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Categoria: GUIDA LOCALE
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RESTAURI  A  VENTIMIGLIA

MONASTERO DI  SANTA CHIARA

ORATORIO DEI BIANCHI

    In Ventimiglia, sarebbe avvenuta nel 1274 la fondazione di un monastero di Clarisse, sull’erto displuvio del Capo, quello rivolto verso la Roia. Le monache di Santa Chiara operarono in quel convento per almeno un secolo, poi, com’era capitato ai Francescani, nel XIV secolo, lasciarono la nostra città, abbandonandolo.

    Nel 1462, la confraternita dei Verberanti, otteneva il permesso di officiare nella chiesa abbandonata di quel monastero. Antonio Carrubo, Guglielmo Rossi e Ambrosio Aprosio, reggenti della confraternita, stanchi di officiare nella fatiscente cappella, ricavata nell’antico Battistero, ottenevano dal prevosto Giuliano de Giudici, assistito dai canonici: Stefano Pecollo, Giovanni Castiglione e Barnaba Carrubo, la chiesa abbandonata di Santa Chiara; quale “locus sepolturae Confratrum”. Oggi, del chiostro delle Clasisse, restano solo il porticato esterno.

    Infatti, la medesima Confraternita dei Battuti, popolarmente conosciuta come “i Gianchi”, riedificava quella chiesa, col titolo di San Giovanni Battista, nel 1517. Era quella la più antica delle molte confraternite esistenti in questa città; ricordata fin dal XIII secolo, operante «ad devotionem suam ac disciplinam prosequendam et faciendam ut moris est».

    Per quell’oratorio, nel 1512, Battista Margoto di Sanromolo dipingeva a fresco quindici capitoli della passione di Gesù; nel 1519, lo stesso era dotato d’un quadro del pittore milanese Andrea de Mairola, raffigurante San Giovanni in atto di battezzare.

    Nel 1633, si arricchiva d’una tela raffigurante il Battesimo di Gesù con Santa Chiara, opera del pittore genovese Gio.Andrea De Ferrari; tela che veniva ad affiancarne un’altra, del medesimo soggetto, eseguita dal pittore nizzardo Francesco Brea, ancora visibile nel 1800.

    L’Oratorio vantava un gruppo ligneo processionale del Maragliano, raffigurante Gesù incoronato di spine, ora nell’abside sinistra in Cattedrale. Nel 1692, una nicchia di marmi policromi arricchiva l’altare maggiore, mentre, forse fin dalla fondazione, vi faceva mostra il crocifisso di arte Catalana, ora in Cattedrale, al quale venivano attribuiti fatti miracolosi, che gli avevano guadagnato la venerazione fino al basso Piemonte ed all’intero Nizzardo.

    Col Novecento, diminuirono le attività di Oratorio. Nell’ultimo dopoguerra, la necessità di spazi, lo trasformò in sala per proiezioni cinematografiche; attività che si protrasse fino agli Anni Sessanta, alternata a mirati interventi teatrali, che hanno proseguito per un decennio, sul funzionale palcoscenico, ricavato a protezione del vano altare.

 

Pagine di storia Ventimigliese

Il Crocifisso dei disciplinanti

Fatti miracolosi degli anni 1653-54

di Nino Allaria Olivieri

    Nel mese di dicembre dell’anno 1653 un folto gruppo di fedeli provenienti da Stellanello, villaggio della diocesi di Albenga, - di ritorno da N.S. di Laghet, - fa sosta  in Ventimiglia. Stanchi, ma grandemente animati da profonda fede, si recano processionalmente nell’Oratorio di San Giovanni Battista e Santa Chiara, vicino al Cavo, per venerare «e far visita al Cristo dell’Oratorio, che la voce comune indicava miracoloso».

