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Categoria: SECOLI DI STORIA
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           SEICENTO

              CURIALE

  Stemma del vescovo Promontorio 

    La puntuale ricerca tra gli archivi vescovili ventimigliesi, prodotta da Nino Allaria Olivieri e pubblicata su LA VOCE INTEMELIA, si è interessata molto alla curia seicentesca, post Concilio.

 

           ln quel secolo la giurisdizione del Comune ventimigliese comprendeva gli ampi territori, con Airole, in Val Roia e tutta la bassa Val Nervia. Confinava a levante col comune di San Römu, a nord coi comuni di Dolceacqua e Penna, a ponente col torrente Garavano, alle porte di Mentone. Importante supporto al Comune erano le Otto Ville: Camporosso, San Biagio, Vallecrosia, Sasso, Vallebona, Borghetto, Soldano e Bordighera, che fornivano un terzo dei rappresentanti del Parlamento ed un terzo dei Sindaci. Queste erano amministrate da due Consoli nominati dal Comune e dovevano partecipare ad ogni sorta di gravame amministrativo, traendo scarsi benefici locali. Gli incarichi d’onore e gli uffici amministrativi venivano conferiti ai soli ventimigliesi: il Priore del Consiglio, il Governatore dell’Ospedale, l’Ufficio d’Annona, Ufficiali di Milizia, Maestri Razionali, Tesoriere, erano cavati dall’ordine dei Magnifici, per prepotente consuetudine. L’istituzione di quest’ordine, richiamata da costumi spagnoleggianti, ha portato la degenerazione pubblica della maggior parte della classe nobile. A causa dell’elevato costo per il sostentamento del presidio militare, la Repubblica pensò seriamente a smantellare le difese al Forte del Colle. L’intera cittadinanza, come i commissari inviati dalla Repubblica, in considerazione del ruolo strategico della città, avversarono il paventato smantellamento del Forte; destinando un nutrito gruppo di guarnigioni per il Ponente ligure. A Ventimiglia vennero distaccate trentadue compagnie per un totale di 2.795 uomini.

 

 

Il  vescovo  Stefano  Spinola

1602-1613

di Nino Allaria Olivieri

    Due anni dopo la morte del vescovo Francesco Galbiati (13 dicembre 1600 ) veniva eletto alla sede di Ventimiglia Giulio Stefano Ricordato. Di lui e del suo operato non resta documento alcuno: deficienza cartacea atta ad avvalorare la tesi dello storico Ughelli che, pur annoverando il Recordato tra i vescovi Ventimigliesi, ne fa dubbia la presenza. Fu, dopo la morte del Galbiati, il Vicario Capitolare, Ascanio Aprosio, a reggere la diocesi. Nei rescritti e nei decreti menziona, tuttavia, il Recordato.

    Il 15 aprile del 1602 viene inviato alla chiesa di Ventimiglia Stefano Spinola, genovese di nobile casato. Arriverà in Ventimiglia nel mese di maggio. Approda alla banchina della Marina sopra di una festuca della Repubblica Genovese. Ad accoglierlo è il Vicario Capitolare, quattro canonici e i sindaci della comunità.

    È un prete dell’ordine teatino: uomo pio, uso ai sacrifici e alla penitenza: profondo conoscitore delle sacre scritture e dottore in diritto. L’aspetto è macilento “et lenta la deambulazione, mite il dire “ qualità esteriori del vescovo che reggerà la diocesi per undici tormentati e difficili anni.

    Fu suo primo impegno il visitare la diocesi. Nel 1603 invia al capitolo, al clero e alle Confraternite il primo editto in cui detta le modalità delle visite e i tempi. Ai canonici e ai preti ordina di presentare le patenti di ordinazione e degli uffici loro spettanti. Controlla le decimazioni; corregge gli abusi; vieta i balli, i giuochi ai preti. Invia suoi osservatori presso ogni parrocchia per accertarsi attorno alla predicazione. Non teme di riprendere i sacerdoti inadempienti (vedi Criminalia).

    Consapevole che la Riforma può solo attuarsi con lo studio e la convinzione, con frequenti decreti, si scaglia contro le vane usanze e controlla i focolai di eresia calvinista, riaccesisi sulle terre della diocesi per la tolleranza dei Savoia. La fermezza lo spingerà a drastiche determinazioni.

