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1251

 

 

 

       Iniziata ad essere eretta dai genovesi dopo l’occupazione del 1140, nel 1221 Porta Canarda veniva completata con la sopraelevazione che la contraddistingue.

        La lapide infissa sull’arco della porta da Sir Thomas Hanbury ci rammenta che il primo considerevole personaggio che la ha valicata, da Ponente a Levante, il 7 maggio del 1251, è stato papa Innocenzo IV, ovvero Sinibaldo Fieschi di Lavagna.

 

        Il viaggio di ritorno di papa Fieschi da Lione a Roma si trasformò in un trionfo, che Salimbene racconta in modo assai suggestivo: “Nello stesso anno messer papa Innocenzo IV venne da Lione, città della Francia che è in Borgogna, dove era stato molti anni, nella città di Genova, dove era nato. Arrivò là nel mese di maggio e diede moglie a un suo nipote, e prese parte alle nozze con ottanta vescovi e con i suoi cardinali. E in quell’occasione furono servite molte pietanze e portate varietà di cibi. E vini diversi, prelibati ed esilaranti. E ogni portata di vivande costava molto denaro. In nessun luogo al tempo nostro furono celebrate nozze tanto solenni, sia per i convitati che per le portate di cibo; tanto che anche la regina di Saba, se avesse visto, ne sarebbe stata meravigliata”.

       L’imperatore e il papa avrebbero dovuto incontrarsi a Narni il 7 giugno 1244, ma questa volta fu il pontefice a decidere di fuggire da Roma. Una nave genovese lo condusse nella sua città natale, dove cadde malato da luglio a ottobre. In autunno varcò le Alpi in direzione di Lione, città imperiale in prossimità del Regno di Francia, lontana dai conflitti italiani, che offriva perciò facili possibilità di accesso.

         Il 18 settembre 1227, Sinibaldo Fieschi veniva creato cardinale da Gregorio IX e prete di San Lorenzo in Lucina insieme ad un altro cardinale "lombardo": Goffredo da Castiglione, poi Celestino IV. Si era nei giorni che precedevano la prima scomunica di Federico II causata dalla violazione del voto di partire per la crociata entro l’agosto appena trascorso. Sinibaldo non soltanto controfirmava i privilegi papali come gli altri cardinali ma aveva partecipato alla loro redazione e alla cura della registrazione.

        Il 25 giugno 1243 Sinibaldo fu eletto papa Innocenzo IV in seguito ad una lunga vacanza della Sede Apostolica, nel corso della quale si era ammalato gravemente. Federico II, che non aveva liberato i due cardinali che aveva fatto prigionieri nel 1241 davanti all’isola del Giglio, perché potessero partecipare all’elezione del nuovo papa, salutò la notizia dell’avvenuta elezione con “gaudio magno”. In un primo tempo, Federico II accettò le proposte di pace del nuovo eletto, che esigevano la liberazione dei prigionieri dell’isola del Giglio e la libertà di accesso alla città di Roma per il papa, ma improvvisamente, e per ragioni difficili da capire, l’imperatore ritirò i suoi ambasciatori. Il papa entrò a Roma il 20 ottobre 1243.

       Il concilio di Lione ha tenuto una sessione preliminare il 26 giugno 1245 nel refettorio della collegiata di San Giusto. Il pontefice ha pronunciato un discorso sui “dolori del papa”: la corruzione morale, l’insolenza dei saraceni, lo scisma con la Chiesa greca, i problemi dell’Impero latino d’Oriente, la minaccia dei Tartari e, naturalmente, la persecuzione della Chiesa da parte dell’imperatore. Contro Federico II il papa ha rinnovato le accuse tradizionali di violazione del giuramento, di sospetto di eresia e di sacrilegio.

Federiciana 

 

1376

 

 Santa Caterina da Siena guarisce Matteo Cenni - Vincenzo Tamagni 1521

   

     La lapide infissa sull’arco di Porta Canarda ci ricorda del passaggio di Caterina da Siena, ovvero Caterina di Jacopo di Benincasa, che nel 1376 era stata incaricata dai fiorentini di intercedere presso il papa per far togliere loro la scomunica che si erano guadagnati quando avevano formato una lega contro lo strapotere dei francesi.

     In quel tempo il Papa si trovava ad Avignone, quindi Caterina, vi si stava recando e nel giugno di quell’anno si era trovata a transitare sotto l’arco della Canarda, accompagnata dalle sue discepole e dotata d’un altare portatile e tre confessori al seguito.

