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La  Valle  delle  Meraviglie

Le misteriose vallate della Miniera, di Fontanalba e di Valmasca

Un  museo  a  cielo  aperto,

in  un  ambiente  imponente

    In testa alla Val Roia, visibile dal ponte di Ventimiglia, con la sua altitudine di 2.872 metri, il monte Bégo domina il maestoso territorio racchiuso nelle vallate delle Meraviglie, di Fontanalba e di Valmasca. Modellate da antichi ghiacciai, coronate da un gran numero di laghi, queste valli hanno messo in luce una serie di rocce levigate, dove i nostri antenati di 5.000 anni or sono, hanno tracciato i segni della loro storia. Quasi 36.000 incisioni a cielo aperto, ci svelano un misterioso santuario: il luogo di memoria delle nostre origini; il più grande sito di incisioni rupestri d’Europa.

   

 

Le  incisioni  rupestri

    Da oltre un secolo le incisioni rupestri delle «Meraviglie» richiamano l’attenzione di scienziati e uomini di cultura, che si sono espressi con varie e qualificate opinioni su di uno dei maggiori complessi archeologici preistorici del mondo intero. Malgrado ciò, le conoscenze gradatamente acquisite non sono risultate sufficienti a chiarire con certezza i diversi problemi posti dalla presenza delle figure scolpite attorno a Monte Bego.

    La bibliografia sull’argomento è oggi molto abbondante, ma la distanza della vasta regione montagnosa dall’ultimo centro abitato, la necessità di percorrere lunghi ed impervi sentieri, la presenza di neve per otto mesi l’anno, hanno sempre ostacolato le ricerche e spesso limitato visite ed esplorazioni, per cui i molti articoli, tra l’altro rivolti ad un pubblico limitato e strettamente specializzato, soffrono spesso di una visione parziale delle incisioni e del loro ambiente .....

    Ma vi furono anche studiosi che dedicarono molti anni della loro vita alla conoscenza della regione e delle sue quarantamila incisioni. Innanzi tutto Clarence Bicknell, il primo, grande appassionato esploratore e scopritore di Val Fontanalba e di Val Meraviglie. Le sue pubblicazioni in lingua inglese, dei primi anni del secolo, e specialmente l’ultima del 1913 «A guide to the prehistoric rock engravings in the Italian Maritime Aips», che riassume i risultati di molti anni di ricerca, sono fondamentali per stabilire una prima classificazione tipologica, preziose per indagare i problemi religiosi e storici in parte ancor oggi insoluti e risultano inoltre suggestive per il particolare spirito pionieristico col quale furono intraprese le prime esplorazioni, che traspare da ogni pagina; anche se, d’allora, sono state acquisite più profonde conoscenze che hanno portato ad un continuo evolversi d’interpretazioni.

    L’altro principale studioso delle « Meraviglie », Carlo Conti, che seguitò e perfezionò l’opera del Bicknell con un impegno ed una mole di lavoro enormi, non ci ha purtroppo ancora dato il tanto atteso «corpus», cioè la dettagliata descrizione ed ubicazione di ogni incisione rilevata, e le ricerche dell’ultimo esploratore, Giuseppe Isetti, rivolte soprattutto alle incisioni dette «lineari», furono interrotte dalla sua improvvisa scomparsa.

    Dal 1947 la regione appartiene alla Francia, e sono pertanto principalmente gli studiosi di quel Paese a proseguire le ricerche. I gruppi che annualmente effettuano campagne di studio hanno impostato le indagini con criteri moderni e rigorosamente scientifici, i cui primi risultati non dovrebbero tardare ad essere raggiunti e diffusi.

    Ma, a parte l’interesse del mondo scientifico, le «Meraviglie», col loro aspetto grandioso ed imponente, ricche di un prestigio sempre più affermato, richiamano da anni gruppi sempre maggiori di appassionati e di turisti, che vogliono conoscere da vicino un mondo ove è ancora possibile l’incontro diretto dell’uomo con la natura e che detiene la testimonianza di una così sorprendente manifestazione di antichi culti, magici e misteriosi. .....