    Sant’Agnes, Gorbio, Castellar, feudi decimali dei vescovi di Ventimiglia, per “Mura et potestate” sono in forse. I Signori Lascaris non si sottopongono a dovuta investitura e rifiutano di versare le decime vescovili. Riporta ordine nei feudi, impone nuove investitu­re, che “uso patruum et nobilium” concederà solennemente in catte­drale imponendo la spada e acco­gliendo giuramento di fedeltà. Stipula e rinnova gli accordi con la Comunità di Ventimiglia, con i Consoli di Sospello, di Tenda, di Briga. Affronta e risolve la vertenza lasciata insoluta dal Galbiati con i Monaci di San Ruffo e per le decime e per il diritto di “nullius Diócesis”. Per primo potrà visitare le chiese e i conventi sottoposti al dominio sabaudo. In Sospello nominerà un Vicario Generale con diritto di sentenza e amministrazione fiscale.

    Agli ostacoli risponde con ferma energia. Si trovava in visita pastorale in Mentone: il Priore del convento francescano e i Principi di Monaco, Ercole I, si oppongono alla visita. Spinola ricorre a Roma, scaglia scomunica ed interdetto. Il convento sarà abbattuto: due misere stamberghe sotto il tetto della cappella di Nostra Signora di Carnolese.

    In Castellar e in Mentone persiste con impressionante affermazione la credenza alle streghe: piccole sommosse, ferimenti ecc. si propagano nel vicariato; consapevole che i veri e duri decreti emanati non sortivano effetto, istituisce il tribunale inquisitorio: lui stesso interroga, condanna...

    L’esile figura fisica dello Spinola e la poca salute non lo distolsero dagli obblighi ufficiali: nel 1609 interveniva in Milano al Concilio Diocesano e Metropolitano: celebrò due sinodi diocesani, visitò, per due volte, ogni piccolo villaggio della diocesi.

    Morì in Genova il 22 dicembre 1613. Del vescovo Spinola, nel Chiostro di San Siro in Genova, si osservava un ritratto ad olio di ottima fattura seicentesca. Oggi il quadro è nel palazzo vescovile in Ventimiglia. sito a destra della sala che porta alla Curia.

    Il vescovo Stefano non sembra curarsi di chi entra: assorto in celestiale visione, occhi all’infinito, emunto nel viso ornato da barba rossiccia, mani diafane, in semplice veste liturgica.

    Un’arma episcopale e una scritta ricorda: “... Ne aplius lugeas, infelix Intemelium, tam proficui Pastoris mortem, multum libi vixit, qui semper totus tibi vixit in hoc solum mortalis et umanis quod tamen mori potuerit et cineferi qui coelestis potuis quam terrenumm videbantur. Obiit anno 1613”.

(Archivio Curia Vescovile-Ventimiglia)

 

    Non piangere oltre, o infelice Ventimiglia, la morte di tanto proficuo Pastore;-molto egli visse per te colui che sempre visse tutto per te. In questo solamente mortale e umano che tuttavia avrebbe potuto morire sembrando più celeste che terreno. Morì nel 1613.

LA VOCE INTEMELIA anno LII n. 4  - aprile 1997

 

 

Il comodato del

vescovo Spinola

Il lascito a Ventimiglia  -  1617

di Nino Allaria Olivieri

    La tragica fine del Vescovo di Ventimiglia, Gerolamo Curlo, nell’Isola di Corsica, non permetteva un lungo periodo di “diocesi vacante alla vetusta Diocesi Ventimigliese”.

    Il clero sospellese, sollecitato dall’Arcivescovo di Tarantasca, da alcuni del Capitolo della Cattedrale e dai Monaci di San Ruffo in Sospello, chiedeva lo smembramento dalla diocesi, sulla falsariga del periodo dello Scisma di Occidente.

    Il 30 giugno dell’anno 1616, trascorsi due mesi della morte del Curlo, papa Paolo V avoca se il complicato problema e con lettera nomina il nuovo vescovo di Ventimiglia.

