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ALTO  MEDIOEVO  A  VENTIMIGLIA

LIBERO  COMUNE

 

M A R I N A R O

 

CENTOVENTIDUE ANNI DI ‘CUMPAGNIA’ E DI BREVE

di Luigino Maccario

    Sul principio dell’undicesimo secolo cominciò a produrre frutti un noto e grande movimento per la conquista delle libertà. Il movimento per la pace, o “tregua Dei”, si estendeva a macchia d’olio dalla Provenza, ed impegnava tutti in uno sforzo di riconciliazione collettiva. In Provenza, come nell’Italia del nord, le “coniuratio” economiche e mutualistiche tra uomini che avevano medesimi interessi, tendevano a coagulare la convergenza di forze altrimenti centrifughe. In Liguria, questo fu possibile grazie alle Compagne, associazioni giurate, in origine soltanto economiche, di arte, mestiere o professione, ma in seguito anche politiche, le Compagnie di Quartiere, con capo e gonfalone propri, si occuparono della cosa pubblica, dando vita al Libero Comune. I capi finirono per eleggere i Consoli, che con un Consiglio, divenuto poi Senato, governavano per la durata di un anno, poi due e quattro anni. Dal Comune, il Conte fu costretto a giurare la “carta” detta: “breve”.

    Specialmente nell’Italia settentrionale, entrava in crisi il modo di controllare l’efficacia del proprio potere da parte delle dominazioni signorili, le quali non corrispondevano più alle aspettative di alcuni gruppi emersi nel contesto sociale. Questi gruppi, avvertendo lo spostamento dei baricentri del potere si rendevano interpreti di volontà non provenienti da quelle della loro stessa origine. Si sviluppava cosi il “momento consolare” del Comune cittadino, che riusciva ad appagare l’esigenza di partecipazione, da parte dei ceti economicamente emergenti, all’esercizio di un controllo, di un’egemonia, cioè del potere. Il Consolato comunale aveva dunque la funzione di ridistribuzione delle aliquote di potere. Il Comune dei consoli si presentava con una notevole flessibilità istituzionale, senza pretese di esclusività. Non presumeva monopolizzazioni sulle funzioni di carattere pubblico, non contestava i diritti di esazioni o controlli, sui mercati, su pesi e misure, su posti di dazio o pedaggio, spettanti ad enti ecclesiastici o trasmessi ereditariamente nella famiglia comitale.

    Nel 1100, il Comune di Ventimiglia si estendeva dal Vallone di Garavano fino ai confini di Breglio, guardati dal castello de La Piena, e quelli di Coldirodi, che erano posti alla Clapa Rutina, oggi Madonna della Ruota.

    Già nel 1110, il parroco di San Römu, certo Villano, chiedeva al Vescovo ed al Conte ventimigliese di arbitrare la questione del rifiuto di pagare le decime da parte del popolo sanremese. Intanto, nel 1113, i genovesi occupavano Portovenere, mentre nel 1119, il re dei Franchi, Luigi VI, metteva il potere politico in mano alla “Corona di Francia”, creando il primo Stato monarchico europeo e ribaltando la concezione del potere laico.

    Al principio del XII secolo, sul territorio oggi francese, cominciò una straordinaria fioritura di riti, di atti, di parole, una singolare invenzione dell’amore in tutti i suoi aspetti: l’amore per Dio, l’amore per le donne, l’amore per i giovani, al centro del quale si poneva l’amore che gli uomini devono gli uni agli altri.

    Nel 1120, Genova intraprendeva l’espansionismo verso l’Oltregiogo appenninico. Dopo più di dieci anni, nel 1124, il Vescovo ed il Conte sentenziavano che i sanremaschi avrebbero dovuto pagare le decime, mentre, nel 1130, col pretesto di tutelare la sicurezza delle strade, il Comune genovese costruiva una torre di guardia nel luogo di San Römu. Il Conte Oberto opponeva resistenza ed inviava sul posto i figli Filippo e Raimondo, con un nerbo di armati raccolti a Bajardo ed a Poipino, ma i genovesi prevalevano, costringendo il Conte di giurare fedeltà a San Siro.

 

Uno dei quattro Consoli a capo del Libero Comune

 

ATTIVITà  DEI  CONTI

    Documenti del secolo XI nominano diverse porte d’accesso alla città, appartenenti alla prima cinta difensiva, ora scomparsa. La Porta Lacus, sita nel quartiere omonimo, verso la Roia, a monte del ponte. La Porta Paramuri, forse coincidente con la Porta del Ciousu, ancor oggi visibile all’interno della cinta cinquecentesca.

    Le mura che cingevano la città preludevano alla presenza di un castello: la rocca o il maschio che fungeva da torre di osservazione e di guardia, da arsenale e da alloggio per il Conte. Cinto anch’esso da bastioni, fortificato con torri, con la postierla su cui su apre l’unica porta d’accesso.

    Nel cortile, altre costruzioni proteggevano i cavalli e le riserve alimentari, sormontate da altri vani destinati ai lavori ed all’amministrazione. Forti e mura erano predisposti per contenere le frequenti scorribande piratesche e saracene. In certi periodi di maggior pericolo, durante la notte, la campana invitava a spegnere il fuoco in ogni focolare. Suonando lo “scürotu” ordinava a tutti di ritirarsi in casa, era venuta l’ora di lasciar vuoto lo spazio pubblico, per meglio individuare i nemici della pace.

    Le guerre, sempre più rare, del secolo XI, erano per lo più scontri di gruppo, per garantire potenza e ricchezza al clan. Nel combattimento non si puntava all’annientamento dell’avversario, ma al bottino ed al riscatto. Bisognava allenarsi alla guerra, bisognava praticare le attività sportive che più le si addicessero. Faceva la comparsa, a metà del secolo XI, il gioco della guerra, la giostra guerriera, il torneo.

    Non una simulazione rituale di combattimento, ma un duello tra due cavalieri o squadre di combattenti, non sempre incruento. L’altra occupazione preferita dal gruppo dominante era la caccia alle bestie selvatiche, svolta nei vasti possedimenti silvestri del Conte. Il tutto terminava con una cena generale, nella grande sala del castello contile, mentre giocolieri e trovatori cantavano le “gesta” dei cavalieri leggendari.

    Alcune supposizioni, dettate da notizie reali ma indirette, volevano i Conti di Ventimiglia dediti ad un’altra attività guerresca; quella della pirateria navale ed il brigantaggio sulle due vie di transito internazionale che percorrevano la contea, la strada per la Francia e quella montana per il Piemonte. In quel tempo, sulle nostre strade erano numerosi i viandanti, i monaci girovaghi che non si adattavano alla clausura, i goliardi un po’ straccioni ed un po’ saltimbanchi in giro per gli Studi; masse di contadini in pellegrinaggio verso Roma, dalla Francia e dalla Spagna; verso la Terrasanta, con meta Genova per l’imbarco e verso Santiago de Compostela, in uno dei due “cammini” dall’Italia e dall’Oriente.

 

La "bataiola" per addestrare i giovani

 

LA  CARTA  DI  TENDA

    Gli imperatori, per bontà e devozione verso la Chiesa ed i Re, per garantirsi la fedeltà dei loro sostenitori, dilapidarono le loro ricchezze fondiarie e quindi la loro potenza. L’aristocrazia contile approfittava di questo indebolimento per accaparrarsi a titolo ereditario le cariche che avevano ricevuto dallo Stato. I nobili confusero i beni del fisco con quelli onorifici, arrivando addirittura a pensare di possedere effettivamente l’intero territorio amministrativo.

    Quindi, per garantirsi a loro volta fedeltà e devozione, si diedero ad elargire diritti ed a donare beni fondiari, specialmente a monasteri, che godevano dell’immunità imperiale. Stabilire un rapporto privilegiato con un monastero era una tappa obbligata nel percorso degli aspiranti alla “signoria bannale” autonoma.

    La Carta di Tenda, redatta dopo il 1042, distingueva fra i servizi dovuti al Conte, quelli indefiniti, come erano gli. obblighi degli schiavi, dovuti dagli “homines de sua masnada” ed i servizi, al contrario soggetti a tariffa, a cui erano tenuti gli “homines habitatores”.

