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POSTI  Föraman

 

La fossa della cisterna, con panorama dell'Esterel 

A  FORTE  SAN  PAOLO

L’ORECCHIA  D’ESTEREL

    Dal gomito dell’ultimo tornante verso Forte San Paolo si diparte un lastricato di buona fattura, in direzione Ponente, che sale con discreto dislivello verso il lato Ovest del Forte, conducendo ad un’orlata piazzola, dominata dalla voluminosa cisterna, di fronte alla quale si apre la panoramica “Orecchia d’Esterel”.

    Il lastricato, che ha sostituito un antico sentiero, è stato voluto da un’Amministrazione degli Anni Novanta, la quale, una volta realizzato, non lo ha saputo pubblicizzare a sufficienza, lasciandolo inattivo e persino mal frequentato. Ma quel camminamento merita una miglior fortuna escursionistica, giacché dal suo culmine si domina una vista panoramica da non perdere.

    Oggi quel pregevole manufatto ha bisogno di una qualche manutenzione, ma soprattutto richiede un costante mantenimento d’efficienza, che si potrebbe ottenere anche solo con un intervento tardo primaverile.

    Al culmine del selciato, sul limite Sud della piazzola, si apre una cavernetta, la “Aureglia d’Esterel”, che è anticamera di una ridottissima balconata aperta sulla visione della costa da Capo Ampeglio alle montagne dell’Esterel, offrente una visione incomparabile del Mare Nostrum.

                             G.C. - Associazione Forte San Paolo                                                          LA VOCE INTEMELIA  anno LXIV  n. 6  - giugno 2009  pag. 3

 

 

Lettera alla Voce

    Nel numero del 24 giugno scorso di Voce Intemelia, ho letto con piacere l’articolo di Gaspare Caramello “L’Orecchia d’Esterel”, che mi ha spiegato il significato di quella che sembra una micro cattedrale nel deserto, e che è invece la stradina che porta alla panoramica “Orecchia d’Esterel”.

    Non dubito del valore panoramico dell’Orecchia, e allora ho voluto averne conferma perché ricordavo la situazione all’epoca della realizzazione: una piazzola dove la ruspa aveva appena fatto pulizia dei rovi che vi regnavano sovrani. Ho cercato pertanto di ritornare alla sommità del selciato, ma dopo alcuni metri la stradina è invasa da un piccolo smottamento. Poco più avanti un grosso lentisco ostruisce il passaggio e allora mi sono fermato.

    Concordo quindi con Gaspare sulla necessità di una costante ed efficace manutenzione del luogo. Approfitto dell’occasione per segnalare, sempre in via Forte San Paolo, nella curva seguente a quella che da inizio al sentierino di cui sopra, la mancanza del necessario specchio che segnala l’arrivo delle auto, che esisteva e non è stato più ripristinato dopo l’allargamento della curva.

    Constato con amarezza che non sono mai state ripulite le lapidi presso la “caserma Umberto I”, ricordi storici, culturali e, perché no anche affettivi per chi ha creduto nei simboli esposti.

    Anche il terreno circostante lascia molto a desiderare. Con il desiderio generale di voler valorizzare i beni culturali, francamente non capisco questa trascuratezza.

Luigi Bono

P.S. Non sarebbe male se alla base del sentierino ci fosse un cartello: “Sentiero dell’Orecchia” !

                                                            LA VOCE INTEMELIA  anno LXIV  n. 9  settembre 2009  pag. 6

 
PIAZZETTA
  DEI B A L E S T R I E R I

    I numerosi cittadini presenti insci’u Scögliu alle celebrazioni per San Secondo 1995, avranno notato la verzeggiante sistemazione dell’angolo nel Passeggio della Colla, ricavato proprio sotto «u Munte d’ê Mùneghe».

    Ebbene, quest’ultima porzione dello sterrato che dal «Cavu» raggiunge Porta Nuova è stata bonificata ed urbanizzata dalla ditta Fognini, all’interno dei lavori di assestamento per quella frana latente, che tormenta la stabilità dell’intera zona.

    La Commissione per la toponomastica cittadina ha voluto assegnare quel rinnovato tratto di belvedere, allestito con graziosi giardinetti, dedicandolo ad un’antica arte guerresca, che ha caratterizzato la bravura delle nostre genti del ‘Medioevo, i «Balestrieri».

    I dirigenti dell’Ufficio tecnico hanno seguito con attenzione la ripavimentazione del sito disponendo l’uso di materiali aderenti alla nostra tradizione: camminatoia in coste di mattoni rossi, contenuta in un selciato di pietre di fiume.

    L’architetto Marco Marchesi ha poi tracciato un’elegante balestra stilizzata, al centro della piazza, che è stata realizzata con la policromia dei sassi medesimi.

