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Categoria: PAROLE NUSTRAE
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Rilevato da "Il dialetto, lingua ironica ?", pubblicato su LA VOCE INTEMELIA del luglio/settembre 1985

 

L’IRUNIA INT’U

NOSTRU PARLÀ

 

Similitudini, detti proverbi e giochi di parole

                                                                                                                        Renzo Villa - 1985

 

    L’effetto della tendenza a mantenere l’allegria quando ci si esprime “int'u nostru parlà”, è retaggio che abbiamo ereditato dall'arguzia dei nostri antenati; ma faceva parte del bagaglio filosofico del popolo o si trattava d’un retaggio linguistico ?

    Secondo l’inconscia opinione corrente, assai diffusa fra i sempre più rari parlanti, esso sarebbe sostanzialmente una lingua umoristica, che fa ridere o che comunque serve a far ridere.

    Ma è sufficiente spingerci appena un po’ oltre questo giudizio superficiale - giustificato anche dall’uso puramente umoristico che se ne è fatto in campo letterario - per scoprire che esso è essenzialmente una lingua ironica e l’ironia è certamente qualcosa di più profondo e pungente del semplice umorismo o dell’arguzia.1

    Già nelle strutture del linguaggio locale, troviamo che numerosi aggettivi (di cui, spesso, per la relativa povertà lessicale non esistono i contrari) vengono usati in senso ironico; infatti vogliono dire esattamente il contrario di quanto significano:

    Semu beli “siamo in un bel guaio”; u l’è drólu  non è affatto “rigoglioso”; u l’è asbigliu “non arzillo”; u l’è degurdiu  “per nulla accorto”.

    La sottovalutazione è presente soprattutto nelle espressioni quantitative”, volutamente riduttive, per prudenza, senso della sproporzione fra fatica e risultato ottenuto, ma anche, autocommiserazione pessimistica:

    Vagu a fa’ ina manà d’erba; a cöglie dui pügni d’aurive; a taglià ‘sti catru rapi d’üa; a fa’ due legne; ne cuřa in fì; n’òn incìu ina lambustàgna un fondo di sacco”; ghe n’òn messu ina pessigà “un pizzico”.

    Per non parlare dei sentimenti e del matrimonio, visti sempre in una luce svalutativa e derisoria:

    Piglià ina gumeà, letteralmente “battere con violenza il gomito con conseguenze piuttosto dolorose”, equivaleva ad innamorarsi.

    Una ragazza desiderosa di sposarsi a scruciura “crocchia” come una gallina che vuol covare. A chi prendeva delle misure ad occhio si ricordava: mira che a ögliu se piglia sulu a muglié, e se sbaglia delongu. 

 

    Ma è dal sistema allocutivo cioè da quel complesso di “battute” usate per introdurre o concludere un discorso, commentare un fatto o una situazione, esprimere un concetto o un giudizio - che promana la particolare carica di graffiante ironia propria del nostru parlà.

    Se n’andamu int’a barraca “ci ritiriamo in casa”; andamu a da’ da mangià ae prüxe “ce ne andiamo a letto”; m’anderéva a da’ ai cunigli (dalla disperazione); a va’ cume in barcu int’in boscu; ciöve àiga bagnà; se ti me dai da mente a mì ti fai cume ti vöi; pigliate ina carrega e sétite in terra; mangia fin che ti scciopi, basta ch’u nu te fàsse ma; bevi, che ti t’arrepigli ! (consiglio dell’ubriaco al compagno di sbornia che sta male per aver bevuto troppo).

    Ed ancora: vegni che t’aissu ! (rivolto a chi è caduto accidentalmente a terra); ti n’ài ciü int’a testa che int’a staca (a un millantatore); sérra a porta e sciaurica a ciave “smettila”; tussi che ti garisci ! (a chi è affetto da tosse cronica); tü, parla candu e gagline i piscia; ti sei cume chelu sunavù che ghe v’ö dui sodi pe’ fàgheřa cumensà e catru pe’ fàgheřa fenì; ti sei delongu a mezu cume u zögia (a chi si intromette nei discorsi altrui o vuoi sempre apparire in pubblico); a setemana d’i trei zögia (per dire “mai”); s’a cařa, tü suta nu’ ti gh’arresti (per chi non frequenta la chiesa); parlà ti parli ciü ben d’in can, ma nu’ ti camini tantu; ti vai ciü tü d’ina niatà de rati gianchi; tira e grosse che e pecine i van int’i ögli (a chi ti sta prendendo a sassate); e a chi è dimagrito: o che ti t’acati de cü o che ti tè vendi de braghe. 

