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Categoria: ISTITUZIONALI
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    Il  ventemigliusu  si differenzia dalla  lingua  nazionale,

principalmente per la presenza di due sonorità  vocali in più dell’italiano,  la ü della lingua francese e la  ö  chiusa a dittongo, come  la  eu  francese. Suoni diversi hanno anche la consonante  s  iniziale o intervocalica e la  z  fricativa palatale sonora, oltre alla  s  fricativa palatale sorda.

    Una componente caratteristica, quanto esclusiva, è la pronuncia della r palatale, intervocalica, col suono intermedio  r-l

 

Suoni del ventimigliese e loro notazione

SCRIVE  U  NOSTRU  PARLA’

 

    Dover collocare per iscritto quanto si tramanda da secoli, attraverso la sola divulgazione orale, è un’impresa che esige l’impostazione di poche regole fonetiche, ma ben determinate.

    Il modo di parlare dei Ventimigliesi è stato formalmente codificato fin dal XVII secolo, da scrittori locali, divenuti persino celebri.

    Nel 1927, l’abboccamento tra i diversi modi di parlare, presenti nella cosiddetta Zona Intemelia, indusse gli aderenti al movimento culturale de “‘A Barma Grande”‘ ha rivedere i codici in modo più dettagliato; quindi, Emilio Azaretti e Filippo Rostan stesero un primo ordinamento ortografico, pubblicato sull’antologia che ha raccolto le opere degli autori uniti in quella scuola internazionale.

    Nel 1974, la Consulta Ligure tra le Associazioni per la protezione delle tradizioni locali, fondata l’anno precedente, indisse un Convegno dal quale scaturirono le regole che permettono di mettere per iscritto i dialetti di tutta la Liguria, in modo da renderli leggibili e comprensibili da tutti i Liguri e non solo a questi.

    Da allora, gli scrittori appartenenti alla nostra associazione, hanno ascoltato quelle regole, quasi senza riserve, mentre il più generale movimento culturale locale tarda ad applicarle, creando non poca confusione.

    Allo scopo di sollecitare maggior coesione, pubblichiamo un ampio prospetto di simboli fonetici, poi aggiornato, redatto dal dottor Emilio Azaretti nel 1982, a sostegno del suo lavoro: “‘L’EVOLUZIONE DEI DIALETTI LIGURI esaminata attraverso la grammatica storica del Ventimigliese”‘.

 

 

LA  GRAFIA  DEL  NOSTRU  PARLÀ

di Renzo Villa

 

    Non c’è bisogno di essere degli specialisti in materia per sapere che, oggi, la nostra parlata sta diventando sempre meno una lingua parlata e sempre più una lingua scritta.

    Cinquant’anni fa la stragrande maggioranza della gente parlava il dialetto correntemente e correttamente. I bambini lo apprendevano dalla viva voce dei famigliari e, divenuti adulti, lo trasmettevano, a loro volta, ai figli e ai nipoti.

    A quel tempo, nessuno si poneva problemi di pronuncia, di grafia o di grammatica dialettale perché non ve n’era bisogno. Il dialetto non lo si insegnava a scuola ne lo si scriveva, lo si parlava e basta.

    I rari scrittori dialettali erano considerati dei tipi un po’ bizzarri, perduti dietro le loro ubbie, gente che, comunque, era sempre meglio lasciar cuocere nel proprio brodo.

    Ben diversa è la situazione attuale in cui il dialetto è parlato poco e tende, invece, ad essere scritto molto, a trasformarsi cioè in una lingua prevalentemente letteraria.

    È a questo punto che sorgono quei problemi di grafia sempre esistiti, anche quando gli scrittori erano pochi, ma che oggi si sono aggravati con il moltiplicarsi degli autori dialettali.

    Chi scrive in dialetto è, generalmente, un parlante il quale, soltanto quando prende in mano la penna, si accorge delle difficoltà alle quali va incontro. Ciò perché parlare una lingua non significa necessariamente saperla scrivere, come capita a chi, frequentando a lungo stati stranieri per ragioni di lavoro, riesce ad impadronirsi della lingua del paese ospitante pur restando assai lontano dal saperla scrivere.

    Così, anche l’aspirante scrittore dialettale, a poco a poco prende (o, almeno, dovrebbe prendere) coscienza che, come chi vuoi scrivere in francese o in inglese, deve conoscere le regole di quelle lingue, altrettanto deve fare per il dialetto dotato anch’esso, come tutte le lingue di questo mondo, di regole ortografiche, grammaticali e sintattiche sue proprie.

    Possiamo discutere fin che vogliamo su alcuni particolari tecnici come, ad esempio, se sia meglio rendere un certo suono dialettale con la j francese o con la x ligure o un certo altro con la œ (difficile da trovare tra i “font” grafici) o con la ö, ma certa è una cosa: chi vuol scrivere in dialetto deve porsi preliminarmente il problema della grafia e lo deve risolvere, da solo o con l’ausilio dei testi.

