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Categoria: TRADIZIONI INTEMELIE
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ANNO VECCHIO E TEMPO NUOVO

 

LEGATI  AL  NATALE  I  SANTI  DI  FINE  PERIODO

       In ambito di solstizio, a seguito del Natale, l’uomo del Medioevo ha voluto celebrare alcuni santi particolarmente legati al diffondersi del Cristianesimo. Il 26 dicembre, commemora con festività di precetto: Santo Stefano, il protomartire che ha trovato notevole simpatia sul nostro territorio. Era molto antica la chiesetta posta sul tracciato della strada romana, “in ripa flumen” a monte di Peglia; meta delle medievali “cantegore”, processioni propiziatorie del tempo.1

       A partire dal IV secolo dell’Era Volgare, onde subentrare nelle celebrazioni solstiziali dedicate ad Janus Pater: artefice dell’umanità, della natura e dell’universo, tipica divinità italica; è stato chiamato San Giovanni Apostolo ed Evangelista. 2

        Giano è raffigurato coi due volti, uno di giovane e uno di vecchio, caratteri che l’apostolo Giovanni unifica, essendo stato descritto giovinetto nel Vangelo, per ritrovarsi poi vecchio nell’Apocalisse e vegliardo immortale nella tradizione cristiana, che lo vuole ancora vivente in attesa della Seconda Venuta del Cristo.

       Il nostro Medioevo è stato sensibile nel commemorare i Santissimi Innocenti, il giorno 28, richiamandosi alla strage perpetrata da re Erode, sui neonati maschi della Giudea, allo scopo di mantenere il potere. 3

        A chiusura dell’anno, l’ultimo giorno, l’apparato ecclesiale ha invece posto quel San Silvestro papa che, quale trentatreesimo vescovo di Roma, nell’anno 325, pare abbia ottenuto la conversione dell’imperatore Costantino, avvicinandolo al battesimo, non senza ottenere la cospicua donazione, riportata nel manipolato Constitutum Sylvestri.

 

IL GIOCO D’AZZARDO

       Negli Statuti medievali di molti comuni del Ponente ligure, il gioco d’azzardo, specialmente se condotto coi dadi, era severamente proibito ed avversato con pesanti sanzioni pecuniarie, fino ad arrivare al carcere per coloro che fossero recidivi.

        Soltanto dalla festività di San Tommaso, il 21 dicembre, era consentito il gioco d’azzardo, licenza che durava, in qualche caso, fino al Capodanno ed in altri fino all’Epifania.

        Erano questi i retaggi dell’antico mito di Saturno e della corrispondente Età dell’Oro, in auge ancor prima dell’avvento di Roma. Giacché, ancora in periodo imperiale, durante i Saturnali, la statua della divinità presente nei templi veniva fasciata ed al suo posto governava quei giorni il “rex Saturnaliorum”, un sacerdote che veniva infine simbolicamente immolato per dare fine al ciclo cosmico, a termine del quale la divinità creativa ritornerà sulla terra a ripristinare quell’Età. In questa luce si situa l’usanza romana di permettere il gioco d’azzardo soltanto durante i Saturnali. 4

        I Romani avevano identificato Saturno con la loro Fortuna, espressione di una volontà divina e non del capriccio del caso, mettendolo in stretta connessione col gioco d’azzardo, sicché, al gioco era connessa anche la festa dei “Larentalia” che si celebrava il 23 dicembre, ultimo giorno dei Saturnali, legato alla leggenda di Acca Larentia. 5

        Sarebbero state queste le radici delle tombole natalizie, sbiadito ricordo dei gioco rituale legato ai Saturnali. Attestato dagli Statuti di Apricale del 1430, “… a vigilia nativitatis Domini ad epiphaniam possit ludere ad avelanas”, nei giorni che correvano dal Natale all’Epifania, era usanza giocare con le nocciole, attorno al fuoco.

        La tradizione per la quale gli antichi popoli mediterranei sospendevano ogni lite durante i quattordici giorni a cavallo del solstizio invernale, potrebbe aver radici profonde persino nel nostro costume. 6

 

L’ATTUALE CAPODANNO

        Premesso che almeno fino al 1797, il capodanno, secondo lo stile ambrosiano, in questo nostro territorio si identificava con la Natività, del 25 dicembre; 7  non sono molti decenni nei quali il giorno in cui l’anno ha inizio abbia iniziato a essere festeggiato con veglioni in attesa della fatidica mezzanotte.

        Quella che oggi si identifica come la notte di fine anno nella tradizione era una delle tante serate che si passavano in veglia presso il fuoco propiziatore, continuando a celebrare il Solstizio invernale, per evocare la prossima ancor lontana primavera.