 

       Ma l’Oscar dell’ironia spetta forse al “complimento” riservato al compaesano che, in occasione di una festa, aveva indossato il vestito buono (che era poi l’unico del guardaroba): ti paresci u can d’in scignuru !  Tanto da dirgli che, per un signore, non correva pericolo di essere scambiato.

    E quando il personaggio vestito a festa era uno sconosciuto, dalle inequivocabili origini contadine, il bruciante commento era: ‘stu lì nu’ l’e mancu mez’ura ch’u l’à pousau u magagliu.

    Se poi il vestito della domenica lo indossava una contadina, c’era pronto: a paresce ina crava vestia d’â festa. Per tutti, il raro cambiarsi d’abito era métise i furnimenti “i finimenti degli animali da basto e da tiro”.

    E, dopo i vestiti, le scarpe: sun andau a catame in pa’ de gussi dicevano i pescatori quelle rare o uniche volte che decidevano di comprarsi un paio di scarpe - di numero piuttosto elevato - per i loro piedi generalmente sviluppati dall’esercizio cui erano sottoposti dovendo reggere in equilibrio il corpo sugli instabili pianali delle barche e per il continuo andar scalzi.2

    Lo studio, per finire. Se a crava a nu m’avesse mangiau i libri ... era l’ironico e pressoché generale rimpianto di non aver potuto frequentare la scuola perché - come si sa - la prima occupazione dei bambini consisteva nel portare al pascolo le capre anziché nello studio.

    Ma, per il mancato studio, c’era anche un detto consolatorio u tantu studià u ven dau pocu savé, che ricorda il famoso sofisma degli Eristici di Megara: soltanto chi è ignorante può apprendere. 

 

Secondo il Manzoni, che se ne intendeva, la similitudine è un gran mezzo per dir le cose in breve, col rischio, si sa, di non dirle punto.3

    Questo vale per gli scrittori, mentre tra il volgo la similitudine ironica produce concetti molto comprensibili e diretti:

    A l’é ciaira cume l’inciostru si dice di una questione ingarbugliata o di una vicenda che è tutt’altro che lampante; nüà cume ina pria au fundu ; cantà cume ina cana scciapà “come una canna fessa”; ‘stu relöriu u marcia cume i mei afàiri detto di un orologio che non segna le ore esattamente e al cui proprietario gli affari non vanno per il meglio.

    Come si vede, la regola aurea è sempre quella socratica della sottovalutazione e della dissimilazione. Si affermano le cose per negarle, si negano per affermarle.

    Cresce cume ina pria int’in sgarbu; fürbu cume in gatu de màrmaru; girà u giancu essere in un momento di vita, simile a quello dei pesci che, quando stanno per morire, si capovolgono mostrando il ventre solitamente biancastro.

    Andà a çercà u rutu cume i magnìn “calderari”, andare in cerca di guai; graçiusa cume ina büsa in sc’in cumò e, giacché siamo in argomento, ricordiamo anche un detto che non può essere molto antico, posteriore di certo all’arrivo della ferrovia, ma che rende bene l’idea di un lavoro inutile, adatto per i buoni a nulla: andà a campà e büse derré au trenu.

    Bon cume ina sciòrba bùgia; giancu e russu cume i couru; ‘ste tesuire i taglia cum’i cüxe e cin cume in övu che può calzare per un locale pubblico zeppo di gente oppure per un ubriaco gonfio di vino che più gonfio non si può.4 

 

    Molti detti popolari sono entrati a far parte della tradizione linguistica in un momento ben preciso ed in seguito ad un fatto straordinario o, quanto meno strano e curioso, tanto da rimanere quasi proverbiale come il personaggio che ne fu protagonista.

    Alla Mortola, ad esempio, chi si accorge in ritardo di un errore commesso, si sente dire: U Bacalà u se n’é acortu â Cruxe. Un tale, conosciuto per l’appunto con questo merluzzesco soprannome, di ritorno dalla fiera di Mentone, soltanto alla sommità della Croce, si accorse di aver comprato un asino invece di una somara come era sua intenzione. Troppo tardi, evidentemente, per tornare indietro a chiedere il cambio, ma sempre in tempo a passare ai posteri come classico esempio di distrazione.