    Tuttavia anche per questa gente, che si era meglio difesa, le prestazioni richieste dal Conte, in nome della protezione da lui procurata, avevano assunto una forte tonalità familiare. A certe scadenze, erano tenuti a portare quelli che venivano chiamati “regalia” alla casa del capo. Quando, dovendo compiere delle “corvées” che tenevano luogo del servizio militare non più richiesto, si trasferivano per un periodo alla corte del signore, ponendosi nei suoi confronti in un rapporto di convivialità e di obbedienza.

    Anche i diritti di alloggio e di accoglienza, di indiscutibile origine pubblica, venivano conservati dal Conte; come avveniva per i magistrati, nella tarda Antichità, quando in trasferta, erano ospitati dai cittadini. Se non era più il contadino, ad ospitare il Conte in famiglia; quando questi ed il suo seguito, venivano a dormire nel villaggio; restava l’obbligo di consegnare l’equivalente, in vino, pane, denaro ed anche in materassi di piume, per una ottenuta “franchigia”.

 

IL  COMUNE

    Il Comune era retto da quattro Consoli, rivestiti di estesi poteri, anche sui luoghi sacri. Questi erano sorretti, dal Consiglio dei Seniori, eletto dal Parlamento degli uomini liberi, che si adunava in epoche fisse, nella chiesa Cattedrale di Santa Maria.

    Un pubblico ufficiale, detto Cintraco, chiamava il popolo a Parlamento, giurava in di lui nome, gridava i bandi, citava i tribunali e metteva le gabelle all’incanto.

    Alcuni buoni uomini custodivano il pubblico denaro ed un Cancelliere redigeva il cartolario delle delibere del Parlamento e dei decreti consolari, custoditi in scrigni, deposti nella sacrestia della Cattedrale.

    Il Libero Comune, che corroborava i propri atti con un sigillo, appeso agli atti con un cordoncino doppio di seta; formava ed emanava i propri Statuti, chiamava un Podestà per l’amministrazione della giustizia, contando l’anno a sua posta.

 

 

SECOLO  DECIMO  PRIMO

LE  COMPAGNE  D’ARTE  E  POLITICHE

 

1000     Adelaide, contessa di Susa, nipote di Olderico Manfredi marchese di Torino, donava al Monastero Benedettino di Santo Stefano in Genova le terre tra la foce del Torrente Argentina, Terzorio e Cipressa, che verranno a costituire il feudo ecclesiastico di Villaregia.

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Le terre dei Benedettini di Taggia, sui confini orientali della Contea ventimigliese, come principato monastico di Villaregia, legato alla chiesa di Santo Stefano di Genova, tendevano a divenire punto di penetrazione dell’influenza genovese sul Ponente. Nel riconoscimento di una coincidenza di interessi a salvaguardia della propria funzione, anche come forza di penetrazione religiosa sempre più capillare nel tessuto extra urbano, appariva la figura del vescovo. Al di là degli stessi poteri signorili che avrebbe acquistato, agli inizi del X secolo, assunse una carica di rappresentatività ed una forza di polarizzazione uniche, quanto indipendenti dall’esercizio del potere politico, in un governo temporale. Nella città e sui cives, il vescovo restava un termine dialettico, oltre a rappresentare un elemento di riferimento imprescindibile. Spesso era il garante dell’ordine pubblico, promotore di conciliazioni, custode dei pegni di fazioni politiche. L’essere a capo della diocesi rappresentava una forza centripeta di indubbia importanza. Esistono remote testimonianze, che un “conventus civium” venisse riunito dal vescovo, per la trattazione di cose di interesse comune, oltre a quelle di rilevanza ecclesiastica.

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1002     I monaci di Lerina, ottenevano di elevare a Principato il loro feudo di Seborga.

1003     Il Marchese di Susa, Arduino III, concesse una “carta” agli uomini di Tenda, la Briga e Saorgio.

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Nel Ventimigliese le libertà furono ottenute già nella prima metà dell’XI secolo. Le “carte” apparvero, nei principali centri della Contea, costituendo le prime cellule dei futuri Comuni.

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1008     I confratelli laici di Sant’Antonio Viennoise entravano come infermieri nell’ospedale annesso alla chiesa di San Michele, fuori le mura, sulla Colletta; chiamati dal conte Corrado.

1015     Qualche catalogo numismatico accerta che, da quell’anno, i Conti di Ventimiglia battessero moneta.

I Mori di Spagna occupavano Luni e saccheggiavano Pisa.

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Dopo la morte del grande Al Mansur, califfo di Cordova, sulla costa tra Valencia ed Alicante, s’era costituito il califfato locale di Denia, dove emergeva Mugiahid ibn Abd Allah, detto “il Mugetto”. Occupate le Baleari, le navi di Mugiahid corsero lungo le coste provenzali e liguri, fino al saccheggio di Pisa. Pisa, Genova, Adalberto II Obertengo, Ranieri di Tuscia ed il pontefice Benedetto VIII si coalizzarono per affrontare il Mugetto. Pisa e Genova sconfissero la flotta mussulmana, mentre le truppe alleate sbarcate in Sardegna non davano scampo ai Saraceni locali. Luni veniva liberata da Adalberto II mentre la Sardegna era assegnata, da papa Benedetto VIII, al Comune di Pisa.

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1016     Genova e Pisa alleate conquistarono la Sardegna, dividendosela.

1018     All’arcidiocesi milanese saliva Ariberto da Intimiano, che portò il potere vescovile milanese alla massima influenza sulle deputazioni comunali.

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L’intensa e spesso audace attività politica di Ariberto stimolò la cittadinanza, divisa nelle classi tradizionali dei capitani, dei valvassori e dei cives a partecipare al governo cittadino. Le prime due classi erano nobili, cioè militari, mentre la terza, popolare, era formata da mercanti ed artigiani. L’esempio milanese venne ben presto seguito in tutti i territori dell’arcidiocesi.

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1021     Olderico Manfredi, conte arduinico torinese, vendeva ad un prete un suo possedimento nella contea di Ventimiglia.

1022     In Pavia, veniva convocato un Concilio per dibattere sulla fuga dei servi dalle campagne.

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L’abbandono delle terre, complicata dalla crisi istituzionale del clero; i matrimoni tra donne di condizione libera ed uomini di condizione servile spopolavano le campagne con gravi danni all’economia.

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1026     Bartolomeo, vescovo di Ventimiglia, riconsacrava la chiesa di San Lazzaro, in Tenda.

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Nella nostra Diocesi, dopo Bartolomeo, il profilo professionale del vescovo non sarà più quello tenuto nell’Alto Medioevo. Terminato il periodo della Chiesa nascente, nonostante tutti i mutamenti politici, ideologici e sociali avvenuti sul territorio intemelio, la biografia del vescovo risultava pressoché immutata: esperienze monastiche, buona cultura, capacità di comando ed impegno sociale. La nascente nobiltà carolingia cominciò ad imporre il prelato amico, se non addirittura di famiglia, con le dovute conseguenze.

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1028     A Monforte d’Alba, presso Asti, si insediava una comunità di protesta verso la gerarchia cattolica, scoperta ed eliminata da Ariberto da Intimiano, metropolita milanese.

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Non si trattava ancora di Catarismo, che giungerà poco dopo dalla Provenza, ma neppure della Pataria milanese, che avrà dimensioni cittadine e non rurali. Nel 1032, a Basilea, moriva Rodolfo III l’Ignavo, che attraverso Enrico II aveva lasciato come erede del regno di Borgogna l’imperatore Corrado di Franconia. Mentre Eude de Blois pretendeva la successione, a sostenere Ermengarda, vedova di Rodolfo, si schierava Umberto Biancamano, che accompagnava la regina a Zurigo, per rendere omaggio all’imperatore Corrado, rispettando il lascito.

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1031     Olderico Manfredi, conte arduinico torinese, faceva donazione ai frati di San Solutore d’un suo possedimento nella contea di Ventimiglia.

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Questa donazione, seguita alla vendita del 1021, dimostrerebbe come gli Arduinici torinesi si disinteressassero dell’area intemelia che ritenevano territorio senza prospettive, per loro, così com’era egregiamente mantenuto dalla famiglia comitale ventimigliese.

