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BOMBARDAMENTI AEREI 1943

    A cinquant'anni dal primo bombardamento aereo su Ventimiglia, la "Voce" ha pubblicato le memorie di quella immensa tragedia dagli scritti di alcuni testimoni oculari.

 

10  dicembre

    La morte piove dal cielo sulla Città mentre il rombo assordante dei bombardieri fa da sinistra colonna sonora alla tragedia che si compie in pochi attimi. - Le testimonianze di due concittadini che affidarono ai versi l’orrore e l’angoscia di quel giorno. - C’ero anch’io.

di Renzo Villa - 1993

    Sono passati cinquant’anni da quel giorno e a coloro che, per ragioni anagrafiche, non lo vissero, oggi l’avvenimento può apparire lontanissimo nel tempo. Ma per tutti i ventimigliesi che hanno ormai superato il mezzo secolo di vita, il ricordo è tuttora vivo e doloroso, specie per chi - sotto le bombe - perse famigliari, parenti ed amici.

    Tutto accadde nel breve volgere di poco tempo, nel primissimo pomeriggio di quell’infausto venerdì 10 dicembre 1943. Alle 13,30 circa, una prima formazione di aerei sgancia il suo carico di morte nella zona di Nervia e Piani di Camporosso, causando distruzioni e vittime. Poco dopo, una seconda incursione semina lutti e rovine nel quartiere delle Gianchette. Complessivamente i morti sono 125 e numerosissimi i feriti, mentre i ponti ferroviari e stradali - presumibili obiettivi dei due disastrosi bombardamenti - restano pressoché intatti.

                         Bombe a Nervia                                                                          Vittime alle Gianchette        

    Toccava così anche a Ventimiglia condividere il tragico destino delle incursioni aeree, comune a tante città d’Italia e degli altri paesi coinvolti nel secondo conflitto mondiale. Una guerra caratterizzata da azioni belliche non facevano più distinzione tra i soldati al fronte e le inermi popolazioni civili delle città e dei paesi.

    In questo modo scompariva anche quel residuo di umanità che, fino ad allora, durante le guerre, aveva preservato le donne, i bambini e i vecchi dalla violenza delle armi. Per trovare qualcosa di simile bisogna risalire ad epoche di lontana barbarie quando le città dei vinti venivano messe a ferro e fuoco e gli abitanti passati a fil di spada.

    Purtroppo, allo scoppio della seconda guerra mondiale, la scienza e la tecnica avevano compiuto già tanti e tali progressi che - applicati senza scrupolo alcuno alla cosiddetta «arte della guerra» - offrivano mezzi spaventosi all’antica ferocia umana, posta in grado di causare distruzioni e massacri mai visti prima.

Come scrisse Salvatore Quasimodo in una sua poesia: «Sei ancora quello della pietra e della fionda, / uomo del mio tempo. Eri nella carlinga, / con le ali maligne, le meridiane di morte, / ...T’ho visto: eri tu, / con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio, / senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora, / come sempre, come uccisero i padri, come uccisero / gli animali che ti videro per la prima volta».

                                Via Cavour                                                                  Stazione Ferroviaria Internazionale

    Ma per tornare alla nostra Ventimiglia, il 23 dicembre di quello stesso anno - antivigilia di Natale - durante una nuova incursione venne colpita la Città Alta. Il 2 gennaio 1944 un’altra pioggia di bombe si abbatteva su Ventimiglia, ormai entrata nel mirino dei bombardieri alleati che continueranno ad attaccarla anche in seguito con un accanimento tanto cieco quanto inutile.

    Il lungo martirio della città - iniziato il 10 dicembre 1943 - durerà quasi un anno e mezzo e si concluderà soltanto il 25 aprile 1945.

    A Ventimiglia, due scrittori locali, testimoni della tragedia del 10 dicembre, affidarono ai versi tutto l’orrore e l’angoscia di quel giorno. Nel pubblicare le loro poesie ricordiamo che la prima è un brano tratto del poemetto dialettale di Giuseppe Bosio «U ratu d’u 25 Avrì 1945» apparso nel 1958 presso l’Editrice Convivio Letterario di Milano (pagg. 18-19). La seconda poesia, in lingua, di Erminia Luciano Carpentieri, è pubblicata nel volume «I versi nel cassetto - Poesie e Racconti», Petrilli - Tipolitografia Ligure, Ventimiglia 1988, pagg. 116-117.