    Quando, come capita spesso, si vede che in certi brani dialettali, in prosa o in versi, la stessa parola - usata due o tre volte - è scritta in due o tre maniere diverse, è evidente che l’autore non si è posto minimamente il problema elementare della grafia che è poi, se vogliamo, anche un problema di serietà.

    Senza, naturalmente, voler imporre nulla a nessuno (anche se una certa grafia di base unificata sarebbe auspicabile) per Ventimiglia, c’è ad esempio la grammatica ad uso degli alunni dei Centri di Cultura Dialettale «Imparamu u ventemigliusu» preparata, a suo tempo, in collaborazione col dottor Azaretti, che può già essere considerata un punto di riferimento per l’aspirante scrittore.

    Non possiamo certo pretendere di esaurire un argomento così complesso in questa sede, dove, tra l’altro, non vi sarebbe nemmeno lo spazio per farlo, ma si possono, tuttavia, analizzare alcuni semplici casi, capaci di chiarire meglio la questione.

    È pacifico, ad esempio, che in dialetto, dobbiamo distinguere graficamente, perché hanno suoni diversi, la o di crovu “‘corvo”‘ da quella di cröve “‘coprire”‘ così come dobbiamo fare con la u di mura “‘mora”‘ (frutto del rovo) e quella di müra “‘mula”‘.

    Per entrare, poi, in questioni un po’ più sottili, téřa “‘tela”‘ è cosa diversa da tèrra “‘terra”‘ così come marìu “‘marito”‘ non è la stessa cosa di marrìu “‘cattivo”‘ (anche se, al volte, il marito può essere cattivo ... come cattiva può esserlo la moglie).

    Proseguendo con gli esempi, sù “‘sole”‘ non ha nulla a che vedere con su’ (aggettivo possessivo), anche se si tratta di due omofoni, cioè di due parole che pronunciamo allo stesso modo, ma che scriviamo in maniera diversa perché diversa è la loro funzione grammaticale.

    E così, se vogliamo tradurre dall’italiano l’espressione “‘con la coda”‘ non potremo scrivere cua cua, ma sarà bene, anche per ragioni di chiarezza, scrivere cu’a cua.

    Volendo tradurre in dialetto le due frasi “‘se domani farà bel tempo, andrò a passeggio”‘ e “‘si è fatto notte”‘, nel primo caso sarà corretto se dumàn farà belu, anderòn a spassiu, mentre, nel secondo, faremo bene a scrivere s’è fàu nöte perché questi due se dialettali non hanno affatto lo stesso valore.

    Gli esempi potrebbero continuare, ma noi ci fermeremo qui per lasciare, a chi intende scrivere in dialetto, l’opportunità di riflettere su quanto siamo venuti dicendo in questa breve nota.

 

        LA VOCE INTEMELIA anno

 

Riabilitassiun  de  l’erre  palatale

 

    I nostri veci, parlandu in ventemigliusu i l’aduverava ina erre palatale ch’a l’èira aiscì ina meza elle, carateristica ch’a l’èira int’u DNA vucale d’i Ventemigliusi. Cu’u tempu e pe’ via d’a fìssassiùn de parlà ai figliöi sulu l’itaglian, ‘sta nostra particularità a s’è persa; avura gh’è numà trei o catru ansiài ch’i a dixe cun spuntaneità, e i l’arresta i ürtimi a purréneřa fa’ sente, pe’ turnà a repigliasseřa.

    Duveressimu intantu imparà a scrìviřa, percose fina int’u mete zü e cose pe’ scritu, s’eirimu scurdai de ‘sta tipicità, da candu, aduverandu e machine pe’ scrive, nu’ atrüvavimu in segnu adatu a purré mete l’errelle insci’u papé.

    Avura, cun ‘sti muderni cumpiuter, o classificatùi, cume vurré ciamàri, gh’è a puscibiřità de cacià zü i ségni ciü rairi  pe’ purré  mete pe’ scritu tüte i particuari che vurré.

    U meigu Azaretti, int’a sou Etimulugia, pe’ resorve u prublema, u l’à d’ubrigau u tipografu a aduverà ina erre surmuntà da ina pecina vu (ř) , ma sulu pe’ marcà ‘sta carateristica.

    Averé acapiu, da chele çinche vote che l’òn aduverà chi da munte, za’ che, pe’ contu mei, òn za’ adutau ‘stu màrcu, l’òn messe pe’ scritu propiu perché chi léze u pösce arrepiglià a cacià föra, parlandu, a nostra errelle, magara cun in po’ de deficurtà, pe’ e prime vote.

    Però, gh’òn speransa che a Cumpagnia d’i Ventemigliusi o a sou Academia i l’afrunte u prublema int’in cunvegnu, cuscì â fin tüti i scritui in ventemigliusu i pösce arrepiglià a trasméte, pe’ scritu, ‘sta nostra singularità.

L.M.