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Categoria: SECOLI DI STORIA
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Quattrocento dissoluto

Ceriana - Bajardo - Castellaro

CACCIA

ALLE STREGHE

 

    Sulla stregoneria, in questo estremo Ponente di Liguria, i ricalcati trasferimenti di memorie, attivate e accumulate nel tempo, hanno definito alcune tipicità collegate soltanto alle vicende di determinati villaggi, quasi che, nel rimanente territorio, l’argomento non sia mai stato presente e attivo.

    Quando si parla dei processi alle streghe, attivati nel XVI secolo, la memoria corre a Triora, borgo che da questo argomento ha assunto un’identità marcante, mettendo in costante evidenza quanto accaduto nell’ottobre dell’anno 1587, allorché il Vicario del Vescovo di Albenga, curia a cui apparteneva tutta la Valle Argentina, diede inizio allo scellerato dibattimento.

    Nella Diocesi di Ventimiglia, fin dal 1579 erano iniziati i processi alle streghe nei luoghi di Bajardo e di Ceriana, che proseguirono fino al 1622, col processo a Peirineta Raibaudo, in Castellaro di Mentone; accusata di stregoneria e giustiziata.

    Lo storico Girolamo Rossi tratta ampiamente del fatto, sulla sua nota “Storia della Città di Ventimiglia”, esposizione che trovate riportata integralmente qui.

    All’inizio del XV secolo, chiuso il funesto Scisma d’Occidente, l’azione del papato si è rivolta con intensità verso la completa eliminazione di eresie e dubbie credenze popolari, che trovò concretezza nella bolla “Summis desiderantes” del 5 dicembre 1484, seguita dalla pubblicazione del “Malleus maleficarum”, entrambe rivolte alla inquisizione attiva in Germania, ma di fatto affidabili protocolli per la universale “caccia alle streghe” , fin d’allora in atto.

    Autore ed ispiratore di questi due documenti, papa Innocenzo VIII, il genovese Giovanbattista Cybo, aveva agito sulla traccia predisposta da altri due pontefici liguri: Niccolò V, il sarzanese Tomaso Parentucelli, dal 1447 al ‘55, e poi, Sisto IV, Francesco Della Rovere di Celle Ligure, dal 1471 all’84; intercalati da personalità conformi, pur non liguri.

    Dopo di lui, altri due capi della Chiesa ebbero origine nel genovesato: Giulio II, l’albisolese Giuliano Della Rovere, dal 1503 al ‘13, e Urbano VII, Giovan Battista De Marini Castagna, che governò per pochi giorni nel 1521, mentre la caccia alle streghe continuava imperterrita.

    Deceduto Innocenzo VIII, la conclusione del XV secolo ha trovato al governo curiale, in Roma, Alessandro Borgia, con la sua scandalosa condotta di vita, che però non lo ostacolava nel sostegno verso la ricercata eliminazione della stregoneria.

    I valori degli amministratori di quel periodo storico erano uniformati, nel nepotismo e nella simonia, a tutti i livelli di responsabilità. La Diocesi di Ventimiglia, intanto che dava un’incessante e adeguata caccia alle streghe, veniva amministrata da figli o nipoti di cardinali, tra i quali spicca la figura di Alessandro Fregoso, o Campofregoso che fosse; intanto che il padre si ingegnava assumere il ruolo di Doge, in Genova.

    Comportamenti così diffusi che attivarono la predicazione del Savonarola e innescarono la “Riforma luterana”, fino a produrre un tardivo Concilio di Trento e una Controriforma, della quale si erano avute significative esperienze in quel XV secolo, quando si erano posti argini al paventato culto delle acque; allorché nel nostro territorio abbiamo assistito alla richiesta della ridondante decorazione di N.S. del Fontano a Briga e all’esaurirsi del “miracoloso” sgorgare dell’acqua dall’eptagramma della cattedrale ventimigliese, nella vigilia dell’Assunta, proprio per assecondare quel disegno.

  

strìa                  strega  - maga malefica

léndera             f/ donna di magia

bàzura              maga benefica  - fattucchiera benefica  - fata

màsca               strega  - maga neutra | dall’arabo màskara |

striùn                 mago

 

cùrsu                 stregone

fautüréira          fattucchiera  - maga

fautüràiru          fattucchiere  - mago

pòrta ma’          iettatore  - menagramo

archimìsta         alchimista  - occultista

còrnu de l’ùntu  contenitore della sostanza untuosa, adoperata per incantesimi, celato sotto il focolare dalla strega.

