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Categoria: TRADIZIONI INTEMELIE
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ANOMALIE   ZODIACALI

 

LA TREDICESIMA FASE LUNARE

        Secondo il mito primigenio, il Sole e la Luna Nuova, una volta al mese, s’incontrano in una casa dello Zodiaco dove danno vita all’unione che permette la continuità della Natura, del ciclo originario.1

        Nondimeno, l’anno solare è più lungo di quasi ventotto giornate nei confronti dell’anno lunare, situazione che ha ispirato nell’uomo primitivo percezioni di anomalia, fino a fargli considerare l’ultima fase lunare, quella che non disponga del corrispondente periodo solare, bisognosa di sostegno perché non controllabile nel novero dei segni che pervengono dalle stelle e adducendo a questo fatto il suscitare di gravi scompensi astrali, ovvero, malattie cosmiche.

        Col volgere dei secoli, nel predisporre i calendari, lo stesso genere umano ha finito per costringere la tredicesima luna, quasi occultandola, tra le pieghe dei dodici mesi lunari ufficiali.2

 

RITI PROPIZIATORII

        Nell’uomo antico, dunque, la fase lunare anomala assumeva caratteri di instabilità sacrale per la comunità umana, che doveva essere quindi scongiurata con l’esecuzione di riti propiziatori. Di solito queste cerimonie avvenivano al termine dell’Inverno, con il verificarsi dei primi segni del ciclo germinativo.

        L’uomo credeva che la natura germogliante segnalasse l’avvenuto passaggio indenne, anche per quella tredicesima lunazione. In altre parole, la malattia del tredicesimo mese pareva superata; ma per maggior cautela, sarebbe stato opportuno eseguire i dovuti riti propiziatori.

         Nell’antica Atene, alla festa delle Targhelie si recava in processione lo “eiresione”, ramo d’ulivo, di fico o di lauro guarnito di dolci frutti, con nastri di lana e vasetti d’olio e di vino.

        Il rametto restava appeso sugli usci in segno di fertilità e di tutela: fronda d’implorazione. Per meritarne le benedizioni, si cacciavano dalla città in espiazione due esseri immondi, ai quali erano appese al collo collane di fichi secchi, ed inoltre gli si percuoteva il grembo con delle cipolle.3

        Diventavano entità sacre per il loro orrore, rappresentando il risultato della tredicesima fase lunare, proprio quando erano arse le “eiresioni” dell’anno precedente, convertendole in cenere salsa, simbolo di purezza e sapienza.

        Tra i Celti, il palo di maggio era portato in paese da un giogo di buoi, a simbolo della congiunzione tra Sole e Luna, i quali superata la malattia del tredicesimo mese, nuovamente e puntualmente, ogni mese torneranno ad incontrarsi. L’alberello che veniva issato sul palo era adorno di nastri e di uova.

 

I SEGNI RESIDUI

        Sono moltissimi i segni dei riti propiziatori verso la tredicesima lunazione conservati dalle nostre tradizioni, sia derivanti dal mito greco e latino, sia legate alla presunta celticità dell’antico popolo ligure.

        L’albero di alloro adorno di falsi frutti che viene condotto per le campagne a stimolare la natura sonnolenta è presente nelle odierne processioni di San Sebastiano. Anche qui i rami vengono divisi tra la gente e gelosamente conservati a titolo di fertilità e di tutela, fino all’anno successivo, quando vengono bruciati e sostituiti con e trape, ricavate dal recente spoglio della sacrale auribaga.

        Fino agli anni Cinquanta di questo secolo, nelle sagre paesane delle nostre vallate, non mancava mai lo scivoloso “albero della cuccagna”, adorno di nastri e di fantastici premi alimentari che attirava i giovani in una gara di agilità e bravura nel violarlo.

        L’alto albero della “Ra Barca” di Baiardo è retaggio degli antichi riti della “eiresione”, anche se ha trovato altri spunti originali, aggiunti nel corso dei secoli. Persino il ceppo di lauro del “Confuoco”, i rametti di auribaga del pandolce, le fronde d’alloro natalizie adorne di falsi frutti negli ottocenteschi salotti nobili sono tutte reminiscenze della “eiresione” legata alla tredicesima lunazione.

