuovo confine tra Ventimiglia e la Comunità degli Otto Luoghi. Quel confine divide ancora oggi il nostro comune da quello di Camporosso, il quale in quella occasione ha messo in evidenza la divisione, rivoltando la specifica della chiesuola, col porre l’abside sul lato occidentale, come per voltare le spalle a Ventimiglia.

    Prima di quella data, a Levante delle Mauře si stendevano i territori delle Otto Ville, parte integrante del grande Collettività ventimigliese, quella che almeno dall’anno 1100 si prospettava con le qualità di un Libero Comune Marinaro, il quale aveva il costume di datare i suoi atti “juxta stylum o secundum cursum Vintimilii”; consuetudine che manterrà fino al 1660.

    Nel 1794, i Francesi annetteranno i possedimenti dolceacquini dei Doria alla Contea di Nizza, poi nel 1797, Ventimiglia sarà Capoluogo del Distretto del Roia, comprendente anche i territori di Levante, fino a Bordighera, quindi le Mauře non costituiranno più un confine; come quando nella seconda metà del XIX secolo il territorio di Camporosso è stato frazione ventimigliese.

    Già fin dal 1801, la Repubblica Ligure, filofrancese, declassava la nostra città includendola nella Sottoprefettura di San Remo, a causa dell’inettitudine mostrata dai nostri amministratori, derivata dalla nefasta casta dei “Magnifici” di spunto genovese, intanto che nella città Matuziana si susseguivano amministratori preparati e lungimiranti, forse perché non ancora deformati dai proventi del Casinò, come lo saranno nel XX secolo.

 

 

CRINALE  SACRALIZZATO

    Sull’apice Nord del crinale, da sempre dovrebbe essere stato presente un manufatto sacrale, ad indicare il quadrivio costituito dal passo a cavaliere della valle del Seborrino, da una parte e della foce del Resentello, dall’altra; un percorso ora non molto frequentato, che ha conosciuto in passato una diffusa popolarità.

    Ancora in Evo Antico, quando la nostra città prese forma sul poggio dello Scögliu, abbandonando l’antica Città Nervina, il punto geografico che ospitava quel manufatto sacrale, assunse una valenza astronomica che aggiunse sacralità al luogo. Nel Solstizio d’Estate, per Ventimiglia Alta, il sito Nord delle Mauře identifica il luogo dove sorge il Sole.

    Oggi su quel sito troneggia la chiesina di San Giacomo, eretta nel XV secolo sui resti di una cappella dedicata a San Cristoforo; considerando che San Giacomo, viene citato fin dall’anno 1498. In quel tempo, quel manufatto sacro, aveva l’abside rivolta ad Est, col portale volto a Ventimiglia, proprio come si addiceva ad una chiesa orientata astronomicamente. Per i Ventimigliesi, era il luogo frequentato dalla Comunità nelle occasioni pie, abbinate alla “gita fuoriporta”.

    Sappiamo come, dopo il 21 agosto 1693, col tracciato dei nuovi confini, i Camporossini abbiano rivoltato l’abside della chiesuola, andata a capitare nel loro territorio. I Ventimigliesi abbandonarono la frequentazione, limitandosi a salire, in quelle occasioni, al Santuario di Madonna delle Virtù, il quale si trovava per strada, ad indicare un altro importante bivio dell’antica viabilità, verso il luogo dove nasce il sole nel Solstizio d’Estate.

    Prima del XV° secolo - dice il Rossi – il colle medesimo, fino a l’anno 1200 era chiamato di San Cristoforo - ed aggiunge - il culto popolare per questo Santo, portava avanti una credenza pagana, onde bastava si guardasse una gigantesca effigie di Cristoforo, dipinta sul muro di una casa in quartiere Lago, prima di intraprendere un viaggio, per avere un felice ritorno.-

    In quella chiesuola di crinale, la possente figura San Cristoforo avrebbe certo sostituito quella altrettanto vigorosa di Eracle, che potrebbe aver troneggiato all’interno di un faunum, segnalatore dell’importante quadrivio nell’antichissima Strada Heraclea, in quel punto perfettamente in ottica con la sacralità della Turbia, ad Occidente e con quella di Sepulcrum (Seborga) a Levante.

    San Cristoforo stato considerato protettore dei viandanti, oltre che dei Cavalieri Templari, per questo è stato prontamente sostituito con San Giacomo, il quale, fin dal 1200, diventava sempre più popolare tra i numerosi pellegrini che si recavano a Compostela.Dagli atti rogati nell’anno 1260, dal notaio Amandolesio, apprendiamo come, sulle nostre strade, fosse diffusa la pratica del pellegrinaggio verso la Galizia.

    Nel caso di Rainero Anfosso, il 5 dicembre di quell’anno, nel testamento, dispone che siano consegnate ben quattro lire a chi vuole recarsi per lui a Compostela. Anche Domenico Cambiaso ci fornisce notizia di come transitasse sulle Mauře uno degli itinerari di pellegrinaggio verso la Spagna. Sempre nell’anno 1260, Ascherio Marengo si ammalò in Ventimiglia mentre era diretto a Santiago, volle che fosse dato del denaro a chi avesse proseguito il viaggio per lui.

    La presenza della località detta Martinazzi, alle falde della collina di Siestro, segnala un insediamento dedicato a San Martino, sul tratto del più importante tra i percorsi dal crinale al mare ed alla viabilità romana. Anche San Martino era considerato protettore dei pellegrini, proprio di quelli che si recavano in Galizia, avendo sovrapposto la sua figura alla divinità celtica Lug, che in epoca precristiana conduceva già i pellegrini a Compostela, segnalandosi con la figura della zampa dell’oca, sacra a Lug ed attributo di Martino; figura che verrà sostituita dalla similare conchiglia pecten, meno deteriorabile, più facile da ritrovare, a Finisterre; molto utile nel prelevare l’acqua per bere, lungo il cammino.