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1038     I conti Corrado ed Ottone ratificavano una carta di libertà agli uomini di Tenda, Saorgio e Briga, per diritti già concessi da Arduino III° Glabrione, marchese di Susa, nei primi anni dell’XI secolo.

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Tra i diritti concessi spiccava la concessione alla libertà di pascolo, su tutti i territori della Contea, fino al mare. La costa marina su cui affacciava la Contea intemelia correva dalle falde del Monte Agel alla foce del Torrente Argentina. I pastori di Tenda, Briga e Saorgio praticavano la transumanza fin dall’antichità e si erano guadagnati nel tempo tali concessioni. Frequentavano i pascoli alpini da maggio a settembre, calavano le greggi in prossimità dei luoghi d’origine nel mese di ottobre, poi a novembre scendevano nei pascoli loro concessi sui declivi in vista del mare, portando le greggi a bagnarsi nell’acqua salsa almeno due volte in novembre e febbraio. A marzo o ad aprile, subito dopo la Pasqua, tornavano con le greggi nei pressi dei luoghi d’origine, dove attendevano maggio per avviarsi all’alpeggio.

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Il conte Corrado, invogliato dalla moglie Adelaide, cedeva all’omonimo vescovo genovese numerosi diritti che, la chiesa di San Siro, in Genova, vantava nel luogo di San Romolo.

1040     L’abate Odilone di Cluny ed alcuni prelati del regno d’Arles fecero propaganda della “Tregua Dei” presso i vescovi italiani, senza ottenere successo.

L’atto di donazione d’una parte di due mulini, redatto per Giovanni Cavaria in Varaxe, menziona i monaci di Lerina, attivi nella “Grangia di Varaxe”, che vegliava sulla strada dello Strafurcu.

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Il passo dello Strafurcu, sul crinale di Monte Pozzo, era un punto obbligato della strada che portava in Piemonte, alla antica via Domitia. Questa, uscendo da Ventimiglia, seguiva da presso il crinale del Colle e del Monte, poi, raggiunto il Castel d’Appio ed aggirata la Maglioca sul lato Est, raggiungeva Bevera e Varase, da dove saliva sul Pozzo.

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Il 15 ottobre, a Marsiglia, papa Benedetto IX consacrava la chiesa del Monastero di San Vittore. Alla presenza di ventitré vescovi della Francia meridionale dava riconoscimento ufficiale alla “Tregua Dei”.

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A Marsiglia, tra i ventitré prelati riuniti dal giovanissimo papa Benedetto IX, oltre al famoso abate Odilone di Cluny, erano presenti i vescovi: Reginaldo di Arles, Benedetto di Avignone e Nithard di Nizza, i più attivi nella propaganda della “Tregua Dei” verso i vescovi italiani. Ne proponevano l’introduzione almeno in concomitanza di particolari festività religiose, come Pasqua e Natale. Si deve ritenere plausibile il passaggio per Ventimiglia del ventiquattrenne Papa.

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1041     I conti Ventimiglia, Corrado ed Ottone, assieme alla loro madre Adelaide e con la contessa Armellina, moglie di Corrado, confermavano la donazione del monastero di san Michele ed aggiungevano le adiacenze ad Adalberto, abate di Lerina.

1045     Tommaso, rampollo dei conti locali, vescovo nella sua città, faceva donazione del fondo di Carnolese all’abazia di Lerina.

1050     Da quell’anno, le temperature cominciarono ad elevarsi di circa due gradi.

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L’innalzamento della temperatura e la diminuzione delle piogge, durata fino al 1270, ha condotto ad una progressiva desertificazione dell’Europa. Il tempo meteorologico meno instabile ha favorito lo svolgimento delle Crociate. Le spedizioni navali di ritorno dalla Terrasanta, importarono il ratto, fino ad allora sconosciuto sul nostro territorio. Nel XIII secolo, era diffuso in tutto il continente europeo, con la conseguente diffusione di peste e tifo.

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1052     Il vescovo di Genova, Oberto, riusciva a porre in equilibrio le parti sociali genovesi.

Presso la costruenda chiesa di San Michele, in Oliveto, sorgeva l’Ospedale con annesso ostello per pellegrini.

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La chiesa è sorta sulle vestigia di un tempio bizantino, già dedicato all’arcangelo, ma sorto a sua volta su un tempio romano dedicato a Castore e Polluce.

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1060     Il 4 giugno, ancora i due conti ventimigliesi, Corrado ed Ottone, facevano donazione a l’abate di Lerina dei luoghi di Vincadelo ed Incadelo, borghi ora distrutti, che dettero origine al castello di Perinaldo.

Il monastero benedettino, lerinense, di San Michele era retto dall’abate Dalmazio.

1064     Il vescovo intemelio Tommaso, dei conti di Ventimiglia, faceva dono di un podere al congiunto Rinaldo.

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Si crede che il podere prendesse, in seguito, il nome di “podium Rinaldi”, l’attuale Perinaldo.

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1070     Il monastero benedettino, lerinense, di San Michele era retto dall’abate Ponzio.

Il nobile Guigues de Didier fece costruire una chiesa nel villaggio di La Motte St. Didier, presso Vienne, nel Delfinato, dove vengono lasciate posare le spoglie di Sant’Antonio Abate. Il villaggio sarà poi chiamato Bourg St. Antoine.

1072     Un atto notarile menzionava una torre esistente nel quarterium Castelli.

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Potrebbe trattarsi della torre campanaria, usata in quel tempo come osservatorio militare e civile. Uno schizzo del 1532 mostra ancora esistente il castello che era stato dei Conti, o almeno quello dei Capitanei genovesi. I Conti costruirono il loro castello, sul Cavu, durante l’XI o il XII secolo, mentre in questo secolo: ut possint quamdiu in Vigintimilio si fuerint, et hospicium non costruxerint, cum dictis fratribus hospitari ibidem in monasterio Sancti Michælis ... giacché l’ospitalità gli era dovuta dai frati di Lerino, ivi dimoranti.

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1077     Il 5 agosto, il monastero lerinense veniva gratificato col dono di un’isoletta posta in vicinanza di alcuni mulini, lungo il Fiume Roia. In questo atto interveniva anche Donella, figlia di Alberto marchese di Savona, moglie del conte Ottone.

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Da questo documento, si ha la certezza che il contado ventimigliese, da amministrativo era divenuto ereditario e patrimoniale. I Conti, pur moltiplicando le generazioni, tenevano unito il patrimonio, esercitando tra fratelli e cugini gli uffici amministrativi e legali di tutto l’esteso contado. In questo periodo gli stessi Conti furono costretti a giurare la Compagna genovese, mentre il Comune della Superba mirava a sottomettere Ventimiglia.

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1078     In Provenza, Savoia, Borgogna, Piemonte e Liguria apparve un’epidemia di ergotismo, affezione cutanea dovuta a sostanze alimentari inquinate da segale cornuta; detta comunemente: fuoco sacro o fuoco di Sant’Antonio.

1079     Il conte Spedaldo o Fredaldo di Ventimiglia donava ai monaci di Lerina, alcuni beni in Seborga ed il vasto terreno di Cunio, verso i Negi.

1080     Sull’atto di donazione per Cunio, sono poste successivamente le conferme delle cessioni da parte di. Romaldo, con i suoi fratelli, Mauro con la moglie e le figlie, Razo e Guglielmo. Sulla stessa pergamena vengono aggiunte le donazioni di Fredo, nipote di Fredonio e del prete Pietro. Anche Guglielmo, Ricol e Bernardo confermano la donazione.

1081     Il conte di Provenza rendeva omaggio a papa Gregorio VII.

1082     Il 16 marzo, il conte Corrado III, erede di Corrado II, che aveva sposato Odila, degli antichi conti di Nizza, donava la chiesa di San Martino, posta nel luogo di Carnolese, al monastero di Lerina.

1083     Gli abati benedettini, lerinensi, del monastero di San Michele vennero chiamati priori e signori di del luogo di Seborca.

1084     Genova, ottenuta l’alleanza dei nobili e di molti Comuni costieri della Liguria, portava aiuto ad Alfonso VI di Castiglia, nella lotta contro i Mori.

