Ancöi l'è
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CONSIDERAZIONI  e  RADICI

 

      Etimi di parole, o stima di usanze, ancora vive nel passato della nostra gente, per fare il punto sulle nostre origini, le nostre radici. Non sarà analizzata soltanto la passata Civiltà Contadina, ma soprattutto i reperti scaturiti da glosse del linguaggio locale.

Gli interventi pubblicati sono già apparsi su LA VOCE INTEMELIA, negli anni scorsi.

 

Ventemigliusu  alpestre

      Nel ventimigliese, se non avessimo dimenticato come parlavano i nostri vecchi, per nominare la catena montuosa delle Alpi, dovremmo usare una varietà di consonante elle con un suono verso la erre apicale, la quale nella convenzionalità grafica potrà essere indicata con il segno  ŕ.

      Dalla glossa aŕpi, che non è del tutto estranea all'antico nome della nostra città: Aŕbintimilium, derivano tutti i termini dialettali riservati al territorio alpestre. Dal medioevo giunge aŕpàgiu: diritto di alpatico, sorta di tassa sui pascoli, che si praticava sullo aŕpàsciu: pascolo estivo d'alta montagna, che si trovava appunto sulla aŕpe: alpeggio, montagna, Alpe.

      Il soldato di montagna è l’aŕpìn: l'alpino, tanto simile allo aŕpinìsta: l'alpinista, colui che affronta le salite montane, armato di aŕpestòccu: la piccozza da montagna, ma anche di stacapàn: il tascapane, o zaino, il sacco da montagna.

      Se questi affronta rocce particolarmente ardue, deve arrampegàsse: arrampicare o arrampicarsi, con l'aiuto di un aŕpiùn: arpione, l'attrezzo che ha trasferito il proprio nome anche alla aŕpéta: ossia il comune raffio o uncino.

                                                                           L.M.             LA VOCE INTEMELIA  anno LVII n. 5 - maggio 2002

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Papé e papéi

      In ventemigliusu la carta per scrivere, come quella in genere, è detta papé, che dovrebbe derivare l’etimo dal nobile, egizio-greco-latino, papiro, mentre “carta” deriverebbe dal greco-latino chàrta: foglio sottile e flessibile adatto a vari usi.

      Soltanto la cartapecora, adoperata sempre e solo da persone dotte, è detta carta membrana, col corrispondente cartàriu, che era colui che preparava e vendeva le cartapecore.

      Stranamente si dice cartezà per definire il levigare con carta vetrata, quando questa viene invece detta papé smerigliu, giacché il lemma è stato contaminato dalla ruvida pelle dell’omonimo squalo, che un tempo veniva usata per lisciare oggetti.

      Anche u cartùn: il cartone, con a cartéla: contromarca nei balli popolari e cartéla, intesa come bauletto di cartone per gli scolari o custodia per fogli e fascicoli, deriverebbero da carta; così u scartòciu, che è il cartoccio contenitore, mentre il cartone per disegno e pittura, foracchiato lungo i segni, è u patrònu.

      Come d’obbligo, la cartiera è a papéira, così come u papeiròtu è il foglietto con annotazioni e a papiòta è il bigodino di carta. Seguono poi i composti: papé da cùřu, carta bibula per filtrare; papé da müxica, carta rigata musicale; papé sciüga, carta assorbente; papé de stràssa, carta straccia; papé pìstu, cartapesta; papé da cü, carta igienica e papé fiřugràn, carta filigranata; ma c’è anche u papé argentau.

      I papéi sono le carte, le scritture, i documenti, anche quelli anagrafici, o per l’espatrio, pertanto i papéi d’ê tàsce sono le cartelle esattoriali. Per concludere: a tichéta è l’etichetta o il cartellino del prezzo e poi, la risma, o insieme di molti fogli cartacei dello stesso formato, è a rìsüma.

                                                                   L.M.              LA VOCE INTEMELIA anno LVII n. 11 - novembre 2002

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Antiche curiosità

MISURE  SARDE  LOCALI

                                                                                                                    Luigin Maccario

      Il giorno 11 settembre 1845, con un apposito decreto, Carlo Alberto, regnante da quattordici anni, intendeva far cessare, a cominciare dal 1850, la molteplicità dei pesi e delle misure che erano in uso nei vari Stati, man mano aggregati al Regno Sardo.

      In data 30 giugno 1849, il Regio Governo Sardo, emetteva i ragguagli validi per le diverse province; un minuzioso libretto edito da Giovanni Ghilini, in Oneglia, conteneva le tavole di ragguaglio della Provincia di San Remo, per uso e comodo degli abitanti.