    In Roma, aveva fama di teologo e giurista un chierico teatino congruato presso la chiesa di San Siro in Genova, in buona età, dal vivere umile e amato dai poveri. Il suo nome era “Nicoletto” della famiglia degli Spinola. Sua vera nobiltà era l’essere sacerdote ed attento seguace delle regole del fondatore.

    La nomina a vescovo non lo inorgoglì, anzi chiese lumi allo Spirito Santo; trovò la forza di accedere presso il Papa e fare il “grande rifiuto”; ma, il rifiuto uscì dalla bocca del Santo Padre: era volontà del cielo che lui Nicolò, andasse a “pascere un gregge da antico tempo divoto a Dio”.

    Essere vescovo fu fonte di non indifferenti problemi abitativi, economici e di rappresentanza. Lui povero membro in una Congregazione avrebbe vissuto povero e contento del poco.

    Di ben altro parere era il di lui fratello, il nobile Claudio Spinola che, nella nomina del fratello a vescovo, scorgeva un nuovo titolo di nobiltà da aggiungere al blasone Spinola. Ideò di nobilitare il congiunto con il praticare “il comodato” cioè dare in prestito gratuito beni propri senza imporre tasse o balzelli, con obbligo di restituzione.

    A metà aprile, assistito dal notaio Lavaglino di Genova, nella Casa Nobile di Abitazione, Spinola, presente il vescovo Nicolò, nel salone del piano di mezzo, detta un lungo elenco di beni usufruibili, deteriorabili e di ottima fattura; altra cessione sono le argenterie da tavola e da rappresentanza.

    Il “Comodato” viene accolto con espressione di fraterna riconoscenza, tuttavia, a conferma dell’accettazione e del buon uso, il Vescovo sottoscrive la nota e a modo dei prelati giura portandosi la mano sul petto.

    A fine giugno, da Genova salpa un battello di rappresentanza che issa bandiera degli Spinola. Il nuovo vescovo è a bordo e con lui le robe comodate.

    Ad attenderlo alla Porta Marina sono i canonici e il clero venuto dalle vicine parrocchie. È un tripudio ed un ringraziamento al Santo Padre per il nuovo dono. Scriverà il canonico cronista sul Diario Capitolare: «Oggi con canti di giubilo ha fatto sua entrata il nuovo vescovo. Che Dio lo conservi».

    Il Nuovo Vescovo, nella sua breve permanenza in Diocesi, riuscì a portare a termine alcune riforme intraprese dal predecessore Stefano Spinola; consacrò alcune chiese, eresse a parrocchie piccole rettorie e attese alla formazione del clero. Con non lievi ostacoli diede un regolamento liturgico al Capitolo. Fu diplomatico nelle relazioni con i Grimaldi di Monaco.

    La sua permanenza in Diocesi fu breve, Erano trascorsi appena cinque anni dalla nomina che una malattia di petto lo rapì all’affetto dei suoi diocesani.

    Francesco Gandolfo fu suo degno successore e in parte lo imitò nel magistero. Fu durante il breve periodo di sede vacante che si dovette registrare uno scontro tra il Capitolo e il nobile Claudio Spinola, che a pieno diritto domandava venisse praticato in tutto il “Comodato” vale a dire la restituzione dei beni comodati al fratello e alla diocesi.

    All’opposizione del Capitolo, il Claudio fece ricorso alla Camera Apostolica, presentò gli atti notarili e le note dei beni comodati.

    Al Capitolo pervenne pergamena ingiuntiva emessa in Roma, sottoscritta da due Cardinali che tempo trenta giorni al richiedente venisse presentata una nota «veritiera e completa di tutti gli oggetti in argento propri agli Spinola».

    Soddisfatto dell’esito il nobile Claudio si dichiarava con atto notarile disposto a lasciare in Ventimiglia ogni oggetto ligneo: tavole, sedie, letti, tovaglie: il tutto a nome del fratello vescovo Nicolò.

 

 

LA GRANDE

SCOMUNICA

1626  

                                                                                                                           di Nino Allaria Olivieri

Giò. Francesco da Porto Maurizio, conte di Ricaldone e Vescovo di Ventimiglia nei dieci anni di reggenza (1623-1633), ebbe ad affrontare problemi di una tale complessità politica, che, a mala pena, riuscì a sfiorarli.