      Riuscì a convince il Papa, apprestandosi ad un glorioso rientro, ma nel frattempo la politica in Firenze era cambiata e il nuovo governo fiorentino se ne infischiò della sua mediazione.

 

    Caterina era nata a Siena nel popolare rione di Fontebranda nel cuore della contrada dell’Oca il 25 marzo 1347. È stata la ventitreesima figlia del tintore Jacopo Benincasa e di sua moglie Lapa Piagenti. Sua sorella gemella Giovanna morirà poco tempo dopo la nascita.

     A soli sei anni d’età mostrò di possedere il dono soprannaturale di avere delle visioni, che la portò a sostenere il voto di perpetua verginità. Nel contempo, ancora bambina, cominciò a mortificarsi, soprattutto rinunciando ai piaceri che in qualche modo avessero a che fare con il corpo. In particolare eviterà di mangiare carne di animale e per evitare i rimproveri dei genitori, passava il cibo di nascosto ai fratelli o lo distribuiva ai gatti di casa.

     Verso i dodici anni i genitori decidevano di maritarla. Dato che ella conduceva l’ascetismo in perfetta solitudine, non si erano resi ben conto dell’indole di Caterina. Così ella, per evitare la vita coniugale, giunge a tagliarsi completamente i capelli, coprendosi il capo con un velo e chiudendosi in casa, dove per piegarla, la costrinsero a pesanti fatiche domestiche.

      La reazione, in linea con il suo misticismo, la portò a chiudersi del tutto al mondo esterno, diventando un simbolo per un seguito sempre più numeroso di allievi. A sedici anni, spinta da una visione di San Domenico, prende il velo del terz’ordine domenicano, pur continuando a restare nella propria casa, dove il Signore le accorda miracolosamente una istruzione completa.

      La notte di carnevale del 1367 le appariva Cristo che le donava un anello visibile solo a lei, sposandola misticamente. Un’altra volta il Cristo le asportava il cuore sostituendolo con il proprio, per cui Caterina porterà sul costato una cicatrice.

     Attorno a lei si andava raccogliendo una quantità di gente, chierici e laici, che prendevano il nome di “Caterinati”. Allora, i domenicani le assegnarono un direttore spirituale, Raimondo da Capua, che diventerà il suo erede spirituale. La Santa morirà il 29 aprile del 1380 a trentatré anni, un’età che non potrebbe essere più significativa....

      Ha lasciato circa quattrocento lettere scritte a tutti i potenti del suo tempo ed un “Dialogo della divina provvidenza” che è una delle più notevoli opere mistiche di tutti i tempi. È patrona d’Italia e protettrice delle infermiere.

 

1511

 

 

 

       La lapide che ci ricorda i transiti famosi sotto l’arco di Porta Canarda, segnala per il maggio del 1511 il passaggio di Niccolò Machiavelli. Si stava recando a Villa Lanteri, su Capo Mortola, ad incontrare il giovane Antonio, che lo avrebbe accompagnato a Monaco, dal principe Luciano, a prender posto quale rappresentante della Signoria di Firenze.1

       Antonio Lanteri, figliuolo di Luca,2 seguì con onore la carriera paterna; andando inviato al duca di Milano Galeazzo Maria Sforza, nel 1492, indi nel 1511 fu spedito dal Principe Luciano Grimaldi quale suo Oratore alla Signoria di Firenze, che contraccambiava con l’invio del Machiavelli a Monaco.

     Nel 1509, in guerra contro Venezia, il Machiavelli era al soldo dell’imperatore Massimiliano, in Verona; intanto che questi era tornato in Germania a chiedere soldati e denari ai principi tedeschi.

     Il 2 gennaio 1510, atteso inutilmente il ritorno dell’Imperatore, se ne tornò a Firenze, che subito lo spedì a Blois, dove Luigi XII teneva la corte, arrivando ad incontrarlo il 17 giugno 1510. Lo informò del disimpegno fiorentino verso una guerra contro papa Giulio II, e questi lo trattenne fino al 19 ottobre, per rispedirlo sconfortato a Firenze.

 

1   Villa Lanteri sarà poi ceduta agli Orengo che nel 1867 la rivendettero a Sir Thomas Hanbury.

2  Nei primissimi anni del 1500, nella nostra città, ben meritata riputazione acquistava la famiglia Lanteri, aggregata all’albergo Grimaldi. - Luca Lanteri figliuolo di Raimondo e di Luchina De Giudici, era fra gli intimi famigliari di Lamberto I, signore di Monaco, il quale lo dava compagno al fratello Gio Andrea Grimaldi, quando nel 1458 dovette stringere una capitolazione con Filippo Fieschi dei conti di Lavagna, ammiraglio della Repubblica genovese.

