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NELL’ANTICHITÀ

A R M A N T I G A

    Sul territorio che avrebbe contenuto il sacro bosco di Armantiga, si possono ritrovare siti resi sacrali da Menhir o da massi altare, testimoni del culto verso la Dea Diana; religiosità che venne fondendosi con il cristianesimo attraverso i riti delle “Compagne di Diana”, anche in tempi sorprendentemente recenti.

di Stefano Albertieri

 

    Quale toponimo Alma Antiqua, Armantiqua, Armantiga, Armantica, si sarebbe esteso dalle rive del fiume Nervia fino al torrente Batallo, comprendendo un territorio che dall’attuale comune di Camporosso arrivava fino ai confini levantini del comune di Bordighera. Le terre dei comuni di San Biagio, Vallecrosia e Vallebona sarebbero state il fulcro di Armantica. La Ventimiglia romana fu costruita nelle imminenze di questa regione che era un vasto bosco sacro, denominato nel secolo XIII Ubi Dicitur Pineta, fino all’Anno Mille, nei documenti veniva ancora denominato Alma Antiqua. Su documenti duecenteschi si scrive che Armantica era caratterizzata da numerosi ripari artificiali in parte diruti. Una cartina di cent’anni fa denominava “Regione Luco” il territorio a monte dell’Ospedale Saint Charles, riferendosi al bosco sacro.

    Lo storico Giorgio Pistone di Sanremo, afferma che in Liguria troviamo molte località con il toponimo Alma-Arma, ma una sola Armantica, questo a sottolineare l’unicità del luogo, a partire almeno dal IV-V secolo a.C.

    Le sommità di Santa Croce e Monte Bausu, sede di due antichi castellari, dominerebbero Armantica. Sulla cima del primo, conosciuta come Crovairöra, nome derivante dalla colorazione dell’uva per alcuni e dalla presenza dei corvi per altri; due secoli fa il parroco di San Biagio, Vitaliano Maccario, fece costruire una chiesa, oggi semidistrutta, i reperti archeologici ritrovati sulla sommità servirono alla costruzione della chiesa. Da allora la cima cambiò nome appunto in Cima Santa Croce.

    Su Monte Bausu vi erano resti di un castelliere che sparirono quando si costruì una grande cisterna d’acquedotto. In una cartina della Contea di Nizza il nome della sommità era genericamente Cima dei Monti, conosciuta anche come Cima degli Otto Luoghi. Nelle falde del Bauso rivolte alla Valle Verbone si trova un grande riparo naturale con stanze scavate nella parete rocciosa, muretti di riparo e molti graffiti tra cui alcuni volti.

    Nel VI secolo, papa Gregorio Magno decretò di non distruggere i templi pagani, ma soltanto gli idoli in essi contenuti; aspergendo acqua benedetta sui templi e costruendovi altari per contenere sacre reliquie, al fine che dal culto dei demoni passassero all’ossequio dell’unico Dio. La cristianizzazione portò dunque all’oblio degli antichi culti praticati nel sacro bosco di Armantica; dove però si possono trovare massi megalitici “ribattezzati” sotto i nomi del drago o del diavolo, dove non vi fosse stata scolpita una croce. Sui sacri massi poteva anche essere eretta una croce lignea, come potevano risultare tramutati in edicola cristiana.

    Sulle alture di Vallebona e San Biagio che avrebbero contenuto Armantica, si trovano siti resi sacrali da numerosi Menhir o da massi altare. Nel 1839 a Vallebona, in un suo podere Giovanni Battista Rossi ritrovava vari sepolcri scoprendo pure molti avanzi di antichissime abitazioni. Dominava il sito del ritrovamento un grande masso-menhir con coppella e croce di cristianizzazione. A San Biagio, a settentrione di Santa Croce. Si trova un masso-menhir con coppella chiamato “u bausu d’u Diavu”, con edicola di cristianizzazione.