Non furono solamente vertenze ecclesiastiche, in parte risolte con fermezza ed imposizioni giustificate; fu il campo della politica di quegli anni a rivelare e a sconvolgere poi il suo carattere ed a fargli esprimere apertamente il suo pensiero.

Benché nativo di terra genovesana, allo scoppio delle ostilità tra la Repubblica di Genova e il Principe Carlo Emanuele I si schierò con questi. Non mancò di offrire buoni servigi per i quali ottenne per se ed i suoi i feudi di Malazzo e di Ricaldone. Ogni occasione era buona pur di ostacolare o punire la tracotanza genovese.

Il 21 Maggio del 1626, giorno dell’Ascensione, un brigantino noleggiato dal Monsignor Bonzi, di origine fiorentina e Vescovo di Bisier, provincia Gallica, veleggiava nello specchio d’acqua antistante Bordighera.

Un forte vento contrario costrinse il brigantino alla fonda nella baia di N. S. della Rotta. Le manovre vennero seguite dalla torre «di osservo da li soldati all’uopo» i quali «edotti da lo tempo passato» si armarono per un arrembaggio e atto di pirateria. Pochi giorni prima del fatto, un brigantino ben armato «metteva timore alle barche della Riviera, si credeva essere quello di Tolone che pochi giorni prima aveva svaligiato alcuni battelli». Era dunque giustificabile una azione di difesa.

Il Capitano Giacomo Sant’Orecchia fece armare e salpare la sua lancia: erano con lui il Caporal Giorgio Cesare Sant’Orecchia corso, Horazio Penóla, sergente genovese; Antonio Arrigo e Battista Arrigo, Marco Pavanea detto il carnaio, Angelo Gianchero e Bernardino Allavena tutti di Bordighera; completava la ciurma un Baudino di San Remo e molti soldati di terra e di mare.

L’arrembaggio fu fulmineo ed inumano. Si legge nella relazione: « ... in esso essendovi la persona di Mons. Bonzi, vescovo di Bisiers, non solo non si astennero dall’impetuosa violenza con tutto che Egli fosse in abito episcopale e supplice protestavasi di esser Vescovo et amico, ma come ministri pessimi del Diavolo più volte in capo lo percossero, togliendo li denari, robbe et armi, ferendo alcuni dei suoi marinari e senza haver riguardo alla persona sua sacrosanta et dignità episcopale lo condussero prigione alla Bordighera, e quindi a Ventimiglia con grandissimo scandalo de fedeli».

L’energico Vescovo Gandolfo, letto l’atto del Notaio e accertatosi dei fatti, commina una scomunica e poiché trattasi di un vescovo sarà una scomunica “maggiore”. Ordina ai preti della Diocesi che la scomunica sia promulgata secondo il rito in tutte le chiese con suono di campana ed estinzione della candela gettata in terra.

Il 25 dello stesso mese fa seguire un monitoriale con conseguente scomunica a tutti coloro che in una qualsiasi maniera siano in possesso dei beni, delle “robbe” e delle armi del Vescovo Bonzi.

A nome suo, del clero e dei fedeli, porge scuse al malcapitato confratello vescovo. La scomunica mette in allarme il senato di Genova il quale, con prudenza, interviene presso il Vicario Generale della Diocesi con lettera oppositoria ai fatti.

Si riafferma del frequente assalto alle barche della Riviera da parte di brigantini; si dichiara vero che i soldati avessero posto l’arrembaggio, ma per nulla aver percosso il vescovo e che lo stesso si sia reso conto di un errore; che avendolo preso prigioniero l’avessero poi riverito e onorato; che lo stesso Commissario si fosse umiliato a far scuse ai famigli e soldati della scorta e della veridicità ne sia prova che lo stesso Vescovo Gandolfo ottenne dal confratello offeso atto di perdono per «li delinguenti» e dal Commissario liberamente ebbe il lasciapassare per Monaco. E poiché una tale oppositoria sarebbe rimasta lettera morta, ben conoscendo il pensiero del Vescovo Gandolfo e, a rivalsa, il senato genovese ricorre al Papa.