    Altri detti traggono origine da un fatto realmente accaduto al quale però è difficilissimo risalire.

    Taglia, taglia, u l’é delongu curtu nato certamente dalla inettitudine di qualche maldestro artigiano: sarto, falegname ... D’in Sant’Antognu in santantunin, d’in santantunin in pistun da sa’ quando, a furia di ridimensionare un oggetto, si finisce per renderlo inservibile; avé cuvea de teta de sciüpia desiderare cose stranissime e impossibili ad avere; suà suta a lenga d’inverno quando fa molto freddo.

  

    Nu’ avé puira mancu de çentu ch’i scapa; custà ciü d’ina dona patanùa; ina vouta in orbu u l’à atrùvau in’aguglia per un caso rarissimo; cu’i bieli de ün se pö strangurà l’autru adatto a due contendenti entrambi poco raccomandabili; véndise u craveu int’a pansa d’a crava “fare i conti senza l’oste”; nasciüu in Corsega e bategiau in Sardegna un apolide, girovago di cui non si conosce la provenienza.

    Un detto scherzosamente irriverente, per i tempi passati segnati da un senso di sacro rispetto per i genitori: òn tirau ina pria int’a facia â souma e a l’é andà a picà int’u murru â maire.

    E, per chiudere l’elenco, naturalmente incompleto, il commento, cinico ed ironico ad un tempo, di chi ha assistito ad una cerimonia per nulla allegra come potrebbe essere un funerale: ch’a d’u rie, i ciagneva tüti, una freddura d’altri tempi. 

 

     Ecco  alcuni  proverbi  genuinamente locali  e  soffusi  di  una  particolare  e  buona  dose  di  mordacità :5

    Dare e avere: Frai piglia u sta’ au Cuventu, frai da’ u nu’ l’è mai da tempu con la non meno incisiva variante Frai piglia u sta’ ae porte de Ventemiglia, frai da’ u sta’ in po’ ciü in là (i creditori li incontriamo sempre, i debitori non si fanno vedere mai).

    E, in tempi di femminismo come i nostri, non è da sottovalutare: A Madama Tenerina, de gratà a schina a su’ mariu, gh’é vegnüu i cali ae mae.

    Ed altri che non hanno bisogno di spiegazione: U pairò d’a Cumüna u nu’ bùglie mai ben (sempre di attualità); int’a carà tüti i bàgi i s’arrùbata; se i figliöi i mangia a ure i caga relöri; candu ti tè fai gratà, i nu’ te gràta mai dunde te smangia; tüta a scarpa a ven sgrüla, ma ina bela scarpa a l’é sempre ina bela sgrula il segno della bellezza si conserva anche col passare degli anni.

    Avànti de lasciasse anda de pe’ e mae besögna assegürasse ben d’i pei; â caussa d’in belu ařburu se ghe möire d’â fame; çent’ani de mařincunia i nu’ paga in’unça de debitu; se i mati i nu’ mategia i perde e ure.

    E, per tornare alla massaia di cui sopra, stufa di servire il marito, ecco il suo slogan protestatario: turte e fügasse, chi ne vö se ne fasse. 

 

    Qualche gioco di parole, prima di finire. De çentu marsi nu’ ghe n’é ün bon “fra cento mesi di marzo (e cento frutti guasti) non se ne trova uno buono”. Va ciü l’unze che u duze tutto giocato sul fatto che unze, oltre che “undici” significa anche “ungere” da cui lubrificare, in senso figurato, gli ingranaggi politici e burocratici. Una pratica ancora necessaria ai nostri giorni se si vuole ottenere qualcosa dal potere costituito.

    Finezze ironiche, come nella frase dialogica: Ti vai â posta ? Na’, vagu pe’ da bon dove a posta ha il duplice e contrario significato di “espressamente” e “per finta” nascondendone ancora un terzo: “Vai all’ufficio postale ? No, vado sul serio”.

    U ma’ u nu’ l’é ben dicevano i pescatori e i marinai, un’affermazione ovvia dietro la quale si cela però un sottile doppio senso perché ma “male” significa anche, per omofonia, “mare”. Mare inteso in senso dinamico, come massa d’acqua in movimento, e quindi gravida di pericoli, in contrapposizione a marina, mare in senso statico.6

 

NOTE:

 1)  È nota la classica partizione del concetto di ironia presso Socrate e presso i Romantici. Per il primo consisteva nella dissimulazione e nella sottovalutazione di se stessi e della propria condizione. Anche per il Vico l’ironia è formata dal falso in forma d’una riflessione che prende maschera di verità. Nell’era del romanticismo l’ironia si ispirava invece ad un atteggiamento di superiorità dell’Io infinito nei confronti della realtà. Fermo restando che stabilire dei confini netti fra ironia e umorismo è assai difficile, non v’è dubbio che la parlata dialettale - pervasa di sottovalutazione pessimistica, di sarcasmo e paradossi - obbedisca ai canoni socratici della dissimulazione.