 

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      Vissuto a cavallo fra Quattrocento e Cinquecento, Machiavelli è stato uno dei maggiori pensatori politici di tutti i tempi ed è considerato colui che per primo teorizzò in maniera geniale la necessità di separare l’ambito della politica dalla morale e dalla religione. Suo principio cardine fu che chi detiene il potere, nella forma di repubblica o di principato, deve ricorrere a tutti i mezzi per garantire il benessere e l’integrità dello Stato. Machiavelli è stato sia esaltato in quanto teorico di una concezione laica e razionale della politica, sia detestato perché considerato negatore dei fondamenti etici e religiosi propri di una retta politica.

 

       Girolamo Rossi riceveva da Gustavo Saige la lettera, che accreditava a Firenze l’inviato Lanteri:

«A li illustrissimi Signori et Signore Gonfaloniere Conseglio et Signoria de la excelsa Repubblica di Firenze.  Illus-mi Signori Gonfaloniere, Cunsegliu et Signoria. Lo lator de la presente sarà Messer Anthonio Lanteri citadino de Ventimilia nostro bon amico, qual mando dalle Signorie vostre per conferere cum quello de alcune cose che da luy intenderanno.  - Si che preghole se degnino darli audientia et de quanto gli farà intendere de mia parte, gli vogliano prestare piena fede, quanto a me proprio.  - Et non più che alle presente Ill. S.V. ma ricomando et offero preghando Dio le conservi in bono et felice stato.»

             Monaci, IX aprilis 1511. L’amico et servitore Lucianus de Grimaldis Monaci dominus

 

          Delle ombre della sua povertà, ma anche delle sue luci, Machiavelli scriveva al Vettori in quella che è la più famosa lettera della nostra letteratura:

«Venuta la sera, mi ritorno in casa ed entro nel mio scrittoio; e in su l'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui uomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandargli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro umanità mi rispondono; e non sento per quattro ore di tempo alcuna noia; sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte; tutto mi trasferisco in loro. E perché Dante dice che non fa scienza sanza lo ritenere lo avere inteso, io ho notato quello di che per la loro conversazione ho fatto capitale, e composto uno opuscolo de Principatibus».         10 dicembre 1513

Machiavelli

 

1536

 

 

       A pagina 91 del suo “INTEMELIO conversazioni storiche, geologiche e geografiche sulla città e sul distretto Intemeliese”, pubblicato nel 1965, il canonico Nicolò Peitavino ci ha tramandato un avvenimento collaterale, capitato ad un personaggio importante. Gli storici locali si erano tramandati la trama del fatto in configurazione collaterale.

da "Carlo V transita da Porta Canarda" affresco di Angelo Vernazza nel loggiato di Villa Hanbury a Mortola.

 

 

       Ora voglio narrarvi un aneddoto, accaduto all’imperatore Carlo V quando, nel 1536, passò per la nostra città.

       “Appena si conobbe in Genova la notifica che Carlo V muoveva alla volta della Liguria, l’Ufficio di San Giorgio spedì ambasciatori per incontrare il potente imperatore ai confini per ossequiarlo. Giunto il monarca spagniuolo nelle vicinanze della città e transitando sotto la porta Canarda, ecco per caso staccarsi dall’alto della via alcune pietre e cadere ai piedi del cavallo. Mentre le persone del seguito meravigliate osservavano l’accaduto, egli ridendo disse:” Anche le pietre si inchinano al mio passaggio!

       Giunto alle porte della città, trovò il capitanio Isnardo Pinelli con la sua corte, il Priore del Consiglio coi Sindaci e gli Anziani. Tra due file di popolo giunse nella piazza, dove venne ossequiato da monsignor Filippo De Mari, vescovo della città, a capo del Capitolo e del Clero secolare e regolare. Dopo aver baciato la croce d’argento presentatagli dal Prelato, entrò nella Cattedrale a far breve orazione, quindi proseguì il suo viaggio".

 

 

1538

                  Re di Francia Francesco I - Papa Paolo III - Carlo V Imperatore

 

 

    Onde poter indire il concilio e bloccare i tentativi imperiali di un compromesso autonomo da Roma con i protestanti sulle dottrine controverse, papa Paolo III convocò l’imperatore e il re di Francia a Nizza.

         Lasciò Roma e vi si portò di persona il 17 maggio trattenendosi fino al 20 giugno dopo essere riuscito a convincere i due ad una tregua decennale.