    Argentina Bonaccia, ragazza di appena tredici anni, sofferente da atrofisia al braccio destro, fa parte della compagnia. Entra nell’affollato e piccolo Oratorio, invoca il Cristo: ha fede e nell’intimo chiede grazie e guarigione. Depositerà in seguito: « in ginocchio che fui, svenni innanzi a detto Cristo Crocefisso per alquanto tempo, et riavuta dall’accidente diritta in piedi, mi trovai libera da una indisposizione che pativo nel braccio destro, del quale non mi potevo valere essendomi stato storpiato sin da che ero d’età di anni tre circa, per essermi venuta a detto braccio una postema per la quale mi restò nell’istesso braccio nella piegatura del gomito la cicatrice, come possono vedere»; «e dopo essermi venuto detto accidente in detto Oratorio mi sono trovata libero et uguale di lunghezza all’altro e mi vaglio liberamente per grazia di Dio».

    Ad accogliere la testimonianza della tremante Argentina nel severo addotto della sacrestia in Cattedrale vi erano il Canonico Domenico Longerino, vicario generale; Domenico Palmero, prevosto, e Carlo Olignano, canonico primicerio.

    Si interrogò il padre di Argentina, Bartolomeo, ed altri parenti. Il padre non mancò di deporre «come dall’età di tre anni la figlia patisse di atrofisia bracciale e come furono vani i numerosi ricorsi fatti a chirurgi e a barbieri ... ma inginocchiata che fu, giovedì, nell’Oratorio ... lì presto svenne per alquanto tempo come morta e dubitavo io che ciò le fosse occorso per la stanchezza del viaggio, ma riavuta disse che si sentiva leggera e libera dal dolore di detto braccio e di quello si serviva liberamente come dell’altro ... che mia figlia patisse tutti li particolari del luogo lo puonno far fede e specialmente Ambrogio Bonaccia, Domenichino e Gerolima».

    Interrogati, in fede affermarono dei molti dolori che giorno per giorno l’Argentina aveva a soffrire. Narrarono dei giudizi dei medici, più volte da loro ascoltati e della disperazione, dei giovani genitori.

    Domenichino Bonaccia nel suo deporre fu preciso: «Mi era dapresso, l’Argentina cascò a terra morta, dove stette per spazio di un quarto d’ora in quel modo, e riavutasi si levò e disse che aveva ottenuta grazia».

    Gerolima riferì che nel venire al Cristo miracoloso, più volte, aveva chiesto una grazia.

    I tre canonici annotarono scrupolosamente le deposizioni. Non erano le prime e neppure sarebbero state le ultime.

    Il 25 martedì del mese di febbraio 1654, la nobile Maria Orengo, moglie di Gerolamo, farà la sua deposizione nelle mani del Vicario Generale: «Sono stata indisposta dal fianco sinistro per spazio di anni sei o sette in circa; mai mi sono riavuta per quanti medicamenti mi siano stati dati da medici e da barbieri; solo una notte mentre dormivo mi venne dinnanzi il Cristo e la Vergine Santissima; mi parve di vedermi innanzi il Cristo crocifisso dell’Oratorio dei Disciplinanti e in quell’istante, levatami, mi trovai totalmente libera da detta indisposizione e così per grazia». Aveva trentacinque anni.

    Quel giorno stesso, a sera, anche Antonio Maccario di Bartolomeo fa la sua deposizione al Vicario Generale. È una deposizione impressionante la sua. Narra che verso la metà del mese di ottobre si trovava, quale aiuto muratore, nella tenuta di Macugnana di Paolo Gerolamo Orengo, in compagnia di Benedetto Muratore di Mentone. Sollevano pesanti «chiappe» per locarle sopra di una piccola casetta da adibirsi a ricovero di poche pecore, allorché una di esse cadde dalle sue mani, urtò un ginocchio e cadde pesantemente sul piede destro. Sentì un subito un grandissimo dolore, udì l’urlo disperato del Muratore. Fu maraviglia: il piede lo sentì sano; lo volle toccare: era sano, «ma lo cuoio che cingeva e le fascie le ritrovai spezzate in varie parti. So che fui scampato da pericolo perché divoto del Cristo dei Disciplinanti di cui sono per anni fratello divoto e lìgio».