 2)  Quella di aver piedi grandi, oggetto di ironia ed autoironia, doveva essere una caratteristica comune e diffusa fra i pescatori se anche il Verga ne I Malavoglia fa arruolare in marina il nipote di padron ‘Ntoni per via di quei suoi piedacci che parevano pale di ficodindia.

3)  Certamente, nella sua modestia, il Manzoni si riferiva alle immagini letterarie di cui egli fu maestro e creatore felicissimo. Ma, se il rischio di non dire compiutamente le cose possono correrlo le similitudini degli scrittori, non altrettanto avviene per quelle del linguaggio popolare dove i concetti risultano invece chiarissimi, efficaci, coloriti e, molte volte, espressi in forma ironica.

4)  Ad onore della similitudine dialettale e della sua sardonica efficacia, bisogna riconoscere che, difficilmente, si potrebbe immaginare qualcosa di più completamente saturo dell’uovo.  Ma la curiosità di questa immagine è anche un’altra, di carattere prettamente filologico: se noi ci spostiamo linguisticamente verso oriente, la ritroviamo tale e quale nel dialetto milanese el teater l’è pien còme òn oeuv ! se invertiamo direzione e ci spingiamo a occidente, ci imbattiamo nel catalano estar pie com un ou.

5)  Fra le molte definizioni che sono state date dal proverbio, probabilmente la più azzeccata resta quella dello storico olandese Johan Huizinga “il proverbio concreta il pensiero” perché, in effetti, col proverbio si materializza un concetto compendiandolo in una frase breve e facile da ricordare.

6)  Un detto, quest’ultimo, che richiama alla mente l’assonantico lamento dei pescatori di Acitrezza, descritti dal Verga, il mare è amaro e il marinaro muore in mare.

 

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La grafia del ventemigliusu

Notarelle di uno dei mille che scrivono in madrelingua

                                                                                                                                                di Renzo Villa

 

    Non c’è bisogno di essere degli specialisti in materia per sapere che, oggi, il ventemigliusu sta diventando sempre meno una lingua parlata e sempre più una lingua scritta.

    Cinquant’anni fa la stragrande maggioranza della gente parlava il dialetto correntemente e correttamente. I bambini lo apprendevano dalla viva voce dei famigliari e, divenuti adulti, lo trasmettevano, a loro volta, ai figli e ai nipoti.

    A quel tempo, nessuno si poneva problemi di pronuncia, di grafia o di grammatica dialettale perché non ve n’era bisogno. Il dialetto non lo si insegnava a scuola ne lo si scriveva, lo si parlava e basta.

    I rari scrittori dialettali erano considerati dei tipi un po’ bizzarri, perduti dietro le loro ubbìe, gente che, comunque, era sempre meglio lasciar cuocere nel proprio brodo.

    Ben diversa è la situazione attuale in cui il dialetto è parlato poco e tende, invece, ad essere scritto molto, a trasformarsi cioè in una lingua prevalentemente letteraria.

    È a questo punto che sorgono quei problemi di grafia, sempre esistiti, anche quando gli scrittori erano pochi, ma che oggi si sono aggravati con il moltiplicarsi degli autori dialettali.

    Chi scrive in dialetto è, generalmente, un parlante il quale, soltanto quando prende in mano la penna, si accorge delle difficoltà alle quali va incontro. Ciò perché parlare una lingua non significa necessariamente saperla scrivere, come capita a chi, frequentando a lungo stati stranieri per ragioni di lavoro, riesce ad impadronirsi della lingua del paese ospitante pur restando assai lontano dal saperla scrivere.

    Così, anche l’aspirante scrittore dialettale, a poco a poco prende (o, almeno, dovrebbe prendere) coscienza che, come chi vuoi scrivere in francese o in inglese, deve conoscere le regole di quelle lingue, altrettanto deve fare per il dialetto dotato anch’esso, come tutte le lingue di questo mondo, di regole ortografiche, grammaticali e sintattiche sue proprie.

