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H A L L O W E E N

 

I N T E M E L I O

 

      Negli Anni Novanta, anche in Italia, il cinema, la televisione e in massima parte le strisce di fumetti “I Peanuts”, di Charles M. Schulz, riuscirono ad immettere gradualmente i concetti appartenenti alla ricorrenza di Halloween, che i bimbi nostrani e soprattutto qualche "oniomaniacante" locale da ballo portarono al completo successo di partecipazione carnevalesca, in compulsivo stile U.S.A., di quel ciclo folcloristico derivante da convenzionale mistica Irlandese.

         In effetti, in tutta Europa, come succedeva in Irlanda, nel passato, la venuta del mese di novembre si copriva di significati legati a quanto stava accadendo in natura con il sopirsi della vegetazione in attesa del risveglio primaverile. Nelle popolazioni celtiche, il primo di novembre è sempre stato una importante festività stagionale, anche legata al culto dei morti e al mondo ultraterreno.

         In quel periodo dell’anno, anche nella Zona Intemelia, i numerosi pastori e gli stessi contadini iniziavano un lungo rallentamento lavorativo che si correlava col celebrare una ricorrenza simile al Samhain celtico, era la “notte di fine estate”, proprio quella ultima di ottobre.

      Si trattava d’un rito di passaggio atto a rinforzare la comunità per esorcizzare l’arrivo dell’inverno, in concomitanza con l’apertura di una porta spazio-temporale col mondo dell’aldilà. Attraverso questo passaggio temporaneo, l’aldilà avrebbe potuto fondersi col mondo dei viventi, provocando in questo modo il dissolvimento temporaneo delle leggi del tempo e dello spazio, così da permettere agli spiriti erranti di vagare indisturbati sulla Terra.

        Potendo comunicare direttamente, in quelle ore, i viventi e gli spiriti avrebbero potuto risolvere situazione rimaste insolute o semplicemente scambiarsi le relazioni che il sopraggiungere della morte non aveva permesso loro di esprimere.

        Nella “notte di fine estate” convivevano, dunque, il rispetto per la morte e per gli spiriti erranti, mescolato con l’allegria dei viventi durante la nottata di festa. Per tenere a bada gli spiriti erranti, ci si abbigliava in modo grottesco, quando la comunità si radunava nel bosco o sulla collina, dove si accendevano fuochi. Ci si alimentava con gallette dolci chiamate “ossa d’i morti”, pronti a dividerle con gli spiriti coi quali si fosse entrati in contatto.

        Spostandosi tra un luogo e l'altro ci si faceva luce con lanterne, costituite da cipolle intagliate all’apparenza di un viso umano irritato, al cui interno erano poste delle braci. Con questi attrezzi si sarebbero potuti intimorire gli spiriti erranti, nel corso di eventuali incontri.

        Durante il corso del raduno collinare della comunità, le vie del paese venivano illuminate da fiaccole e torce, mentre fuori dell’uscio di casa si lasciava “u pan d’i morti”, cibo e latte per le anime dei defunti che avessero reso visita ai propri familiari. Il pensiero mirava a dar modo ai defunti di rifocillarsi, decidendo di non fare scherzi ai viventi.

 

      Con l’avvento dell’Anno Mille la Chiesa cercò di cancellare le ritualità della notte di fine estate tramite l’istituzione del giorno di Ognissanti il 1° novembre, aggiungendovi in seguito la commemorazione dei defunti il 2 novembre.1

         Fu Odilone di Cluny, nel 998 d.C., a dare l’avvio a quella che sarebbe stata una nuova e longeva tradizione delle società occidentali. Allora egli diede disposizione affinché i monasteri dipendenti dall’abbazia celebrassero il rito dei defunti a partire dal vespro del 1° novembre. Nella giornata che seguiva era disposto che fossero commemorati con un pro requie omnium defunctorum. Un’usanza che si diffuse ben presto in tutta l’Europa cristiana,

         Da parte dei bambini, delle usanze legate alla notte di fine estate, fino a Metà Novecento rimase in vigore l’uso di lasciare sull’angolo del letto, andando a coricarsi, qualche “pan d’i morti” e un bicchiere di latte, affinché i defunti di famiglia che fossero venuti a far visita potessero rifocillarsi.2

          Dalla metà del Novecento in poi, in tutta la Liguria, l’usanza si trasformò: erano invece i bambini a ricevere qualcosa, ovvero un dolcetto tipico regionale, detto “Ben d’i morti”, molto simile al nostro “pan”..

 

         Si continua a mugugnare che la notte di Halloween non appartiene alla nostra tradizione, ma non è affatto così: in passato questa festa si è celebrata con differenti versioni in ogni regione d’Italia. Varianti unite tutte dalla stessa origine e dallo stesso scopo.

       Scrive Duccio Balestracci che «… occorreva propiziarsi, all’interno di un concetto di tempo ciclico, il ritorno della buona stagione, della luce, del calore e soprattutto dei nuovi raccolti. Lo si faceva con la festa (elemento di frattura fra un tempo che è morto e un tempo che deve rinascere), convocando, al tempo stesso, il ricordo dei morti che dovevano svolgere il loro ruolo di “protezione” su i vivi in un momento “critico” dell’anno».

 

NOTE:

1  Papa Gregorio III stabilì che la Festa di Ognissanti fosse celebrata non più il 13 Maggio, bensì

     il 1° Novembre, come avveniva già da tempo in Francia.

2  Il “pan d’i morti” è a base di biscotti secchi ridotti in grossolana farina, farina, cacao, vino

    bianco, frutta secca, cannella e albume. Le “ossa da mortu”, sono invece a base di farina,

   zucchero, nocciole e bicarbonato, l’impasto viene diviso in piccoli pezzi. Una volta cotti in forni

   diventano bianchi e friabili, somiglianti alle ossa. Qualcuno sostituisce le nocciole con le

   mandorle e farina di mandorle, con l’aggiunta di scorza di limone.

                                                                                                         L.M.

 

 

IL GRANDE COCOMERO

 

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