Il 25 Giugno 1626, ingannati dall’esposto del Senato sulla veridicità dei fatti, tra le altre osservazioni, i curiali romani scrivono al Vescovo Gandolfo: «La signorìa vostra a cui di ciò è stato supplicato da Cotesto Repubblica e Senato, che noi con l’autorità di questa Santa Sede che vi si dà con la presente gli assolviate con minor qualche penitenza salutare a vostro arbitrio. Fattelo dunque. State sano».

Il vescovo Gandolfo non mosse palpebre. Era scomunica e scomunica aveva a rimanere.

Quale Vescovo, conosceva i fatti ed i soprusi molto frequenti, ai quali dovevano sottostare i ventimigliesi causa l’alterigia del Commissario genovese Benedetto Spinola. A lui, Commissario della Repubblica di Genova, nel mese di febbraio del 1626 aveva fulminato una censura per «aver dato il tormento della corda ad un soldato fatto estrarre dalla Cattedrale durante i sacri uffici». Tanta punizione e per di più fatta in luogo sacro meritava l’intervento del vescovo Gandolfo.

Dal Senato si ricorre a Roma e da Roma per non intorbidire le incerte relazioni politiche, si unisce alla supplica per il Vescovo di Bisier, il consiglio di clemenza per il Commissario Spinola.

Si legge: «...Sua Santità si è degnata gratificare la Sud. Rep. con ordinare, che data prima per detto Spinola la debita soddisfazione, voi l’assolviate privatamente con imporgli una penitenza salutare a vostro arbitrio così da esser quiete, con l’autorità che ve ne dà la presente. Et state sano ...».

... E l’energico vescovo stette sano, senza minimamente flettere dal suo operato.

(Archivio Vescovile, Filza 19, Anni 1623-26 - Diversorum)

 LA VOCE INTEMELIA anno XLVII n. 4  - aprile 1992

 

 

Il vescovo Gandolfo e la peste del 1630    

                                                                                                                                              di Nino Allaria Olivieri

    Agli inizi del 1628 una nuova ondata di peste invadeva la Liguria; nella Lunigiana si segnarono i primi casi all’inizio del mese di maggio; altre notizie, purtroppo allarmanti, venivano dalla Provenza e dalla città di Lione. Unico rimedio per il Magistrato della Sanità fu ancora quello di allertare le città rivierasche e i grossi nuclei abitativi della zona di Ponente. Si elessero i magistrati della Sanità cui si concessero pieni poteri. Anche la città di Ventimiglia ebbe le sue guardie e due posti di controllo sorsero sulla strada romea di Latte e nelle adiacenze di Porta Canarda.

    Agli uomini della sanità si doveva ricorrere per il “libello sanitario o cedola”; erano controllate le uscite delle persone e delle merci.

    Le imposizioni non sortirono gli effetti desiderati, perché coloro che si trovavano in posizione di privilegio per censo, di famiglia o di religione, per non soggiacere a controlli non mancarono di escogitare sotterfugi a danno della salute pubblica.

Una categoria che non seppe sottostare alle leggi e a numerosi divieti furono non pochi ecclesiastici: i frati regolari e i questuanti «et alcuni uomini di ordini detti i misericordianti».

    Di tali abusi una lettera della Curia Romana ne fa edotta la stessa Magistratura della Sanità e lo stesso Vescovo Gandolfo.

    Con lettera del 31 Agosto 1630, da Roma, il Cardinale Onofrio scrive al vescovo: «Non pochi ecclesiastici e religiosi tentano di introdursi furtivamente, senza boletta e vengono da posti banditi, senza dichiararsi sospetti di carriaggio (sic). Per quanto nella sua Città e diocesi ella abbia notizia che regolari, sia di qualsiasi ordine, congregazione, o istituto capitano senza boletta di sanità e obbedienza dei superiori, procuri di farlo carcerare e punirlo severamente per esempio degli altri secondo stimerà conveniente ...».

    Il 7 ottobre, poiché si accrescono gli abusi, un’altra lettera dello stesso Cardinale Onofrio ordina al vescovo ‘Gandolfo di usare ogni punizione propria dello stato laicale «esclusa la pena di morte o altre pene ripugnanti alla pietà dei sacri canoni».