 

striunarìa          stregoneria   - fattucchieria

bestégiu            malocchio  - sortilegio

faitüra               fattura  - incantesimo

mařefìziu           sortilegio  - maleficio

magìcuřa          formula magica

tařismàn            carattere, figura, oggetto, formula, creduti magici

 

amařià              incantare

astrianà             stregare

abazurà            affascinare  - ammaliare

bestegià            provocare sortilegio

afaitürà             affatturare  - ammaliare

 

astrianàu           stregato maleficamente

abasuràu          stregato beneficamente

afaitüràu           stregato sentimentalmente  - infatuato

bestegiàu          gravato da sortilegio

 

 

 

Castellaro di Mentone

PROCESSO  DI STREGONERIA

A PEIRINETA RAIBAUDO

 

    Gio. Francesco Gandolfo da Porto Maurizio, già referendario dell’una e dell’altra segnatura nella corte pontificia e quindi vice legato a Ferrara, fu scelto a successore dello Spinola il 23 marzo del 1623. E sotto il suo vescovato ho riservato a tener parola di una delle terribili piaghe da cui andò afflitta l’Europa tutta, voglio dire della credenza nelle streghe, il fondo dei quali spauracchi erano chimere, create da immaginazioni traviate, da monomanie favoreggiate da grossolane passioni e da pregiudizi nutriti appo la ignara moltitudine per opera di pochi tristi che ne profittavano. Già nelle citate costituzioni sinodali tenute dal vescovo Vaccari si trova apposita rubrica,1 che accenna ai sortilegi. - Ma i processi più antichi che abbia rinvenuti appartengono all’ultimo scorcio del XVI secolo quando era vescovo il Galbiati, il cui vicario dell’inquisizione procedeva nel 1579 contro Giacomina Aicardo, Pietrina la Polina, Maria Molinari e Mariettina Ansermi incolpate come fatturiere d’aver fatto venire delle tempeste e d’aver fatto sortilegi. - Menò più rumore il processo acceso nel 1588 nel luogo di Baiardo contro Marietta Ausenda da fra Paolo inquisitore, assistito dal vice-gerente Jacopo De-Grossi. Interrogata essa se fosse mai andata nel corso, rispose affermativamente nell’epoca che essa si trovava a Ceriana, andandovi tre volte la settimana in compagnia di molti altri, preceduti dalla croce che toglievano dalla chiesa parrocchiale, che il capo avea potere di estrarre dalla chiesa anche a porte chiuse. - Interrogata però se avesse mai rinnegata la fede ed il battesimo, se avesse mai calpestata la croce o fosse intervenuta a tresche notturne, negò recisamente, benché sottoposta alla tortura, il che forse le procurò l’assoluzione, di cui non appare, essendo incompleto il documento che mi venne alle mani.  L’arrivo invece del vescovo Gandolfo nella diocesi era segnato da uno di quei lagrimosi processi, per cui era andato famoso pochi anni addietro in Milano il nome della strega Caterina Medici di Broni. In Castellaro, ridente ma povero paesello che si estolle un quattrocento circa metri sul livello del mare a spalle del luogo di Mentone, era stato iniziato il 5 settembre del 1622 un processo contro cinque sventurate femmine, di cui la protagonista si chiamava Peirineta Raibaudo, incriminata di un gran numero di delitti immaginari, cioè d’aver fatto morire ragazzi con malefici, di correre in corso sotto forma di gatta e d’aver avuto commercio col diavolo vestito di color rosso.

    A nulla valsero le favorevoli deposizioni del rettore del luogo D. Bernardino Balauco, che asseriva credere la Raibaudo scema di cervello, il vice fiscale Gabriele Peglione, sedendo pro tribunali davanti l’illustre Francesco Lascàris signore del luogo, ricorrendo alla tortura strappava all’infelice Peirineta, che essa era solita far unguento con polvere di rospo, sangue di dragone e ossa di morti, e che con esso ungeva un bastone di avellano per potere andare in corso; che una volta il diavolo l’avea portata in aria sino al luogo di Castellare il vecchio, dove depostala in un androne, in cui sedevano due individui chiamati Miran e Barraban, l’aveano costretta a rinnegare Dio, la Vergine, i santi e che quest’ultimo facendole un segno sulla fronte le avea tolto i segni del battesimo e della cresima; che era solita andare alle congreghe notturne che si teneano ora nei campi di Ventimiglia, ora nelle terre di Mentone all’ora della mezzanotte, dove intervenivano femmine di Dolceacqua, di Camporosso, di Ventimiglia, di Mentone, di Gorbie, di Sant’Agnes, di Castellaro, di Castiglione tutte col viso coperto e dove, dopo aver cenato e ballato, si concedevano a tali eccessi che il processo registra; ma che il pudore vieta di riferire. Il giorno ultimo di gennaio del 1623 il giudice Cristoforo Cumis pronunciava la sentenza, in cui l’infelice Peirineta Raibaudo veniva condannata ad essere strangolata ad un palo in luogo pubblico e quindi ad essere abbruciata: il martirio però fu ancora lungo, poiché fu preceduto dalla solenne abiura, da lei fatta il 9 marzo nella chiesa di San Pietro con l’intervento di D. Giulio Ricci dottore in leggi e vicario foraneo; ne l’esecuzione ebbe luogo che il giorno 13 novembre, in cui la Raibaudo assistita dai P. Alfonso di Spezia e P. Agostino di Genova, preceduta dalla compagnia della Misericordia, andò al luogo del supplizio, eretto davanti la chiesuola di Sant’Antonio, e quivi strangolata per mano del carnefice, venne tosto come mosca abbruciata e le sue ceneri furono sparse al vento.2 Si è già detto nel capitolo XV della parte presa dal vescovo Gandolfo nella guerra scoppiata fra la repubblica di Genova e il duca di Savoia; aggiungerò ora parere indubitato, che egli favorì in queste pratiche le parti del duca, più di quello che lo permettesse la qualità di suddito genovese: e mentre infatti il senato facea trattenere prigioni i due fratelli del vescovo, come sospetti di tradimento, il duca Carlo Emanuele I, in testimonio dei buoni uffici prestatigli dai fratelli Gandolfo, in peculiar modo dal vescovo, nobilitava la loro famiglia investendola dei feudi di Molazzo e Ricaldone ; e dubitando, non senza ragione, delle sevizie cui sarebbe andato incontro il prelato, ne proponeva alla santa sede il tramutamento da Ventimiglia ad Alba.