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La politica di espansionismo genovese, in quel frangente, tendeva a federare le forze esistenti sulle coste liguri, coinvolgendole in operazioni militari adatte ad aprire un redditizio mercato commerciale verso la penisola iberica, che Alfonso di Castiglia stava riconquistando ai Mussulmani. Toledo nel 1085, Valencia e Lisbona nel 1092, erano state tolte ai Mori di Spagna. La cooperazione con Sancio d’Aragona e Raimondo Berengario di Barcellona tendeva a riconquistare la costa iberica mediterranea, oltre alle isole Baleari.

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1087     Navi genovesi e liguri attaccavano le coste tunisine per neutralizzarvi i covi saraceni.

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Dopo il 1060, con i Normanni che occuparono la Sicilia ed Alfonso I nei possedimenti arabi di Spagna, i Saraceni persero molto del loro dominio navale sul Mediterraneo. Le flotte di Genova e Venezia si spingevano sino alle coste tunisine, libere di navigare per tutto il del Mare nostrum, in supremazia commerciale e militare. Anche le navi del nascente Libero Comune ventimigliese si inoltravano in quei lidi.

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1090     Potrebbe aver avuto inizio il cantiere per la costruzione del Battistero romanico, sulla pianta di un precedente battistero bizantino o longobardo. Mentre la Cattedrale veniva trasformata in chiesa proto-romanica, a tre navate di tipo lombardo, con primitivo tetto a capriate.

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Scavi condotti nel 1996, portavano alla luce una fossa per la fusione di una campana sotto il pavimento del Battistero, nel contesto di murature che confermano la precedente costruzione tardoromana o altomedievale, sulla quale stava sorgendo, nell’XI secolo, l’attuale Battistero.

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1092     Il vescovo intemeliense Martino concorse alla donazione fatta dagli uomini di Saorgio ai monaci di. Lerina, della chiesa di santa Maria del Poggio, posta in val Salviense.

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Nelle lettere commendatizie, dove invitava i monaci a prendere possesso del priorato, Martino li chiama fratelli, lasciando supporre  la sua appartenenza all’ordine lerinense. Nel 1109, donava alla stessa abbazia la chiesa di Santa Maria de Virgis del distretto di Sospello, rogandosi l’istrumento della presenza in Ventimiglia, dei cardinali: - Conradi, presbitero - Comiti, diacono e Giovanni, sudiacono - di passaggio in qualità di legati del papa Pasquale II, per la Francia o la Spagna, in causa della venuta dell’imperatore Enrico IV. Moriva l’otto settembre, non si sa di quale anno. Del vescovo Cornelio, si conserva il nome in una bolla di papa Eugenio III, del 15 maggio 1145, riferentesi alla lunga ed agitata controversia tra i canonici della cattedrale ed i monaci di San Michele, per causa del cimitero. Si dice che, nel suo episcopato, il celebratissimo abate di Chiaravalle Bernardo, poi santificato, nel far ritorno in Francia illustrasse colla sua predicazione le diocesi d’Albenga e di Ventimiglia, ivi onorato dai rispettivi vescovi. L’ampliamento della Cattedrale, dovuto all’aumento della popolazione, teneva conto dell’uso, che del monumento, si faceva oltre al servizio sacro. Per tutto il medioevo, nella Cattedrale, si tenevano e si erano tenuti i Consigli degli anziani, i Conti vi deliberavano e tenevano giustizia. In seguito vi si radunerà il Consiglio del Libero Comune, mentre era uso, quando il tempo era piovoso, tenervi mercato.

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Alcuni uomini, abitanti in Saorgio (nominati individualmente maschi e femmine), facevano donazione della chiesa di Santa Maria del Poggio al monastero di Sant’Onorato di Lerino. (Chartarum - Monumenta historiae patriae. Vol. I)

1095     Papa Urbano II approvava la confraternita degli Antoniani Viennoise.

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Fondato da Gastone de Valloire, a La Motte St. Didier, l’Ordine era formato da infermieri e frati laici che avevano come superiori religiosi i Benedettini dell’abazia di Montmajeur presso Arles. I canonici, presenti in Ventimiglia, dipendevano dai Benedettini di Lerino.

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Corrado III confermava al Vescovo genovese la donazione dei luoghi di San Romolo e Ceriana.

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I diritti nominati nell’atto sono quelli di placito, fodero, scitatico, alpatico, ripatico e precarie. Fra i conflitti politici che impegnarono gli stati emergenti dalla disgregazione dell’impero carolingio, il più aspro ebbe per posta il controllo dell’istituzione del matrimonio. I capi famiglia delle più importanti dinastie lo volevano loro riservato, mentre i preti desideravano introdurre la sacralità in questa istituzione profana, per meglio controllare la trasmissione del potere laico. Ebbero la meglio gli amministratori del sacro, con conseguenze incalcolabili.

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SECOLO  DECIMO  SECONDO

VENTIMIGLIA LIBERO COMUNE MARINARO

 

Il Libero Comune di Ventimiglia aveva il costume di datare i suoi atti juxta stylum o secundum cursum Vintimilii ; consuetudine che manterrà fino al 1660.

 

1100     La data posta sul fonte battesimale dal prevosto Johannes, indica la costruzione del battistero romanico ottagonale.

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Le prime notizie sull’edificio datano 1334, ma l’architettura e la data sulla vasca lo pongono in riferimento, pressoché coevo, ai battisteri di Albenga e di Frejus. Conservata nell’attuale battistero è la base della conca di una precedente vasca d’immersione, databile all’anno 305, in pietra della Turbia. Questa presenza lascia intuire l’esistenza di un precedente battistero, forse costruito sulla piana nervina, sulle rovine della città romana. Benché nel 1311, il Concilio di Ravenna prescrivesse l’uso del battesimo per infusione, il rito ambrosiano, seguito nella nostra diocesi, protrasse l’uso dell’immersione fin verso il 1422. Ancora nel XIII secolo, i catecumeni battezzandi, dovevano essere adulti e preparati da un lungo periodi d’iniziazione. La cerimonia avveniva, in comunità, due o tre volte l’anno, nel corso delle grandi festività cristiane.

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La data del secolo XII era stata incisa nella fontana del quartiere Lago, sotto la dicitura:”ad comoditatem navigantium”.

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Ancora presente attorno all’anno 1874, la fontana era servita per secoli, con varie interruzioni, a fornire acqua potabile ai marinai che operavano nell’attivo porto canale del Lago, definito: statio bene fida carinis.

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1101     In quel tempo, il Libero Comune emetteva leggi sul comportamento morale e sociale dei residenti.

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Leggi sul criminale e sul suntuario, che prevedevano il pagamento di multe, con in alternativa l’esposizione alla berlina; salvo che condannare al bando i recidivi. La berlina poteva essere situata davanti al portale della Cattedrale, sull’angolo che volta verso quella che sarà via Falerina. In quel sito esisteva una pietra squadrata di grosse dimensioni, attrezzata di anelli metallici. Su questa pietra si punivano gli insolventi fraudolenti e i bancarottieri, facendo battere loro il culo nudo per un numero di volte pari all’estensione delle loro malefatte. L’operazione era detta: “da’ d’u cü insci’a ciàpa”.

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1105     In Provenza aveva vasta risonanza la predicazione del monaco Pietro di Bruys, basata sulle citazioni del Vangelo e ponendo la Chiesa romana a semplice istituzione spirituale.

1109     Il vescovo Martino, donava la chiesa di Santa Maria de Virgis, di Saorgio, all’abazia di Lerina. Risultavano presenti alla stesura dell’atto di donazione, in vescovado, i cardinali Corrado, Conte e Giovanni, di passaggio quali inviati del papa Pasquale II, presso Francia e Spagna, in occasione della calata su Roma, dell’imperatore Enrico IV

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Con buone probabilità, anche la chiesa di Saorgio avrebbe potuto essere dedicata a Maria Maddalena, più che a Maria vergine, come la tradizione dotta vorrà poi insistere, per oscurare un apparentemente fastidioso mito maddaleniano.

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1110     Il parroco di San Römu, certo Villano, chiedeva al Vescovo ed al Conte ventimigliese di arbitrare la questione del rifiuto di pagare le decime da parte del popolo sanremese.

