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Cima Belenda nell'Ottocento

 

BELENDA  SACRALE

santuario  a  Belenos, spiccato dai  Ciotti

di Luigino Maccario

    Dal costone di Levante del Monte Longoira si diparte un crinale che si raccorda con il culmine della Colla Belenda, altura di 541 metri, le cui pendici determinano il territorio costiero comunale di Ventimiglia, tra la Valli del Latte e della Sgorra ad Est ed il Vallone del Passo, ad Ovest. È un sito d’alto valore ambientale aperto ad una mirabile esposizione soleggiata, che fin dalla più profonda antichità ha attratto l’attenzione dell’uomo, il quale ne ha distinto la sommità a titolo di altura sacrale.

    Nel corso di quella profonda antichità, dalle pendici Ovest dell’altura, rivolte verso il Rio Tantan, scaturivano calde fumarole, che concedevano al luogo una ulteriore condizione di rapporto col divino. Ancor oggi, il sito delle fumarole conserva il toponimo identificativo di “i Cioti”: i buchi del terreno.

    Durante il dipanarsi del Paleolitico, quando gli abitatori delle grotte dei Balzi Rossi sentivano il bisogno di comunicare con il divino, raggiungevano la sommità di Colla Belenda per mettere in atto la dovuta ritualità.

    Portavano in dono pezzi pregiati di industria litica: punte di freccia, lame di ascia e raschiatoi, che lasciavano sul sito a disposizione dell’implorato, giacché lo ritenevano abitatore delle vette, sovente innevate, delle Alpi Marittime, da li visibili in uno splendido scenario, dal quale spunta nitida e ben definita la cuspide del Gran Capelet.

    Quando l’uomo raccoglitore divenne allevatore, organizzò la transumanza delle greggi verso quelle alture, prendendo l’avvio proprio dal sito sacrale di Belenda, concatenandolo così agli ieratici dintorni del Monbego. Ancora in questo dopoguerra la direttiva principale delle “draire” provenienti dalle Meraviglie, aveva come terminale marittimo gli stabbi in località Ciotti; da dove facilmente si raggiungeva l’acqua salmastra, curativa, nella Piana di Latte.

    Risulta assai evidente l’etimologia del toponimo di Colla Belenda, quale luogo sacro alla più conosciuta divinità celto-ligure: il solare e luminoso “Belenos”, protettore delle pecore e del bestiame. Nel Ponente ligure, altri sono i toponimi orografici in Belenda o Bellenda: un colle sul crinale tra le Valli Nervia ed Argentina, soprastante Tenarda, a 1353 m.; un sito collinare in comune di Conio ed un sito, con torre, nel Finalese.

 LA VOCE INTEMELIA  anno LXVI  n. 9   - settembre 2011

 

BELENDA

ventemigliusu    de Ottavio Allavena

Santa cume ina geixa granda,

â lüxe d’u sù, Belenda bela.

Dae barme, dae trüne, dae cabane

i munta â festa, gente de ‘sti ani.

Longhi cavegli e done, spantegai,

garnìi d’ouri a l’oura d’a matin

e sciure ai figliöi e rame

de murta, d’auriva, d’auribaga.

 

D’â sciorta i l’àn çernüu ‘na bima,

i omi, de duze lüne e gianca,

e i l’arrecampa e i s’arrecampa

tüti, a strupe, versu a çima;

alechìi cume sciami, stundunai

da caicousa, caicün au cu’ survan.

 

Ün ch’u cumanda a l’aiga, â terra,

tremendu padrun d’i troi e d’u seren,

ün ch’u l’açende u fögu benediu,

arrente â pria duv’u gh’é assetau.

In cursu forsci, o u Diu: Belen !

E sciame i cöixe a crava gianca,

i fan festa, e gente, cu’u sou Diu.

In Diu ch’u parla e u mustra chelu

che triga au mundu, bon e marriu,

ch’u l’apaixa tütu, omi e couse !

Forsci ina foura ch’a paresce vera,

forsci Belen u l’à scangiau bandia;

ma u gh’a lasciau caicousa, cun a pria,

che l’àrima a gatiglia, cume

l’aria ch’a bugia e çime ai pin !