È consigliato al vescovo la pena della scomunica, della sospensione a divinis, la privazioe dei benefici di officio e di dignità. Potranno essere applicate pene pecuniarie e corporali «citra mortem».

    Il Vescovo Gandolfo così pressato, il 16 di dicembre emana solennemente «la Tavola della Sanità» per gli ecclesiastici, religiosi e qualsiasi essere posto sotto la Corte Vescovile.

Sono dieci capitoli, i quali resteranno noti quale «tavola o decalogo nel periodo di calamità».

    Inizia coll’esprimere ai Canonici, ai Prepositi, ai curati e a-gli aventi cura d’anime il rammarico dei suoi amministrati di non attendere alle leggi del Magistrato della Sanità.

    Preannunzia le pene spirituali e pecuniarie «a chi di qualsiasi dignità e ordine d’ora in poi non si attenesse alle sue disposizioni».

    Vuole sotto pena di scomunica che i «Capituli» siano letti ai fedeli. Sono dieci; l’uno si interseca agli altri; si aggirano in sottigliezze, senza lasciare dubbio di incomprensioni o della minima chiarezza. Sono rivolti al clero diocesano e a tutti gli nella diocesi.

    Si proibisce il pentirsi «ove si fosse scoperta o avuta notizia di peste ed entrare in Diocesi senza fede o patente di sanità. Nessun ecclesiastico ardisca metter piede nel territorio della Diocesi se passato in luoghi sospetti o creduti infetti, ancorché in possesso di boletta».

    Occorre l’espressa licenza del Magistrato della Sanità. La Boletta di ogni religioso deve recare nome, cognome, patria, statura, età, pelo, effige e contrassegni. Ai «rastrelli di Sanità» non si conceda libero transito se la «boletta» ha più di venti giorni di rilascio. Chi porterà boletta falsa, manomessa, con firme illeggibili, corretta, comprata, imprestata, firme di sanitari di fuori diocesi, dovrà essere fermato ai «rastrelli» e quanto prima consegnato alla Corte Vescovile. Altre pene a quei religiosi od ecclesiastici che ardiscono imprestare e regalare bolette.

    Si proibisce di introdurre qualsiasi minima mercanzia o robbe nuove o vecchie, anche se si asserisce di provenienza non infetta.

    Sotto pena spirituale a giudizio del Vescovo sarà punito ogni religioso che darà allloggioa persona di dubbia provenieza; non si dia cibo o bere, né si ardisca tenere alcuno per guida o per aiuto.

    Si fa obbligo a chi fosse a conoscenza di religiosi entrati furtivamente in Diocesi di farne denuncia al Vescovo, che quanto prima a norma delle licenze concessagli, non mancherà di una condanna pecuniaria rituale.

    Anche i «Dieci Capituli della Sanità» sono disattesi. Non ecclesiastici della stessa diocesi di Ventimiglia eludono ogni controllo sanitario della sanità e lasciate le vie romee, per strade traverse escono dalla diocesi privi di boletta. Colti in fallo, con sentenza perentoria sono sospesi a divinis e privati del beneficio.

    Tre religiosi francescani provenienti da Nizza eludono i due cancelli di sanità a Latte e a Porta Canarda. Si presentano in città; denunciati e fatti prigionieri, immediatamente sonono giudicati e condannati alla secolarizzazione; al superiore, per non aver osservato i «Capituli», la sospensione del mandato.

(Archivio Vescovile, Filzǽ N. 257)

 

 

mons. Mauro Promontorio

1654      

                                                                                                                              di Nino Allaria Olivieri

    Il 27 ottobre 1654, festa dei santi Simone e Giuda sul calar della sera, una nave genovese, battente il pavese della Repubblica e della Santa Sede, appare al largo in direzione della foce del Roia. La sosta è breve, si avvicina lentamente; dalla Fortezza sparano le bombarde; le campane della città suonano a festa. Il Capitolo, il clero delle ville e i confratelli delle Congregazioni, allineati sulle sponde del fiume, attendono per dare il benvenuto al nuovo Vescovo.

    Lo sbarco è sollecito: si forma una lunga processione che si inerpica alla Cattedrale. Al nuovo presule, il nobile e dotto Onorato Sperone dice dell’allegrezza di tutta la città.