        Neppure gli sgradevoli botti dei petardi facevano parte del nostro costume, a parte quelli prodotti dalle castagne, gettate a bella posta nel falò senza la provvidenziale incisione della buccia. In realtà, con i festeggiamenti del Capodanno più che dare l’addio all’anno vecchio si intendeva salutare il nuovo Sole, nato da pochi giorni, da una settimana appena, quando già mostrava sensibilmente di voler tornare alto nel cielo.

         Il grande falò, che ardeva mantenuto da grossi ceppi, rappresentava il prosecutore della luce, del calore, insomma della stessa vita. Dalle faville che emanavano dal ceppo si traevano presagi per l’annata futura: cominciando dal primo giorno dell’anno e, giudicando il suo comportamento meteorologico, si traevano auspici sulla pioggia, i venti e la siccità. I primi dodici giorni dell’anno, messi in memoria, quali previsioni sull’andamento stagionale agricolo, sono ancora detti i duzàiri, anche se il loro nome deriva dai primi undici giorni di novembre, che furono per secoli i veri duzàiri, come abbiamo a suo tempo appurato.

        Una delle tradizioni di quella notte, almeno fino agli Anni Trenta, era quella di scambiarsi ed assaggiare, intorno al fuoco, in piazza, i scunföghi, biscotti al miele guarniti da sciacümi e secümi, cioè noci, nocciole, mandorle, oppure fichi secchi e zezìbu. Ancora oggi, in Val Verbone, vengono preparati quei dolci.

 

L’EPIFANIA

        Nel Cristianesimo nascente, l’Epifania era, dopo la Pasqua, la festa più solenne. Vi si celebrava la nascita di Gesù, la concomitante adorazione dei Magi, il battesimo di Cristo ad opera del precursore Giovanni e anche il miracolo delle nozze di Caana. 8

        Il significato del termine greco phainein è “apparire” e da esso deriva epiphaneia, cioè “apparizione”, e questo termine serviva ad evidenziare, appunto, le prime circostanze che manifestarono agli uomini la potenza e la divinità del Cristo.

        Poiché, ancora nel Medioevo, anche l’Epifania veniva dalle nostre genti considerata un transito, un passaggio, il termine ebraico “pasqua”, inteso appunto in quel significato, compare nel nome dialettale della festività: Pàsca Pifània.

        Riferita agli ancestrali riti solari e lunari, l’Epifania si collega con la tradizione locale verso San Sebastiano, il venti di gennaio: è infatti in questo lasso di tempo che l’astro solare e la luna decidono di tornare a convivere armoniosamente. Le processioni attraverso i campi, effettuate dalle comunità della Val Nervia trasportando un albero d’alloro adorno di colorate nebule, ad imitazione di frutti come arance, limoni e mandarini, si rivolgevano alle messi da qualche tempo seminate e sul punto di emergere timidamente dal terreno per rassicurare l’avvento della prossima primavera.

        La Dea Madre, l’antica Potnia, poteva tornare ad occuparsi di questo futuro ormai certo e teneva a segnalarlo proprio ai bimbi, sia per rassicurarli direttamente del ritorno d’una buona stagione sia per trasmettere la notizia agli adulti usando il riconosciuto ruolo dei bimbi non ammessi ancora ai rigidi riferimenti sociali.10

 

BEFANA E RE MAGI

        La figura benevola della Befana ha sostituito, nei secoli medievali, la presenza dell’antica Grande Madre, riprendendo le usanze a questa dedicate con opportune modifiche coerenti alla nuova religione.

        Per la nostra zona era questo il momento dei rari regalucci ai bimbi. Era la Pifània a portare il dono natalizio: non si è mai trattato né con San Nicola né tanto meno con Babbo Natale. Col tempo, però, anche Pifània si è adeguata alle mode divenendo Befana.

        Anche la tradizione del Gesù bambino portatore di doni è piuttosto recente e sul nostro territorio il varo dell’usanza è databile a partire dalla fine degli Anni Venti, con l’avvento delle migrazioni legate alla colonizzazione interna, ma anche dal tentativo di porre in disuso la tradizione della Befana. 11

        Era dunque la vecchietta, a volte con le sembianze di una arcigna strega, a portare un ninnolo ai bimbi buoni, lasciandolo quasi sempre nella calza appesa al camino ma senza disdegnare i posti più impensati.

