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Archeologia   rinnovabile

 

L’ACQUA  DEL

SEBORRINO

AD

ALBINTIMILIUM

 

L’acquedotto  ed  il  castellum  aquæ

Nino Lamboglia  - Françisca Pallarés  1985

    Il tratto di acquedotto più vicino alla città fu scoperto e segnalato dal Rossi nel 1877. Ricerche successive hanno permesso di conoscere il suo completo tracciato. L’acquedotto infatti aveva il suo inizio, il caput aquæ, nella parte mediana del torrente Seborrino (Camporosso) a 3 Km. dalla città, in vicinanza ad un antico frantoio da olive. Sotto quest’ultimo esiste una galleria, costruita in parte nella roccia per ora difficilmente attribuibile ad epoca romana. Poco lontano da questa galleria dipartono i due condotti il cui tracciato è ancora oggi facilmente riconoscibile nello sperone sud del torrente Seborrino e lungo le fasce di uliveti e di coltivazioni che si trovano sul versante occidentale del Nervia. L’acquedotto passava a mezza costa e in vicinanza della città raccoglieva probabilmente nei periodi di secca l’acqua proveniente dalla sovrastante cavernetta «a Barma» ove esiste tuttora una piccola vasca per la captazione dell’acqua.

    L’acquedotto raggiungeva Abìntìmilìum dall’angolo nord-est delle mura nella zona retrostante la chiesa di Cristo Re. Non è escluso che le murature intonacate della vasca ivi esistente possano appartenere a strutture più antiche come d’altronde il piccolo anfratto con tracce di condotto che rifornisce l’acqua per le coltivazioni vicine. In questo punto si trovava il castellum aquæ (bacino o grande deposito dal quale partiva tutta la rete idrica che alimentava le case e le fontane pubbliche). In corrispondenza del castellum si conservano poche tracce di murature rinvenute durante recen­ti scavi fra cui riveste particolare importanza un lungo muro in direzione est-ovest costruito con ciottoli di fiume regolari, l’opus certum di buona età imperiale, a cui si affianca un colonnato. La presenza di queste strutture non è comunque sufficiente a ricostruire la pianta. Nell’intero complesso, non risulta chiara la posizione di un ambiente, alle cui pareti erano addossate sette anfore, scoperto in questa zona nel 1855 e che potrebbe far parte del castellum aquæ. All’esterno di questa costruzione vi era a detta del Rossi, un selciato stradale.

    L’acqua era addotta alla città attraverso un capiente canale in muratura regolare di calce e pietre, un’opus certum largo all’interno cm. 37 coperto e protetto da un voltino sempre in muratura. L’interno del canale era rivestito da uno spesso strato di calce e roccia pestata, durissimo, che serviva ad impermeabilizzare. Era in parte sotterraneo e in parte scoperto e parallelamente ad esso correva un secondo canale a sezione minore, (internamente cm. 22) sempre in muratura con calce, ma costruito probabilmente in un momento più antico e quando la città era meno popolata e di conseguenza le sue esigenze idriche erano minori.

ITINERARI LIGURI 7  - Nino Lamboglia - Françisca Pallarés   VENTIMIGLIA ROMANA  -   I.I.S.L. Bordighera 1985

 

OSSERVAZIONI

    Gli archeologi Rossi e Barocelli hanno ritenuto che fin dal periodo repubblicano, ma certamente in età imperiale, la captazione per alimentare l’Acquedotto di Albintimilium potesse trovarsi nel tratto finale dello scosceso vallone che guida il ripido letto del Rio Seborrino fino a raggiungere la Nervia, nel luogo ove oggi sorge il Ponte dell’Amicizia. Il Rio Seborrino poteva essere allora alimentato per tutto il corso dell’anno dalle sorgenti affioranti dalle falde Est di Monte Fontane, in parte ancor oggi attive.

    L’esistenza di due distinti percorsi d’acquedotto, riscontrabili a tratti lungo la pendici Est della collina seguitante verso Nord la Collasgarba, è determinata dalla presenza di numerosi reperti, laddove le pratiche agricole e più recentemente l’espansione edilizia non hanno favorito la demolizione delle condotte.