Un’iscrizione datata a quell’anno, descrive il porto canale della Roia chiudibile con una catena.

1111     Avrebbero potuto agire in città alcune monache benedettine, sottoposte al Priore di San Michele.

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In una carta pubblicata dal Cais, si legge che il priore di San Michele era autorizzato a cantar la messa ove meglio gli piaceva ed a seppellire monactium suum vel monacham: dunque la città, nostra aveva senza dubbio una casa di benedittine.

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1113     I genovesi occupavano Portovenere.

In Seborga giungevano i monaci cistercensi Gondemar e Rossal.

1117     Bernardo di Chiaravalle raggiungeva i suoi due confratelli in Seborga.

1118     Otto, tra cavalieri e monaci erano radunati in Seborga, con Bernardo di Chiaravalle.

1119     La Francia, da Lione e Narbona fino all’Atlantico e alla Manica, assumeva un’entità politica unitaria.

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Il re dei Franchi, Luigi VI, metteva il potere politico in mano alla “Corona di Francia”, creando il primo Stato monarchico europeo e ribaltando la concezione del potere laico. Al principio del XII secolo, sul territorio oggi francese, cominciò una straordinaria fioritura di riti, di atti, di parole, una singolare invenzione dell’amore in tutti i suoi aspetti: l’amore per Dio, l’amore per le donne, l’amore per i giovani, al centro del quale si poneva l’amore che gli uomini devono gli uni agli altri.

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1120     Al vescovo intemelio Alecio, o Alerio, scriveva papa Onorio II.

Genova intraprendeva l’espansionismo verso l’Oltregiogo appenninico.

Dopo il vescovo Alerio, dovrebbe essere nominato certo Cornelio, in data sconosciuta.

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Sotto il suo episcopato avrebbe predicato, in Ventimiglia, il celeberrimo Bernardo di Chiaravalle. Dopo aver predicato in Genova, per rappacificare i genovesi coi Pisani, nel far ritorno in Francia, veniva ricevuto dai vescovi di Albenga e di Ventimiglia. Ad Orléans, ad Arras ed in Piemonte, a Monforte stava evolvendosi un movimento di contestazione ai soprusi del clero, che nell’ltalia Nord-occidentale otteneva la collaborazione delle autorità civili.

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1124     Il Vescovo ed il conte Oberto sentenziavano che i sanremaschi avrebbero dovuto pagare le decime su vino, fichi, olive, biade, carote, ecc..

Ad Antibo, il potente conte di Provenza, che si era recato per amministrare giustizia, aveva al seguito i conti ventimigliesi, i quali contrastarono i signore di Grasse per farli restituire ai monaci di Lerino il castello di Arluc.

1127     Il Comune genovese concludeva accordi per l’attracco sulle coste con Raimodo di Provenza.

1130     Col pretesto di tutelare la sicurezza delle strade, il Comune genovese costruiva una torre di guardia nel luogo di San Römu. Il Conte Oberto opponeva resistenza ed inviava sul posto i figli Filippo e Raimondo, con un nerbo di armati raccolti a Bajardo ed a Poipino, ma i genovesi prevalevano, costringendo il Conte di giurare fedeltà, in San Siro.

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San Römu veniva amministrata dalla signoria del vescovo genovese, che soltanto episodicamente si servirà dell’opera dei conti ventimigliesi per la difesa del luogo.

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1131     Il conte Oberto rinunciava ampiamente ai suoi diritti su San Romolo, Ceriana, Baiardo e Poipino a favore di Marsibilia, figlia del fu conte Anfosso e moglie del nobile genovese Giovanni Barca, per il suo “de paterno feudo et de Victimiliensi comitatu”.

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Per sua parte Oberto otteneva il riconoscimento di ogni parte del suo “feudum quod Anfossus tenebat” ed il “Vinctimiliensis comitatum quantum pertinet ad feudum” come pervennero ad Anfosso dal nonno e padre suo.

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1132     Genova stringeva patti di amicizia con Narbona.

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Il Comune genovese, cresciuto rapidamente in ricchezza e potenza, messosi a fronteggiare la marina araba, si apriva, in competizione con Pisa, una vasta zona di penetrazione e di influenza, che si estese verso occidente, oltre la Riviera, fin su tutte le coste provenzali. Tale penetrazione, facilitata dalla poca ed ineguale autorità che, sulla Provenza, esercitavano i Conti, allora re di Aragona. Presi nell’orbita dei due grandi comuni italiani, le città provenzali ne adottarono i sistemi ordinativi interni e ne ricercarono l’alleanza. Sicché la competizione fra le due Repubbliche marinare si tramutò presto in gara ostile, fra le due espansioni politiche. In questo, Genova aveva la superiorità di poter raggiungere i propri obiettivi con una progressiva conquista terrestre.

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1133     La sede episcopale genovese veniva elevata ad Arcidiocesi.

1134     L’attacco armato genovese alla contea di Ventimiglia non si limitò all’episodio di San Römu; con qualsiasi pretesto Genova inviava milizie per sottrarre territorio al controllo dei Conti.

1138     Genova concludeva patti con Antibo e Marsiglia, togliendo a Ventimiglia possibilità di trovare alleati in Provenza.

1140     In agosto, Ventimiglia era improvvisamente stretta d’assedio.

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Negli Annali genovesi, il Caffaro concede notizia dell’assedio, con studiata brevità. Mentre sappiamo da un cronista lombardo che la resistenza, guidata da Conte Oberto, era stata accanita. Sappiamo anche che nell’operazione i marchesi Del Vasto di Savona si erano impegnati con duemila militi, per ottenere in cambio, in caso di vittoria, le terre che i Conti ventimigliesi, possedevano dall’Armea al Finale. Al Comune genovese sarebbe andata tutta la Contea ventimigliese. In quegli anni il Comune locale poneva mano all’ampliamento della cinta muraria, della quale resta, significativo avanzo, nella porta del Ciousu, che includeva, soltanto allora, la chiesa di san Michele all’interno del perimetro difensivo. Purtroppo la scarsità delle fonti locali, sui fatti storici antecedenti il grave incendio degli archivi comunali, appiccato dal Conestabile di Borbone, nel 1526, costringe ad utilizzare, quasi esclusivamente la storiografia genovese, che per ovvi motivi, pecca di parzialità, tacendo od esagerando determinati episodi. Risulta comunque evidente la paziente e tenace azione di. Genova contro Ventimiglia, avviata proprio agli albori del XII secolo.

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1143     Con un sentito breve il Comune genovese incitava le popolazioni liguri a snidare i Saraceni sulle coste spagnole.

Genova stringeva patti con Montpellier e Sant’Egidio di Provenza.

1145     Genova poneva l’assedio ad Almeria ed a Minorca, con la partecipazione, in navi ed uomini, di molti Comuni delle Riviere liguri e con l’appoggio della nobiltà ligure.

Con bolla del 15 maggio, il papa Eugenio III, richiesto dal vescovo Cornelio, cercava di sedare la controversia tra i canonici della Cattedrale ed i monaci di San Michele, a causa del cimitero.

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Non trovando posto per seppellire i defunti, dentro le mura, i canonici si rivolsero ai monaci, ottenendo la compartecipazione di un terreno presso San Michele. Pochi mesi dopo, i monaci lamentavano il fatto che i canonici avessero costruita una nuova chiesa, nel cimitero, ove officiavano escludendo i monaci. Il Papa commise la questione ad una commissione di cardinali.

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1146     Dopo la vittoriosa campagna, Genova costrinse il conte Oberto a giurare la Compagna Communis genovese, a trasferire la famiglia comitale in Genova ed a considerarsi vassallo genovese. Inoltre i genovesi iniziarono ad erigere una fortezza, sul bastione roccioso a cavaliere della città, Forte del Colle, detto poi Forte San Paolo.

Per ottenere la restituzione dei numerosi prigionieri, Ventimiglia donava a Genova le presunte reliquie di Sant’Ampelio, custodite a Sapergo (Bordighera), le quali furono tradotte a San Römu, per poi passare a Genova.

Anche Dolceacqua veniva occupata dai genovesi.