                                                                                                          LA VOCE INTEMELIA anno XLVIII  n. 12  - dicembre 1993

 

 

 

BUMBARDAMENTU

 

da  U RATU D'U 25 AVRÌ

di Giuseppe BOSIO – 1958

    . . . . . . . . . . . . . . . . .

 

Avura stame a sente:

Tü nu’ ti ài vistu i faiti,

Che me reven in mente:

A l’é roba da mati,

E chi nu’ gh’eira, a stentu,

Pö crede ‘su turmentu.

 

L’eira deixembre, ai deixe,

L’anu carantatrei,

Ai relöri d’ê Geixe

Tres’ure e trentasei

Parlandu sentu in pésu,

Ch’u lascia u cö suspésu.

 

Là, versu Burdighea,

In sciarmi d’auxelassi,

Che nu’ ti n’ài l’idea,

Lüxenti a grandi sprassi,

Vörandu, a nui i vegniva.

Ma e gente i nu’ capiva.

 

E tüti i stava a mente,

Da e porte, e dai barcui.

Mentre luntan se sente

In rumbu, e ciü de dui:

De Nervia i sun sautae

Cume na vota e cae.

 

Cuscì sensa savè

Au giüstu cose l’eira;

Se sente e pöi se vè;

In’autru sturmu gh’eira,

Ch’u punta insci’e Gianchete,

E u sfunda cae e casete.

 

Nisciün saveva ciü

Cose pensa né dì,

Chi caminava in zü

O riturnava chi,

E i morti i l’eira tanti

Assuterai int’i canti.

 

Cun tanti lì möirenti,

E i ürli d’i ferì,

E i cianti d’i parenti,

Ch’i zira stramurtì,

A cianze e laumentasse.

Ridüti cume strasse.

 

Cun s’afare d’i ponti,

Ch’i nu’ sun stai tucai,

Perché i l’àn fau de conti

Ch’i l’eira assai sbagliai,

I l’àn massau da gente

Ch’a l’eira a ciü inucente.

 

    . . . . . . . . . . . . . . . . . .

 

 

BOMBARDAMENTO

di Emilia LUCIANO CARPENTIERI

 

C’è la guerra ...

Ho visto sganciare

le bombe sulla città:

sembravano confetti d’argento

brillare nel sole ...

Ma poi ... il dirompente

frastuono dell’esplosione,

il saettar delle schegge

nell’aria fumosa ...

Ho atteso che diradasse

la nebbia di polvere e fumo

che aveva nascosto ogni cosa;

stupita d’essere viva,

ho visto la morte

tra case squarciate

e brandelli di tende e coperte,

in un coro di gemiti e pianto

ed urla e rosso sangue innocente !

Ho visto un cratere profondo

là dove sorgeva una casa:

ho udito levarsi i lamenti

di vivi sepolti

tra le macerie fumanti,

sotto quell’aspro, duro,

pesante cemento squarciato !

E il pianto dei soccorritori

Impotenti !...

Oh mie povere inutili mani !

Son due sole

e dovrei averne cinquanta,

ma non ne basterebbero cento !

Poco io posso fare

per sollevare chi soffre

e resto sgomenta a pregare:

«Signore, una sola tua mano

leva sul nostro terrore

e infondi nel cuore degli uomini

un desiderio d’amore

che ci ridoni la pace! ...».

 

LA VOCE INTEMELIA anno XLVIII  n. 12  - dicembre 1993

 

 

C'ERO  ANCH'IO

di Marisa De Vincenti

 

    «Sono 24; no, sono 26» discutono tre ragazze che da Vallecrosia - dove frequentano le scuole di Maria Ausiliatrice al Torrione - pedalano verso casa a Ventimiglia.

    Ma la discussione viene interrotta da argomenti assai convincenti: le bombe che piovono dagli aerei americani.

È la prima volta che la zona viene bombardata.

    Le ragazze quasi per istinto si gettano a terra ed assistono alla distruzione di Nervia, che nel 1943 non era certo come oggi. Nessuno degli attuali palazzi; case anche abbastanza isolate attorno alla Piazza d’armi, quello stesso spiazzo che esiste ancora oggi in parte ed utilizzato per giochi dei bambini.

    Poi l’orrore: chi descrive oggi quel giorni, lo fa ancora con le lacrime agli occhi, lacrime che capiscono coloro che oggi hanno passato i cinquanta, ma meno i più giovani, che difficilmente sanno immaginare cosa si possa provare al trovarsi accanto la amica morta e straziata.