    Infine, l’attuale Compagnia Balestieri ha ottenuto dal sindaco, Claudio Berlengiero, la possibilità di completare nei particolari l’allestimento delle aiuole, facendo leva sulla fiducia che il primo cittadino concede al volontariato. Lavorandovi saltuariamente, nel giro di qualche mese, la Compagnia ha portato a termine la verzitura delle aiuole proprio per la vigilia della festa patronale, mentre si ripromette di addobbare le antiche mura incombenti per la prossima primavera.

    Tra gli alberelli messi a dimora  - molti dei quali provenienti dal dismesso vivaio comunale, come un Ligustro, qualche Palmetta ed alcuni Oleandri  - fanno bolla figura alcune piante, dono di volonterosi cittadini: Bruno Manera, titolare di «Cactus mania», ha messo a disposizione due stupende Araucarie; Mauro Raimondo, che coltiva piante ornamentali in quel di Latte, ha portato in dono alcune qualità di Ficus, verzeggianti Monstere ed un raffinato Filodendro; mentre, Erino Viola si è fatto carico delle piantine di Pitosforo per realizzare la siepe sul «Munte», concedendo anche due rare pianticelle che, però, vedremo crescere lentamente.

 LA VOCE INTEMELIA  anno L  n. 9  settembre 1995  pag.10


    Il 19 maggio 1996, le Compagnie di Sestiere hanno sostenuto una coreografia d’eccezione nella inaugurazione della Piazzetta dei Balestrieri sulla Colla, proprio nello spazio ricavato dal demolito Munte d’ê Muneghe, nella zona del Cavu.

    Il Sestiere Ciassa, attento organizzatore della manifestazione, ha lavorato sollecitamente per svolgere la rievocazione sul luogo, così da poter attivare il giardino rinverdito dalla messa a dimora di una stupenda magnolia.

    Il Sindaco, Claudio Berlengiero ha tagliato il simbolico nastro per aprire al pubblico il nuovo grazioso belvedere, rinfrescato nell’arredo urbano e nel verde.

    I locali balestrieri, presenti per dar vita alla Bataiola di Maggio, hanno approfittato dell’occasione per schiudere al pubblico una pesantissima pietra istoriata col loro blasone sociale, dagli antichi bastioni di Porta Nuova.

    Il capolavoro lapideo, in pregiata pietra del Monte Subasio, opera di un valido balestriere assisano, è stata il prestigioso donativo che la Compagnia Balestrieri di Assisi ha voluto fare alla Compagnia Ventimigliese, in occasione del decimo anniversario di fondazione.

    I balestrieri ventimigliesi devono ai loro colleghi assisani l’iniziazione all’arte ludica della balestra antica; senza la attenta guida di Dino Perla, Maestro d’Armi umbro, i nostri non avrebbero potuto neppure immaginare i risultati che successivamente hanno potuto agguantare.

    Dunque, la stima che unisce le due blasonate Compagnie non poteva esprimersi meglio se non con l’attraente dono, posto in opera a suggellare la costante amicizia umbro-ligure, nell’espressione ludica della balestra antica.

    Alla presenza dell’intero Agosto Medievale, la delegazione di Assisi ha scoperto la lapide, tra gli applausi di un folto pubblico e la commozione dei balestrieri ventimigliesi.

LA VOCE INTEMELIA  anno LI  n. 5  maggio 1996  pag. 6

 

INAUGURAZIONE

PARTE  DELLA  PROLUSIONE  DEL  CONESTABILE

    Nel 1994 la Commissione comunale per la toponomastica ha voluto ricordarsi dell’antica attività che oggi appassiona alcuni esperti locali, dedicando ai balestrieri la panoramica piazzetta a ridosso del Cavu.

    L’arte dei balestrieri ha percorso in crescendo tutto il Medioevo, lasciando un alone di tradizione che ci ha coinvolto in una ripresa attuale dell’antica attività, per la quale i Liguri furono notissimi in tutt’Europa.

    I balestrieri ventimigliesi condotti dall’emergente comune genovese ben figurarono nella crociata contro i Mori di Spagna del secolo XII, ottenendo riconoscimenti ad Almeria, nel 1147 e a Tortosa nel 1148.

    Successivamente alleati con la potente Pisa, nell’orbita dell’imperatore Federico II di Svevia, nel 1241, propinarono una solenne batosta ai genovesi, nell’Arcipelago Toscano facendo prigionieri moltissimi cardinali che si recavano a Roma per il Concilio indetto da papa Gregorio IX.

    Gli stessi balestrieri delle Riviere, questa volta al soldo di Genova, batterono la rivale Pisa all’isolotto della Meloria, il 6 agosto dell’anno 1248. Erano numerosi i balestrieri dianesi, che ottennero una speciale menzione, ma anche Ventimiglia era presente con più di cento uomini e qualche nave.

