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VENTIMIGLIA COM'ERA

 

CASE di MERETRICIO

                                                                                                          di Marisa De Vincenti Amalberti

    Case di Meretricio è la fredda dicitura, con cui è stato catalogato negli Archivi il fascicolo contenente le varie domande che, secoli addietro, venivano indirizzate alle Amministrazioni dell’epoca, onde ottenere il permesso di aprire, nella Città Bassa, una di queste case. Segno evidente che, almeno nella Città Nuova, questo tipo di “servizio” ancora non c’era.

    Ed allora una domanda ci viene quasi spontanea: Che ne era degli altri insediamenti abitativi ? È probabile, ma possiamo solo ipotizzarlo, che anche la romana Albium Intemelium, in qualche luogo appartato, avesse il suo “lupanare”. Così, come possiamo supporre che, anche la città medievale non mancasse di un qualche “luogo di piacere”, legale o meno che fosse. Naturalmente sono solo supposizioni. Le prime notizie certe, a questo proposito, ci giungono da un articolo, scritto da don Nino Allaria Olivieri e pubblicato su La Voce Intemelia del novembre 2002 (notizie tratte dagli Archivi della Curia). Dallo scritto, intitolato “Una Lettera Anonima, ma non tanto”, apprendiamo che nel 1702 nella Ventimiglia dell’epoca esistevano “botteghe aperte per ricreazione”; l’indignato scrivente nel voler renderne edotto il vescovo Ambrogio Spinola, spiega che queste sono ubicate al “margine dell’abitato della città murata”, “una sotto la casa dell’alabardiere di San Biagio e l’altra a Morrò di Bo”. La tenutaria della prima, una certa Franceschina, detta la Ranga, continua l’anonimo, è recidiva. “Tempo addietro e stato stimato bene, ad esempio delle altre tenutarie, farla stare alla berlina per otto giorni e la notte in prigione e al giorno a pane e acqua al suo supplizio a sue spese perché è tenuta ricca. “Ma, la punizione, a quanto pare non servì a nulla.

    Peggiore ancora, anche perché vi si gioca a morra e vi si bestemmia, è la bottega di Morro de Bò, di cui è proprietaria una certa Caterina, detta la Moto. Le frequentatrici “note a tutti” pare non siano pagate con denaro, ma con cose preziose. I clienti sono persone di ogni sorta, vecchi e giovani, che vengono ricevuti “in segreto”. Lo scrivente chiede al Vescovo d’intervenire e a nome dei buoni cristiani della città gli chiede di “bandire le tenutarie”.

    Don Nino conclude, dicendo che mai sapremo come finì questa faccenda, “mancando i documenti in tema”. E mentre ipotizza un pronto intervento del Vescovo, egli dice: “si ha la certezza che se furono chiuse la due botteghe altre tre vennero aperte.”

Venendo poi avanti, nei secoli successivi, abbiamo trovato negli Archivi diverse domande per aprire legalmente nella nostra città una di queste “case di tolleranza”, come saranno in seguito chiamate; vediamone alcune.

Delibera di Giunta del 3 giugno 1896 - La Giunta, in risposta alla domanda di Parodi Cristina per poter aprire una casa di meretricio, da costruirsi nella Regione Paschei, sulla proprietà di Domenico Rambaldi; visto il progetto redatto dall’ing. Andrea Notari, a voto unanime “delibera di emettere parere favorevole all’apertura di una casa di tolleranza, di cui è cenno, a condizione che i lavori tutti siano eseguiti in conformità del progetto presentato, il quale è ritenuto tale da togliere ogni possibile scandalo, lasciando all’Autorità Politica di imporre tutte quelle modifiche e condizioni che crederà necessarie nell’interesse della pubblica moralità. “

Sempre a questo proposito, in una lettera della Pubblica Sicurezza al Sindaco, si chiede: che sia la Giunta Municipale a decidere i lavori necessari a togliere ogni possibile scandalo e che la signora Parodi presenti dei disegni dettagliati della costruzione, poiché esibì solo una pianta indicante la località ove costruire. Da quello che si vede nel disegno allegato, la casa e l’ampio giardino isolati e circondati da un alto muro, confinavano: a sud colla passeggiata a mare, a est col Vallone San Secondo ed a ovest colla Strada Comunale. Non abbiamo notizie circa la realizzazione del progetto.