Mauro Promontorio nacque in Genova da Angelo Pio e Brialta Salvago, nobile dama genovese. Ebbe a battesimo padrino il vescovo di Sarzana, mons. Salvago e madrina Monedia Maddalena, gentil donna sarzanese.

    Adolescente frequentò per lo studio delle lettere la scuola dei Padri della Congregazione della Pietà; giovanetto passerà tra i Monaci di San Benedetto della Congregazione cassinese; era l’anno 1639. Fu tanto l’impegno che avanzò brillantemente nello studio da essere dispensato per due anni dalla rettorica. Venne impegnato alla lettura degli Atti e della Sacra Scrittura nelle scuole di Milano, Pavia e Cesena. Il suo modo di declamare venne a tanta fama da essere richiesto primo lettore di S. Scritture in San Paolo in Roma. “Pervenuta la fama delle di lui virtù al Papa Innocenzo X e, trovandosi la diocesi di Ventimiglia senza pastore, lo volle inviare in questa diocesi “.

    Fu tale la stima del Papa Innocenzo X che di persona volle presenziare agli esami assieme agli esaminatori Cardinale Bramiano e Padre Cursis.

    Il 24 giugno 1654 in San Paolo venne consacrato dal cardinale Francescotti. La sua fama e la sua prudenza dovevano illustrare la chiesa ventimigliese nei trentuno anni di sua reggenza.

    Restaurò in Ventimiglia tre Monasteri, uno dentro le mura e due fuori. Mancava un monastero femminile; fu suo impegno chiamare le Suore Clarisse e per la loro abitazione intraprese e seguì in ogni particolare la costruzione del nuovo convento, che volle a lato della chiesa Cattedrale.

    Il Seminario languiva in molte ristrettezze: da papa Alessandro III ottenne il beneficio abbaziale della Bordighera. Stese un rigoroso regolamento sia per il seminario, che per le Clarisse: chiamò in Sospello, città soggetta alla diocesi, i padri Dottrinari ed impose l’apertura di una scuola per l’educazione dei giovani. Riuscì in seguito a lavorio diplomatico a ricongiungere Monaco alla Diocesi: si interpose giudice nelle vertenze fra Tenda, Briga e Triora nell’annosa lite per i pascoli. Ma sua opera politica fu il saper trattenere più volte a scongiurare i pericoli e le minacce di guerre tra Genova e i Savoia.

    Fu amatissimo della solitudine e ritiratissimo all’estremo: mai fu visto sulle piazze; era sua abitudine recarsi ai monasteri maschili delle città; predilesse quello di san Agostino “dove pare abbia maggior genio avendo nelle chiese di esso fatta fabbricare una Cappella a San Annoso Abate, introducendovi la devozione e godendo (nonostante che sia molto provveduto di libri) il trattenersi alla Aprosiana”.

    Uomo di grandi virtù non fu dotato di ottima salute. Spesso si ritirava nella villa di Latte travagliato dalla gotta, male ereditario, e dalla ipocondria “che per lui servì come speciale grazia di Dio”. Fu prelato umanissimo verso tutti e amico dei poveri.

    Morì in Ventimiglia, nel misero episcopio, tra dolori e preghiere: volle essere sepolto nella Chiesa cattedrale, nella sepoltura da lui erettasi non poco distante dall’Altare maggiore che a sue spese decretò sorgesse in ottimo marmo ornato da artistica figura di Maria Assunta. Era l’anno 1685.

LA VOCE INTEMELIA anno LII n. 9  - settembre 1997

  

RESTAURI  ALLA

CATTEDRALE

1606          

                                                                                                                                                        di Nino Allaria Olivieri

    Il 21 del mese di Giugno del 1606, il Vescovo Stefano Spinola nel palazzo di sua residenza stipula con contratto con i Mastri murari Giobatta e Nicolao Giuana di Dolceacqua per urgenti rifacimenti e risistemazione della Chiesa Cattedrale.

    La scelta dei Giauna e la fiducia nel loro operato fu oltremodo oculata: ottimi e pratici maestri di arte muraria e scalpellinatori, tenevano cantieri sulla Riviera di Ponente; un documento posteriore (1616) li afferma attivi forgiatori e fornitori di pietra quadra nella costruzione del ponte di accesso alla Città.