1147     Genova indiceva una spedizione contro i mori di Spagna. Ventimiglia vi partecipava con gran copia di navi e la reputazione di buoni marinai.

Nelle giornate vittoriose di Almeria, il vessillo ventimigliese era stato in prima linea.

1148     La spedizione di Spagna continuava con la vittoria di Tortosa; i ventimigliesi combatterono attivamente.

Con i prigionieri riportati da Almeria e Tortosa, il Comune creava gli abitanti da dare alla villa di Soldano.

1149     In aprile, Genova riconosceva ai valorosi alleati ventimigliesi l’esonero dalle gabelle nel grande porto ligure, concedendo, nel 1151, la cittadinanza genovese a tredici nocchieri ventimigliesi.

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Erano questi: Oberto Introversato, Enrico Anselmo, Giovanni Bonamiga, Enrico Guercio, Feraldo Bailardo, Bonsignore Battalia, Rainaldo Bulferio, Rainaldo Nuclerio, Ottone Sperone, Enrico Redolago, Bonsignore di Riculfo, Rinaldo Casio e Rainaldeto Nauclerio. Non a caso, Genova cercava di legare a se’ gli uomini più validi, della città più importante del Ponente.

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1151     Il conte Oberto concedeva il privilegio “ad libertatem” agli uomini. di Ceriana. In quel tempo, costruiva alcuni castelli nelle valli Armea ed Argentina.

1152     Il conte Ottone, figlio di Oberto, concedeva la carta di privilegi ed immunità agli uomini della valle del Maro.

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Capostipite dei signori del Maro, Oberto passava i privilegi al figlio Enrico, che sposava suo figlio Filippo ad Audisia Trincheri, dei signori di Carrù, la quale gli diede Enrico II, stipite della gloriosa stirpe dei Ventimiglia di Sicilia; Filippo dei signori di Conio ed Oberto signore di Caravonica e Prelà.

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1154     Con l’occasione della calata in Italia del Sacro Romano Imperatore, Federico I di Hohenstaufen, Genova prometteva fedeltà all’Impero.

Nel 1155, con il ritorno del Barbarossa in Italia, Genova si comportava come una libera e sovrana potenza che trattava alla pari anche con la suprema autorità della terra. Costruiva infatti la sua nuova cinta muraria, mentre stringeva patti con Arles.

1157     Il conte Guido Guerra, succedeva ad Oberto. Ottenuta l’investitura, donava a Genova i luoghi di Roccabruna, Gorbio, Poipino, Penna, Castiglione, Braus, Sospello Lamenor, Breglio, Saorgio, La Pennetta, Briga e Tenda, ricevendoli subito dopo come feudo.

Con la moglie Ferraria, figlia di Raimondo, Conte di Arles, il conte Guido Guerra giurava la “compagna” del Comune di Ventimiglia, facendo concessioni, verso i Consoli, alla presenza dell’imperatore Federico II, il Barbarossa, alla corte del quale il conte Guido Guerra era cavaliere.

Il Conte ed i ventimigliesi, con altri comuni liguri., compresa Genova, combatterono a Legnano, a lato del Barbarossa.

1158     Dopo l’occupazione del 1140, i genovesi consolidavano la loro presenza con l’occupazione dell’antico Castel d’Appio e con la costruzione di un primo nucleo del Forte Castelvecchio, o Forte del Colle, sull’altura a cavaliere della città. Passando per Ventimiglia un nunzio imperiale, disapprovava la costruzione del castello genovese ed istigava i cittadini a raderlo al suolo, rivendicando le libertà che Genova otteneva di soffocare, subito dopo, inviando una ambasceria al Barbarossa.

I Conti Guido Guerra ed il fratello Ottone entravano nell’Ordine Templare.

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Presso l’Archivio Reale di Bruxelles, alla sezione manoscritti n. 6614 f. 114, nel 1997, il barone De Sonj, tra le armi dei Cavalieri Templari, ha trovato lo stemma di Guido Guerra e suo fratello Ottone, Conti di Ventimiglia. La nota Domus Templi, ritrovata nei rogiti del XIII secolo, potrebbe essere una loro iniziativa a vantaggio dei pellegrini e dei romei.

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1162     Il vescovo ventimigliese Stefano da Milano, metteva pace tra gli uomini di Tenda e di Briga, per i confini.

Un trattato con l’imperatore Federico I sanciva ufficialmente il sospirato predominio genovese sulle Riviere, costituendo base giuridica per le pretese di Genova.

1163     Il Comune di Nizza imponeva al Vescovo il pagamento delle tasse, come un semplice cittadino. Il Vescovo ricorreva al Conte di Provenza, re Alfonso d’Aragona, ma il Comune decide6a di imporsi con la forza, alleandosi con Genova.

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In quell’occasione, se la Provenza ed il vescovo avessero cercato l’alleanza di Pisa, l’espansione genovese ne sarebbe stata certamente compromessa.

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1164     Il conte Guido Guerra, donava alla sede vescovile di Nizza il castello di Drappo. Egli si era riservato il diritto di mantenere in città una casa, un forno ed una vigna; quando egli fosse stato impiegato in missioni per 1’Imperatore, come l’ambasceria al Re di Sardegna, Barisone.

1169     Il 23 marzo, il vescovo Stefano, assistito dai Consoli, del Comune, pronunciava una sentenza fra gli uomini di Tenda e di Saorgio, su dispute di confini.

In Genova, sollecitata dal vescovo Ugone, giungeva a conclusione la disputa tra la fazione di Ingone de Volta e quella di Amicone di Castello.

1170     Ventimiglia sottoscriveva una Lega col Comune di Pisa, per salvaguardarsi la navigazione nel Mediterraneo. Genova inviava quattro galee per proteggere Nizza, che partecipava con una galea nella guerra contro Pisa.

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In quel periodo, alla Cattedrale veniva addossato il campanile, primariamente come torre di difesa, in conci di puddinga, testimone delle lotte con Genova.

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1174     Raimondo elevava pretese al trono di Provenza, contro Alfonso e il Comune genovese lo sosteneva.

1176     La devozione del Conte che aveva portato la città di Ventimiglia a schierarsi tra i simpatizzanti del Barbarossa nella battaglia di Legnano, seguì anche nel trattato d’Anagni, nella tregua di Venezia e nella pace di Costanza, assieme a Cremona, Pavia, Genova, Tortona, Como, Asti, Alba, Acqui, Torino, Alessandria, Savona ed Albenga.

1177     In gennaio, il vescovo Stefano, assistito dai Consoli della città, pronunciava una sentenza arbitrale tra i monaci benedettini di san Michele ed i Canonici della Cattedrale, assistito dal parroco Guglielmo ed il prevosto di Saorgio, per la chiesa di N.D. del Poggio.

Il 13 luglio, lo stesso Vescovo, con i Consoli derimeva una lite tra l’Abate di Lerino ed il Comune di Ventimiglia, decretando l’esenzione dei Seborghini da qualsivoglia tributo.

Il Libero Comune stringeva patti segreti con Pisa, indipendente dalla politica del Conte sovrano.

Il 5 settembre, il fratello di Guido, il conte Ottone giurava fedeltà a Genova e cercava di revocare le libertà concesse dal fratello al Comune.

Genova si faceva cedere dai conti i territori di Roccabruna e di Gorbio, con l’intento d’impedire aiuti e rifornimenti provenzali al Comune.

Mentone e Poipino venivano infeudati alla famiglia Vento.

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Morto Guido Guerra e non sopravissuti al padre i figli Corrado ed Oberto, il fratello di Guido, il conte Ottone infeudava Mentone e Poipino ai Vento, potente famiglia genovese. Cedeva all’ Abate di Lerino le possessioni delle Chiuse e di Garavano, presso Mentone, e le praterie in vicinanza di Ventimiglia, in cambio di possedimenti lerinensi nella contea di Albenga. Cedeva inoltre la chiesa di San Michele, in cambio di Armo e Prelà, in val d’Oneglia. Ma la cessione di Roccabruna e Gorbio è stata l’imposizione più subdola.

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1179     Genova sottometteva Albenga e riconvenzionava Savona.

Il vescovo intemelio Stefano, milanese, interveniva al Concilio Lateranense.

