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Categoria: TRADIZIONI INTEMELIE
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Solstizio d’inverno

 

U  T’APIAIXE U  PRESEPIU ?

 

Lari  domestici  e  statuine

la antica tradizione figulinaia ponentina

 

PRESEPIU E SIGILLARIA

    Negli scavi effettuati dagli archeologi nella “Città Nervina”, ma soprattutto nei rinvenimenti occasionali capitati agli agricoltori delle Asse, mentre vangavano le morbide arene, sono venuti alla luce innumerevoli sigilla, ossia : quelle statuette in terracotta, rappresentazioni dei Lari domestici; che molte famiglie nervine conservano gelosamente. Nel tempo, l’abbondanza dei ritrovamenti ha messo anche in movimento il mercato illecito dell’antiquariato.

    I Lari sono figure della mitologia romana che rappresentano gli spiriti protettori degli antenati defunti che, secondo le tradizioni, vegliavano sul buon andamento della famiglia,  delle attività in generale, mentre dividono con i Penati la protezione della proprietà famigliare.

I più diffusi erano i familiares, che rappresentavano gli antenati. L’antenato veniva raffigurato con una statuetta, di terracotta o di cera, chiamata sigillum. Tali statuette venivano collocate in apposite nicchie a forma di capanna e, in particolari occasioni, onorate con l’accensione di una fiammella.

    Introdotta da Caligola, nei Saturnali, in prossimità del Solstizio d’inverno, il 20 dicembre, si svolgeva la festa detta “Sigillaria”, durante la quale i parenti si scambiavano in dono i “sigilla” dei familiari defunti durante l’anno. In attesa della celebrazione, il compito dei bimbi delle famiglie riunite nella casa patriarcale, era quello di lucidare le statuette e disporle, secondo la loro fantasia, in un piccolo recinto nel quale si rappresentava un ambiente bucolico in miniatura.

    Nella vigilia della festa, dinnanzi al recinto bucolico dei Lari, la famiglia si riuniva per invocare la protezione degli avi e lasciare ciotole con cibo e vino. Il mattino seguente, al posto delle ciotole, i bambini trovavano giocattoli e dolci, “portati” dai loro trapassati nonni e bisnonni.

    Dal IV secolo, dopo l’assunzione del potere nell’impero, nel giro di pochi secoli i cristiani tramutarono le feste tradizionali in feste cristiane, mantenendone i riti e le date, ma mutando i nomi ed i significati religiosi. Essendo una tradizione molto antica e particolarmente sentita (perché rivolta al ricordo dei familiari defunti), il presepe sopravvisse nella cultura rurale con il significato originario almeno fino al XV secolo e, all’interno delle nostre Vallate, ben oltre, anche dopo l’intervento francescano del XIII secolo.

 

Antico larario

    Dopo l’istituzione delle feste Sigillaria, in Roma, i Sæpta Iulia erano diventati anche sede di una sorta di mercato temporaneo dove si esponevano, in stand a forma di piccole capanne, doni da offrire in occasione delle feste: «Si innalzavano delle impalcature di legno dinanzi alle pareti dei Sæpta e vi si esponevano, nelle piccole capanne, veri e propri presepi, dentro le quali si collocavano le immagini degli dei Lari, protettori della Famiglia, insieme con altre statuette (sigilla) di cera, gesso o argilla, che i Romani si offrivano in dono scambievolmente durante la festività, accompagnandole con libri, vasi di vetro, coppe di argento, gemme incise, perle, monili, scatole di avorio, ecc.»

    Tra i doni scambiati nei giorni precedenti il Solstizio invernale, erano molto presenti le candele, per il loro simbolismo di luce. Nei giorni nostri ritroviamo le candele sull’albero di Natale.

    Se si pensa che ancor oggi il grande mercato temporaneo di Roma per le feste natalizie (che sono notoriamente la prosecuzione cristiana dei Saturnali), si svolge a Piazza Navona, che si trova a due passi dai Sæpta, sembra di poter notare qui un altro dei numerosi fenomeni di persistenza nell’uso del territorio.

    Per il Ponente Ligure, la produzione ed il mercato più importante per i sigilla è sempre stato Albissola, dove operavano famosi “figulinai”, prima e dopo l’istituzione del presepe.

 

 

Il dies natali Solis Invicti

    Nel 272, Aureliano riuscì a riunificare l’impero grazie al provvidenziale aiuto  della città stato di Emesa. L’appoggio dei sacerdoti di Emesa, cultori del dio Sol Invictus, ben dispose l’imperatore verso il culto di quella divinità solare.