    Ma c’è anche la solidarietà. Alle ragazze sole la proposta di amici, anche loro nelle stesse condizioni, di aiutarle a guadare il Nervia: ma siamo al 10 dicembre e l’acqua è gelida. E i genitori che a Ventimiglia hanno tutto sentito ma nulla sanno dei loro figli ? Subito avvisare la scuola, come punto di riferimento, perché il telefono non era diffuso. Poi c’è chi finalmente vede il padre; due trovano uno sconosciuto ferito ad una gamba. Non ci sono ambulanze, perché la strada non esiste più: e allora lo si carica sulla canna della bicicletta e a mano lo si porta dove possa essere medicato.

    Poi si raggiunge Ventimiglia: ma come ?  Passando - bicicletta in spalla - per Collasgarba, dalla quale però si sente, più che vedere, ciò che stava succedendo sul ponte del Roia;

 

ORA TOCCA ALLE GIANCHETTE

    Già, perché finita la prima ondata sul Nervia, verso le tre arriva una seconda ondata, che si sa poi essere diretta contro il ponte ferroviario - peraltro non raggiunto - sul Roia.

    Era una giornata splendida e sia lungo il mare che in città erano molti anche i forestieri che passeggiavano al sole. Al rumore degli aerei molta gente scappa verso la campagna, in particolare verso le Gianchette, dove c’erano alcune case semplici e dove ancora pascolavano le mucche.

    Ma proprio lì, per un errore di calcolo, picchiano le bombe.

    «Noi scappavamo da Ventimiglia - racconta una signora - verso le Gianchette, praticamente in campagna, dove ci avevano offerto rifugio il marmista e una sua vicina; alcuni che erano con noi si sono fermati, e sono morti. Mia mamma per fortuna ci portò di corsa nella galleria (una sorta di casamatta) allora esistente all’internò del cimitero: qui trovammo rifugio e salvezza. Ciò che si presentò ai nostri occhi quando uscimmo non lo so; mia mamma mi impedì di vedere a me, bambina, tanto era lo strazio».

    Tutto distrutto alle Gianchette.  Sotto le macerie quanti vi si erano rifugiati.

    «Io mi sono salvato - racconta un altro - perché al sentire gli aerei mi sono gettato a terra assieme a due persone che erano con me. Due nostre amiche che camminavano poco più avanti e che non si gettarono a terra, furono prese in piedi e in pieno. Una fu poi riconosciuta tramite un suo anello, tanto poco era rimasto di lei; un’altra, ferita all’addome, una volta ricomposta in faccia era bella come una madonna. Orribili a vedersi ì cadaveri, denudati e anneriti dalle esplosioni».

    «Ma lo strazio del 10 dicembre 1943 - prosegue un’altro, che in quel giorno perse Mamma e parenti ed ebbe la moglie ferita - va ricercato nel fatto che da tempo gli aerei passavano su Ventimigiìa per andare a bombardare Torino e Grenoble: quindi non ci facevamo gran caso, e fummo presi di sorpresa».

    Chi ha vissuto questi’ giorni, chi li ricorda sulla propria pelle o chi ha perso parenti ed amici; quando ne parla non può non commuoversi: sono cose che incidono in perpetuo la vita di una persona.

LA VOCE INTEMELIA anno XLVIII  n. 12  - dicembre 1993

 

 

21 - 22 giugno 1944

LA NOTTE DEI BENGALA

    Cinquant’anni fa, il terribile bombardamento notturno di Ventimiglia - Sulla città, illuminata a giorno da un tragico spettacolo di fuochi artificiali, si scatena l’infernale carosello degli aerei - Il terrore di quella drammatica “notte di San Luigi” nei ricordi di uno “spantegau” che oggi vive a Torino.

di RENATO PASTORINO

    Dopo il Cinquantenario del primo bombardamento aereo su Ventimiglia - quello, ferocissimo perché inaspettato, del 10 dicembre 1943 - e le sue gravi conseguenze in vittime e rovine; bisogna ricordare anche il primo bombardamento notturno, quello della notte di San Luigi, in realtà, la notte dopo San Luigi: 21/22 giugno 1944.

Ecco come lo ho vissuto io.

   Abitavo au Cuventu, in vicolo Sant’Agostino, derré au furnu de Pipu, secondo e ultimo piano, ingresso all’alloggio dal ballatoio interno, con vista sui legnami della ditta Mordano; tre finestre sul vicolo.