 

Cola Belenda

Alpi Marittime

 

 

   Cola Belenda

   vista da Tanarda

 

B E L E N O, IL BRILLANTE

Divinità  lunare  o  solare  preceltica

 

PRESENZE INTEMELIE

    Ancorché così diffuso nella toponomastica del nostro territorio, ma anche quale imprecazione, nell’antica tradizione orale, ovvero il roboante “per Belenos”, ridotta nei secoli al ricorrente “belin”; nel suo ruolo d’antichissima divinità locale, il nome di Beleno non può che assumere il significato celtico de “il Brillante”.

    Rilevato dalle popolazioni celtiche che hanno lentamente integrato gli autoctoni intemelii, tra i secoli VI e V, prima della nostra era; Beleno ha assunto le qualità d’una divinità solare maschile, sconosciuta nel pantheon dei Celti.

    Infatti, nella tradizione celtica, il ruolo solare non è svolto da un uomo, ma da una donna. Nelle lingue celtiche, la luna è maschile ed il sole femminile. Ancora, il calendario celtico è lunare, come d’altronde i Galli “misurano la durata, non secondo il numero dei giorni, ma secondo quello delle notti”. (Cesare, VI, 18)

    Tra gli antichi celtoliguri era Belisana la compagna di Beleno, dotata d’un nome che è un superlativo spiccatamente celtico, col significato di “molto brillante” e dalle caratteristiche solari.

Col sopraggiungere della romanizzazione, Beleno ha assimilato le caratteristiche di Apollo, mentre Belisana si è limitata a diventare un soprannome della dea Minerva, pur conservando le sue spiccate qualità solari.

    La susseguente cristianizzazione ha condotto Apollo-Beleno nelle vesti dell’arcangelo Michele, portatore di luce; mentre Belisana, confusa con la celtica Brigit, è stata assorbita dalla nordica Santa Brigitta, patrona d’Irlanda.

 

TRADIZIONE CELTO-LIGURE

    A supporto della somiglianza tra le tradizioni europee, sia mediterranee, sia nordiche, nel periodo pre indo-europeo: è Belisama, in qualità di dèa-sole, ad acquisire il carattere medico delle divinità femminili celtiche, essendo messa a protezione delle acque guaritrici, che sgorgano dalle fonti.

    Con l’Età del Ferro, il druidismo locale ha potuto trasferirne le qualità in Beleno, mentre ancora nella Età del Bronzo intemelia, sarebbe stata presente una dèa-sole chiamata Belenda, Bellanda, oppure Belena, o ancora Berlena, se non Belisana o Belisama, in uso più a Nord.

    La presunta protezione verso le acque guaritrici, seppur stravolta da sovrapposizioni, era continuata nel Medioevo  presso il santuario di Nogareto, presso Castelvittorio, luogo significativamente lustrale; per quello dedicato alla Vergine Assunta; ma anche nel Fontano di Briga, dove veniva edificata e dipinta la Cappella Sistina delle Alpi Marittime.

    Qualche autore riporta come: l’idea fondamentale della Dea-Terra celtica fosse simboleggiata in “Dana”, chiamata talvolta anche “Ana”, quale consorte di Beleno e madre di tutti gli dèi.

Questo concetto celtico fu cristianizzato talvolta sotto forma di Madonne Nere (Oropa), altre volte, più semplicemente in Anna, madre della Vergine, ovvero l’ava, la donna vecchia.

    Così il culto verso Sant’Anna, molto importante in Bretagna ed altrettanto significativo nella nostra zona intemelia, altro non sarebbe che la continuità del culto preceltico della Dea Madre, passato per  “Ana”,  la divinità solare preceltica. Non può passare inosservata la dedicazione a sant’Anna dell’oratorio di proprietà della Confraternita dei pastori di Tenda, sito nella Piana di Latte, ancora a fine ottocento.

L.M.

 

 

CIMA  BELENDA  VERSO  PUNTA  MORTOLA

    Il costone Sud di Cima Belenda si dipana con un pur dolce declivio verso il mare, dove arriva ad immergervi uno dei luoghi più suggestivi di Liguria.

    Delimitato dall’aspra vallata del Rio Sorba a Ponente e dalla Riana d’i Perugin ad Est, il pregevole costone supporta il raffinato villaggio de La Mortola, dalla base del quale volge fino al mare il notissimo Giardino Botanico Hanbury, continua meta di entusiasti visitatori.

    Le onde del Mar Ligure si infrangono spumeggianti sulle rocciose propaggini di Punta Mortola, che nascondono un Parco Marino sommerso di inusitata bellezza, fornito anche d’una sorgente dolce sottomarina.