    Purtroppo, un episodio negativo per la nostra città ha visto ancora impegnato un balestriere. L’armata genovese di Fulcone Guercio e Rosso Della Turca teneva in assedio Ventimiglia nell’anno 1238. La città resisteva tenacemente guidata da Guglielmo Saonese, vera figura di condottiero medievale mentre le galere genovesi si appressavano minacciose alla spiaggia.

    Il 21 maggio del 1238, poco più di settecentocinquantanni or sono, mentre ferveva la mischia alla Marina, un anonimo balestriere di Bogliasco, riusciva inosservato a raggiungere un’altura sulla Città, forse non lontano dalla piazza oggi dedicata ai Balestrieri, piantandovi la bandiera genovese.

    Questo atto incoraggiò i compagni che erano sul punto di cedere, intanto che seminava il panico tra le schiere ventimigliesi, che credendo la piazzaforte arresa, si ritirarono dalla spiaggia, lasciando aperta la testa di ponte genovese.

    Pochi giorni appresso, il Libero Comune Marinaro di Ventimiglia si arrendeva, questa volta definitivamente, alla soperchieria genovese, diventando una città nell’orbita dei possedimenti del Comune genovese. Abbiamo però l’ambizione di pensare che la Commissione per la toponomastica abbia anche tratto ispirazione per la dedica dall’operato dell’attuale Compagnia ventimigliese, che ha prodotto fior di campioni italiani della specialità e si è fregiata ben due volte del titolo nazionale per Società, nei Campionati del 1989 e del 1990.

                                                                                               Piero Abellonio             LA VOCE INTEMELIA  anno LI  n. 10  ottobre 1996  pag. 3

 

PESCHIERE ROMANE AI BALZI ROSSI

                                                                                                                                                  di Sergio Pallanca

    Da un po’ di tempo penso di scrivere qualcosa circa un manufatto che ho scoperto casualmente in una assolata giornata estiva; il dato che io non sia un tecnico ne abbia la preparazione scientifica idonea mi ha sempre frenato.

    Proporrò qui la mia scoperta e la mia opinione in merito in attesa che qualcuno più qualificato la condivida o la confuti.

    Nei pressi dei Balzi Rossi, verso levante c’è un tratto di costa molto frastagliato, costituito da aspre rocce; le spiagge sono ridottissime e bellissime, raggiungibili solo a piedi o a nuoto, ma la fatica per arrivarci è ripagata dalla suggestione dei luoghi e dalla purezza delle acque.

    In un certo punto sotto la Via Iulia Augusta, nei pressi della “tagliata”, le rocce sono scavate in un punto a formare una piccola galleria naturale di circa un metro di larghezza e due e mezzo di altezza per cinque di lunghezza, parzialmente sommersa e percorribile a nuoto senza l’ausilio di auto respiratori con mare calmo; allo sblocco della galleria, a monte, c’è un’ampia vasca a cielo aperto di forma rettangolare, squadrata e dalle pareti levigate di circa tre metri per due e con un’altezza di circa quattro metri e mezzo ora parzialmente colmata da ghiaia e massi. Col moto ondoso l’acqua all’interno della vasca viene continuamente rinnovata ed è pura ed ossigenata.

    A mio avviso si tratta di una “peschiera”, in altre parole di opera dell’uomo che serviva a contenere il pesce pescato vivo e vitale in un luogo da cui potesse essere facilmente prelevato all’occorrenza per essere cucinato fresco.

    Una prova che consolida la mia tesi è che lo sbocco della galleria nella vasca, a livello della volta, presenta ancor oggi fori circolari con all’interno materiale ferroso fortemente ossidato, arrugginito; questi erano gli ancoraggi di robuste grate in ferro che formavano il supporto per reti a maglie più fini che avevano la funzione di impedire che il pesce riprendesse il mare.

    Sui bordi superiori della vasca, sui due lati lunghi si vedevano ancora tre incavi che si fronteggiano parallelamente, di circa venti centimetri di lunghezza per dieci di profondità: probabilmente erano le sedi per robuste tavole che coprivano la vasca e rendevano più agevole il lavoro di manutenzione e il recupero del pesce. Negli angoli del bordo, a monte, si vedono tuttora pietre cementate con malta e tracce di una graffa di ferro.

    Ricordiamo che sino a non molti decenni or sono non esistevano frigoriferi e se sin dall’antichità l’uomo ha imparato a conservare il freddo pressando la neve in inverno nelle “ghiacciaie”, camere per lo più ipogee, utilizzabile quale fonte di ghiaccio anche in estate; questa era una pratica molto complessa e costosa e attuabile solo in certe zone.