Enzo Bernardini - STORIA DI UNA MONTAGNA - IIST Bordighera 1970

                  Gallium Baldese                                                                                 Potentilia Fruticosa

               Viola Valderia di Albioni                                                                      Silene Cordifolia         

    In Val Meraviglie fioriscono molte specie rare di piante, difficilmente rintracciabili altrove. Il Galium Baldese, la Silene Cordifolia, la Potentilia Fruticosa, la Viola Valderia di Albioni, il Ranunculus Thora, la Micromeria Pipirella, la Malva Toschata, la Woodsia Ilvensis, il Senecio Balbisianus; ma la specie più rara, endemica, che vive per cinquant’anni, fiorendo una sola volta, è la Sassifraga florulenta, scoperta nel 1894, che il Bicknell chiamò “gloria delle Alpi Marittime”.

 

 Sassifraga florulenta

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BATTAGLIA  DI  REGINE

    Risulta ben comprensibile come, accoppiamento e fecondazione degli animali dovettero assumere grande importanza per le Genti del Bego. Era la continuazione della vita sia degli animali che dell’uomo che da questi ormai dipendeva. Perciò l’idea che le incisioni di Val Meraviglie effigino, per arcani impulsi rituali, l’importante momento della congiunzione degli animali sostenitori della sopravvivenza, non può che trovare credito, soprattutto esaminando attentamente le figure che abbiamo a disposizione.

 

    Una ritrae il segno del “parto d’un animale”: il corpo d’un bovide presenta l’immagine di un secondo tauriforme che pare uscire dal primo, dietro, sul lato destro. La figura si scosta da altre che pure presentano due bovidi collegati sempre e solo posteriormente.

    L'altra idealizza assai bene un accoppiamento, con tanto di zampe allargate per stabilizzare l’atto, mentre la ritualità esoterica suggerisce di ritrarre anche il frutto del coito, il vitellino che compare a sinistra della coppia.

    L’analisi delle altre figure, preclude dalla temporalità della sequenza, in particolare, verso la coppia di Tauri che, a sinistra dell’immagine, pare lottare per conquistare la femmina visibile in accoppiamento a destra: costituisce comunque la simbologia del combattimento fra animali, e la stessa composizione vale appunto come tale, qualunque sia la causa del lottare fra essi.

    Infatti il medesimo ideogramma lo ritroviamo laddove, chiaramente, non vi sono allusioni alla lotta per l’accoppiamento, ma registra magistralmente i comportamenti atavici degli animali. Ciò affiora indubbiamente dalla composizione incisa sulla PIETRA DELLE REINE, che ospita l’immagine complessiva di cinque coppie di Bovidi, quattro delle quali si fronteggiano mentre nella quinta uno degli animali è in atteggiamento di fuga cogliendo, grazie all’abilità veristica del preistorico scultore, un reale momento del comportamento animale, riscontrabile anche oggi nelle salassine Battaglie di Reine.

    Le Batailles des Rèines, in Valle d’Aosta, hanno per protagoniste le Regine delle corna, ossia le giovenche di riguardo, nobilitate dalla loro singolare ed atavica dote di combattenti, che una lontana tradizione porta qua e là per le vallate valdostane, ogni autunno, ad incontrarsi in tornei di regali battaglie.

    Sono combattimenti eliminatori tra coppie, affatto non crudeli: testa contro testa, attente a non ferirsi con le corna, le reine diventano monumenti di muscoli tesi in uno sportivo braccio-di-ferro, al termine del quale la più debole, con un sospiro, si ritrae “vinta” ma non umiliata.
    Le origini risiedono nell’innaturale composizione del branco. La mandria di sole femmine da latte avverte l’assenza del predominio maschile e tende a ricomporre il naturale assetto gerarchico accettando un certo primeggiare di una di esse, quella che più s’impone per carattere, facendosi valere per autorità.

    L’innata predisposizione venne sfruttata dall’uomo per selezionare le fattrici, al fine di ottenere una razza tenace, in grado di difendersi dai pericoli quando sulla montagna del tempo vivevano ancora i lupi e gli orsi.

