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Categoria: TRADIZIONI INTEMELIE
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VAL NERVIA

 

Sfottò  Paesani

  

 

      Dalle ricerche condotte da don Guido Pastor nell’idioma parlato a Buggio, si possono trarre interessantissimi aneddoti e sfottò tradizionali, della vita condotta dalle popolazioni della Val Nervia, storicamente vissuti tra divisioni prodotte da conquiste di Signori e di Stati, che hanno segnato i loro costumi e le tradizioni, in ogni epoca.

    I Castelïssi ricordano volentieri ai Bïxignöři la loro mania di portare in processione, la già imponente statua di San Giovanni eccessivamente sollevata. Lo faranno in segno di rilevanza verso il santo, ma risulta un’operazione esagerata per la logistica delle viuzze da percorrere; tipici “carrùgi” liguri sormontati da volte e voltini ad altezze variabili.
 
       La statua ritrae San Giovanni col braccio alzato, nell’atto di battezzare il capo de Cristo, con l’acqua del Giordano, sicché la mano è situata molto più in alto della santa testa ed è difficilmente gestibile dai portatori, impediti dalla voluminosità della “cassa”. (*)
           
Pare che sia stato un Castelïssu ad aver evitato l’irreversibile rovina della santa mano, gridando ai portatori che stavano per urtare una volta meno strategica delle altre: Asbasciàiřu ch’u trìca.
 
 
      Allora i Bïxignöři si consolano esternando la diceria che aleggia sul battesimo dei Castelïssi. Pare che vengano battezzati con l’acqua non proprio limpida del Lagu Pigu e sembra che l’officiante sia il Diavolo in persona. Oppure li apostrofavano con: “Castelïssi, schïra cùpe d’a malùra”, dove la cùpa rappresenta il recipiente col quale vengono nutriti gli animali nella stalla.
 
 
      I Pignaschi definiscono i Castelïssi:  “Teste astivàe”, col significato di “piene di fumo”. Nell’impresa di affumicare le castagne, sui graticci, per seccarle, dentro gli appositi casoni, chiamati “cae föghéne”, al momento di entrarvi per rivoltarle, entro quei dati tempi, si impregnavano le vesti di fumo, ma sopratutto la testa, tenuta evidentemente proprio sopra i graticci, si riempiva di fumo: “astivanduse”.
 
 
       Per i Pignaschi lo sfottò verso i Bïxignöři, loro sottoposti fin dalla dominazione Sabauda, si limita ad un succinto “Batò”, legato sempre alla gigantesca statua di San Giovanni.   A loro i Bïxignöři  ribattono: “‘Sa matìn chi, ghe sei passài derêr ař campařìn ?”, che era come dire che loro le sparano grosse e non sanno quello che dicono, giacché è impossibile passare dietro il campanile pignasco, come invece loro hanno, imprudentemente, storicamente affermato.


 
 
      Allora i Pignàschi rincarano la dose: “Bïxignöři, arrubàta Véschëvi”, riferendosi all’episodio capitato ad Antò deř Pairetuné. Quando i vescovi andavano a visitare Buggio, potevano servirsi dell’Onibu, soltanto fino a Pigna; poi era compito dei Bïxignöři organizzare il trasferimento finale con una bestia da basto, opportunamente attrezzata.
 
       Il vescovo montava in “sella” e la comitiva si avviava lungo la Rivaira, recitando il Rosario. Quella volta erano giunti al terzo mistero doloroso, quando la bestia, scivolando sul lastricato di un guado, ha dato uno scarto improvviso. Il vescovo poco pratico di cavalcare i basti da soma, è finito disteso sul selciato.
 
         
Ma, non è finita, a questa provocazione, i Bïxignöři tengono di riserva: “Pignaschéti gluriùsi, tésta giànca e chïe merdùsi”.
 
          
Au Bïjxe, i sciàca e prïxe cu’a machina da chïxe. È lo sfottò meno gradito dai Bïxignöři, giacché propone di notare la forma industriale usata in quell’attività, non proprio esaltante.


 
 
     Un furto di arance combinato al Prevosto di Isolabona, ha dato vita agli sfottò verso i Lisurénchi. I due ladruncoli, accortisi che due paesani li inseguivano, si sono andati a nascondere nel cimitero, ma mentre superavano, affannati, la scaletta d’ingresso, due arance gli sono cadute a terra.
 
     Al momento, non se ne sono curati, infatti si spartivano la refurtiva, valutando di aver seminato gli inseguitori, che invece stavano perlustrando proprio la porta del cimitero. I due ricordandosi delle arance cadute, che in dialetto risultano “maschili”, dissero:”De cheli dui ch’ë sun in scià porta, se ne pigliàmu ün per’ün”.
      