      Da quel libretto, presente nella Civica Biblioteca Aprosiana, apprendiamo che dal primo gennaio 1850, nei nostri paesi si cominciò a misurare le lunghezze col “metro”, le superfici con la “ara”, i solidi con lo “stero”, i liquidi col “litro”, i pesi col “gramma” e le divisioni ed i multipli di tali pesi e misure seguirono la progressione decimale, con le denominazioni indicate dallo stesso decreto, pena gravi sanzioni.

      Fino a quel momento il metro valeva circa quattro palmi, ma non per tutta la provincia, infatti solo a Ventimiglia era in uso una “cannella” di 12 palmi, col palmo di 12 once, alquanto minori di quelle delle altre città. Come la canna di otto palmi usata per misurare le stoffe, veniva misurata con un palmo di dodici once.

      Quindi, nella nostra città il metro avrebbe avuto il valore finora usato di 3 palmi, 8 once e 1040 frazioni. Una canna sarebbe valsa 3 metri e 265 millimetri. Dieci metri erano dunque: 3 canne, 0 palmi, 9 once e 0400 frazioni.

      Per le stoffe, invece, l’oncia sarebbe valsa due centimetri e nove decimillimetri. Int’u nostru parlà, l’oncia è detta unsa, il palmo parmu, la cannella canela, lo stero steru, il litro litru, il metro metru, mentre le altre misure si pronunciano identiche.

                                                                        LA VOCE INTEMELIA  anno LVI  n. 2 - febbraio 2001

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U capuciu  e finte vendite

                                                                                                                      Luigin Maccario

      Si può ricavare, da alcuni Statuti redatti in borghi del Ponente ligure, come nel Medioevo sia stata legalmente preclusa la richiesta di pegno, contro il prestito di denaro.

     In Liguria la richiesta di pegno era paragonata ad un’offesa, pari al gesto di far cadere a qualcuno il copricapo, per attaccar briga; infatti, tale richiesta era popolarmente conosciuta come “levà u capuciu”.

      A Triora, lo Statuto recitava: Nemo audeat elevare alìcui caputium vel aliud pignus ... ed a Santo Stefano: De non levando capucium vel aliud pignus alìcui persone.

      Come il “capuciu” fosse il copricapo più usato in Liguria, lo afferma Girolamo Rossi nel suo “Glossario”, dove cita anche la variante “cauptio”, dalla quale deriverebbe “cauzione”, concetto molto simile al pegno.

      Ecco perché, la maggior parte dei rogiti notarili medievali liguri riportano la formula: promette dì restituire il bene vendutogli, se entro un anno gli restituirà la somma pagatagli.  Che cosa è  questa se non una richiesta di pegno per un prestito di denaro ?

      I duecenteschi rogiti, redatti a Ventimiglia dall’Amandolesio, ne sono ricolmi. Fatta la legge, trovato l’inganno; il mondo non cambia mai.

                                                                                          LA VOCE INTEMELIA anno LXII n. 5 - maggio 2007

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Modi di dire

Avéghera int’u strepu

 

      Almeno dal Cinquecento, si ha notizia, di come il debitore insolvente venisse punito pubblicamente con una sorta di gogna, che il popolo riconosceva come “da’ d’u cü insci’a ciàpa”, definizione che, nei secoli, venne poi a dare significato alla bancarotta.

       Al condannato venivano legate assieme mani e piedi, con l’aggiunta d’un tratto di corda supplementare attorno al collo, bilanciante, in modo tale che il posteriore, opportunamente denudato, venisse a trovarsi nel punto di baricentro inferiore per il poveraccio.

    Convenientemente appeso ad un gancio, situato sopra la clapea piscium, il condannato veniva sollevato e fatto precipitare dall’alto più volte, a seconda della gravità del reato commesso, con strattoni di corda, detti appunto strèpi, che lo  culattavano  per bene.

     In quella occasione la piastra del pesce, quella lastra di pietra situata in un angolo della piazza, dove veniva ufficialmente fissato il prezzo del pesce pescato, assumeva il nome di “ciàpa d’u strépu”, con la funzione di pubblica gogna.

       In francese la punizione corporale che prevede tratti di corda è detta “estrapade” e veniva applicata ancora nel 1761, nel Principato di Monaco, essendo stata promulgata nel 1717, dal principe Antonio I, contro quanti provocavano danni agli orti dei limoni, nel mentonese.

     “Pigliàssera int’u strépu” e “Avéghera int’u strépu”, sono locuzioni popolari che deriverebbero da queste situazioni, fino a quando il giro di parole, nel tempo, è degradato in “vàteřa a piglià int’u strépu”, che ha reso il significato scurrile.

                                                                          L.M.             LA VOCE INTEMELIA anno LXI n. 4 - aprile 2006

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L’aŕima int’a testa

      In ventemigliusu l’anima, ovvero la parte spirituale formalmente contenuta dall’essere umano, si dice “l’àŕima” ed indica il punto al centro posteriore della testa dove si considera possa risiedere il plesso vitale. Infatti, quando ci si riferisce alle botte prese da qualcuno ed al modo usato da questi di ripararsi si dice: «u l’à pigliau ina scarà de corpi de savata insce l’aŕima, tegnendu i brassi aissai pe’ riparasse a testa dai corpi».