(Documentorum Filza 30 n. 187

LA VOCE INTEMELIA  anno L  n. 2  - febbraio 1995

 

 

PAGINE DI STORIA VENTIMIGLIESE

I  Canonici  e  i  Verberanti

Contrasti fra una confraternita e l’autorità ecclesiastica

di Nino Allaria Olivieri

    È l’anno 1462 allorché il Preposito della Cattedrale e alcuni canonici si accordano con i direttori della Società, detta dei Verberanti. L’atto reca il titolo di «Istrumento contro li Battuti o Verberanti» ed è redatto in grafia gotica con abbreviazioni notarili, di difficile interpretazione, tuttavia comprensibile nel suo contenuto. Resta ad indicare, a pro della storia locale, se non uno scontro aperto una sicura divergenza di giudizio e rivalsa di diritti.

    Agli inizi del 1462, la Società dei Verberanti si trovava nella necessità di abbandonare la fatiscente Cappella, sita «in loco Castelli» ed eleggere il «locus sepulturae Confratrum in novo loco». Sono reggenti dei Verberanti Antonio Carrubo, Guglielmo Rossi, Ambrosio Aprosio i quali, a nome proprio e della Società, chiedono al preposito Giuliano de Iudici, a Stefano Pecollo, a Giovanni Castiglione e Barnaba Carrubo - canonici della Chiesa Maggiore di Santa Maria - il Chiostro di Santa Chiara «sito in civitate Ventimilie in quarterio Castelli», per proseguire le loro discipline e quelle da farsi come è usanza in certe occasioni nelle altre chiese dai Disciplinanti.

    Il preposito e i canonici acconsentono alla richiesta a ben determinate condizioni. Cedono inoltre i due Sepolcri, dei quali uno trovasi dinanzi alla porta della Chiesa di San Giovanni, verso oriente, e l’altro presso il Lapidum sopra il muro delle mura di cinta, a fianco di detta chiesa, verso monte. «Ibi disponent sepellìri possint sine datione et sine aliqua solutione requirenda».

    Il preposito o i canonici e loro successori si riservano il diritto di celebrarvi una Messa con l’offerta da parte del Priore di due grossi papali.

    A riscontro i sodali Gallo e Ambrogio si impegnano per loro stessi e loro successori «offeret omni anno ad Missam magnani in die Assumptionis beatae Virginìs de Mensi Augusti unum Cerolum de magnitudine arbitrio dicti Prioris».

    I canonici in avvenire non potranno chiedere né pretendere a quelli della Società alcuna delle offerte che si fanno in detta Chiesa; né legati e lasciti testamentari. Avranno diritto alle offerte fatte in detta chiesa nei giorni festivi «verbi grafia, in die Nativitatis, Resurrectionis, in die Pentecostis».

    Poiché fine della Società era quella di accompagnare i confratelli al sepolcro con uso di ceri, gli accordanti determinano un buon quantitativo di usato da devolversi ai canonici, con conseguente clausola che né prepósito né canonici «aliquid poteat vel habere debent vel possint».

    A siglare i convenuti accordi interviene il vescovo Iacobo De Fei, il quale decreta: «Laudamus, statuimus, probamus praedicta omnia et singula et ferma esse molari non possit aliqua ratione vel causa».

    L’atto è redatto nella Sacrestia della Cattedrale nell’anno del Signore 1462, indizione decima «del nostro dominio». Sono presenti Gervasio Rossi e Aprosio Camillo di Ventimiglia e Antonio Macario della Villa di San Biagio.

    È l’inizio di una ripresa della Società dei Battuti nella città; per oltre tre secoli l’Oratorio di San Giovanni resterà sede e luogo di preghiere, sala di riunioni ora pacifiche ora tumultuose; dovrà intervenire a più riprese l’autorità del Vescovo: ne pretenderà le chiavi, lancerà l’interdetto contro l’Oratorio.

    È il secolo XVI a registrare atti inconsulti e irriverenti dei Battuti, causati e voluti da alcuni Priori; alle disprezzabili pretese pose fine un decreto del vescovo Spinola, il quale, richiamandosi allo spirito della Riforma, riuscì ad imporre alcune regole e a riportare la Confraternita nell’alveo di un cristiano agire.

(Contro i Battuti, Arch. Capit. C.V.V.)