        I capri espiatori, che venivano adorni con collane di fichi secchi e percossi con cipolle, hanno trovato spazio nei carnevali sette-ottocenteschi, per poi riconoscersi nel processo e nel rogo del Re Carnevale.4

        Nel tempo, i fichi secchi, che pure nel Ventimigliese non dovevano mancare, sono stati sostituiti da file di salsicciotti per l’affermarsi della cultura carnivora legata a risvolti religiosi. Ma gli agli e le cipolle, a volte sostituite dai porri, non sono mai mancati nei travestimenti carnevaleschi.5

        Oltre ad essere legata alla processione navale di Iside ed alle sue colombe, la tradizione di Santa Devota trova un legame col rito del capro espiatorio scacciato da una comunità lontana, il quale viene accolto con amore dalla nostra gente.7

        Però, tra le falde occidentali di Monte Agel, il nome col quale era conosciuto, quello che oggi è il Vallone di Santa Devota, stimola suggestive antiche consuetudini legate alle popolazioni massaliote che praticavano lo scalo di Portus Hercules Monœci, trasferendovi le ritualità greco-focesi.

        Non sono trascorsi molti decenni da quando quel vallone era popolarmente conosciuto come “a Cradausina” ed un tale idronimo deriverebbe il proprio nome dall’antico termine greco “kradé”, definente quel venerando ramo di fico che era dislocato in processione, durante le cerimonie espiatorie d’una comunità. Al tempo di quei Greci-Massalioti, tali solennità erano le “cradefòrie”, svolte anch’esse in ricordo di un furto, come capiterà poi alle reliquie di Santa Devota. 8

 

NOTE:

  1)    Nel volgere di nove anni, una lunazione che dovrebbe essere collegata ad un certo simbolo zodiacale, si sarà talmente spostata nel tempo che, con un minimo di sfalsamento, verrà abbinata al segno successivo, cancellando, di fatto, una fase lunare dallo zodiaco.

  2)    Nell’anno calendariale solare però, una Luna Nuova non riesce ad incontrare il Sole, nella casa di una delle dodici costellazioni equatoriali. Infatti, manca una casa solare per una lunazione.

  3)    Per “esseri immondi”, erano intesi i caproni o verri, animali che il cristianesimo ha identificato col demonio.

  4)    Le ceneri ottenete, gelosamente custodite, erano ritenute portentose nella cura di qualsivoglia malanno.

  5)    Nei ranghi dei moderni espiatori si possono inserire i destinatari delle “arenghe” distribuite nel “Carlevà d’a Ciassa”.

  6)    Ancora negli Anni Cinquanta, i travestimenti di carnevale venivano accessoriati di alcune foglie di porro, giacché, si diceva confondessero il popolo nel riconoscimento della persona mascherata, la quale avrebbe potuto essere scoperta dal suo caratteristico odore. Oggi sappiamo che il rito aveva radici ben più antiche.

  7)    Anche la figlia del conte, finita tragicamente nella leggenda de “Ra Barca” di Baiardo, ha un forte legame con il capro espiatorio, nel contesto di un’antica cerimonia di eiresione.

  8)    In quel caso si trattava dell’asporto di vasi sacri perpetrato da Farmaco, dal cui nome sarebbero state chiamate “pharmakoi” le vittime espiatorie cerimoniali. Il termine “gaumates”, a definire il tratto conclusivo dello scosceso vallone che oggi accoglie la chiesa di Santa Devota, deriverebbe dal provenzale “gaumate”, riferito al guado che avrebbe attraversato il vallone, sulla riva del mare d’allora. Si sarebbe trattato d’un guado percorribile grazie ad un corposo banco formato dai rizomi di posidonia, elevatisi a strati contigui dal fondo sabbioso della costa; conosciuti appunto con questo nome.

 

Tratto da:

    “Costumanze Intemelie”, storia, folclore e tradizioni nelle festività stagionali, di Luigino Maccario  -

                                                                 Alzani editore  - Pinerolo 2016