    In seguito, nel 274, Aureliano trasferì a Roma i sacerdoti del dio Sol Invictus e ufficializzò il culto solare di Emesa, edificando un tempio sulle pendici del Quirinale e creando un nuovo corpo di sacerdoti (pontifex solis invicti). Comunque, al di là dei motivi di gratitudine personale, l’adozione del culto del Sol Invictus fu vista da Aureliano come un forte elemento di coesione dato che, in varie forme, il culto del Sole era presente in tutte le regioni dell’impero. Sebbene il Sol Invictus di Aureliano non sia ufficialmente identificato con Mitra, richiama molto del mitraismo, compresa l’iconografia del dio rappresentato come un giovane senza barba.

    Aureliano consacrò il tempio del Sol Invictus il 25 dicembre del 274, in una festa chiamata dies natalis Solis Invicti, “Giorno di nascita del Sole Invitto”, facendo del dio-sole la principale divinità del suo impero ed indossando egli stesso una corona a raggi. Quella festa divenne sempre più importante, innestandosi, sulla festa romana più antica dei Saturnali.

    Anche l’imperatore Costantino fu un cultore del Dio Sole, in qualità di Pontifex Maximus. Egli, inoltre, raffigurò il Sol Invicuts sulla sua monetazione ufficiale, definendo la divinità come compagno dell’imperatore.

    Con un decreto del 7 marzo del 321, Costantino stabilì che il primo giorno della settimana, il giorno del Sole, dies solis, doveva essere dedicato al riposo. Abbracciando la fede cristiana, nel 330, l’imperatore ufficializzò per la prima volta il festeggiamento cristiano della natività di Gesù, che con un decreto fu fatta coincidere con la festività pagana della nascita del Sole. Il “Natale Invitto” divenne il “Natale” cristiano. Nel 337, papa Giulio I ufficializzò la data del Natale da parte della Chiesa Cristiana. Il 3 novembre 383, il giorno di riposo settimanale, il dies solis, viene rinominato dies dominicus.

        Macrobio ci ricorda di come, nell’antica Roma, durante le feste Saturnali ci si scambiavano candele di cera, per rammentale la “aurea ætas”, quando il popolo si era elevato da una vita informe e priva di luce, giungendo alla conoscenza delle arti liberali.


    Invece, la produzione dei “sigilla” risalirebbe all’epoca, nella quale Ercole attraversò l’Italia, accompagnando i buoi sottratti a Gerione. Sollecitato dagli Italici sull’argomento dei sacrifici, li consigliò di non offrire a Saturno vittime umane, ma statuette d’argilla antropomorfe, i sigilla appunto, venerando la divinità con lumi accesi.

    Ercole giocò sul significato greco di “phota”, che vuol dire “uomo”, ma anche “luci”. Da questo episodio derivava l’usanza di scambiarsi candele e di fabbricare, vendere e regalare statuette di argilla, durante i Saturnali.

 

 

Che l’iconografia del bambinello nella mangiatoia possa essere riferita all’astro solare ri-nascente, nell’atto di riprendere il suo cammino in cielo verso lo zenit boreale, che raggiungerà in estate, e rimarcato dalla presenza, dietro la testa del bambinello, di una corona di raggi solari, che non sono soltanto, indice di santità cristiana. Statuine figulinare col medesimo soggetto erano esposte nei templi romani del III e IV secolo.

 

 

PRESEPE  A  GRECCIO

    Nei primi giorni d’agosto dell’anno 1220, San Francesco sbarcava a Venezia, di ritorno dall’Egitto, dove aveva incontrato il sultano Melek el-Kamel, discendente del grande Saladino. San Francesco si trattenne un anno in Terrasanta, disponendosi ad un tentativo di dialogo interreligioso, fra una cristianità che esprimeva sprezzo per i cosiddetti “infedeli”, verso un mondo arabo che si mostrava indifferente al “diverso”, etichettandolo come inferiore e imperfetto.

    Resosi conto dell’impossibilità di dialogo, che avrebbe precluso  una qualche sicurezza, ai pellegrini cristiani, durante la visita ai Luoghi Santi; il grande San Francesco propose l’idea di considerare “luogo sacro” una qualunque contrada delle Terre Cristiane, dove si producesse la struttura materiale, o anche soltanto spirituale, dei fatti suggeriti dai Vangeli.

    Dal luglio del 1223, ritiratosi nell’eremo di Fonte Colombo, con alcuni fratelli, Francesco provvedeva alla stesura della “Regola dell’Ordine”; quindi, passando dall’eremo di Greccio, il 10 dicembre 1223, predisponeva la rappresentazione della Natività in grotta, realizzando il primo Presepio cristiano della storia.

