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Categoria: GUIDA LOCALE
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 collina  AGOSTINIANA

SIESTRO  E  BANDETTE

    A partire da metà Ottocento, gradatamente, dalla città medievale, arroccata sul colle che conchiude la riva destra della Roia, il Centro direzionale di Ventimiglia si è trasferito sul piano, in riva sinistra, attorno alla Stazione Ferroviaria Internazionale. Alle spalle di questo, posizionata in direzione Nord-Est, si erge l’ubertosa collina di Siestro, che nella sua parte più a Sud contiene i terreni delle Bandette. A partire dagli Anni Sessanta, molte di quei pregiati terreni agricoli lasciarono il posto a una disordinata crescita di corposi condomini, mal serviti dalla viabilità, ostacolata anche dalla massiccia presenza dei binari ferroviari. Nel 2000, l’isolamento del quartiere si è parzialmente risolto, con la costruzione di un sovrappasso in località Vallone.

  

    Da Nervia traversando la ferace pianura di Asse, si trae al popolato sestiere di Sant’Agostino; e da qui prima di seguire la nuova strada nazionale, che rasenta la Roia, muovendo a destra per la ripida salita di Siestro s’incontra il devoto santuario di N.D. della Virtù, eretto in uno speco, dove la tradizione dice rinvenuto sopra di un roveto, il simulacro riprodotto dal bulino di Roggerone. Questa chiesa visitata il 28 maggio 1573 dal vescovo Galbiati, era nel 1625 beneficata dal pio lascito di un Galleani, che vi chiamava ad ufficiare ogni sabato ed ogni festività della Vergine, i frati agostiniani.

    Siestro è la trasformazione di Sigestrum, di cui abbiamo in Liguria due città, una chiamata Sestri di Ponente e l’altra Sestri di Levante. Il nome Sigestrum, d’origine greca, deriva da sighe e da stronnumi, che uniti insieme significherebbero una distesa silenziosa.

    E fu davvero sulla distesa di questo colle soleggiato, rivestito d’alberi d’ulivi, di viti, limoni e alberi da frutta, che vi erigevano le loro dimore estive, solitarie e chete i signori di Ventimiglia, i letterati dei secoli trascorsi.

    Nel 1331, Carlo Grimaldi avea fatto acquisto di considerevoli beni stabili, nelle località di Siestro e di Mortola.

    Fu nella torre, di proprietà ora dell’avvocato Andrea Biancheri, che Paolo Agostino Aprosio, accademico apatista di Firenze, compose nel 1673 un trattatello morale intitolato: La strage dei vizi capitali.

    Quivi pure nell’aprile del 1833 si nascose il fuggiasco Giovanni Ruffini di Taggia, l’autore del romanzo Lorenzo Benoni, pedinato dalla polizia sarda. Egli poté così sfuggire la morte e rifugiarsi in Francia, dove l’attendeva Mazzini.

    Nel 1487, affinché l’Ordine Agostiniano innalzasse nell’ambito della città un chiostro ed una chiesa, i Ventimigliesi offrivano tutto il lenimento dal Roia al Nervia e il colle di Siestro, che fu chiamato così perché, secondo una tradizione antica, si credeva fosse consacrato alla dea Segesta, protettrice delle messi. L’invito fu accolto e venne scelto il luogo dov’era già innalzata una cappella a San Simeone, la quale i canonici, durante le rogazioni, nel secondo giorno, visitavano processionalmente, e tutto il luogo era detto Bastia.

    La chiesa ed il convento di Sant’Agostino fiorirono nel XVI e XVII secolo non solo per gli uomini illustri, ma anche per i molti lasciti di beni immobili e di denaro. Si può dire che quasi tutto il colle di Siestro appartenesse agli Agostiniani, dove avevano innalzato alcune case per abitazione dei coloni e per villeggiatura dei frati.

    Orbene: gli Agostiniani, padroni di questo colle e di altri terreni estesi fino al torrente Nervia, occuparono molti operai, pagandoli ed ospitandoli in sette torri, di cui ora ne rimangono- solo tre. Ma scoppiata la rivoluzione francese e venuto il periodo napoleonico, l’Ordine agostiniano fu soppresso, i frati furono espulsi, i beni incorporati allo Stato.

 da INTEMELIO del can. Nicolò Peitavino  - 1932

 

Strunchetu e Sciestru

    Nell’Ottocento, la preziosità dell’olio d’oliva sosteneva l’economia delle famiglie produttrici, con la vendita d’ingenti quantitativi e sovente con la loro esportazione.

    Per risparmiare, quindi, sul consumo famigliare, l’uso dell’olio era, per così dire, razionato attraverso l’uso dello strunchétu, del quale era attrezzata l’oliera da tavola.