    Possiamo discutere fin che vogliamo su alcuni particolari tecnici come, ad esempio, se sia meglio rendere un certo suono dialettale con la j francese o con la x ligure o un certo altro con la œ (difficile da trovare in tipografia) o con la ö, ma certa è una cosa: chi vuol scrivere in dialetto deve porsi preliminarmente il problema della grafia e lo deve risolvere, da solo o con l’ausilio dei testi.

    Quando, come capita spesso, si vede che in certi brani dialettali, in prosa o in versi, la stessa parola - usata due o tre volte - è scritta in due o tre maniere diverse, è evidente che l’autore non si è posto minimamente il problema elementare della grafia che è poi, se vogliamo, anche un problema di serietà.

    Senza, naturalmente, voler imporre nulla a nessuno (anche se una certa grafia di base unificata sarebbe auspicabile) per Ventimiglia, c’è ad esempio la grammatica ad uso degli alunni dei Centri di Cultura Dialettale «Imparamu u ventemigliusu» preparata, a suo tempo, in collaborazione col dott. Azaretti, che può già essere considerata un punto di riferimento per l’aspirante scrittore.

    Non possiamo certo pretendere di esaurire un argomento così complesso in questa sede, dove, tra l’altro, non vi sarebbe nemmeno lo spazio per farlo, ma si possono, tuttavia, analizzare alcuni semplici casi, capaci di chiarire meglio la questione.

    È pacifico, ad esempio, che in dialetto, dobbiamo distinguere graficamente, perché hanno suoni diversi, la o di crovu “corvo” da quella di cröve “coprire” così come dobbiamo fare con la u di mura “mora” (frutto) e quella di müra “mula”.

    Per entrare, poi, in questioni un po’ più sottili, teřa “tela” è cosa diversa da térra “terra” così come mariu “marito” non è la stessa cosa di marriu “cattivo” (anche se, a volte, il marito può essere cattivo ... come cattiva può esserlo la moglie).

    Proseguendo con gli esempi, “sole” non ha nulla a che vedere con su’ (aggettivo possessivo), anche se si tratta di due omofoni, cioè di due parole che pronunciamo allo stesso modo, ma che scriviamo in maniera diversa perché diversa è la loro funzione grammaticale.

    E così, se vogliamo tradurre dall’italiano l’espressione “con la coda” non potremo scrivere cua cua, ma sarà bene, anche per ragioni di chiarezza, scrivere cu’a cua.

    Ma, volendo tradurre in dialetto le due frasi “se domani farà bel tempo, andrò a passeggio” e “si è fatto notte”, nel primo caso sarà corretto se duman farà belu, anderon a spassiu mentre, nel secondo, faremo bene a scrivere s’è fau nöte perché questi due se dialettali non hanno affatto lo stesso valore.

    Gli esempi potrebbero continuare, ma noi ci fermeremo qui per lasciare, a chi intende scrivere in dialetto, l’opportunità di riflettere su quanto siamo venuti dicendo in questa breve nota.

* * *

    Quando, sette anni fa, assieme ad un gruppo di persone appassionate della nostra parlata, si dette inizio all’esperienza dei corsi di dialettologia alla Unitré Intemelia (esperienza poi rivelatasi tutt’altro che inutile) non furono pochi gli scetticismi iniziali che si dovettero superare.

    Dato che il corso era frequentato soprattutto da dialettofoni, qualcuno pensava che, per chi già parla il dialetto, quelle lezioni fossero tempo perso.

    Poi, a poco a poco, ci si accorse che, anche per i parlanti, il discorso sul dialetto poteva rivelarsi interessante perché, in materia, vi sono da dire ancora molte cose. E non riguardanti soltanto la grafia, ma anche la grammatica e la sintassi, per non parlare delle affinità e delle differenze fra il nostro e gli altri dialetti e, addirittura, le altre lingue.

    Tutto ciò, senza trascurare l’esatto significato delle parole, il loro faticoso travaglio per adeguarsi ai tempi, e l’etimologia che sarebbe poi la loro storia, a volte avventurosa, a volte misteriosa.

    Un dato, quello etimologico, che non è soltanto una curiosità, ma che, spesso, ci è di aiuto per comprendere, pronunciare e scrivere correttamente le parole dialettali.

                                                                                                              Pubblicato su LA VOCE INTEMELIA del settembre 1990