 

NOTE:

1) Ecco il testo della rubrica  - De sortilegiis et maleficiis  - Quia subversi a diabulo captivi teneantur qui relicto Creatore suo, diabuli suffragia quaerant et ideirco mundari a tali peste debetur Ecclesia sancta domini, statuimus et prohibemus quod nulla malefica, nulla incantatrix, nulla damnatrix persona maleficium aliquod proalicujus mulieris pregnantis abortu procuretur, partus vel concipiendi auferatur vel impediatur facultas, vel quidvis uxor nequeat ... matrimoniabile commisceri ut aliquid impedimentum sequatur vel alio modo sive incantationibus sive maleficiis aliquem offenderà in personis vel bonis ultra poenam 25 lib. pro qualibet vice, si noverit reveletur nobis vel Vicario nostro infra octo dierum spatium vel incantationem vel divinationum executarum in civitate et discesi Vintimilii.

2) Ho cavato i pochi particolari ili questo processo dal manoscritto col titolo: Atti per il fisco giurisditionalle del presente Castellaro inquirente contro Peirinetta vidua fu Gioan Raibaudi etc. Christophoro Cumis fiscale, posseduto dal fu D. Lombari Zaccaria arciprete di Sospello, concedutomi in imprestito nell’aprile 1876.

 

 

XV secolo

Un vescovo del dogato genovese, a Ventimiglia

ALESSANDRO

F R E G O S O

    Ultimo vescovo del secolo XV è Alessandro Fregoso, del quale si può scrivere molto a proposito il noto adagio: in cauda venenum. Benché figlio naturale di Paolo Fregoso, arcivescovo, cardinale e doge della città di Genova e ingolfato in una vita affatto secolaresca, trovò modo di farsi eleggere vescovo di questa chiesa da papa Innocenze VIII, il 7 marzo del 1487. Audacissimo capo parte della fazione che combatteva gli Adorno era appena eletto vescovo, che andava come governatore a Savona 1 e fatto ritorno poco dopo a Ventimiglia, riduceva il palazzo vescovile in un ritrovo di cospiratori, non disdegnando quando stringenti bisogni di denaro lo sorprendevano, di mettere in pegno l’anello, il pastorale e gli stessi vasi sacri.2 Chi il crederebbe ?  Uomo così fatto trovava ancor tempo per procedere con rigore contro gli eretici; e nel giugno del 1487 inviava in Briga l’inquisitore fra Girolamo, al quale il duca Filiberto di Savoia intimava di non passare ad atti di sorta, senza l’intervento del bailo o di qualche probo viro del comune.3 Non si deve omettere, come egli acconsentendo alle istanze fattegli da fra Giovanni Battista Poggio, vicario generale dell’ordine degli Agostiniani scalzi, intervenisse il 7 marzo dell’anno 1487, nel luogo denominato la Bastita, posto ad oriente del fiume Roia, per ivi collocare la prima pietra del grandioso convento di N.D della Consolazione, che lasciò quindi il nome al sobborgo ora appellato Sant’Agostino. - Esisteva quivi, ed era annessa al novello tempio, l’antica chiesuola dedicata a San Simeone. - Il tredici agosto dell’anno 1500, il vescovo Fregoso, che da due giorni avea fatto ritorno in città da una delle sue abituali escursioni, radunava il capitolo della cattedrale, e l’undici settembre ripartiva. Il taccuino da dove ho attinto queste date, non registra la causa della straordinaria convocazione; però da quel giorno non si hanno più notizie del turbolento prelato sino al 1502, in cui egli rinunciava alla sede, ut politicis negotiis vacaret, dice l’Ughelli.