    La stipula del contratto è preceduta da due sopralluoghi e valutazioni, a cui lo stesso Spinola non mancherà di contrapporre personali giudizi e detterà alcune necessarie modificazioni.

    Il contratto è suddiviso in due settori: il lavoro di restauro e l’impegno e modalità di pagamento con relativi obblighi in caso di inadempienza dall’una e dall’altra parte. È scritto in «volgare sermone», richiesto dai Giauna, «ad eam plenam intelligentiam».

    I restauri da apportarsi alla Cattedrale sono: accomodare quelle parti del tetto sopra il coro affinché la Fabrica non riprenda umido e aprire e formare le finestrine della Cupola del Coro.

    Far rientrare e drizzare il solare dell’organo sopra il coro; imboccare e «inalbare con suo lustro tutto il coro e tutta la navata di mezzo, da ogni parte, sino alla Porta Grande»; «tirare nel coro e lungo la navata una cornice identica agli esemplari ancora esistenti in coro»; «per ogni arco, incluso l’arco della Sedia Episcopale, si riempiranno li muri sopra della cornice dall’una e dall’altra parte della Chiesa formandovi li suoi bisquadrì di lunghezza e altezza a proporzione e secondo i porzione però della Chiesa». Ogni bisquadro avrà i fogli di rilievo in stocco; tutti i capitelli saranno rifatti; si quadreranno quei pilastri «che ne avranno bisogno e chiuderanno tutti li pertuggi della navata»; in stucco si farà un grande ornato e proporzionato all’arco della navata della chiesa «per dipingervi l’Assunzione della Madonna». A tal fine i Giauna prov­vederanno «di ponte il pittore»; una mezzaluna sarà aperta sopra la porta grande; un frontespizio - il disegno resta allegato all’atto di stipula - sorgerà «dentro la Chiesa e staccato ove abbisogna».

La rilettura delle opere richieste difficilmente può rappresentare lo statu quo in cui si trovava la Cattedrale agli inizi del 1600. Destano interesse, tuttavia, la richiesta apertura delle finestrelle del coro e la dichiarata presenza dell’organo sopra il coro con relativa tribuna. Altro particolare interesse storico è il decretato grande stucco al centro della navata, dentro cui si sarebbe dipinta «la Madonna Assunta»; di altro interesse resta il maestoso portale all’interno della Chiesa stessa.

    Potrebbe dubitarsi di una esecuzione avvenuta, se riportati impegni dall’una e l’altra parte e le dichiarazioni notarili di pagamenti in parte o in tutto avvenute, non fossero conferma che il tutto venne portato a suo termine nel tempo stabilito.

    I Giauna si impegnavano ad iniziare i lavori entro quindici giorni «e portarli a suo fine; avrebbero tenuto in continuazione in cantiere quattro mastri murari per ‘tutta la durata dei lavori, legnami di palcatura e utensili competevano ai Giauna. Il Vescovo, in caso di non adempienza o di malattia, a spesa dei Giauna avrebbe liberamente decretato il prosieguo della fabrica con altri mastri murari.

    Da sua parte, i Vescovo accettava «per pagamento dì detta opera passare ai predetti Giauna, fratelli, libre 400 moneta genovese, della quali sino dal presente ne ha pagato libre 200 alla presenza di me notaro testimonio».

    Il Notaio annota di avere di persona «numerato più fiate e versato ai Giauna in tanta moneta, parte in oro e parte d’argento, moneta sborsata da G.B. Aprosìo, Cantore e Depositario delle Multe».

    A metà lavori sarebbero state versate libre 100 e altre 100 alla fine dell’opera.

    Grava sul Vescovo un obbligo: «sarà tenuto detto mons. Vescovo provvedere e mettere tutta la calce, arena e acqua che a detta opera sarà necessaria, condotta alla Porta della Chiesa». Di riscontro i Giauna non avessero «compiute tutte le predette cose, saranno tenuti alla restituzione dei danni che hanno causato».                        (“Decretum” filz. 13, anno 1606, a. c. vesc.)

LA VOCE INTEMELIA anno L  n. 1  - gennaio 1995