I due inseguitori, per evitare di dover fare a botte per poche arance “sgraffignate” al Parroco, se la dettero a gambe, ma da quel giorno i Lisurénchi vengono chiamati: “Pòpulu de l’ungia”.
 
     Questo sfottò lo hanno sempre puntigliosamente rimarcato; come quella volta che portarono in processione l’artistico ed imponente crocifisso della Confraternita dei Bianchi, in un Raduno diocesano indetto a San Giovanni dei Prati.
 
     Stavano per giungere sulla spianata, straripante di popolazione nervina, che ossequiava il vescovo, quando l’officiante che accoglieva i fedeli in arrivo, presentandoli al pubblico si rivolse verso di loro con la magnificante frase: “Oh, popolo che giungi da lungi ... “
      
Il Priore dei Bianchi non ha neppure fatto terminare la frase, e rivolgendosi al portatore del crocifisso intimava: “O Bedò, e gira ‘su Cristu, che se n’andaighému ...”.


        
Negli anni Ottanta del Novecento, i Lisurénchi hanno scoperto che il portico del loro Santuario intitolato alla Madonna delle Grazie era stato rifatto sul modello di uno precedente, Cinquecentesco, affrescato dal Canavesio, che propone un complicato “Albero della Vita”, col ritratto del re David nell’atto di suonare l’arpa.
        
Da questo complicato particolare hanno saputo trarre e sviluppare un rinomato festival mondiale per quel prezioso e delicato strumento musicale; invitando ogni anno, nel ristrutturato castello Doria, i migliori talenti universali fra i suonatori d’arpa.
         
In vallata non hanno perso tempo a bollare questa loro importante scelta, incominciando a definire i Lisurénchi: popolo dell’arpa; giacché quello strumento si suona proprio con le medesime unghie e col gesto che hanno caratterizzato il passato del villaggio, ... semmai fissandoli ed esaltandoli.

        Ad Apricale, il Bardacò: confratello che conduceva la processione, guidando i movimenti del baldacchino, al sortire dal dedalo di vicoli sulla piazza aperta, resosi conto della ridotta partecipazione di fedeli, ha apostrofato i confratelli:”Fiòi, ven d’andà rairi, perché ghe semu pochi”.   F. Lacqua
 
 
      Anche i Camporossini sono legati ad uno sfottò inerente al battesimo, che recita: “Campurussìn de l’àrima pérsa, porta u Cristu a la revérsa, batezai cun l’àiga de gé, che nisciün i pö ve’ “.  A questo, poco gradito tema, i Camporossini rispondono: “Portiřu ben, pòrtiřu ma’, tantu ti u devui sempre purtà”.
 
 
       Camporosso non ne esce bene neppure dal confronto estetico, che trova a vertice Dolceacqua: “Pigna a l’è béla, Duzàiga a l’è in spřendûr, Campurùssu u l’è in cagavûr”. Questa eccellenza territoriale i vicini di borgo la contemperano chiamando “baunéi” i Duçaighin, per intendere che parlano sovente a sproposito.
 

 
      A conclusione, sveliamo quello che gli abitanti di Val Nervia recitano ai Ventimigliesi, già da qualche secolo, rivelato in questo caso dai Burdigòti: Ventemìglia, térra antiga, che de bòi nu’ ghe ne trìga; tüti chéli ch’i ghe nàsce i sun fìgli de bagàsce; tüti cheli ch’i ghe sun, i sun da manegu de bastùn.
 
 
 
(*) L’episodio ha poi assunto valore letterario nelle opere di Francesco Biamonti; trasferito però in una improbabile Dolceacqua, dove ha assunto, quale primario protagonista, il piccolo cherubino che sovrasta una statua, estensione dello spoglio tronco d’alloro al quale è legato San Sebastiano.

 

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             Amelia Allavena Lorenzi ci ha fatto conoscere queste rime e detti pignaschi:

 

Avànti che e gente en la ciàssa
 
 e nu’ sàce ciï lòche dìe,
 
 u camparîn u fâ e ciïche.

 

A l’Ave Maria deréira
 
 béla figlia retiréiřa,
 
 chela ch’a nu’ se retìra
 
 e màsche i a se piglia.

 

Tra nöira e madòřa,
 
 tempésta e gragnöra.

 

Anche tra Valli diverse, che erano collegate da funzionali mulattiere, non manca materiale per questa ricerca. Da buon Airörencu, Mauro Riceputi ci ha informato su una storiella che vede per protagonisti i pignaschi; non mancando di farci sapere come i pignaschi rendevano l’onore:

 

 

O Pignaschi, cantài tïti
 
 l’è nasciïu ina vignairöra

 

Airörenchi, taglia venchi
 
 a bancheta suta a scařa,
 
 u segliun sute u barcun
 
 o, che bela urassiun.

 

                 Buggio                                                   Castelvittorio                                                      Pigna

                Isolabona                                                     Dolceacqua                                                   Camporosso