    È da dubitare però, che una tale rinunzia fosse affatto disinteressata; poiché il successore, che veniva da un povero vescovato, alcuni anni addietro, avea ottenuto dal vicario generale del Fregoso licenza di visitare la diocesi; e in tempi di tanto lacrimevoli abusi per la chiesa, non si guardava tanto pel minuto ne’ moventi di così fatte rinunzie: fatto è che il 24 gennaio dell’anno 1502 venne nominato vescovo Domenico Vaccari, traslocato dalla sede di Noli, che per le esigue sue rendite era stata allora aggregata al vescovato di Savona. - Il Vaccari tenne il sinodo diocesano; e sotto di lui veniva fondato (7 febb. 1503) il convento dell’Annunziata dei padri Minori osservanti, previo il consenso di Luigi XII re di Francia, al quale era allora soggetta Ventimiglia.4

    Si ergeva questo a un trar di balestra fuori della porta occidentale della città, sopra una cresta stagliata di monte, che mena a precipizio nel mare. - Era quivi una chiesuola, con annesso ospizio, dedicata a San Lazzaro, di proprietà del capitolo della cattedrale, che ne faceva cessione al P. Giovanni De Costa, commissario oltramontano dell’ordine, per uso e comodo del nuovo convento da erigersi, mediante un convenuto compenso.5 Il vescovo Vaccari s’industriò nel 1506 di rappacificare gli uomini di Tenda, Briga e Sospello in gravi dissensioni coi Ventimigliesi; e nel 1509, non si conosce per quale motivo, scagliava sulla città l’interdetto. Oltre al vescovato, era egli investito della commenda della chiesa dei Ss. Nazario e Celso in Genova, del qual tempio si rendeva benemerito con rilevanti opere di restauro, come da iscrizione riportata dal Paganetti; egli moriva il 20 febbraio dell’anno 1511.6

    Scrive il Guicciardini che papa Giulio II, rimandava nel 1511 il Fregoso alla antica sede di Ventimiglia, coll’intendimento di suscitare travagli e difficoltà al re di Francia, signore di Genova;7 e quanto operasse l’intrigante ed irrequieto prelato, ci è riferito dall’annalista genovese Casoni:«Alessandro Fregoso vescovo di Ventimiglia, più passionato per la grandezza temporale di sua casa, che per lo ufficio suo pastorale, conoscendo quanto a tutti i cittadini di Genova riuscissero odiose le qualità del governatore regio, trainò con alcuni di ammazzarlo improvvisamente, per chiamare allo stesso tempo alle armi il popolo. - Ma entrato occultamente nella città, mentre preparava la esecuzione, scoperto da uno dei congiurati, si diede in precipitosa fuga, inseguito però per cammino, e preso nella terra di Rossiglione, fu inviato prigione a Milano, ove rinserrato in quel castello, ne uscì poi in libertà per la mutazione del governo che seguì assai presto in quello stato.8 Cionullameno egli continuò a ritenere il vescovato e il 20 aprile dell’anno 1518, consacrata la chiesa collegiata di Tenda, dopo cui passava ad una seconda rinunzia del vescovato, per farsi condottiere d’un corpo di due mila fanti, assoldati con l’oro avuto segretamente da papa Leone X, che aspirava ad occupare Ferrara, posseduta da Alfonso d’Este;9 ed in quel!’anno medesimo moriva colla celata in capo, che più gli conveniva della mitria pastorale, così lungamente deturpata.

 

NOTE:

1) VERZELLINO  - Delle memorie di Savona, pag. 375.

2/3) BEGHELLI  - Grimaldi Lascàris, pag. 10 e 33.

4) Di questa adunanza sinodale conserva memoria un frammento di codice cartaceo, composto di 25 pagine, dove al capitolo: De presbiteris non celebrent nisi unam missam, si legge: Pro bono statu Xmi domini nostri Franchorum regis sub cuius dominio civitas Vintimilii in tranquillo et pacifico statu gubernatur.

5) Questo risulta da una bolla di Leone X del 14 marzo 1517, segnata Bembus, diretta al P. guardiano dei frati minori di San Francesco di Ventimiglia, conservata nell’Archivio capitolare, pergamena n. 16.

6) Il Piaggio riferisce l’iscrizione posta sulla sua tomba, su cui il prelato era stato raffigurato in basso rilievo: Sepulchrum M.R.D. Dominici de Vaccariisn - Episcopi Vintimiliensis et commendatarius Praepositus huius ecclesiae  - MDXI die XX feb.

7) Storia d’Italia, anno 1511.

8) Annali di Genova, anno 1511.

9) GUICCIARDINI  - Storia d’Italia, anno 1519.