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Nel III Concilio lateranense, il papa Alessandro III, che precedentemente aveva insegnato nella scuola di Bologna, fece approvare e promulgò una costituzione che imponeva ad ogni capitolo cattedrale di mantenere un maestro, il quale avrebbe insegnato gratuitamente. Inoltre la costituzione stabiliva che in ogni diocesi lo scolastico, dignitario incaricato dal vescovo o dal capitolo di dirigere la scuola, avrebbe concesso la “licentia docendi” a quanti ne fossero degni. Quindi i licenziati avrebbero avuto a propria volta diritto d’insegnare, creando nuove scuole. La licenza dava facoltà di insegnare solo nella diocesi. dov’era stata concessa.

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1181     Il 13 settembre, il conte Ottone era garante d’una convenzione tra Baiardo ed Albenga.

Genova assumeva la protezione dell’Abazia e delle isole di Lerino, acquistando la metà di quella di Santa Margherita, per edificarvi un castello ed un borgo.

1182     Genova risottometteva Porto Maurizio e Diano.

1184     Genova riprendeva Taggia.

1185     In agosto, i Consoli ventimigliesi Roderigo Borsa e Gandolfo Cassolo muovevano all’assedio dei castelli di Roccabruna e di Sant’Agnes, nei quali era fortificata la famiglia del conte Ottone. Roccabruna cedeva subito, mentre il figlio di Ottone, il conte Enrico opponeva resistenza a Sant’Agnes, riuscendo poi a fuggire a Dolceacqua. I ventimigliesi attaccavano e davano alle fiamme il castello di Dolceacqua, costringendo il conte Ottone a giurare la Compagna del nostro Comune ed a rinnovare le concessioni già accordate da Guido Guerra.

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Il Comune ventimigliese dotava il proprio territorio di un sistema di fortilizi, mostrando chiaramente quali fossero le sue intenzioni verso i genovesi. La via della Provenza era per Genova nuovamente sbarrata.

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CRONOLOGIA  D’UNA SOTTOMISSIONE

1192     Guglielmo, figlio del conte Ottone, si recava a Genova per aggiornare una convenzione, che concedeva a quel  Comune, metà dei diritti feudali di loro spettanza.

1193     Il 4 marzo, Ottone, con i figli Guglielmo ed Enrico, sottoscrivevano i patti a favore dei genovesi.

Il Comune di Genova, otteneva, dall’imperatore Enrico VI, il dominio della costa ligure da Portovenere a Monaco, oltre alla maggior parte della Corsica.

1198     Il Console Ottone De Giudici, coi colleghi Ottone Nolasco e Lercario, alla presenza del nuovo vescovo Guido, venivano a condizioni con Genova per la sottomissione di Ventimiglia. Mentre i cittadini si preparavano alle armi.

Introdotta da Federico Barbarossa, in Liguria, veniva adottata la carica di Podestà, a presiedere il Senato cittadino.

1199     Nel mese di luglio, una poderosa armata guidata dal Podestà genovese Beltramo Cristiano, di Pavia; guastava la campagna ventimigliese, fino a settembre, per ritornarsene a Genova a mani vuote.

Genova obbligava alla lega contro Ventimiglia, i paesi rivieraschi, il 19 e 23 settembre Albenga, il 19 e 29 aderiva Laigueglia, il 20 e 24  sarà Diano, il 29 aderiva Oneglia; il 16 ottobre toccava a San Römu ed il 24 gennaio 1200, era la volta di Porto Maurizio.

1200     In luglio, il podestà genovese Orlandino Malapresi sbarcava a San Römu con nuove armate e metteva campo a capo Sant’Ampelio, dando il guasto alle campagne di Nervia.

I conti ventimigliesi, Guglielmo ed Enrico, erano alleati con i genovesi.

1201  I ventimigliesi armavano una galea che era attaccata da tre legni genovesi, in Spagna. Corse falsa notizia che fosse stata catturata, provocando il tumulto del popolo che chiedeva la resa a Genova e la restituzione dell’equipaggio. Questo avvenne in luglio, quando molti ventimigliesi, guidati dalla famiglia De Giudici, tornata al potere, si recarono in Genova imploranti, per sottomettersi.

1210     Trovandosi in Nizza il conte Sancio di Provenza, che reggeva il governo in nome del nipote minore Raimondo Berengario V, alcuni legati del Comune ventimigliese strinsero convenzioni.

1211     Sancio di Provenza stringeva patti segreti con il partito dell’indipendenza ventimigliese.

1215     Il conte Oberto affrancava gli uomini di Cipressa e confermava le consuetudini concesse dal padre Ottone agli uomini di Bajardo.

In Nizza, il partito genovese conquistava il potere, convenzionando la città col potente Comune ligure. Il confine occidentale genovese giunge al Varo.

Per rintuzzare i disegni di espansione dei Provenzali, i genovesi incaricavano Fulcone di Castello di fortificare il poggio di Monaco, con un castello, quattro torri e mura di trentasei palmi.

1216     Un Corriere pisano, di passaggio dalla Provenza, trovava ospitalità dalle famiglie Saonese e Curlo, che avevano ripreso il governo del Comune. I Consoli consegnavano al corriere una lettera per chiedere convenzioni con il Comune pisano. La lettera venne intercettata dai genovesi.

1218     Il 3 maggio, una delegazione del Comune ventimigliese, composta da Folco Bellaverio, Oberto Brondo, Giraldo Giudice, Beltramo Curlo e Guglielmo Intraversato, chiedeva leale sottomissione al podestà Rambertino da Bovarello, il quale inviava a Ventimiglia il notaio Nicolò Pane, per far apporre il sigillo dei Consoli sui trattati, non ottenendo che eccezioni.

In settembre, il Podestà, di passaggio su una galea, al largo di Ventimiglia, era invitato a prendere possesso della città, da parte del console Oberto De Giudici, che aveva tramato, sopportato dagli altri consoli, di concedere la nostra città alla signoria di Oberto Spinola, in nome della città di Genova.

La fazione dei De Giudici era rovesciata, mentre Genova ricorreva nuovamente alla guerra.

1219     Nei primi giorni di maggio, una forza di cinquecento uomini a cavallo e una moltitudine di pedoni, reclutati nei paesi rivieraschi sottomessi, fra cui Taggia, sorrette da tre galere e numerosi vascelli, al comando di Conti e Baroni rivieraschi, quali i Malaspina, i Clavesana e i Del Carretto, marciavano verso Ventimiglia.

Con l’appoggio dell’imperatore Ferderico II e giovandosi inoltre de l’ambiguo atteggiamento del conte Emanuele e del clamoroso passaggio di campo di una delle più prestigiose famiglie, quali i De Giudici, Genova scatena un’offensiva senza tregua, accampandosi a San Römu, dov’era sbarcato l’esercito.

Il 10 maggio, i genovesi catturavano una nave di frumento diretta in città, producendo anche danni alle campagne dei dintorni e lasciando poi il solo assedio dal mare. I ventimigliesi armavano una cetea (nave dai cento remi) eludevano l’assedio e riuscivano a catturare due galee genovesi, nel mare di Trapani, poi sulla via del ritorno, catturavano un’altra nave, che abbandonavano, perché soccorsa da una galea di Donadio Bo. Incoraggiati dall’esito favorevole, armavano una grossa galea con la quale, nel porto di Tunisi, catturavano la nave genovese detta “La Benvenuta”, formando una piccola flotta corsara.

Al largo delle isole di Hyéres, in Provenza, le navi ventimigliesi, attaccavano un legno genovese, proveniente dalla Sardegna, detto “San Leonardo” soccorso da due galee genovesi al comando di Zaccaria di Castello, che riusciva a riprendersi “La Benvenuta”, costringendo i ventimigliesi a prendere il largo col favore del buio, per finire ad incagliarsi negli scogli sotto Roccabruna dove i genovesi cercarono di catturarla, senza riuscirvi per l’intervento di numerosi armati di Ventimiglia.

Nel corso dell’assedio i genovesi scavarono un largo canale, lungo due miglia ed interrarono il porto del Lago. Sul Caffaro, si leggono ancora i nomi delle navi, che ripiene di pietre si affondarono, al fine di deviare il fiume Roia, il quale scorreva dove ora è il borgo di sant’Agostino, protraendosi verso le Asse, quasi fino al Nervia.

