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Categoria: GUIDA LOCALE
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M U R R U D E B Ò

La cinta muraria di Nord-Ovest

    Quelle mura, che contengono a Ponente, Porta Nizza, si inerpicavano poi a raggiungere il bastione che calava da Forte San Paolo, sul fortino di culmine; proprio dove è stata aperta la porta ottocentesca. Svolta poi, lungo Tramontana, fino a San Michele, dove è sita Porta Piemonte, indi decisa svolta verso Levante, fino alla Casamatta del Cioussu

    Il culmine di Nord-Ovest chiude le case del rione Murru de bo, che ha assunto quel nome dalle caratteristiche topografiche del territorio; infatti, dagli affidabili informatori ottocenteschi abbiamo ricevuto  il  toponimo  Murrudebò, o Murru di bo, che potrebbe essere collegato alla proprietà di un personale Bo, o Bono; ma anche al “muso di bue”, che dovrebbe però dare murru de bö.*

    Nel 1252, fervevano i lavori per l’adattamento delle mura esistenti all’espansione della città, con l’aggiunta di un tratto murario attorno al Murrudibò, come quelli di sistemazione delle semidistrutte canoniche, riedificate intorno ad una sorta di chiostro.

    «Buona politica di Genova era intanto quella di costruire quanto aveva distrutto con la guerra. In Ventimiglia [...] vennero ricostruite le canoniche, comprando le case di Imberto Curlo, Oberto Barbaxora, Giovanni de Vescovo, Richelmo di Tenda, Fulcone del Castello e Guglielmo figlio di Adalasia, cercando con questi lavori di accontentare i canonici».

                                                                                                                                                                      N. Calvini. Relazioni medievali ....

    Nel 1529, i Genovesi vollero compiere una generale revisione delle strutture fortificate, specie delle città costiere, per far fronte alle armate francesi. Per il restauro delle mura la nostra città spendeva 3.240 fiorini d’oro.

    Le mura cinquecentesche si rivelarono utili a scoraggiare gli assalti turco-barbareschi, assai frequenti nel XVI secolo. La città aveva sofferto, coinvolta nella guerra franco-spagnola. Le campagne attorno erano devastate e spoglie, costringendo la povera gente all’indigenza. I nobili abitavano in Piazza e frequentavano la Loggia, instaurando l’oligarchia degli “alberghi”. Agostino Giustiniani, negli Annali genovesi rileva che “la popolazione sua fu già molto maggiore di quel che è al presente” e non dedica troppa attenzione a Ventimiglia. Fornisce, però, i primi dati attendibili sulla consistenza della popolazione, purtroppo non confrontabili con dati più antichi, dopo l’incendio degli archivi dell’anno 1526. Erano seicento i fuochi e sull’attività economica scrive il laconico: “i cittadini sono mercadanti e lavoratori”. Lo stesso, attestava a Rocchetta settecento fuochi, mentre ne dava cinquecento a Pigna e cento a Buggio; duecento a Dolceacqua e duecentocinquanta a Saorgio.

 

    Nel 1642, quando il censimento contava a Ventimiglia 2532 abitanti, contro i 3097 delle sue otto Ville; la comunità veniva autorizzata ad aprire una porta sulle mura di occidente, per comunicare con la Marina.

    Nel gennaio del 1892, Secondo Biancheri veniva riconfermato Sindaco.

    Il 10 luglio, le elezioni parziali dovute alle dimissioni del Sindaco Biancheri, davano la vittoria all’opposizione di Paolo Aprosio. A proposito delle ricorrenti crisi amministrative della nostra città, Thomas Hanbury aveva da scrivere a Ludovico Winter, come la vita politica locale fosse caratterizzata da immotivate incomprensioni, chiamate in quell’occasione “guerra municipale”. Guerra che continua a contraddistinguere la locale politica ancor oggi.

    In agosto, avendo il Comune acquistato i cinquecenteschi bastioni genovesi di tramontana, provvedeva ad aprire un varco tra le mura a Murrudibò, per dare comunicazione alla città con le campagne circostanti.

L.M.

(*) Su L’EVOLUZIONE DEI DIALETTI LIGURI del 1982, per Casabianca - Sanremo, a pagina 106, Emilio Azaretti riporta:

MURRU > murru:”muso e sporgenza a forma di muso dei declivi fra due rigagnoli”, toponimo Murru de bo “muso di bue”, Murru russu.

