Ancöi l'è
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   LA  VOCE  INTEMELIA

 

IL FONDO

giugno 2019

di Ovidio Bosio

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ESTAE Â MARINA

 

      L'appuntamento era sempre lo stesso: dalle 15 in avanti alla Marina S. Giuseppe. La regola: il primo che arriva deve ritirare l'ombrellone dal magazzino di Bacì u guardiacoste, e piantarlo nella ghiaia davanti alle barche dei pescatori addossate al muro della passeggiata. Un ombrellone ormai sbiadito, di colore indefinito, che avrebbe richiesto una sostituzione. Ma di chi era? Di tutti e di nessuno. Comunque l'importante era che facesse ombra, quell'ombra che ruotava nel corso del pomeriggio, per proteggere qual­che borsa e qualcuno che nei giorni precedenti avesse esagerato nell'esporsi al sole e avesse le spalle bruciate e ricoperte di bolle, e che poi cambiava la cute come le "sgurbie" rimanendo macchiato di un rosa simile al sederino di un neonato.

      Gli utenti: giovani studenti e qualche universitario in attesa di riprendere, dopo ferragosto, la preparazione degli esami di settembre.

      Attorno al parasole. segnale di dominio del territorio circostante, che cosa si faceva? Niente, o meglio chiacchiere oppure, al massimo qualche giochino, non proprio sagace, sciocco, indegno di chi si atteggiava un po' ad intellettuale, sul genere di dire -fare -baciare -lettera -testamento. Bastava per coprire il tempo fra un bagno e l'altro. A ripensarci, dio che fantasia!

      E già, i bagni, di quelli che non finivano mai, con qualunque tempo, fino a quando la pelle delle dita ti veniva "reperia" I maschi più arditi affrontavano i cavalloni più impetuosi di testa mentre le ragazze, nei giorni di cippa si esibivano, novelle Ester Williams, in prove di nuoto sincronizzato. Immancabili i tentativi di abuglià, Con la caregheta si sostituiva la Schina d'ase per i tuffi.

      Tempo di asciugarsi al sole e poi "Se famu in’autru bagnu?". Qualche temerario osava fare merenda prima di immergersi nuovamente, e poi ancora al sole, stesi sugli  asciugamano spesso macchiati di catrame. Sì, perché il catrame era uno dei nemici occulti: celato tra i sassi colpiva inatteso, pericolo nascosto, era facile eliminarlo con un po' d'olio se intaccava le parti scoperte del corpo, preferibilmente i piedi, ma se si appiccicava al tessuto del costume o all'asciugatoio l'impresa era più complessa. Lotta pressoché impari, inutile, giacché l'indomani il nemico era ancora lì, pronto a colpire.

      La sete. Ah, la sete. L'unica fontana sulla piazza raramente funzionava e quando ciò avveniva l'acqua, calda, era imbevibile. Unica soluzione: portare una bottiglia da casa, ben sigillata, coprirla di ghiaia sul bagnasciuga, controllando che la risacca non la portasse con sé. Occhio, perché qualcuno, passando sulla riva, vedendo sporgere il collo (in buona fede?) cercava di appropriarsene.

      Al calare del sole, dopo l'ultimo bagno, considerato il migliore, il rito del cambio del costume con le contorsioni attorno all'asciugamano legato in vita.

      E il bagno di notte? Ebbè, almeno una volta per stagione bisognava farlo. Si trattava di aspettare le condizioni ottimali: il chiaro di luna, il mare piatto, le onde appena percettibili quando sulla riva non avevano la forza di rivoltarsi su se stesse, un po' sul tardi magari in una spiaggia diversa, meno a portata di vista perché... perché se si faceva nudi era un'altra cosa. E poi l'impre­sa a volte non era prevista quindi si era proprio sprov‑ acqua senza provare se fosse "cauda cume u....brodu" tra urla e sghigi "Duve ti sei?" "Mi sciortu". Qualche brivido appena fuori e poi la vestizione con i capelli ancora umidi. Al buio qualche difficoltà a non indossare gli indumenti alla rovescia, ma se ciò accadeva "nu fa ren, tantu l'è sciiru".

      Anche quell'anno il rito era stato celebrato.

      Bagni di giorno e bagno di notte: l'estate passava così. Niente discoteche sino al mattino, niente rave-party. Tutto qua?

      Ebbene sì, ma eravamo felici e lo sapevamo.