1220     Il 2 ottobre, l’Imperatore Federico II deputava il marchese Ottone Del Carretto di ottenere, a suo nome, la sottomissione dei ventimigliesi.

Il marchese inviava una deputazione, a capo di certo Enrico Piperata, che veniva catturato e messo in catene. In seguito inviava il savonese Guidone Feldrato, che a San Römu, in presenza dei conti Oberto ed Ottone, invitava i paesi circostanti a far lega contro la città ribelle.

Il Podestà si accordava col conte Emanuele, con uno stipendio mensile di 150 lire, per isolare la città dalla strada del Roia e la presa della rocca de La Penna. Per contro i ventimigliesi cercarono di espugnare il castello di Lucerame, attaccando poi Sospello, dove i tendaschi al comando di Oddone Sevenco avevano, la meglio e catturavano quarantacinque prigionieri che il conte Emanuele consegnò al Podestà genovese, per 1500 lire.

Essendo i prigionieri tra i cittadini più in vista, i ventimigliesi tentavano di liberarli, ma cadevano in mano nemica altri prigionieri, tra i quali il podestà, Giacomo da Caraglio, che rifiutava di essere liberato prima dei compagni di prigionia.

Durante l’assedio, una saettia ventimigliese riusciva a superare il blocco navale e giungere salva in un porto provenzale, indi ritornare in città con provviste, sostenuta dai Rettori di Marsiglia che, pressati dai genovesi, rifiutavano di consegnarla.

Lo scopo primario di questa sortita ventimigliese era stato, quasi certamente la richiesta di aiuti da parte del conte Raimondo Berengario V, che giunse a dar aiuto con un buon numero di armati.

Il podestà genovese, Lottarigo da Martinengo, metteva campo a San Römu e cominciava a dare il guasto alle campagne prendendo tempo.

La strategia genovese aveva la meglio, infatti, prima il Berengario, indi il luogotenente Guglielmo di Cottinago, da questi lasciato in città, abbandonavano la causa.

Il vice ammiraglio genovese, Lanfranco De-Mari, attaccava la città, senza esito, quando il Martinengo, portò molti prigionieri ventimigliesi in vista agli assediati e minacciò di accecarli se la città non si fosse arresa entro otto giorni.

Alcuni ventimigliesi si arresero, mentre altri catturarono i genovesi deputati al presidio di Castel d’Appio, costringendo il Martinengo a portare a fine la minaccia.

In dicembre, le “Assise di Capua”, decretate da Federico II, ponevano fine ai privilegi del Comune genovese nell’ambito del Regno del Sud. Genova perdeva la base di Siracusa, determinante per la conquista di Creta.

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L’inimicizia verso Genova, scatenata dalla politica autarchica di Federico II di Svevia, poneva in condizioni di profitto pisani e veneziani. Toccare gli interessi economici della Superba, costò caro allo stesso imperatore, che non poté condurre a termine il disegno del “Regnum Italie”, contrastato dalla maggior potenza del Tirreno. Malauguratamente, come riflesso, l’aver abbandonato gli sforzi per la conquista di Creta, pose quale più impellente disegno espansionistico genovese, l’affermazione sui cosi detti “Dominii di Terra”. Le forze richiamate dai mari del sud erano tutte dedicate alla sottomissione di Ventimiglia.

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1221     In marzo, un gran numero di armati sbarcava a Bordighera e dava fuoco ai copani da trasporto che erano ormeggiati nell’ansa del fiume.

Il Martinengo comandava di chiudere il porto ventimigliese, facendovi affondare un copano all’imboccatura, inoltre di deviare il corso del fiume Roia.

Venivano eretti due castelli sul colle delle Maule, allora chiamato di San Cristoforo e in zona, oggi detta Bastia, costruiva una nuova città difesa da mura e da duemila fanti, comandati da Sorleone Pepe, che organizzò molto bene uno stretto, costante assedio.

Molti ventimigliesi, affamati, disertavano per abitare la nuova città, dietro l’esempio indegno della famiglia De Giudici.

Gli abitanti di San Römu, stanchi di dover ospitare gli assedianti, si ribellarono e chiesero soccorso al loro signore, l’arcivescovo ai Genova, Ottone, che recatosi sul posto, cercò di favorire i propri sudditi richiamando le ire dei genovesi, i quali inviarono i capitani Aimerico e Rubaldo Elia a guastare i beni sanremesi.

I ventimigliesi approfittarono dei disordini per catturare una delle galee assedianti, sorprendendo il capitano Guglielmo d’Aldone, mentre dormiva.

Il conte di Tenda, Guglielmo disertò dal partito genovese e si mise a disposizione della sua città d’origine, dove ricevette l’incarico di Podestà.

1222     Armata una cetèa ed eluso il blocco i ventimigliesi superarono Genova, per chiedere soccorsi, ma una galea di Porto Venere, al soldo genovese, catturò i nostri a Corneto, trasferendoli a Genova.

Il 19 agosto, nel fossato davanti alle mura, i ventimigliesi domandavano la pace, a Sorleone Pepe.

Il vescovo, i De Giudici ed altri notabili si recarono a Genova, a declinare la resa.

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Oltre a Raimondo De Giudici ed al vescovo, erano presenti Raimondo Priore, Ottobono Maroso, Pietro Curlo Saonese ed il conte Guglielmo II. Certamente era presente anche il vescovo Guglielmo che fu testimone del memorando assedio e la sua autorevole parola valse, senza dubbio, a rendere meno gravose le condizioni della resa, cui egli assistette, anche se su quel documento si legge la firma del vescovo Guido.

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VENTIMIGLIA CAPITANEATO DELLA  PODESTERIA  GENOVESE

L’8 settembre la città esausta, apriva le porte al podestà genovese Spino da Soresina, che entrava in Ventimiglia, dove nominava podestà Sorleone Pepe, con incarico di abbattere le mura della nuova città, alla Bastida.

Nominava comandante del forte della Rocca i nobili Marino da Bolgaro e Guglielmo da Savignone, con cento uomini di presidio. A Castel d’Appio, nominava Ugolino Boccuccio ed Ottone della Murta, con altri cento uomini nel forte di Piazza, che fino ad allora era stato la dimora dei conti ventimigliesi.

Il conte Bonifacio, figlio di Emanuele, partigiano genovese, vendeva metà del luogo di Dolceacqua e si ritirava in Provenza dove sarà stipite dei conti di Verdiére.

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L’indipendenza ventimigliese era finita, svaniva la speranza di costituirsi un’autonoma potenza marittima. L’atteggiamento tenuto dai De Giudici, tradizionali nemici dei Curlo, accentuava la rivalità fra le fazioni cittadine. La città era prostrata. Il fiume deviato lontano dalle mura, comprometteva il porto canale, che era stato interrato. La resa comportava lo smantellamento delle mura verso oriente e la costruzione, da parte dei genovesi di due nuclei fortificati, sui rilievi sovrastanti l’abitato. Uno era il potenziamento di Castel d’Appio, l’antica fortezza romana, occupata da Genova nel 1158, per la inaccessibilità del luogo, che controllava l’accesso dalla Francia, spaziando ampiamente su tutto il litorale verso oriente. L’altro era la costruzione del primo nucleo del Castel del Colle, denominato nel tempo Castelvecchio e Forte San Paolo. La fortezza naturale de La Penna svolgeva il ruolo di controllo sul territorio Intemelio, nelle vie di comunicazione verso il Piemonte. Ad occidente veniva creato un premurale con il primitivo nucleo di Porta Canarda, in località Calandre, zona impervia e di difficile accesso, la stessa porta verrà sopraelevata e rinforzata nel corso del Cinque-Seicento. Mentre da oriente, si entrava in città da Port’Asse, demolita nel 1972, ricavata nell’antemurale, che partendo dal castello di Portiola, alla foce del Nervia si inerpicava sul colle soprastante, detto Maure. Queste mura, costruite a protezione della città nuova, eretta temporaneamente dai genovesi in località Bastida, che sarà il nucleo primitivo del Sestiere di Sant’Agostino, il Cuventu.

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