    Il piacere del vantare, reso competitivo dalle chiacchiere delle “veglie”, condusse poi ai confronti ed al gareggiare.

    Ma non di gare, certamente, il preistorico scultore della Pietra delle reine volle tramandare il ricordo. Egli, piuttosto, potrebbe aver scritto nella pietra la realtà che gli stava innanzi, mosso da credenze e come tributo al culto taurino.

    Premesso tutto ciò, nella foto otto, (figure mediamente larghe cm. 32) esaminiamo ora con più cognizioni la Pietra delle Reine:

    Quattro coppie di combattenti  si fronteggiano, testa contro testa, ricostruendo in ogni singola immagine incisa il reale spettacolo offerto dal moderno confrontarsi di due Reine, come si rileva nelle foto in calce.

    Ciascuna coppia è separata da un segno tondeggiante che potrebbe essere il mucchio di terriccio che la reina con più grinta forma dinnanzi a sé, raspando con gli zoccoli anteriori, per imbrattarsi il muso e cospargersi il dorso; mucchietto di terra che i montagnar valdostani, oggi, ravvivano con la pala per accelerare i tempi del torneo.

    La quinta coppia, che nella foto otto è in basso a sinistra. (lunghezza cm. 28), presenta uno dei bovidi in atteggiamento di fuga, fissando mirabilmente, grazie alla già riconosciuta abilità del lontano esecutore dell’incisione, il fuggevole momento che suggella la fine di un combattimento e strappa l’applauso alla folla d’oggi.

    Le figure della Pietra delle Reine, al contrario, non s’accompagnano ad altre composizioni interpretabili diversamente e la grande superficie piana di cm. 150 x 330, che presenta oltre tre quarti della sua faccia del tutto intatti, parrebbe essere stata scelta appositamente per dedicarla alla magnificazione dei simboli di forza, di potere e di virtù dai quali scaturiva la fede religiosa delle Genti del Bego.

    Il richiamo alla singolare realtà della montanara Battaglia delle reine conduce ad un’altra particolare realtà provenzale: le “corride” che si svolgono ancor oggi nel grande anfiteatro costruito nell’anno 80 dC. ad Arles.

    Come le Battaglie di reine, le Corride provenzali non sono affatto cruente; il toro nero della Camargue è vinto quando gli viene tolta la coccarda di seta che ha fissata tra le corna, fregio simile a quello che si pone tra le corna della reina salassa per premiarla della vittoria.

 

    Questa ricerca è stata pubblicata nel 1982, su un efficacissimo quaderno illustrato, edito dalla D-VALLE-A di Gressoney, oggi introvabile; eseguita da Luciano Gibelli, che è stato uno dei più eminenti studiosi della cultura piemontese, attivissimo membro del “Brandé”. Era nato a Canelli nel gennaio del 1925. Giovanissimo, si era trasferito a Torino, ma nel 1967 era andato ad abitare in Val d’Aosta; fermandosi, all’inizio del 1980, a Perosa Canavese, dove è morto il 14 maggio 2007

 

 

MADAMA TENDA

    La ritentiva e l’acutezza dell’amico Mauro Amalberti ci concedono la riscoperta di una efficace consuetudine ventimigliese, ormai decaduta.

    Rivolgendo lo sguardo verso le origini del Roia, la giornata di sereno, che segue alla prima uggiosa settimana di novembre, mette in luce l’affascinante spettacolo delle nostre Marittime innevate; rappresentazione che non può che essere apprezzata allo schiudersi d’ogni finestra, sullo “Scögliu”.

    Quelle che in altre stagioni dell’anno erano individuate da tutti come: Monte Bego, Gran Capelet e Cima del Diavolo, riscoprendole innevate per un altro lungo inverno, dalla costante popolare d’un tempo venivano accorpate con l’efficace appellativo di “Madama Tenda”.

    Dischiusa la persiana, bastava che la massaia annunciasse alla famiglia:”Madama Tenda a l’é gianca”, per renderla partecipe dell’abbondante nevicata montana.

L.M.