      Anche la colonna vertebrale, in considerazione al fatto che contiene il prolungamento dei gangli vitali può considerarsi àŕima, cosicché anche la schiena che riceve le bastonate ne risponde allo stato spirituale.

      Del resto per tutta l’antichità i guerrieri intemelìi avrebbero seguito l’usanza di ambiente celtico nel perpetrare la caccia alle teste dei nemici uccisi in battaglia, dando seguito alla credenza secondo la quale uccidere un nemico equivaleva ad appropriarsi della sua anima, posta nella testa e non nel cuore.

      È stato il mondo latino che ha introdotto la credenza che l’anima fosse contenuta nelle vicinanze del cuore, o nel muscolo medesimo, riducendo la dotazione spirituale umana ad una semplice questione di coscienza. Evidentemente, senza ottenere la cancellazione dei primitivi convincimenti.

      In contrapposizione alla spiritualità umana, il più usato tra i sinonimi dell’organo sessuale, sia maschile che femminile, è “l’aŕimà”, col significato di animale, o meglio di animalesco, giacché l’animale viene detto piuttosto “a béstia”.

      Tornando agli antichi guerrieri, l’esposizione delle teste era prova per suffragare i racconti di battaglie vittoriose, testimonianza del proprio valore e coraggio. Ma assumeva anche un aspetto propriamente rituale, poiché venivano usate le qualità di protezione sulla comunità, emesse da quella testa, essendo essa la parte più nobile del nemico ucciso, sede del pensiero e quindi del sapere.

      Non dimentichiamo poi il potere delle teste appese fuori dalle capanne o sulle mura degli oppida celtici, nell’Antichità, o scolpite nei capitelli di castelli e chiese, nel Medioevo. Venivano considerate in grado di spaventare e allontanare gli spiriti, gli incantesimi malvagi e gli uomini indegni.

              L.M.           LA VOCE INTEMELIA anno LVII n. 5 - maggio 2002                               

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GH’EIRA ‘STI ANI ...

 

Gh’eira ‘sti ani a Ventemiglia d’a gente ch’a l’arrivava in çerca d’in travagliu e a se fàva ina famiglia.

Gh’eira d’e alberghi de lüssu, cin de furenti e persunagi famusi, gh’eira u Teatru e trei cinematografi, Gh’eira aiscì l’uspeà, a clinica e u cadastru.

U mercau u l’auduràva de ganöfari e, a Ponte San Luigi, in chioscu de legnu u vendeva e sciùre de Ventemiglia.

Int’a scciümaira gh’eira canèi e lòne prufunde e, cu’ ina cana, ina lensa e in po’ de pasciensa, ti incivi u cavagnu de pesci.

Cun l’agiütu d’in paràigu ti te levavi fina a cuvea d’in tundu de anghile frite.

Gh’eira u Scögliu Autu, ma in giurnu u l’è carau, cume u Cavu.

Int’a Ciassa Vinti Setembre gh’eira de sciòrte de done invenxendae, cine de sporte, pacheti e figliöi, pe’ piglià d’e curriere burdelùse ch’i l’àva fina u rimorchiu pe’ carregà e corbe d’ê sciùre.

Gh’eira a feira de San Giusepe, u balu de San Segundu, e e castagnole i e fàva ümere e i nu’ te rumpeva i denti.

Gh’eira menu murri longhi e ciü faturisi.

Gh’eira, ... gh’eira, ... gh’eira ...

Avura gh’é, ... gh’é ancura caicün che u s’arregorda che gh’eira ...

                                Anonimi Ventemigliusi

                                                        LA VOCE INTEMELIA anno LVI n. 2 - febbraio 2001

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Glossario minimo

Bestia da cancello

                                                                                di Luigino Maccario

       Ancora vent’anni or sono, tra le espressioni popolari, per definire le caratteristiche generali di una ragazza non troppo piacente, si determinavano con: «a l’è in cancèlu».

      Già allora l’allocuzione richiamava, alla mente dei più, il paragone con un qualche cancelletto sgangherato, che si sarebbe definitivamente scassato, al primo contatto; ma non era proprio così.

       Girolamo Rossi, nel suo glossario, definisce la voce “cancello” con: bestie da cancello, portando questo esempio, dagli Statuti di Triora: esclusius vitulis ac bestiis de basto seu cancello.

       Vi si evince che le bestie da cancello dovessero essere degli animali non troppo in forma, anche brutti da vedere, per cui si proteggevano come i vitelli e le bestie da soma; magari tenendoli reclusi in qualche stalla occultata, semmai da un robusto cancello.