    Diciamo pure che, in quel semestre dicembre/giugno, i bombardieri alleati avevano colpito sempre di giorno ed esclusivamente Nervia e Gianchette, in sintesi, le zone dei ponti stradali e ferroviari, per cui noi abitanti del centro della Città bassa ci ritenevamo sicuri, fortunati, privilegiati. Come si diventa carogne, quando c’è di mezzo la ghirba. Quando il terribile rombo delle “formazioni” si diceva così, dava l’annuncio che l’inferno si avvicinava, si scendeva da basso, più per rito che per paura, e sostavamo proprio nel forno sunnominato, chiacchierando o imprecando con Pipu e i suoi lavoranti.

    Di notte, quando suonava l’allarme e gli aerei passavano, ronfando, altissimi, per andare a bombardare a Nord, non ci si alzava nemmeno più. Finché ...

    Quella notte suonò l’allarme e il ronfo degli aerei non era più tale, ma era un ruggito, o meglio un susseguirsi di ruggiti: si capiva che stavano volteggiando sulle nostre teste. Qualcuno urlò: «Scapé, gh’é i bengala !».

    Si balza dal letto, ci si copre alla meglio, si scende a precipizio. Dal cielo nero pendevano a decine i razzi illuminanti. Dove ripararsi ?  Dove scappare ?  La galleria rifugio scavata nella montagna dietro la ferrovia, dalle parti del puzzolente (allora; oggi non so) “tumbin”, il sottopassaggio tra Corso Genova (già Corso Umberto I, se ben ricordo) e Via San Secondo, era troppo lontana, data la situazione. E poi c’era pericolo che qualche bomba, diretta al piazzale della ferrovia (che proprio sul sottopassaggio si restringe e poteva perciò essere obbiettivo privilegiato) non facesse troppa differenza tra ferro e carne umana. Si pensò dunque che obbiettivi principali del bombardamento fossero la stazione e tutto il piazzale ferroviario, e si cercò allora di allontanarsi il più possibile, partendo in direzione perpendicolare. Vicolo Sant’Agostino, Via Carso, Via Fondega. Le prime bombe cominciavano a fischiare e scoppiare, arrivare sulla spiaggia non si riteneva conveniente, perché sarebbe stati visti come sotto il sole, e non sapevamo se nelle intenzioni ci fosse anche il mitragliamento (si pensava ad uno sbarco, con un misto di timore e di speranza).

    Via Fondega allora era delimitata da muretti agricoli, alti quanto una persona o poco più, del tipo di cui c’è ancora qualche traccia (ahimé, assai frammentaria) in Via Asse, Vicolo Pescatori e Vicolo Arene (andiamo anche più in là, Via alla Spiaggia, Via Nervia, Vicolo del Pino).

    Ci sdraiammo per lungo, faccia a terra e mani sulla testa, rasente al muro, con la speranza di non essere colpiti da schegge o detriti e con l’altra speranza, più grossa, che nessuna bomba scegliesse quel posto. Ad ogni salva di fischi e scoppi, ne scoppiava una di giaculatorie e invocazioni per la salvezza delle nostre anime e, perché no, anzi prima di tutto, dei corpi. I più “gettonati” da me furono Sant’Antonio e Santa Rita.

    Finito l’uragano di ferro e fuoco, attendemmo le prime luci dell’alba - che arrivarono molto presto; eravamo al solstizio d’estate - per tornare a vedere la nostra casa. Beh, non aveva troppo sofferto. Poi ci preoccupammo delle notti a venire - perché dentro casa, a Ventimiglia, non avremmo più dormito - e ci avviammo, stanchi, assonnati, intontiti dal terrore e dal fracasso, a fare un sopralluogo alla galleria rifugio.

    Lungo la strada si trovavano, ogni tanto, dei drappi bianchissimi, leggeri e morbidi, che avevamo timore a toccare perché la propaganda “a cœlo non prevalebunt” ci aveva messo in guardia da matite esplosive e oggetti strani in genere. Erano i paracadute, in nailon, dei bengala.

    Nella galleria passammo poche notti. Era affollatissima. Chi aveva portato reti con materassi, chi brandine, chi poltrone, o semplicemente sedie. Oltre a coperte. Ma non poteva essere una soluzione, sia per l’affollamento, sia per l’enorme umidità che trasudava e gocciolava in quel buco.

    Di lì, lo sfollamento prima ad Olivetta e dopo qualche giorno a San Michele; dove la ferrovia avrebbe consentito, ancora per poco tempo, un comodo collegamento con Ventimiglia, sede di lavoro.

La galleria rifugio ritorna, di quando in quando, nei miei sogni.

LA VOCE INTEMELIA anno XLIX  n. 6  - giugno 1994