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Pria Margunaira

 

LO  SCOGLIO  ALTO

ipotesi suggestiva e antiche tradizioni orali

                                                                                                         di Pasquale Cudemo

    La Rocca delimita a ponente la baia degli “Scöglieti”. Da questa alla foce del Roia si estende la spiaggia detta “de suta a Cola”. Questa era il lido, per eccellenza, della città di Ventimiglia, in quanto la costa di levante, oggi passeggiata a mare, era per lunghi tratti paludosa e non poteva essere frequentata da barche, per la totale assenza di approdi e di ricoveri. Quella spiaggia era caratterizzata da un gruppo di tre scogli, così imponenti e suggestivi da essere entrati nella tradizione storica e culturale del paese. Di questi scogli ne sopravvive uno solo “a pria Margunaira”.

    Il nome del secondo scoglio era “a pria Naviglia” che naufragò nel 1932 a seguito di una paurosa mareggiata, il ricordo della quale ancora sopravvive nella memoria dei più vecchi ventimigliesi. Questo scoglio aveva un aspetto tondeggiante, con una lunghezza di quattro o cinque metri circa, ed affiorava dall’acqua di circa un metro e mezzo. Il fatto che la sua forma elissoide ricordasse la carena di una nave e fosse tutto l’anno circondata dal mare, deve aver originato il nome di “Naviglia”.

    Il terzo scoglio è stato certamente il più importante, sia per le dimensioni, sia perché sarà il soggetto della nostra breve ricerca: “u Scögliu Autu”. Da un punto di vista geologico la sua composizione era un agglomerato di sassi ed arena solidificatesi in epoca Quaternaria, ovvero: puddinga. Questo conglomerato roccioso pur avendo l’aspetto estremamente duro, in realtà era assai fragile, in quanto importanti vene calcaree ne compromettevano la struttura.

    L’immagine “d’u Scögliu” ricordava un gigantesco obelisco di un’altezza stimabile in circa sedici metri, di pianta quadrangolare, con circa sette metri di lato. L’andamento rettilineo della sua forma, in altezza, era interrotto da una gibbosità, nel lato a monte, sicché, secondo le inquadrature che ce lo propongono in foto, assume l’aspetto di una cariatide, tesa a sorreggere il Colle e l’antica città, con la sua schiena.

    La sua posizione, arretrata rispetto agli altri due scogli, faceva si che, durante la buona stagione, fosse circondato dalla ghiaia e non dall’acqua, mettendo in evidenza come la sua sommità fosse sede di un piccolo insediamento vegetativo. Eroso da una storia millenaria di mareggiate, il gigante si adagiò la notte del 17 febbraio 1917, cessando così di costituire quel riferimento di mare e di terra, che certamente era stato per decine di generazioni di ventimigliesi.

    Esaminando le numerose immagini che di esso ci sono pervenute, cercheremo di dare una spiegazione ed una giustificazione alle storie che lo vedono protagonista.

    Una attenta analisi del nostro megalite, ci fa scoprire come sulla sommità fosse presente un abbozzo di muratura a secco, quell’antica realizzazione muraria ligure chiamata “maixé”. Nello spazio delimitato da questo piccolo terrazzo avevano messo radici getti di olivastro e caprifico misti ad essenze erbacee tipiche della gàrriga mediterranea. L’inaccessibilità del luogo pare evidente, tanto da credere che la saggezza popolare non potesse comprendere come un uomo dotato di normali facoltà utilizzasse quel luogo. Quindi legava quelle vestigia a qualcuno che avesse poteri eccezionali: chi dunque meglio di stregoni e streghe ? Nacque così il toponimo tramandatoci: “U giardin d’ê Strie”.

    Dei racconti delle notti di tregenda che lo riguardano non si è ancora spenta l’eco, e certi interrogativi sono destinati a restare irrisolti. Al di là della suggestiva immagine legata alla leggenda delle streghe ve ne è una evidenziata da due cartoline “viaggiate”, nei primi anni del secolo che descrivono lo Scoglio Alto come un faro romano. Questa dicitura è presente sulla cartolina edita da Annunziata Troglio. Sempre dello stesso periodo, ma di editore francese, l’altra cartolina recita nella didascalia “Vintimiglia - La Plage - Rocher Phare Romain, edition Giletta - Nice”.

    L’opportunità che lo Scoglio Alto possa essere servito in epoca romana quale “fallodio” per i porti-canale del Roia e del Nervia non è certo ricusabile, ma neppure documentabile. Potremmo prendere per possibile questa ipotesi sulla base della utilizzazione similare di faraglioni, lungo le coste del mediterraneo (Capraia, Giannutri, Circeo ed altri). Presumere che in epoca romana il nostro scoglio abbia avuto la funzione di riferimento per il porto della Città Nervina, distante circa quattro chilometri, è per lo meno forzoso. È più facile pensare ad un uso quale faro in epoca medievale, quando la città risorse sul colle alle sue spalle, ed un porto doveva trovarsi nella zona sottostante la chiesa di San Michele, almeno stando ai riferimenti d’archivio ed al sopravvissuto toponimo di “Lago”. Il condizionale è d’obbligo, in quanto nessuna campagna di scavi archeologici si è mai svolta per poter appurare la reale esistenza di detto approdo. La casualità ci ha restituito qualche reperto che convaliderebbe questa ipotesi. Il Dottor Emilio Azaretti ha più volte citato il ritrovamento di una grossa ancora nella zona del fiume antistante il macello comunale, egli però non fece in tempo a vederla.