    L’idea di San Francesco sulla modularità dei “Luoghi Sacri” veniva applicata in sostanza, trasformando la tradizione pagana della “sigillaria”, in quella cristiana del “presepe”, che avrebbe trasferito in ogni casa della cristianità, il “mistero” della grotta di Betlemme, come se si fosse stati presenti nella Basilica della Natività, in una Palestina ormai araba, per tutto il periodo, corrente dal 24 dicembre, fino all’Epifania, il  6 gennaio successivo.

 

I  SANTÚI

                                                                                                                                           Luigin Maccario

    Nelle nostre case, l’allestimento dell’albero di Natale ha tolto molto spazio alla tradizione del presepe, la quale invece, trova nuovo vigore nelle chiese e negli oratori. Nelle case, il presepe era mantenuto fino al giorno della Candelora.

    Il “nostro” presépiu, nelle vallate si chiama a créscia ma per allestirlo si usano sempre i santùi, i quali, se sono di buona fattura o in ceramica, si chiamano e fegüřìne, se per contro, sono in scadente terra cotta, si dicono i macàchi.

    Tra gli animali, essenziali in un consono allestimento, c’è: u gàlétu che segnala l’alba in piena notte, segnando l’eccezionalità dell’evento; ma anche a cràvéta, i agnéli, e pégure, l’aréu o u mautùn, che fanno corte a u Bö e a l’Áse, installati dentro a Bàrma.

    I personaggi indispensabili sono: u Bambìn, a Madòna e san Giousé, con l’Ángeřu, in elevazione presso u Steřùn, detto anche a stéřa cuéta. Se l’angelo suona la tromba si chiama Bufarùn.

    Non possono però mancare i tre pastori: u Rapìtu o Ravìu, quello più avanzato verso la sacra culla, inginocchiato a braccia larghe, con l’espressione estatica; u Bertumé inchinato, con l’agnello vivo ad armacollo, oltre a u Zeřìndu, ritto, intabarrato è morto di freddo.

    Tra le figure femminili troviamo a Bonadòna, inginocchiata presso la culla è a Léna, la pastora ritta, con la pecora al fianco, oltre a a Zeřìnda, ritta, intabarrata e morta di freddo. Nelle vallate, questa ed il compagno pastore vengono detti Geřìnda e Geřìndu.

    Ma troviamo anche: u Françuà, il pastore voltato a chiamare gli altri nell’accampamento; u Bastiàn, quello accovacciato tra gli stabbi, che soffia sul fuoco; oltre a u Benìn, il giovane che dorme disteso e sereno, perché lui la scena del Natale la sta sognando.

    Ritto e con la capretta per mano: u Razü non è un vero pastore ma rappresenta in particulà, così come u Pivié, che se ne sta ritto suonando a pìva. Non può mancare Margaridun, la contadina a cavallo dell’asino. Tra le figure comprimarie locali, di origine provenzale, spicca a Pesciàira, la pescivendola; a Fiřéira, la filatrice con conocchia e a Rustéira, la rostitrice di castagne, ma anche l’Amulita, l’arrotino di origini piemontesi.

    Nella stalla all’interno de a Bàrma, spicca a Grüpia, la mangiatoia a rastrelliera, mentre nel paesaggio si notano e Caséte arabe del paese di Betlemme con u Deversöriu, l’albergo, a caravan serraglio, dove l’umanità godereccia ha negato ospitalità alla vergine partoriente, oltre a u müřìn o u defìziu, aggiunti in omaggio all’imprenditoria artigiana.

    Per l’Epifania saranno aggiunti: u cavàlu de Merchiù, con u Mòuru, il valletto arabo che regge le redini, u camélu di Gàsparu e u drumedàriu di Bardassà.

    Merchiù, il re inginocchiato, porta uno scrigno pieno d’òuru. I suoi capelli e la barba sono grigi. Rappresenta la razza bianca e la vecchiaia. Gàspà, rappresenta i Semiti e l’età matura; porta a mìrra che serve per imbalsamare, o forse soltanto cannella. Bardassà è u Re Mouru, che tra le mani giunte tiene u cibòriu con l’encénsu. Rappresenta la razza africana e la gioventù.

    Nel paesaggio, allestito con u papé maciàu, la carta da pacchi a colori mimetici e accessoriato con u papé stagnöřa, per imitare l’acqua, capeggia u maciaférru, lo scarto di fonderia che imita le rocce, rivestito de u sfàgnu, il muschio e farcito de a bùrra, lo stoppaccio tessile per imitare la neve.

    Il tutto è sormontato da u papé cu’e stéře, grandi quantità di carta azzurra, punteggiata di stelle, che non dimenticano di illuminare anche u pontétu, immancabile per attraversare il ruscello e u pùssu, situato al centro del paese.

                                                                                               LA VOCE INTEMELIA - gennaio 2003