    Sulla scoscesa sponda destra del Seborrino, nei pressi di un vecchio frantoio, si è ritrovata quella che potrebbe risultare la Galleria di Captazione dell’opera. Si tratta d’una galleria lunga poco meno di 40 m., con la volta in manufatto di calce tra due pareti scavate nella roccia. Su queste pareti sono ben visibili i vari livelli dei depositi calcarei lasciati dallo scorrere dell’acqua.

Entrata e uscita della galleria a forma di arco hanno una luce di circa tre metri, il fondo è ghiaioso e, poco prima della fine presenta una specie di chiusa lunga circa un metro, fatta con blocchi di pietra.

    Da quel punto si dipartono i segni di due percorsi separati, uno più piccolo, realizzato in Opus cæmenticius e, per l’uso della calce, potrebbe datare all’epoca di Silla, o forse di Cesare, coevo dell’innalzamento di buona parte delle mura cittadine.

    Il maggiore, realizzato in Opus certum, rivestito di coccio pesto, parrebbe databile all’inizio del II° secolo, quando l’aumento della popolazione e la costruzione delle Terme aumentarono il fabbisogno di acqua. I due manufatti spesso correvano affiancati, almeno nei siti dove oggi ve n’è rimasta traccia.1

    Per entrare in città pare che l’acquedotto si integrasse alle mura cittadine, un po’ come si è rilevato nel caso di Forum Iulìi. La grande cisterna del Castrum Aquæ, dal quale si dipartivano i canaletti o le fistulæ di piombo, come hanno rilevato Rossi e Lamboglia, avrebbe dovuto trovarsi ad una quota superiore all’abitato, magari nei pressi delle mura di Nord-Est, dove Rossi aveva scoperto un antico condotto, vicino al medievale Castello di Portiloria, divenuto poi Ridotta Orengo, rinforzata nel Settecento dal Barone di Leutrum, durante la Guerra di Successione al Trono d’Austria, poco al disopra dell’attuale chiesa di Cristo Re.

1) Marina Ricci  - Osservazioni sull’acquedotto di Albintimilium  - in “Rivista Ingauna Intemelia”, 1986, pp.22/30

 

Captazione in Seborrino

 

NUOVE TRACCE DELL’ACQUEDOTTO ROMANO DI ALBINTIMILIUM

                                                                                     di Andrea Eremita

in “I segreti della Val Nervia”

     Scavi archeologici ci raccontano che il maggiore sviluppo urbanistico di Albintimilium è avvenuto nel II secolo d.C. Periodo in cui vennero realizzati nuovi edifici pubblici e privati, nuove insulae, il teatro e i bagni pubblici. L’intensa attività edilizia, accompagnata da un forte incremento demografico, resero necessario potenziare l’approvvigionamento idrico della città con conseguente necessità di costruire un nuovo acquedotto di maggiore portata per prelevare l’acqua dal rio Seborrino, l’affluente del Nervia che scorre nel solco della collina a fronte del ponte dell’Amicizia a Camporosso.

Indagini condotte in passato dal professore Lamboglia e da Enzo Bernardini, avevano localizzato una galleria lunga 30 metri larga 3,30 con la volta ad arco, le tracce di un acquedotto realizzato in epoca repubblicana e di un successivo di maggiore portata costruito in epoca imperiale, entrambi allineati sulla collina lungo l’ultimo tratto di circa 3 km. che separa il rio dalla città nervina. Recenti indagini condotte lungo il corso del rio Seborrino, hanno permesso di localizzare altre due gallerie di 53 e 42 metri realizzate per prevenire le ostruzioni provocate da frane e nuovi tratti dell’acquedotto. Si tratta delle opere più importanti monumentali realizzate in epoca romana nella Val Nervia.

All’uscita della galleria costruita in pietra e malta scoperta di recente una indagine archeologica potrebbe rivelare, sotto l’accumulo di terra e detriti, la presenza di vasche di raccolta e di decantazione dell’acqua del rio Seborrino. Misura m. 53 di lunghezza per m. 3,30 di larghezza. A lato della galleria è presente un cunicolo per accedere al suo interno utile per eseguire i necessari lavori di manutenzione. Costruita in pietra e malta all’interno si conservano le tracce di ripetuti interventi di consolidamento avvenuti a seguito di cedimenti strutturali. Misura 390 di altezza per 190 di larghezza.                                                                                                                                                                                                                                                                     con: Bruno Calatroni, Stefano Albertieri e Paolo Ciarma

Da: LA VOCE INTEMELIA anno LXIII  n. 11 -  novembre 2013