      Con questo significato, il paragone espresso dal detto popolare assume un significato immediato, assai corrente nella vita dei nostri nonni. Nel nostro lessico generazionale, Anni Sessanta, tra le espressioni per definire una ragazza non troppo piacente si usava “è proprio un cancello”.

                                                                                                               LA VOCE INTEMELIA anno LXII n. 2 - febbraio 2007

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Il Ranuncolo, ovvero "a Rava d’u diàvu"

      Il nome dialettale del Ranuncolo, stigmatizza il fatto che lo pianta, a contatto con la pelle, provoca la formazione di vesciche piuttosto dolorose, ma ha anche altri riferimenti in tal senso, andando a ritroso nel tempo.

      Nel passato, erano frequenti certe abitazioni in cui avvenivano fatti straordinari, specie nelle ore notturne. La gente allarmata commentava: U se ghe sénte (ci si sente) e si teneva lontano da quel luogo.

      Per tentare di esorcizzare quella casa abitata da spiriti maligni, i più coraggiosi, durante la notte, ponevano in un braciere parecchie radici e fusti secchi di ranuncolo e li facevano ardere: l'intenso fumo puzzolente che si sprigionava, secondo la superstizione popolare, aveva lo scopo di scacciare non solo il diavolo, ma anche gli spiriti maligni che funestavano tale luogo.

 

L’Elleboro nero, ovvero “l’Erba draguna

      Il nome dialettale dell’Elleboro nero, mette il marchio sull’uso di tale pianta in campo veterinario, data la sua tossicità; divenuto famoso, perché è servito a guarire i cavalli dei dragoni, nell’esercito napoleonico.

      Questi animali, durante una spedizione, si ammalarono: allora venne inserita sotto la pelle, con l’uso di una lesina, una radice dell’erba in questione.

     Dopo un po’ di tempo, dal punto dell’inoculazione, uscì il pus ed i cavalli guarirono. Ancor oggi, sono molti gli allevatori a praticare questo metodo, anche con le capre e le pecore, bucandone la coda.

 

 

Mae caude

                                                                                                 di Luigin Maccario - 1988

      St’anu chì, pe’ i Morti, gh’amu avüe e prime serenae de freidu, e candu pe’ a strada se scuntrava caicun, strenzendughe a man, se sentiva, suvente d’ê mae giassae, pe’ i primi frescheti.

      Ina vota, de ‘sti tempi, avura l’è caiche anu, candu andava ai Ciotti, in Muntenegru o a Verezzu a piglià i agnéli dai pastui de Reaudu, che i vegniva a desvernà int’i nostri paisi, inte chela uperassiun, che pöi, cheli ch’i san ben l’italian, i n’àn mustrau ch’a se dixe "transumanza"; m’è capitau de strenze ina man veraménte freida.

      Inscì chela vota, strenzendu a man a Pie’, in zuvenòtu insci’a trentena, ch’u l’è staitu ün d’i ürtimi pastui reaudenchi a végne in Riveira cu’e fée, l’òn atruvà ascaixi giassà.

      «I sun i freidi de ‘sti tempi - gh’òn ditu - che ti gh’ài e mae cume chele d’in mortu», e elu de rimandu u m’à respostu: «Tü ti sei ün de cheli chi l’àn e mae caude, e mì sun ün de cheli ch’i l’àn e mae ciütostu fresche. L’è che tü, int’u nostru mesté, nu’ ti anderésci ben pe’ trae u cagliu».

      Au mumentu nu’ gh’òn abadau, ma pöi, candu gh’arrivava ch’u l’éira in trén de remesccià int’u làite apéna mùnzüu, òn vusciüu savéne de ciü. U m’à cuntau che candu, int’ina bassina de laite, pe’ fa’ e tume, se ghe mete drente u sachetu cu’u cagliu, e se rümesccia, se s’aduvéra in tocu de legnu, nu’ l’è tantu ben faitu, l’è megliu se se ghe infìřa u brassu, perché intantu che se remésccia se sente i grümi ciü grossi e chéli vegnüi tropu aviàu, ch’i se pön cuscì strixià in cagliéte ciü pecìne e menu tempurie, int’u mentre che u restu d’a caglià a prucede.

      Se u pastù che u l’infìřa u brassu cun u cagliu u l’avesse e mae tropu caude, inte chelu mumentu u laite, che u duveréva stàssene a temperatüra d’ambiente, u grümireva tropu aviau e i furmagi i nu’ l’arrestereva ben.

      «Pe’ mì - u l’à cuntügnau Pie’ - nu’ gh’è periculu, e int’u mei mesté sun ciü adatu che tü».

                                                                          LA VOCE INTEMELIA anno XLIII n.12 - dicembre 1988