 

    I confini settentrionali di Armantica sono incerti. Bartolomeo Durante li ipotizza in Alta Val Verbone, nei luoghi di Villa Giunco ove si trova la Chiesa di Santa Giustina. La chiesa fu costruita su un tempio pagano con molta probabilità dedicato al culto della dea Diana. Situazione che richiederebbe una approfondita ricerca.

    Nelle nostre vallate, Diana era considerata “Regina dei monti e dei boschi”, dove custodiva sorgenti terapeutiche. La cultualità della Dea venne fondendosi con il cristianesimo attraverso i riti delle “Compagne di Diana”, che impegnarono a lungo i Benedettini dal IX secolo, per debellarli.

    La zona di Villa Giunco è ricca di sorgenti. Trovandosi sulle pendici di Monte Caggio, definito dagli anziani di Perinaldo “un cappello posto su un lago”. In Santa Giustina di Villa Giunco, così come in Santa Giusta, sulla collinetta antistante Seborga, ho raccolto testimonianze sull’effettuarsi di particolari rituali riferibili alle “Compagne di Diana”.

    - A Seborga, una settimana prima della festività della santa si accendeva un fuoco. Il giorno appresso, un nuovo fuoco era acceso più vicino alla chiesa di Santa Giusta e così via per sette giorni, finché l’ultimo fuoco veniva acceso sul sagrato della chiesa campestre. Ogni sera, ragazze vestite di bianco danzavano attorno al fuoco pronunciando parole arcaiche, delle quali i testimoni non ricordavano più il significato. Lo stesso accadeva a Santa Giustina in Villa Giunco di Perinaldo, agli inizi del Novecento.-

    Altro luogo in Armantica, dove avrebbe potuto praticarsi il culto di Diana è Vallebona, dove da sempre si afferma che l’attuale chiesa parrocchiale di San Lorenzo Martire, patrono del paese, si sia sovrapposta ad un tempio dedicato alla Dea.

    Il culto della dea Diana, detta anche “la Diana dei Nove Fuochi”, derivava dalla dea mesopotamica Barat-Anna (pietra di fuoco), Barati per i fenici, a simboleggiare la grande madre. Era conosciuta nel mondo celtico con il nome di Ana, nel mondo mediterraneo come Cibale e Artemide. Scrittori come Apuleio, Virgilio e Ovidio hanno descritto processioni dedicate a Diana con torce accese e vesti bianche, usanze travasate ed adottate nel cristianesimo. Nella tradizione queste danze circolari dell’anello venivano sempre eseguite intorno a qualcosa, alberi, pietre, fuochi, croci, monumenti sacri, come nelle feste di Beltane e del Calendimaggio. Sovente le processioni del cristianesimo mantengono “la danza del cerchio”, girando intorno alla chiesa o al paese.

    Fino oltre l’Anno Mille, Diana era invocata anche per la benedizione dei campi, per la crescita delle piante, in particolar modo di quelle curative. Secondo la tradizione, questa protezione si sarebbe compiuta col volo della Dea su campi e boschi, il giorno sei di gennaio a cavalcioni di una scopa, in anticipo sull’attuale Befana.

    Armantica potrebbe rappresentare l’antica unità di un territorio, nascosto al mare e protetto dai monti; quel medesimo territorio che nel Seicento le esose gabelle richieste dai “Magnifici” ventimigliesi, riuscirono a ricompattare nella Magnifica Comunità degli Otto Luoghi.

LA VOCE INTEMELIA anno LXVIII n. 4-5  -  aprile-maggio 2013

 

 

DAL SAGGIO DI FRAZER

    Con un saggio sulla magia e la religione, pubblicato inizialmente nel 1890 e poi ripetutamente ampliato fino alla stesura definitiva del 1915, l’antropologo James Frazer si occupa di studi sulle culture primitive, correlati tra loro, grazie al filo conduttore della teoria evoluzionistica della storia. Si tratta del curioso intreccio di due narrazioni molto diverse tra loro, una è mitologica e tratta di come la Sibilla consigliò ad Enea la dotazione del ramo d’oro, prima di discendere nell’Ade, per consentirgli di ritornare dagli Inferi; l’altra invece è una vicenda protostorica e riguarda il rito dell’uccisione dei re nel bosco di Nemi. Frazer analizza le origini di ogni uso, costume, rito, considerando le pratiche religiose e magiche, le superstizioni, i miti attuali e antichi di tutto il mondo.