    Parlò più volte il Papa alternatamente coi due rivali. Ma essi non acconsentirono neppure a vedersi; sicché le negoziazioni durate un mese si fecero o con lui direttamente o col mezzo di tre cardinali volanti […] Questo rifiuto non pure di avere colloquio fra loro, ma fino di vedersi, parve testimonio irrefragabile di odii ostinati, sinistro augurio di un prossimo avvenire.

       Attivò senza risparmio tutta la capacità d’argomentazione e pressione della diplomazia papale sino ad indurre i due contendenti, il 23 giugno 1538, alla pace di Nizza.

       La lapide affissa da Sir. T. Hanbury su Porta Canarda ci informa che Papa Paolo III transitò di lì nel luglio del 1538, evidentemente nel suo viaggio di ritorno per Roma. Quasi certamente il viaggio per Nizza lo aveva affrontato con un mezzo navale, non è da credere un transito sulle Alpi Cozie, per poi calare in Costa Azzurra.

Pace di Nizza

 

1796

 

 

        L’ascesa di Napoleone Bonaparte ebbe inizio in Italia tra il 1796 e il 1797.

       Egli riuscì a mostrare le sue doti nella strategia, trasformando l’armata che la Francia gli aveva assegnato in un formidabile esercito col quale sconfisse più volte gli Austriaci e i Piemontesi.

      Il 9 marzo 1796 sposò la vedova di Beauhamais, un ufficiale ghigliottinato. Dopo soli due giorni lasciò la moglie, Giuseppina Tascher de La Pagene, partendo per Nizza dove gli fu assegnato il comando di 38.000 uomini. Era la mal equipaggiata Armata d’Italia, conosciuta spregiativamente come “L’Armata dei cenciosi”.

        Per imporre l’obbedienza ai suoi generali, in disaccordo tra loro, li convocò, con le truppe, in Nizza mostrandosi autoritario nei modi e spiccio nei comandi: ”Quando si mise in capo il cappello da generale – avrebbe scritto in seguito il generale Masséna – pareva essere cresciuto di colpo di mezzo metro”.

       Avanzando da Nizza, riordinò le truppe attraverso un programma di requisizioni sul territorio che, in due settimane, consentì di corrispondere ai soldati le paghe arretrate e regolarizzare le forniture del rancio. Migliorò l’armamento, rastrellando fucili d’ogni tipo sul territorio. Il commissario politico Saliceti riuscì a procurargli 80 cannoni da campo e 24 obici da montagna, creando un piccolo reparto di artiglieria.

          La sua idea era quella di invadere il Piemonte da Sud, muovendo dalla costa ligure, tra Mentone e Savona. Quindi, coi primi reparti entrò in Liguria transitando attraverso Porta Canarda, presso Ventimiglia, il 3 d’aprile 1796.

          Finita la Rivoluzione, a causa dei suoi trascorsi, Napoleone era stato costretto a vita d’ufficio presso il Bureau Topographique, attività che detestava. Eppure da quei momenti difficili, forse, trasse più beneficio che da qualunque atra esperienza giovanile.

BONAPARTE 1796

 

1814

 

        È ancora su INTEMELIO che il canonico Peitavino ci racconta del passaggio da Ventimiglia di Papa Pio VII, di ritorno dal suo lungo esilio in terra di Francia:

           “Era l’11 febbraio 1814, quando in mezzo ad una calca indescrivibile di popolo festante, al suono allegro delle campane, il Santo Padre faceva ingresso nella nostra Cattedrale. Quivi, ricevuta la benedizione col SS. Sacramento, usciva a benedire l’immensa folla che, commossa, acclamava il Capo visibile della Chiesa”.

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          Quando Napoleone fu sconfitto a Lipsia, il 19 ottobre 1813, decise di fare ricondurre il suo prigioniero a Savona prima che lo liberassero gli alleati. Pio VII partì da Fontainebleau domenica 23 gennaio 1814 in forma privata, vestito da vescovo. Fu condotto a Nizza attraverso un percorso tortuoso per aggirare la valle del Rodano, finendo per raggiungere Nizza da Limone Piemonte, scavalcando il Colle di Tenda, per passare da l'Escaréne. Lungo il cammino, riuscì ad ottenere un vero trionfo, con folle esultanti che si accalcarono al suo passaggio. Il 16 febbraio entrò nuovamente in Savona, da dov'era stato prelevato e dove tornò a soggiornare fino alla liberazione di Roma dal dominio francese.