LA VOCE INTEMELIA  anno L  n. 8  - settembre 1995

 

PAGINE DI STORIA VENTIMIGLIESE

La ricerca di un nuovo cimitero per far fronte alla morìa

di Nino Allaria Olivieri

    L’anno 1734 e i primi due mesi dell’anno 1735 sono per Ventimiglia un periodo in cui fanno strage due gravi epidemie: la malattia della fame e la febbre, che falcidia vecchi e giovani.

    Al divieto di sbarcare grani e derrate alimentari - scarse per i tempi avversi - i più ripiegano su quanto ancora la terra produce. L’Annona stenta, via terra, a rintracciare grani; il pane viene razionato; vari tafferugli, presso i panificatori comunali, si riescono a sedare a stento.

    Una nuova e sconosciuta epidemia si abbatte sulla città e sul contado. I chirurgi la definiscono «epidemia della febbre»; né il Magistrato della sanità della repubblica di Genova è in grado di porgerne ragione anche se invia ai Capitani lettere di allerta. Si riscontra la inutilità dei rastrelli di Sanità.

    Tra la generale morìa si annota un grande numero di soldati spagnoli, allora di stanza o di transito in Ventimiglia. Al Parlamento e all’ufficio della Sanità si presenta pressante il problema della sepoltura. E poiché in gennaio e febbraio del 1735 la morìa aumenta in modo impressionante ,il Consiglio si rivolge al vescovo Bacigalupi «affinché indicasse un nuovo luogo atto alla sepoltura come in precedenza aveva concesso l’Oratorio di San Giovanni Battista e sue adiacenze».

    Incaricati del problema e della scelta logistica sono i consiglieri Carlo Lorenzo Olignani, Domenico Maria Porro e Vittorio Porro. Il 12 febbraio 1735 scrivono al vescovo Bacigalupi: «Stanti li pubblici schiamazzi che continuamente si sentono e si risentono per il fetore grande, che tramandano le sepolture ubicate ed erette col vs. caritatevole consentimento nell’Oratorio di San Giovanni, quali in oggi, attesa mortalità dei Spagnoli, si ritrovano piene e quasi costretta questa povera Città a non trovare più chi voglia sepellire e dar mano all’opera di misericordia».

    L’esigua capacità interna dell’Oratorio di San Giovanni, in cui si erano scavate due fosse comuni, e la esigua capienza dello spazio antistante lo stesso si era presto esaurito. Al che si deve assommare una inumazione frettolosa e alla rinfusa.

    Si evince inoltre da uno scritto dell’allora priore della Confraternita della Buona Morte come non pochi fratelli si estraniarono «non potendosi soffrire né reggere omninamente alla puzza, che non solo in loco Loci ma nelle vicinanze strade provoca chiunque a grandissima nausea».

    La magnifica Comunità teme «di qualche infezione d’aria o altro sinistro accidente». I tre consiglieri (in santo ed ubidiente accordo col loro vescovo» debbono «cercare un sito prò interim in cui a meno rischio possano seppellirsi li cadaveri». Il Porro propone uno spazio al Lago; altro in terre ai Cammini e l’Olignani indica «loco idoneo e perenne» oltre il Roia «ove dicesi Bastia».*

    Il vescovo Bacigalupi la sera stessa, consultato il suo fiscale e il Capitolo, invia al segretario della Comunità «un biglietto di assenso in cui delega lo stesso Preposito a benedire il luogo da loro scelto».

    Fu decretata terra di sepoltura la Bastia ed ebbe termine, dopo alcuni secoli, quello che fu per la città il «Cœmeterium Sanctae Mariae apud Ecclesiam Cattedralis».

NOTA:

* Nell’emergenza creatasi durante la pestilenza del 1656, il sito aveva accolto a titolo transitorio le duecentotrentaquattro salme inviatevi dal vescovo Promontorio. La sua posizione, esterna alla mura cittadine, in seguito, lo trovò idoneo ad applicare i dettami cimiteriali, emanati da Napoleone Imperatore il 12 giugno 1804, con l’editto di Saint-Coud

(1735, Lettera al Vescovo - Missione pro altro sito. Archivio vesc. - Ventimiglia)

LA VOCE INTEMELIA  anno L  n. 3  - marzo 1995