Per il in luogo di , come vorrebbe il ventemigliusu; potremmo riferirci all’uso popolare di usare nei nomi composti. Esempio qualificato ci viene dal segliasco: Massabò, toponimo assegnato nel XVII secolo al luogo dove le truppe austriache insediate, ottemperavano alla macellazione dei bovini, razziati nel circondario

 

 

1702

BOTTEGHE  APERTE

PER  RICREAZIONE

Una  lettera  anonima,  ma  non  tanto

di Nino Allaria Olivieri

«Scripta manent, verba volant» avrà pensato l’anonima ventimigliese, che il 3 aprile del lontano 1702, presa «atramem et calamo» ideò di fare pervenire al Vescovo, Ambrogio Spinola, una lunga lettera per renderlo edotto attorno a «due botteghe di ricreazione», attive e frequentatissime in Ventimiglia, covo di peccato e di grande offesa alla Maestra Divina.

Lo scritto è anonimo, né una sigla e men che meno un indizio per individuarne l’autore; la scrittura scorrevole, leggibile e i concetti chiari lasciano ipotizzare che autore ne sia un uomo di lettere, forse un notaio, forse un solerte ecclesiastico nauseato ed infastidito di quanto era venuto a conoscenza. La precisa descrizione dei luoghi e di quanto vi succede potrebbe essere indizio di una passata o recente frequentazione, di offesa e di insoddisfazione.

La datazione ci porta all’anno 1702. Due «botteghe aperte per ricreazione» sono al margine dell’abitato della città murata, aperte e frequentate notte e giorno da ricchi e poveri; una è sotto la casa dell’alabardiere di San Biagio e l’altra a Morro di Bo «che il popolino chiama il Canto delle donne pubbliche».

L’anonimo dichiara di conoscere i tenutari e le recenti avventure punitive inflitte dal Bargello a Franceschina, detta la Ranga, non perché colpita da cattiva deambulazione, ma perché donna di astuzia impensata, ingannatrice anche del diavolo «e tale razza di donna da noi la si nomina Ranga».

La Ranga apre le porte alle figlie di campagna durante le feste cittadine ed in particolare ad alcune figlie della Mortola: «un servizio che procura grande mancia». E recidiva. «Tempo addietro - fa sapere l’anonimo - è stato stimato bene, ad esempio delle altre tenutarie, farla stare alla berlina per otto giorni e la notte in prigione e al giorno a pane e acua al suo supplizio a sue spese perché è tenuta ricca».

Per otto giorni dal suono dell’Ave Maria a sera la Ranga venne legata con corde al grosso anello infisso a lato del Parlamento cittadino, una scritta appesa al collo diceva le ragioni della condanna, i passanti avevano la possibilità di insultarla e maledirla. La punizione non fu salutare.

Più nefando covo di azioni illecite viene descritta la bottega di Morro di Bo. Per essere locata alle mura della città tra vicoli stretti ed oscuri e di rara frequentazione.

Le frequentatrici «note a tutti» che in passato vennero redarguite dai religiosi, «nulla temono, non hanno nulla di proprio, stanno ben vestite e hanno ogni sorta di beni, non guadagnano denaro ma cose preziose e dichiarano di non volere lavorare».

Proprietaria della bottega è una certa Caterina, detta la Moto, e l’aiuta la suocera del suo cuoco. Frequentano la bottega ogni sorta di gente, vecchi e giovani; le frequentatrici li ricevono in segreto. E «quando sono state in ricreazione, donne e uomini, giocano a morra a chi deve essere il primo o la prima a ricrearsi pubblicamente senza alcun timore». «Durante le competizioni sorgono litigi per essere i primi, si lanciano espressioni triviali ed offensive, si odono ma: «Mons, il Canto delle donne è un’offesa alla Maestà di Dio e alla Madonna; in una parola siamo a Ginevra, la Sodoma e Gomorra dei nostri tempi».

E compito del Vescovo intervenire e lo consiglia a nome dei buoni cristiani della città di «Bandire le due tenutarie, la Moto e la Capa, figlia di Giuseppe; farle arrestare in pieno giorno e mandarle via bendate». La richiesta non era che la punizione di ostracismo: il reo bendato veniva condotto fuori le mura della città, qui ascoltava dalla bocca del Bargello la sentenza e il divieto di rientro pena la morte per impiccagione e la confisca di ogni bene.

La Moto meritava tanto; anch’essa più volte era stata redarguita dal Preposito e consigliata a vita migliore; ebbe l’ardire di passeggiare innanzi al buon Preposito con uomini di mala vita, insultarlo con frasi triviali e illeciti inviti.

«La Moto è la rovina di chi crede in Dio - termina l’anonimo - per conseguenza, Mons, cui spetta la difesa della fede incombe il dovere di intervenire subito. Iddio ci perdoni».

Per la nostra curiosità e per una pagina non serena della nostra città non sapremo mai di alcun seguito mancando i documenti in tema e mentre si ipotizza un intervento dell’attento Vescovo si ha la certezza che se furono chiuse le due botteghe altre tre vennero aperte.

Debolezze di uomini e corruzione del tempo.

LA VOCE INTEMELIA  anno LVII  n. 11  - novembre 2002