    Vicino al mare era più semplice conservare il pesce vivo che fresco: il pesce è sempre stato un alimento prelibato e ricercato e quello di mare, specialmente le murene, era preferito dai nobili e ricchi, quello d’acqua dolce era riservato alle classi più povere.

    Come ci ha tramandato Lucio Giunio Columella, i latini allevavano pesci nelle “piscinœ” con tecniche complesse già sperimentate negli ambienti greci ed orientali; gli impianti erano molto vasti e se ne trovano tracce in particolare lungo il litorale tirrenico tra la Toscana e la Campania, giù sino a Capo Palinuro e le coste orientali della Sicilia, di forma quadrangolare in muratura o appunto scavate nella roccia viva.

    Nel nostro caso si trattava probabilmente di una semplice peschiera per la conservazione temporanea del pesce pescato e non di un vero e proprio allevamento.

    Molto controversa e difficile potrebbe essere la datazione dell’opera appena illustrata; posso dire che si ha memoria di una vasca naturale che si trovava sotto il ristorante del casinò della Bella Epoque, proprio ai Balzi Rossi , vasca che aveva la funzione di peschiera; i clienti potevano ammirare i pesci nel loro habitat naturale e scegliere quello che doveva essere per loro pescato e cucinato. Trovo molto affascinante datare la peschiera all’epoca romana, la mia tesi per la datazione può essere avvalorata dalla presenza di insediamenti, ville di nobili e ricchi Romani nella piana di Latte e dalla vicinanza della Via Iulia Augusta; altresì le peschiere potrebbero essere più recenti, ma dato il lavoro importante, la tipologia dell’opera, la struttura completamente scavata nella roccia, la mancanza di notizie da fonti recenti orali o scritte non penso di sbagliare nell’indicare le peschiere dei Balzi Rossi opera risalente al periodo Romano. 

                                                                                                             LA VOCE INTEMELIA  anno LXIV  n. 9  settembre 2009  pag. 5

 

 

LA  CASAMATTA  DEL  CIOUSSU

    Calando verso Peglia, la cinta muraria di Tramontana, superati i notevoli manufatti che caratterizzano Porta Piemonte, si mostra in tutta la sua “ottocentesca” possanza.* Sul vertice murario, il camminamento di ronda segue l’andamento scosceso del crinale, servito da una lunga serie di scalini dalla pedata piuttosto oblunga; una malagevole scalinata che i ventimigliesi dell’Ottocento hanno chiamato “Scařa Santa”, parafrasando il celebre modello romano, parimenti gravoso.

    Raggiunto il piano, le mura sono state dotate di un complesso fortificato di notevole fattura, oggi non troppo rilevabile, così com’è stato marginato dal terrapieno per realizzare Corso Francia, verso la Galleria del Poggio.

    Dall’esterno, la possente Casamatta si intravede percorrendo la curva superiore sul perimetro sud dell’ex Pubblico Mattatoio; per visionare l’interno occorre accedere a Vico del Mulino, da Piazza Costituente, procedendo fino al retro del garage RT, l’ampio manufatto dell’ex SATI.

    La complessità edificatoria di quel fortilizio ottocentesco, traspare immediata nella valutazione delle rimanenti, corpose rovine. Una massiccia entità muraria, elevata su un poderoso passaggio voltato, risulta fornita di un robusto baluardo, eretto a protezione di una suggestiva piazzuola, alla base del camminamento che un tempo la collegava alla Colletta, attraverso la Porta del Cioussu, oggi sfregiata da un incongruente muro di cinta confinaria.

    Verso tramontana, dalla piazzuola prende avvio il Cammino di Ronda, costituito in massima parte dalla “Scala Santa”, fino all’abside della chiesa di San Michele e poi a Porta Piemonte.

    Mai introdotto nella routine della Nettezza Urbana e nei sopralluoghi di Polizia; negli Anni Novanta, il luogo era decaduto a ricetto di sballati, con conseguente continua pericolosità di transito. Oggi gli sballati si sono spostati altrove, ma un ripristino della straordinarietà del luogo è ancora molto al di là dal realizzarsi

NOTA:

* Ora che il dottor Fabio Piuma sta per pubblicare il suo lavoro sulle fortificazioni sabaude di Ventimiglia; della cinta muraria con la quale i Genovesi cinsero difensivamente la nostra città non resta poi molto d’esistente. Il settore di Tramontana, che fin’ora era conosciuto come “Cinquecentesco”, è invece il rifacimento Ottocentesco, ispirato ad un progetto del Settecento, col quale le autorità sabaude hanno sostituito le mura genovesi, troppo deboli per i gusti dei sopraggiunti Savoia. Dunque, le mura di Tramontana sono Ottocentesche, come le casematte che le sostengono e come la “Scala Santa”, che è da considerarsi come un tratto di postazione per fucilieri.