    L’ambientazione iniziale è inserita nelle vicinanze di un bosco e un luogo di culto dedicati alla dea Diana;  il Nemus Dianae, bosco sacro dedicato alla dea, corredato d’un edificio di età romana a lei dedicato, il tempio di Diana presso Nemi; l’importanza storica del quale è confermata dalla ricchezza archeologica rilevata sul territorio circostante, neppure da paragonare alla ricchezza rilevabile sul sito intemelio di quella che dovrebbe essere Armantica,  anch’essa ispirata alla divinità Diana, magari sotto il nome di Ana, traslato poi in Giusta.

Ispirato da WikipediA

 

 

Dagli atti del notaio Giovanni di Amandolesio

ARMANTICA

TRA I TOPONIMI MEDIEVALI DEL TERRITORIO DI VENTIMIGLIA

                                                                                                                di LAURA BALLETTO

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Come abbiamo visto, da un atto del notaio Giovanni di Amandolesio risulta che il toponimo Alma Antiqua va localizzato in Vallecrosia. A proposito di questo toponimo non dobbiamo però dimenticare che Gio. Francesco Aprosio, nella lettera inviata a Girolamo Rossi il 5 agosto 1891 (lettera che il Lamboglia ricorda, riportandone un brano, in una nota del lavoro sulla topografia di Albintimilium, pubblicato nel 1945), localizza Arma Antiqua nei pressi di Vallebona.45 Nei documenti da noi presi in considerazione Alma Antiqua compare tre volte: una volta, come abbiamo già ricordato, tale toponimo è accompagnato dalla dicitura in Vervono; una seconda volta troviamo: in territorio Vintimilii, ubi dicitur Alma Antiqua;46 una terza volta solamente: ad Almam Antiquam.47 Non sappiamo da quale fonte l’Aprosio abbia ricavato la sua indicazione: possiamo ritenerla valida, sostenendo che il toponimo Alma Antiqua compare in due zone diverse, seppure molto vicine, oppure, rettificando quanto detto dall’Aprosio, possiamo parlare di Alma Antiqua solamente in Vallecrosia ?

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(45)  Cfr. NINO LAMBOGLIA, Per la topografia di Albintimilium, appendice all’articolo di UMBERTO MARTINI, Nuovi ritrovamenti sul «Cavo» di Ventimiglia alta, in Rivista di Studi Liguri, anno XI, 1945, n. 1-3, p. 39, nota 2. Il Lamboglia riporta qui un brano di una lettera scritta il 5 agosto 1891 dal teol. Gio. Francesco Aprosio a Girolamo Rossi, a commento della Storia di Ventimiglia di quest’ultimo, lettera che si conserva fra le carte della biblioteca dello stesso Rossi. In questa lettera ad un certo punto si dice: « I primi Liguri Alpintemeli abitavano tutte le valli, e Monti, che li dividevano dall’ora Piemonte, ed anche nella valle di Massabò che lei lo chiama torrente Vallecrosia, v’era molta popolazione, così la valle Batallo, era ben popolata, ora Borghetto e Vallebuona, vi si ritrovava l’antica Arm’antica, ove il Sig. Rossi Gio. Battista di Vallebuona in un suo podere l’anno 1839 ritrovava vari sepulcri, scoprendo pure molt’avanzi di antichissime abitazioni ..... Quest’Arm’antica rimaneva sui presenti territori al levante di Vallebuona ..... ».

(46)  Cartolare n. 56, atto n. 210 del 4 giugno 1258.

(47)  Cartolare n. 56, atto n. 7a dell’ottobre 1257.

      RIVISTA INGAUNA e INTEMELIA –   anno XXVII  - n. 1-4  -  GENNAIO-DICEMBRE 1972. I.I.S.L. Bordighera