       In Val Nervia, i regalucci più comuni acquistati alla fiera o al mercato ambulante, non mancava la collana di nocciole accompagnata dalla già ricordata figurina di Mariéta ìnsci’a càna, dolce antropomorfo confezionato con pasta di pane, dotato d’un foro centrale ed abbellita da una bandierina. 12

        Anche i Re Magi avevano il loro spazio nell’Epifania della nostra tradizione; infatti, allo scopo di poterli veder passare in carovana, si invitava il curioso a denudarsi e coprirsi con un solo lenzuolo bianco abbondantemente bagnato; indi, con una canna verde in una mano e una pigna accesa nell’altra, disporsi ad attenderli sul ponte, nella notte. Il ponte sul Roia o quello sul Nervia, per intenderci, a seconda della valle impegnata.

        Così come in Francia è usanza introdurre una figurina in gesso nella Galette des Rois, al fine di incoronare “Re d’un giorno” chi la trova nella sua porzione, nella nostra zona è usanza confezionare un dolce canestrélu dove si inserisce una fava secca al medesimo scopo.

        In Francia, la Galette è dotata di una coroncina dorata in cartone, che viene usata per investire il fortunato commensale, mentre nel nostro caso al “fortunato” era concesso di provvedere al canestrélu per il pranzo di Sant’Antonio, che a sua volta investiva il Re che avrebbe provveduto a quello per San Bastian e in qualche caso si arrivava fino a Santa Devota.

        Nella nostra comunità, a partire dal XVI secolo, le ritualità legate alla protezione del naviglio e della gente di mare, da sempre relazionate a San Nicolò, il vescovo di Mira, che aveva rilevato le facoltà di Saturno, a tutela della vita di mare; si erano spostate all’Epifania.

        Il sei gennaio, nella chiesetta di San Nicolò alla Marina, che stava per volgere la sua dedicazione a San Giuseppe, come patrono della Buona Morte, venivano benedetti i “Pefàgni”, sorta di gallette dolci a forma di imbarcazione. 13  A titolo propiziatorio, i padroni delle barche presenti ne fissavano un esemplare sulla pernaccia della prora, oltre a consumarne molti, nel corso di un festino marinaresco.

 

UNA STRANA FILASTROCCA

        La dizione pifània, e non pifanìa come ci verrebbe suggerito dalla lingua nazionale, ci è stata tramandata da una curiosa filastrocca che Emilio Azaretti ha transitato per noi direttamente dal secolo scorso.

       Nella gustosa e strana tiritera viene nominata una bianca lasagna, forse retaggio del menù tipico della festa che ci fornisce la giusta posizione dell’accento di “pifània”.14

        Fin da subito, il colore della lasagna risulta in ogni caso indifferente, mentre appariva importante che la pasta fosse ben tirata, ben sottile e ben condita e, soprattutto ben informaggiata.

        Il testo dialettale pervenutoci parla chiaro:

 

Pàsca Pifània, giànca lasàgna,

o giànca, o négra

basta ch’a séce ben destésa,

ben destésa o ben arripà

basta ch’a séce ben ‘nfurmagià.


        Per concludere, si potrebbe riportare la formula ventimigliese degli auguri natalizi convenzionali, ricordando che il Natale viene tradizionalmente detto Deinà, come abbiamo visto, ricordando che l’abbondanza è sempre stata tenuta in grande considerazione dalle nostre genti:

Bon Deinà e tànte béle còse pe’ st’anu che ven.

 

NOTE:

  1)    Le rovine della chiesa di Santo Stefano sono rimaste visibili appena sotto il terrapieno che è stato costruito negli Anni Trenta, per sostenere la strada verso Bevera, davanti al poderoso complesso della Caserma Gallardi. Al termine degli Anni Cinquanta, l’ulteriore espansione del terrapieno che ospiterà l’ampio magazzino della S.r.l. C.L.S., ha rivestito quelle rovine, proprio sul limite Nord-Ovest del nuovo riempimento.

  2)    Riflesso sull’arco invernale del cerchio zodiacale, il Battista ha il suo gemello dallo stesso nome a vegliare sui riti solstiziali. La sensibilità cristiana aveva posto il nome Johannes in rapporto con quello di Janus, ed entrambi con il termine Ianua. Certo, dal punto di vista filologico, il primo di questi due rapporti non è legittimo; resta però il fatto che Giano è il dio bifronte che protegge i due termini dell’anno, la fine del precedente e il principio del seguente. Allo stesso modo i due Giovanni, il Battista e l’Evangelista, divennero gli ianitores delle due Porte solstiziali.

  3)    Nucentu e Nucentin sono stati i nomi, prettamente maschili, presenti fino all’Ottocentyo. I nomi femminili Nucensa e Nucensina deriverebbero da San Innocenzo, lo stesso nome di papi famosi.

