Ancöi l'è
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 ARZIGLIA  1840

OSTERIA DEL MATTONE

    In un bello e splendido giorno di aprile del 1840, una elegante carrozza da viaggio tirata da quattro cavalli di posta correva di pien galoppo nella strada della Cornice, famosa fra gli eleganti giramondo: strada, come ognun sa, che percorre da Genova a Nizza tutta la riviera di ponente.

    Poche strade più belle di questa sono in Europa; - e poche certamente, come questa, riuniscono in tre condizioni di bellezza naturale: il Mediterraneo da un lato, dall’altro gli Appennini, e di sopra il puro cielo d’Italia.

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    Nel punto che voltavano, lasciando la strada maestra, giù per una larga traversa in direzione della spiaggia, e passavano un porta a sinistra su cui stava attaccato un ramo di pino, erano entrati in un giardino nel quale stava la casa color mattone. La lettiga portata su per una scala esterna, e per una sala larga ed una piccola, entrava poi in una cameruccia ove Lucy e le materasse erano deposte sopra un letto.

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    Le nude mura e la mancanza di mobili vi fanno cattiva impressione, lo vedoseguitò il Dottore; «cercheremo presto di render la camera un po’ più appariscente. Volete che vi presenti Rosa, la padrona di casa, e sua figlia Speranza ?  Ambedue desiderano rendersi utili, e le farete contentissime accettandone i servigi».

    Lucy fece cenno del capo alle donne a lei indicate, che stavano alla porta; donna avanzata l’una, l’altra pallida giovinetta dagli occhi neri.

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    Le quattro camere che formano questo piano, le sole decenti della casa, sono tutte prese a vostro uso; questa per voi, l’attigua per la vostra cameriera; e dall’altro lato della sala d’ingresso, o anticamera, per la quale venimmo, una camera da letto per vostro padre. Il vostro servo avrà una camera disotto.

 

                        Giovanni Ruffini                                                                          Antonio e Lucy

Una fonte di informazioni etnografiche sull’estremo ponente ligure

IL DOTTOR ANTONIO

Romanzo di Giovanni Ruffini

di Andrea CAPANO  - 1981

    Nella ricorrenza del primo centenario della morte di Giovanni Ruffini (1807-1881), il fiorire di manifestazioni commemorative ha dato, e certamente darà ancora, ad altri di noi più competenti l’occasione di illustrare la vita, la figura e l’opera di questo patriota mazziniano originario di Taggia, che, condannato a morte in contumacia nel 1833, per aver congiurato contro il re Carlo Felice, fuggì in Svizzera e poi in Francia,1 fu quindi deputato per il collegio di Taggia nel 1848, nuovamente esule in Inghilterra dopo il 1849, e scrisse diverse opere in inglese (“Lorenzo Benoni”, romanzo autobiografico del 1853; “Il dottor Antonio”, del 1855, in cui rivive la figura del fratello Jacopo, suicida in carcere nel ‘33 per non tradire la causa mazziniana; “Un angolo tranquillo nel Giura”, e, in italiano, il libretto del “Don Pasquale” di Donizetti, del 1842).

    In questa sede, a noi interessa solamente segnalare la notevole serie di informazioni sull’aspetto, la vita e le tradizioni della nostra terra nel secolo scorso; informazioni offerte qua e là dalle pagine del romanzo “Il dottor Antonio”, ambientato per la maggior parte a Bordighera, e che narra, con i moduli tipici del romanticismo minore, ma non senza una certa finezza, la storia dell’infelice amore fra il dottor Antonio, siciliano, e l’inglesina Lucy.

    Alle pp. 175 e segg. dell’edizione Salani 1980 (che è quella costantemente seguita nel presente scritto) Giovanni Ruffini ci da una commovente e precisa descrizione della costa a oriente di Bordighera, accennando ai pescatori che portavano sciarpe e berretto rosso, e tiravano le reti accompagnando ogni stratta con un canto lamentoso. La costa a occidente, fino ad Antibes, è invece descritta alle pp. 226/27.

    La p. 190 ci informa sul carattere mite e austero degli abitanti, specificando che nella provincia di San Remo a memoria d’uomo non fu mai commesso un omicidio (il che, dopo le esperienze degli ultimi decenni, pare quasi un sogno !).

    La p. 200 ci illustra un singolare sistema per allontanare le mosche: appendere nelle stanze mazzi di Erogena (Erigeron viscosum) bagnati nel latte.2

    Dieci pagine più avanti, si parla di certe villanelle a tre voci, un po’ sul genere della serenata del “Don Pasquale” (che Ruffini doveva conoscere assai bene !), canti popolari della riviera, la cui melodia era successivamente ripresa da ciascuna delle voci, col solo accompagnamento di poche note sincopate delle altre due.3

    Alla p. 220 inizia una “lezione” sulle confraternite religiose, di cui si citano, per Bordighera, quelle dei rossi, dei bianchi e dei neri.

    Le acconciature sul capo degli uomini (una specie di tasca rossa listata di scuro) e delle donne (un fazzoletto colorato) vengono descritte a p. 229, mentre alle pp. 231 e segg. si fa relazione dei famosi ed eroicomici combattimenti fra le navi inglesi e la batteria costiera di Bordighera, avvenuti nel 1812.

    A p. 248 troviamo alcuni cenni sulla coltivazione degli ulivi, piuttosto scarni in verità, ma pur sempre in grado di interessare gli stranieri (non va dimenticato che “Il dottor Antonio” era destinato in primo luogo al pubblico inglese).

    L’eccezionale onestà degli abitanti di Taggia è illustrata, a p. 251, dal loro curioso sistema di commercio, consistente nel lasciare, in un piatto fuori dalla porta di casa, generi agricoli in vendita, che l’eventuale compratore prelevava, mettendo al loro posto la somma corrispondente.

    A p. 257 infine, ha inizio la lunga e particolareggiata relazione sulle tradizioni legate al Santuario della Madonna di Lampedusa, sopra Castellaro.

    L’indole della popolazione, il suo modo di vestire, di lavorare, di cantare, il suo spirito religioso, appaiono dunque qua e là in ampi squarci, facendo da sottofondo a tutta la vicenda del romanzo, e sono in grado di fornire ancora oggi, agli interessati a queste cose, spunti per ricerche più approfondite, anche a ritroso nel tempo, sulla realtà etnografica della nostra zona.

NOTE:

 1) La fuga di Ruffini dalla Liguria ispirò a Filippo Rostan l’atto unico “Versu l’esigliu, o dunca Ruffini a Ventemiglia”, pubblicato nel primo libro della Barma Grande. Antulugia Iniemelia, (Ventimiglia, 1932, pp. 35-52). Sul colle di Siestro, sopra Ventimiglia, esiste ancora la casatorre ove il patriota si rifugiò.

 2) Renzo Villa, in “Erbe de ‘sti ani”, La Voce Intemelia, agosto - settembre 1977, p. 3), riferisce che a La Mortola si usavano, con lo stesso scopo, mazzi di céppita (Inula viscosa Ait.).

 3) Le ricerche di Giovanni Soleri e di Edward Neill (concretizzate ora nell’interessante disco Tradizioni popolari dell’imperiese) hanno messo in luce come la Liguria occidentale possieda moduli di canto suoi propri, assai diversi da quelli genovesi.

LA VOCE INTEMELIA anno XXXVI  - n 10  - ottobre1981

Inula viscosa

 

Il Santuario di Lampedusa, in Valle Argentina