          Superata Ventimiglia arrivò a San Remo il 12 febbraio, pernottando presso la famiglia del Duca Borea d’Olmo. Si fermò poi a Bussana, dove il marchese Lercari lo ospitò in Villa Spinola, offrendogli un rinfresco innaffiato dal rinomato vino “moscatello” che Pio VII lodò per la sua eccellente qualità.

 

LUTERO

 

Martin Lutero affigge le sue 95 tesi sul portone della chiesa di Wittenberg 

 

 

      Nel novembre del 1510, tra i pellegrini che attraversavano la porta di piazza del Popolo a Roma, vi era un giovane monaco agostiniano: Martin Lutero. Accompagnava un altro monaco mandato dal convento agostiniano di Erfurt, in Germania, per dibattere col Papa una questione riguardo al loro ordine religioso. Quel giovane monaco, che di lì a poco avrebbe iniziato la Riforma protestante, era per ora solo un pellegrino che, nel salutare Roma, si era gettato a terra esclamando: «Ti saluto, Roma santa! Sì, veramente santa a motivo dei santi martiri del cui sangue grondi!».

      Non aveva ancora affisso l’elenco delle sue novantacinque tesi sul portone della chiesa  di Ognissanti del castello di Wittenberg, gesto che mise in opera il 31 ottobre 1517.

    Di ritorno da Roma, nel 1511, l’agostiniano Martin Lutero scelse di raggiungere Marsiglia per tenere conferenze in quel convento, un po’ indeterminato. Percorse la costa di Liguria e predicò nei cenobi: di Genova, di Ventimiglia e di Aix en Provance. Procedette poi per la Valle del Rodano e in quella dell’affluente Saône, a seguire la valle della Mosella fino a Koblenza e, da lì fino a Erfurt, la meta.  Lungo quelle interminabili valli trovò ospitalità dagli agostiniani di Arles, Avignon, Lyon e Nancy.

       A Ventimiglia fu ospitato nel convento di Sant’Agostino, questionando coi Canonici e predicando ai numerosi fedeli, per parecchi giorni di fila. Ma a causa della riforma richiesta dallo stesso Lutero, già nel 1517, il convento degli Agostiniani subiva una considerevole perdita di rilevanza locale, giacché, a quei Canonici veniva sottratto il privilegio di vendere le indulgenze, privilegio passato da papa Leone X ai domenicani.

       Ovviamente, in quel 1511, andando verso Aix en Provence proveniente da Ventimiglia ha dovuto transitare attraverso Porta Canarda. La nostra lapide non riporta il suo nome perché egli allora era un semplice giovane monaco agostiniano, anche se già ben predisposto ai cambiamenti che lo renderanno meritevole della citazione.

 

       La presenza dei monaci agostiniani in Francia risale al XIII secolo quando venne fondato l’Ordine. Dall’Italia l’espansione dell’Ordine toccò rapidamente le terre francesi d’oltralpe dove furono fondati o aggregati numerosi monasteri. L’origine di questi insediamenti deriva sostanzialmente dagli eremiti di Toscana, dai Giamboniti e dai Brittinesi che avevano conventi transalpini, non prima del 1256.

        Un soggiorno originale per una visita nel Sud della Francia: al centro di Aix-en-Provence, città ricca di arte e storia, a pochi metri dal famoso Cours Mirabeau, si trova l’Hotel des Augustins, all’interno di un antico convento del XII secolo. Il più famoso dei suoi ospiti, Martin Lutero, membro della confraternita degli agostiniani, soggiornò in questo posto al suo ritorno da Roma. La struttura presenta un mix tra architettura storica e moderna.

     La chiesa di san Ferreolo o chiesa degli Agostiniani (Saint-Ferréol les Augustins è èglise des Augustins, in lingua francese) è una chiesa che si trova a Marsiglia, nel quartiere del Vecchio porto, tra il quai des Belges, la rue du Beausset (ex rue des Augustins), la rue de la reine Élisabeth (ex rue des Templiers) e la rue des Augustins (ex rue neuve des Augustins). Era originariamente la chiesa conventuale di un convento di frati agostiniani.

 

     La visita di Lutero a Roma è ormai lontana, ma ricordarla può essere l’occasione per guardare a ciò che unisce, che è molto più di ciò che divide. Ai toni aspri delle controversie si sono ormai sostituiti, per fortuna, passi di reciproco apprezzamento, con la riscoperta cattolica del valore teologico, biblico e mistico degli scritti di Lutero. Da parte protestante, contemporaneamente, vi è una nuova riflessione sull’unità della Chiesa e una nuova considerazione sull’opportunità di avere un “portavoce comune” di tutte le Chiese.

 

AIX EN PROVENCE