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VEGETALI: ENDEMISMI VENTIMIGLIESI

U  P A N C R A Ž I U

    Il Giglio di Mare o Pancratium maritimum è stato un fiore tipico delle spiagge ventimigliesi. Già dieci anni or sono ce lo ricordava Giancarlo Castello, il maggior esperto del settore nel Ponente Ligure e non solo.

    Oggi, in un giardino pensile della Colla, le “Ragazze di Wilma” ammirano la bellezza e soprattutto si godono il profumo di rigogliosi Pancrazi ventimigliesi, dei quali Luigin conserva le sementi.

 

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                              TRA CENT’ANNI

Un fiore scomparso dalle nostre spiagge: il Pancrazio

                                                                                  di Giancarlo Castello 2002

    È una limpida mattina di luglio del 1901. La ragazza con una veste accollata, lunga fino alle caviglie, è seduta sulle pietre. Sta pensando a qualcosa, a qualcuno. Se potessimo guardarla negli occhi potremmo forse vedere, dentro quell’azzurro, una pena, un pensiero d’amore ...

    A poche decine di metri, controluce, verso est, la lunga ombra nera non la spaventa minimamente, anzi, è il simbolo della sua città, è qualcosa che la mette a proprio agio. Per questo si è recata lì a pensare.

    Si alza e cammina con i piedi sul bagnasciuga guardando il cielo, come se quel gabbiano che la sovrasta potesse portare lontano il messaggio chiuso nella sua anima.

Sulla sabbia, vicino alla riva del mare, magica apparizione sotto il sole sfavillante, vede un grande fiore spalancato. È bianco come il suo vestito: un giglio stupendo che l’aria salata non disturba. La ragazza sorride, come ad un’idea che la consoli, e raccoglie senza stupirsi quel fiore.

    Stringendolo a sé torna a casa, intenzionata a scrivere qualcosa sulle pagine di un diario, per dedicare quel giglio meraviglioso al suo ragazzo, che è distante ...

    Quanti anni sono passati da quel giorno lontano ? Quella ragazza, che allora aveva vent’anni, attraversa la vita come una piccola barca che solchi il grande mare, riposa ormai nel cuore del tempo. Il ragazzo, morto durante la guerra molto prima di lei, sta da qualche parte, forse nei ricordi di qualcuno. Ma quel fiore, quel fiore raccolto su di una spiaggia cent’anni fa, è diventato un simbolo: quasi trasparente, chiuso dentro una vecchia scatola di sigari, è vivo più che mai nella malinconia di un sentimentale.

    Nell’aprile del 1984 mi fu recapitato un pacchetto. Un signore, che diceva di avere quarant’anni, mi scriveva adoperando un tono insolito, tra il supplichevole e il misterioso. Informato sui miei studi botanici, mi pregava di fornirgli il nome scientifico di un fiore secco, di cui nessuno aveva mai saputo dire il nome. «Non si stupisca - mi scriveva - se le mando un pezzo del diario di mia nonna ...» e mi allegava fotocopia di alcune pagine scritte a mano.

    La scrittura della donna era minuta, colta ed elegante, indicava già a prima vista l’amore con cui si era espressa. Dentro una piccola scatola di legno riempita di bambagia, riposavano alcuni petali assottigliati, quasi irriconoscibili e, tra i detriti, qualche pezzo di foglia secca. Quel signore aveva fatto bene a mandarmi lo scritto della nonna. Senza quel diario non avrei mai potuto risalire al nome della pianta.

    Da quel giorno ho iniziato un cammino a ritroso, tra i diversi fiori estinti dell’estremo ponente ligure, una ricerca che, se da una parte mi ha riempito di stupore e di poesia, dall’altra mi ha ferito il cuore.

    Quando procedi sul sentiero delle cose e non le trovi più, vorresti sapere a che punto si sono cancellate. E certo che nella primavera del 1923 il fiore in questione esisteva ancora. Un nostro concittadino di quel tempo, il Canonico Nicolò Anfossi, studioso di botanica, lo elencò tra gli altri nella sua “Florula del comune di Ventimiglia”.

    Già nel 1879, Honoré Ardoino, in un’edizione stampata a Nizza, cita il nome scientifico di una pianta, abbinandola senza esitazione alla città di Ventimiglia. Ma se ne accenna ancora prima in documenti romani, con l’appellativo di “giglio marino”.

    Ben poche altre voci mi hanno confermato l’esistenza della pianta che deduco, anno più anno meno, sia scomparsa intorno alla fine degli Anni Cinquanta.

    Il Giglio di mare, Pancratium maritimum, è un’Amarillidacea piuttosto vistosa. Il fusto può raggiungere i 75 centimetri, i fiori, fino a gruppi di dieci, sono molto grandi. Ciò contribuisce a renderla più bella, ma anche più vulnerabile. Le cosiddette “piante protette” non sono quasi mai rare: la rarità presuppone scarsa conoscenza da parte della gente. Ciò che rende appetibile un fiore è la sua bellezza, fattore che spinge a raccoglierne più esemplari.

    Il Pancrazio spunta dalla sabbia calda e asciutta a gruppi isolati. I petali, di un bianco purissimo, contrastano con le lunghe foglie piatte, di un verde bluastro, semiavvolte a spirale, molto simili a quelle del narciso. Il bulbo, appariscente (5-6 centimetri), veniva a volte estirpato e tenuto in vasi prossimi al mare dove, essendo la pianta ad andamento perenne, fioriva ogni anno per tutta l’estate.

    Lo si poteva ammirare su gran parte delle coste occidentali d’Italia e nelle isole. In prossimità della nostra zona, ne restano rare entità isolate in qualche località nel sud della Francia. Un gruppo di esemplari nei pressi di Alassio, segnalatomi alcuni anni fa, risulta ora irreperibile.

    Molte volte mi è tornata la folle idea di trovare alcuni bulbi della pianta e di trapiantarli nel luogo più adatto. I dubbi però sono tanti. Ammesso che il fiore possa attecchire in uno dei pochi luoghi adatti, ormai ridotti a niente (vedi ad esempio le Calandre, una strisciolina di sabbia che si riduce sempre più), la gente sarebbe poi capace di portargli rispetto ?

    Se qualcuno osservasse gigli bianchi sulla riva di qualche isola nei nostri mari, sappia che si tratta probabilmente di una specie diversa, anche se affine: il Pancratium illyricum.

Questa mattina ho ripensato al Pancrazio. Come un’anima che anneghi nei propri ricordi, ho rivisto le frasi scritte in un diario sbriciolato. La pietra gigante dei ventimigliesi, lo scoglio alto, monumento emblematico di una città fantasma, si lega ancora una volta ai suoi tesori perduti.

    Fra cent’anni, quando nessuno di noi sarà più vivo, a Ventimiglia forse la gente citerà altri fiori, estinti nel duemila, o giù di lì. Tanta sconsiderata superficialità sembrerà impossibile. Non si potrà certo pensare con tenerezza a qualcuno di noi intento a strappare gli ultimi esemplari di narciso o di altra specie che vivono soltanto a Ventimiglia.

    I nostri cuori non sono pieni d’ingenuo candore, come quelli della ragazza d’inizio secolo. Se lei vivesse oggi, ne sono certo, la sua sensibilità le impedirebbe di raccogliere quel fiore leggendario.

 

                                 

 

 

 

 

 

 

                                   Pancratium Illyricum