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PERCORRIBILITà VIARIA IN LIGURIA

CONDIZIONI DELLE STRADE COSTIERE,

DALL’ANTICHITà

di Luigino Maccario  - 1994

    Fin dalla più remota antichità, lungo le Riviere Liguri, la percorribilità delle strade di costa, è stata assai malagevole. Le asperità territoriali dei Capi marittimi, che si estendono dalle alture delle Prealpi o degli Appennini fino in mare a quote assai elevate; non hanno mai concesso di farsi superare da strade facilmente praticabili.

    Inaspettatamente, diventava più agevole superare quelle alture su falde meno impervie, all’interno delle vallate; qualche volta anche molto internamente, piuttosto che aggredire certi Capi sulle loro falde terminali.

    Lungo quelle coste, quei pochi tratti di territorio pianeggiante, sufficientemente lontano dalla volubilità della battigia; a causa della diffusa particolarità di essere sormontati da alture in forte pendenza, invece di concedere una tranquilla percorrenza paesistica, hanno sempre suggerito di superarli lungo i loro crinali, in altura, dove il controllo sulle frequentazioni era certamente superiore. Non si sarebbero evitate soltanto sorprese provenienti da terra, ma quelle molto più rischiose e devastanti che potevano sopraggiungere dal mare, a sorpresa.

    La romanità conquistatrice non è riuscita, ma neppure ha voluto riuscirvi più di tanto a migliorare queste condizioni. Su questo argomento è probante il percorso tracciato dal console Marco Emilio Scauro, nel 109 p.e.V., quando tutto il territorio ligure era stato sottomesso, dalla Roma repubblicana. Dalla foce del Fiume Magra, la costa ligure veniva abbandonata dal nuovo tracciato, che si inerpicava sull’Appennino, fino a valicare la Cisa; percorso poi un tratto pianeggiante dell’importante,Via Emilia, arteria padana, tornava a risalire gli Appennini, questa volta al Col di Cadibona, per scendere su Vado, a riprendere una viabilità costiera già esistente, fornita soprattutto dalle mulattiere, a valico crinalico dei Capi marittimi. magari un po’ all’interno, verso l’ennesimo, ultimo valico ligure, che permetteva di superare l’Alpe Summa e raggiungere le Gallie.

                        Esempio di Mansio                                                       Scavi nella mansio di Costa Belleni (Riva Ligure)

    La modernizzazione condotta dalla Roma imperiale, per mano di Augusto, non ha migliorato molto la situazione. Qualche mansio in più e qualche guado pavimentato, per rendere più agevole il transito; ma per realizzare l’alternativa al giro sugli Appennini, giungendo finalmente a toccare l’emergente Genova, è stato necessario attendere la nomina imperiale di Antonino Pio.

    Questa versione della Via Iulia Augusta, tutta ligure, ma dall’aspetto poco più che mulattiero, è passato indenne per tutto il Medioevo, peggiorando gradualmente, ma inesorabilmente, il proprio tracciato. Nel momento che il Comune Genovese ha abbracciato la vocazione dei traffici marittimi, in concorrenza con Pisa e Venezia; andando alla ricerca d’un decente dominio di terraferma, nel XIII secolo, ha pensato bene di demolire le attrezzature marittime delle città liguri di costa, concorrenziali ai suoi traffici; suggerendo loro un futuro verso la vocazione agricola, dalla quale in effetti lui proveniva, ma non ha condotto alcun miglioramento ai trasporti terrestri, provvedendo con i battelli alle eventuali occorrenze irrinunciabili.

     Nel 1315, ci ha pensato il Sommo Dante a tramandarci notizie evidenti sullo stato della viabilità di costa in Liguria, quando tra le rime della sua “Commedia”, trattando d’una rupe assai erta, da affrontare per poter raggiungere la falda d’un monte del Purgatorio, particolarmente scosceso; la ha usata come confronto verso il peggio. Tra le righe 49 e 51 del Canto Terzo di quel settore, scrive: «Tra Lerice e Turbia, la più deserta, / la più rotta ruina è una scala, / verso di quella, agevole e aperta».

    Per veder migliorare qualcosa, c’è voluto che Napoleone, da imperatore, confinasse i genovesi nella loro città, in modo di poter liberamente progettare le strade di costa, in Liguria. Quelle strade, che verranno poi costruite dal piemontese Regno Sardo, dopo che il trattato di Vienna è riuscito a cancellare quella inetta “Superba” Repubblica.

    A risolvere, magari non del tutto, l’annoso problema, ci ha pensato la ferrovia, però al decadere del XIX secolo; mentre, per la complicata soluzione della percorribilità privata, ci ha pensato l’Autostrada, con interventi un po’ invasivi del paesaggio ma quasi inevitabili. La camionale tra Genova e Savona è stata operativa nel 1967, poi la A10, da Savona a Ventimiglia nel 1971. La A12, da Genova a Livorno, ha seguito un iter più complicato ancora; nel 1969 è arrivato il tratto tra Genova e Sestri Levante, ma perché giungesse a Livorno si è dovuto attendere il 1975.

                                                                                        LA VOCE INTEMELIA anno XLIX n. 10/11  - ottobre/novembre 1994

Rilievo di rovine della mansio sulla Via Iulia Augusta, a Latte

 

Hugh MacMillan

“The Riviera”  - 1885

“La Mortola and Ventimiglia”

    “Ma oltre a questa meravigliosa bellezza della natura e dell’arte, il luogo acquista un ulteriore interesse dal suo legame col passato. In basso, non lontano dalla spiaggia, si snoda la antica via Romana, la Via Julia Augusta che per secoli fu la normale strada dalle Gallie all’Italia. La via che Aristotile chiamava Via Eraclea, attraverso cui, il semidio Ercole transitò dalle terre dei Liguri per recarsi in quelle più lontane, nel sud.

    Questo mito è tuttora mantenuto vivo a testimonianza e per idealizzare il popolo fenicio e gli abitanti della città di Tiro che, secoli addietro, commerciarono nei vari porti lungo le spiagge dell’antica Provenza.

    Detta strada deve essere stata percorribile per quasi tre mila anni. Ci sono ancora persone in vita che l’hanno attraversata a cavallo, come la sola via transitabile per recarsi da Marsiglia a Genova.

    È ora rimpiazzata dalla moderna strada della Corniche, che scorre parallela, ad una altezza più elevata, attraverso i possedimenti del sig. Hanbury e presso la ferrovia, le cui linea passa tra questa ed il mare, trasportando nel modo più assurdo passato e presente: i lavori dell’antico Pontefice Massimo e quelli del moderno ingegnere.

    Il signor Hanbury preservò questo stretto sentiero con la massima cura e lo racchiuse tra muri ornati da edera ed altri rampicanti. Oggi nessun passo umano rompe il suggestivo silenzio. Dopo aver servito all’uomo, ora la Natura se ne è nuovamente impossessata; ha in parte cancellato le tracce d’arte umana col suo grazioso mosaico di fiori selvatici e distendendo un tenue tappeto di muschio e licheni, ove, un tempo, il fracasso dei carri e le grida dei soldati Romani diedero origine agli eco delle colline”.

                         Pavimentazione viaria                                                                                                                Cantiere