    Si trattava d’un bastoncino di legno, ben levigato, che intinto nell’oliera serviva a determinare la dose personale da usare sulle pietanze.

    Nei giorni feriali, ogni commensale poteva intingerlo una sola volta nell’oliera, mentre nelle festività, poteva farlo due volte.

    A Natale, a Pasqua e a San Secondo il bastoncino veniva sostituito con una piuma di gallina, notoriamente più trasportante.

    Di questa usanza rimane un detto popolare: «Besögna fa’ cume i veci d’i veci, ch’i mesürava l’öřiu cu’ ina ciüma de gaglina», che in senso figurato raccomanda di essere attenti nelle decisioni.

    A proposito di razionamenti: era anche consuetudine quello sul pane, che veniva affettato dal capo famiglia per tutti i commensali, in fette propriamente sottili. A volte i ragazzi, un po’ più avidi, facevano notare: «Pàire, végu Sciéstru», ponendo la fetta ricevuta tra i loro occhi e la collina che sovrasta la Ventimiglia ottocentesca, verso tramontana.

L.M.

Tradizioni suggerite da Bruna Bianco

LA VOCE INTEMELIA  anno LVII  n. 10  - ottobre 2002

 

 

Luigi  Ricca,  descrive le  sponde

del Roia, tra  Scögliu e Siestro,

nel 1865

    Desideroso di far una rapida escursione nella valle del Roia, uscio dalla città soletto e pedestre dalla porta del Piemonte ...... rilevai gli occhi verso settentrione, ed inviai per quel grande spaccato di bizzarre montagne gli sguardi sino a quelle acute moli che superbe s’alzano nella regione dei nembi, dalle quali scaturisce il fiume Roia (Rutuba dai Latini). I dirupi per cui si fa strada fra le stagliate e spaventose balze di Saorgio, e le orride e contorte gole che si protendono sino alla Piena ed Airole, segnano in parte oggidì i confini tra il regno d’Italia e l’impero francese. Avvien però e non di rado che la dirotta pioggia ed il repentino risolverai delle nevi su per le alpi, lo gonfiano talvolta a segno che rode con un tempestoso impeto le fertili sponde estendendosi sino al mare, e ne provengono ai vicini villaggi gravissimi danni. Il disegno di frenarlo con argini fu più volte ideato, proposto, dibattuto, ma sempre invano.

    Fuori la porta della città un’antica fontana in mina che fiancheggia la strada, costrutta di pietre riquadrate che alcuni vogliono opera romana, attira lo sguardo del viaggiatore. Sottostante a questa antichità sulla riva del fiume fa bella mostra il Molino dei Fratelli Bianchieri. Ivi osservai con piacere come le acque corrono ad aiutare gli operai nella fabbricazione degli olii e nelle macine da grano, ma sopra tutto notai con diletto un piccolo volume d’acque metter in moto le macine, i vagli, gli stacci, innalzar il grano al suo arrivo fino alla sommità dell’edifizio, poscia ricalarlo trasformato, indi rimesso al basso sui carri, insaccato in farina.

    Sulle due opposte sponde s’ergono altri edifìzi di seghe con Borre di pedali accatastati sulle rive del fiume. Questi legni pedagnuoli son qui trasportati dalle montagne dei Comuni di Tenda, Briga e Saorgio. Ed ecco come si fa il taglio ed il trasporto. Gli alberi stanno su erte cime o in profondi valloni, donde non v’è strada per condurli. Il bracciante recide la pianta, ne rimonda il pedale, i pedali si accatastano sulle rive nel letto del torrente che dappertutto è formato dagli scoli alpestri, e che secco il più del tempo, a volte diviene pieno e rigoglioso. Quando le pioggie o il gelo l’abbiano rigonfiato, il torrente solleva que’ legni, e li trascina seco a valle, dove trovasi poi o un lago o un fiume più grosso, entro il quale sono raccolti. Ed è uno spettacolo veder migliaia e migliaia di ceppi d’alberi portati dal piano fiume, sotto la direzione d’una truppa di borrellai, che con rampi e forche li smuovono, li avviano, e li disuniscono, li spingono, li distrigano dagli scogli. Ma non pertanto tale condotta anticipata, veggono non di rado i fusti insieme dispersi per il mare, agitato dal vento e dal mareggio che v’inducono le furiose onde del fiume.

    Queste borre sì bene accatastate, il cadimento delle acque che danno il moto impresso alle macchine, il girar delle ruote, il tempestar dei magli, ed il continuo rumor delle seghe accordano il loro fragore a quello delle acque cadenti. Il rapido moto, la veduta dei lavori e dei lavoranti conferiscono al paese un aspetto brioso, allegro, vivace.

 

da un prezioso libretto rigenerato nel 1972 dal LIONS CLUB VENTIMIGLIA - IMPERIA