    Proviamo ad analizzare il toponimo: “Scögliu Autu”. Certo, i nomi si modificano nel tempo, ma nelle filze dell’Archivio di Stato, e più precisamente nel fondo antico, tale nome non risulta mai menzionato. Non è presente neppure uno che gli assomigli per assonanza fonetica o per similitudine di immagine. Guardando attentamente le nostre cartoline, ecco scaturire un’ipotesi che potrebbe risolvere gli enigmi La costruzione che appare immediatamente a margine della strada, sovrastante la spiaggia dei tre scogli, è conosciuta dai ventimigliesi come “u Lazaretu”.

    Una teoria sostenuta da esperti in archeologia tra i quali il suo ideatore, Sabatino Moscati, recita della sovrapposizione dei luoghi, ovvero: si è constatato che sul sito ove sorse in epoca arcaica un tempio, una fortificazione, un ponte o un ospedale (lazzaretto), modificandosi i tempi, evolvendosi o cambiando i culti, i relativi nomi vengono conservati. Neppure la nostra zona fa eccezione a questa teoria. Ad esempio, pensiamo alle varie riedificazioni della cattedrale avvenute a partire dal V secolo fino al XIII, senza peraltro poter escludere la possibile esistenza di un precedente tempio dedicato a Giunone, come descritto sulla lapide rinvenuta dal Rossi e murata sulla parete di destra della chiesa stessa.

    Intorno all’anno 1200 esisteva alla Marina un ospedale detto “de Cardona”. Il 4 maggio 1263, il notaio Amandolesio rogava un atto sulla riva del mare, per un tale che stava per imbarcarsi; tale atto porta come indicazione del luogo “apud cardona”. Se supponiamo che il lazzaretto fosse l’antico ospedale “de Cardona” si potrebbe dedurre a quale uso fosse destinato lo scoglio in questione: segnalatore notturno del luogo dove si concentravano i malati da isolare, provenienti dal mare.

    Per questa sua ipotetica funzione, resa in tempi di grande paura ove l’idea del contagio scatenava le più assurde psicosi, cominciò ad essere considerato un simbolo nefasto dal quale tenersi alla larga. È noto quanto fosse radicata la credenza che a diffondere le epidemie di peste e di colera partecipassero anche le streghe, preparando un unguento malefico col quale “ungere” le porte delle abitazioni al fine di propagare il contagio.

    Lo Scoglio Alto uscì dalla paesaggistica ventimi-gliese con un ultimo, grande “coup de théàtre” in quella fatidica notte di febbraio. Quale data più nefasta di un 17-2-17, per tutti coloro che vedono nella numerologia e nella Cabala il 17 come “disgrazia” ed in questo caso la disgrazia al quadrato !

    Ultimo atto di un’esistenza legata al mondo della superstizione e della magia.

    Dopo questa data restò visibile ancora per molti anni, adagiato su un fianco, come ce lo propongono le nostre cartoline, animato da gruppi di bagnanti che lo utilizzavano quale riparo naturale. Il moto ondoso ed il lavorio delle correnti, modificarono il fondo della spiaggia, ove lo scoglio aveva le radici, fino a farlo sprofondare nella ghiaia; alla totale scomparsa contribuì la costruenda passeggiata Guglielmo Marconi, che ne coprì la parte più a monte.

    Di quei tre scogli che movimentavano la spiaggia “de suta a Cola”, ci è rimasta la sola “pria Margunaira”, a ricordarci di un tempo arcaico, popolato da racconti di pescatori e popolani, autori-attori di storia e leggenda, che i tempi moderni non riescono a far tacere.

Le fotografie sono tratte dalla pregiata collezione dell’autore

 

 

A  Schina  d’Ase

    La caduta dello Scoglio Alto ha privato la spiaggia della Marina, “Suta a Cola”, della più caratteristica e voluminosa delle figure di rocce affioranti; ma già nel 1932, una mareggiata aveva spianata una pietra: a Pria Naviglia, alta un paio di metri e lunga quattro, dalla forma tondeggiante, che si trovava sulla riva a levante dell’altro imponente scoglio e della Pria Margunaira.

    Esisteva un’altro scoglio, che appariva a filo d’acqua come un dorso animalesco, ad una decina di metri da riva, strutturato a foggia di gobba arrotondata, sorgendo per circa quattro metri dal fondale, con una forma allungata e poco larga. Per questo era conosciuto come a Schina d’Ase, che oggi forma il sostegno iniziale, verso il largo del molo frangiflutti, tra “San Giuseppe e Stella Marina”.