  4     Come osserva Margarethe Riemschneider, il gioco d’azzardo era un atto rituale in stretta connessione col dio, e soltanto a poco a poco, dopo modifiche e aggiunte, venne introdotto nel banchetto privato e considerato un divertimento. La stessa aggiunge: “Ci è noto come il gioco d’azzardo, tanto nel culto quanto nel mito; un tempo però era una prerogativa degli dèi o del re, loro rappresentante in terra.

  5)    Da Plutarco apprendiamo come sotto il regno di Anco il custode del tempio di Ercole sfidò il dio a dadi, facendo da solo la parte di ambedue, ma ponendo come condizione che il vinto pagasse una cena ad una meretrice. Vinse Ercole, e allora il custode chiuse nel tempio Acca Larentia, allora celebre cortigiana, insieme con una cena. Il dio venne davvero, e il mattino dopo le ordinò per riconoscenza di recarsi al mercato e di abbracciare il primo che le fosse venuto incontro. Questi fu un certo Tarrutius, uomo già avanti negli anni, ma scapolo e dal patrimonio considerevole. Egli le si affezionò così tanto da nominarla erede di tutti i suoi beni che poi Acca Larentia lasciò morendo al popolo romano.

  6)    Quei giorni erano chiamati in latino “alcyonei dies”, quando il mitico uccello marino poteva costruire il proprio nido tra gli scogli molto vicini alle onde, che le divinità rendevano in bonaccia per l’occasione, greci e romani chiudevano i tribunali. L’alcione, il mitico uccello che proponeva tale antichissima usanza, localmente è conosciuto come “margun”, quello smergo maggiore che nidificava anche sulla Pria Margunaira. Ora, quella pietra, unico grande scoglio ancora presente in acqua, sul litorale ventimigliese, non avrebbe assunto un nome così legato a quel mito, se la relativa tradizione non fosse stata assai vivace tra la gente intemelia. Ricordiamo che, fino all’avvio del cantiere per la costruzione di “Cala del Forte”, lo scoglio “Margunaira” era battuto dai marosi a una decina di metri dalla riva. Oggi, sconsolatamente spiaggiato resta comunque la memoria di quel mito.

  7)    Nei primi anni dell’Impero romano era già consolidata la tradizione di celebrare il Capodanno nel primo giorno di gennaio, com’era stato fissato dalla riforma attribuita al re Numa e come i pontefici fissarono, nel 191 a.C., con la “lex Acilia de intercalatione”. Ma durante la lunga militanza delle coste liguri al Limes bizantino, la data del Capodanno venne fissata, senza dubbio, al primo giorno di settembre. Si adeguò alla Natività, delle esigenze milanesi, dopo la conquista longobarda di Rotari.

  8)    In Europa, la festa delle Epifanie si diffuse intorno al secolo IV; mentre a Roma fu adottata all’inizio del V secolo, quando la Chiesa romana aveva cominciato a celebrare il Natale il 25 dicembre.

  9)    Il Sole appena rinato, “appare” già alto sull’orizzonte, in concomitanza con il cessare della infausta tredicesima lunazione che trova conclusione proprio in quei giorni, permettendo il “passaggio” all’armonioso convivere tra i due “astri” essenziali.

10)    Nel nostro entroterra, fino oltre l’Anno Mille, la dea Diana era invocata anche per la benedizione dei campi, per la crescita delle piante, in particolar modo di quelle curative. Secondo la tradizione, questa protezione si sarebbe compiuta col volo della Dea su campi e boschi, il giorno sei di gennaio a cavalcioni di una scopa, in anticipo sull’attuale Befana.

11)    Un altro tentativo di eliminare la Befana è stato messo in opera alla fine degli anni Ottanta, quando la data del sei gennaio era stata tolta dalle festività nazionali, ma dopo pochi anni, il giorno festivo è stato ripristinato a furor di popolo, da parte di quella gente legata alla tradizione della buona, antica vecchietta.

12)    Marieta veniva venduta da pasticceri ambulanti professionisti che frequentavano i mercati settimanali con le “mariéte” infilate, attraverso il buco centrale, su un bastone, che facilitava il trasporto e l’esposizione. Le “mariéte”, i “fantìn” e i “galéti” vennero sostituiti dai “canestréli”, foggiati a forma di collana.

13)    A Monaco, dolcetti di forma tondeggiante chiamati “Paneti de San Nicolas”, costituiscono una delle specialità dolciarie del principato, a sostegno degli ancor vivi festeggiamenti riservati al Vescovo di Mira, nella prima settimana di dicembre.

14)    Il testo della filastrocca è riportato sul “libru cartu” della Barma Grande, a pagina 20.

 

Tratto da:

    “Costumanze Intemelie”, storia, folclore e tradizioni nelle festività stagionali, di Luigino Maccario  -

                                                                Alzani editore  - Pinerolo 2016