Dalla delibera di Giunta del 30 ottobre 1902 - Vittoria Crivello  fu Giovanni Battista e fu Marisa Olivero , nata a Settimo Torinese il 30 giugno 1872, residente in Savona, vico Crema n°3 e tenutaria della Casa di Tolleranza in detta città, chiede di “aprire una Casa di Tolleranza a Ventimiglia e precisamente nella casa di proprietà del sig. Lorenzi Filippo, sita in Via Nazionale 2, fra Via Nervia Vecchia, casa una volta adibita ad uso concerìa. L’ingresso sarebbe in vìa Nervia e la richiedente si obbligherebbe a cintare la casa di un muro di 4 metri di altezza. Il piano terreno si adatterebbe ad uso stalle e rimesse ed ipiani superiori ad appartamenti da affittarsi ammobiliati, avendone già avuto richiesta. Si impianterebbero poi due linee telefoniche, una in comunicazione coll’Ufficio di Pubblica Sicurezza, l’altra colla caserma dei Regi Carabinieri” (domanda del 30 agosto 1902).

La Giunta, considerato che: “la località prescelta per lo scopo indicato non sarebbe riconosciuta adatta, perché troppo esposta alla vista del pubblico’’a voto unanime respinge la domanda.

“Circa l’impianto di una casa di meretricio in Ventimiglia’’è anche una lettera del 14 febbraio 1906, intestata Ufficio di Pubblica Sicurezza e indirizzata al Sindaco della nostra città (Francesco Lorenzi) che riportiamo integralmente.

“Riferendomi alla nota contraddistinta, prego la S. V. Illustrissima di volermi far conoscere se, oltre ad essere di parere favorevole in genere all’impianto in questa città di una casa di meretricio, codesta onorevole Giunta Municipale ritenga come adatta allo scopo la proprietà di Allavena Pietro in regione Gianchette, avuto specialmente riguardo alla ubicazione del Cimitero e dell’educandato francese stabilito nella casa De Carli, non molto distanti. Con distinta stima

                                                    f.to Il Vice Commissario

 Non conosciamo la risposta del Sindaco, ma supponiamo che il suo parere sia stato negativo, almeno per quanto concerne l’ubicazione della casa in questione.

 

È datata 31 marzo 1910 la domanda presentata da Pietro Caji per poter aprire una Casa di Tolleranza da costruirsi e che dovrebbe sorgere “in mezzo al cortile interno di proprietà Vaccari ed è cinto da muro ed ha due ingressi: da Corso Umberto I e l’altro dalla strada in continuazione di Via Sottoconvento”. La località, pur essendo “sufficientemente appartata, lontana dai luoghi di riunione e ritrovo, come prescrive la legge, è in condizione di essere facilmente sorvegliabile e quindi, può usufruire largamente della vigilanza necessaria“.

Il Capo Ufficio Tecnico del Comune è d’accordo per il benestare, ma il richiedente dovrà presentare il progetto di costruzione da eseguirsi a fine di poter dare quelle disposizioni che valgono a salvaguardare le esigenze e le prescrizioni del Regolamento Edilizio e sentito, in prescritto, il parere dell’Ufficio Sanitario.

In data 5 gennaio 1911 Concetta Colombo chiede di poter aprire una Casa di Tolleranza nel fabbricato appartenente al sig. Secondo Peitavino , sito in Via Asse n° 30 ed espone le ragioni, per cui crede che la sua domanda meriti accoglimento.

“Ventimiglia è centro importantissimo di una grande popolazione, in cui predomina in maniera esorbitante l’elemento maschile, vuoi per grandissimo numero di operai immigrati, quasi con carattere di continuità a motivo dei lavori ferroviari, vuoi perché la città è sede di reggimento e quindi vi alloggia un apprezzabile contingente di truppe e l’altra, che è normale conseguenza di una mancanza di una casa di tolleranza, che il libero amore vi è esercitato da meretrici in privato, in modo sfacciato e scandaloso“.

È, ovviamente intenzione dell’esponente di tenere un esercizio degno di una pri­maria città, sottoponendosi a tutto quanto dispone la legge speciale in materia per quanto riguarda la pulizia, l’igiene ecc..

Infine, nell’elenco nominativo delle Licenze, rilasciate dalla Pubblica Sicurezza, sul finire degli Anni Trenta, troviamo la licenza di gestire una Casa di Meretricio, sita in Via Asse 35, rilasciata a Caterina Ferrua. Probabilmente si tratta della Villa Azzurra ancora esistente, prima della legge Merlin del 1958. 

 

    Il 20 settembre 1958, in vigore della famosa Legge Merlin, Il Casino, la casa di tolleranza al 35 di Via Asse, chiudeva i battenti.

    Opportunamente ampliata andrà a costituire l'Hotel Bel Soggiorno.

 

Da VENTIMIGLIA COM’ERA una manciata d’immagini e notizie  -  Alzani editore  - Pinerolo 2012

                                                                       Pubblicazione abbinata all’associarsi alla UNIONE INTEMELIA

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