Ancöi l'è
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U  FESTIN

   

BALLI  POPOLARI

    Negli ultimi anni dell’Ottocento e per quasi tutto il Novecento, la conclusione serale ai giorni di festa popolare era immancabilmente dedicata al ballo, che nella bella stagione si realizzava sotto un capiente ed attrezzato tendone. Molte comunità si erano dotate di materiale adatto a coprire la piazza principale del paese, in modo a proteggere i festanti, specialmente la pista da ballo, da eventuale umidità; ma la soluzione più praticata era costituita dall’affitto della pista da ballo coperta presso appositi imprenditori del settore.

     Arrivavano due o tre operai e iniziavano a disporre sul suolo della piazza ampie sezioni di una pista tonda prefabbricata, in masselli di legno, che venivano resi maggiormente scivolosi con abbondanti dosi di borotalco. Era questo l’accogliente “ballo a palchetto”, col suo tendone verde agganciato al palo centrale che riparava i ballerini solamente se la serata era umida, altrimenti veniva prontamente smontato per dar la possibilità di danzare sotto le stelle.

    Quindi, fino agli Anni Sessanta, del Novecento nell’apposito palco rialzato, allestito su un lato della pista, prendeva posto la locale “bandìna”, un’orchestrina di quattro o cinque elementi, che produceva un nutrito programma di ballabili, condito con qualche brano alla moda. Dall’imbrunire, terminate le incombenze religiose o le mansioni di fiera, l’orchestrina richiamava l’attenzione verso le danze ed allora, le ragazze si disponevano, in bella mostra, nelle vicinanze della pista, mentre i cavalieri (i maschi in generale) si davano da fare per invitarle alle danze. Era il momento nel quale entravano in campo gli incaricati del comitato organizzatore, addetti a recuperare le spese.


CARTELE  E  GIGLIOLE

    Quando ancora la SIAE non aveva del tutto guastato il comparto del divertimento popolare, con l’applicazione asfissiante delle tasse sui biglietti obbligatori, i sistemi per invitare i ballerini a versare un’offerta monetaria erano essenzialmente due: accattivanti signorine, armate d’un elegante cesto in vimini, avvicinavano i maschi, ballerini e non, applicando al risvolto dell’abito, con uno spillo, un pezzetto o due di nastro colorato, che funzionava quale ricevuta dell’immancabile obolo, che erano conosciute come “gigiòle”. Il colore, come la loro combinazione, o la forma, dei pezzetti di nastro, cambiava di volta in volta, affinché qualche maschio non facesse il furbo, esibendo la gigiola della volta precedente.

    L’altro sistema prevedeva l’acquisto di un certo numero di “cartéle”, sorta di contromarche in cartoncino che venivano ritirate da attenti addetti, all’entrata del ballo a palchetto. Dopo l’uso per qualche anno, che rendeva le cartele una sorta di brandelli cartacei, inverosimilmente unti, gli organizzatori le rinnovavano, con una tornata di provvidenziale stampa.

    L’uso delle cartele, prevedeva l’impiego della corda, tesa fra due addetti a percorrere tutta il palchetto, a spingere le coppie di ballerini che non intendevano abbandonare la pista, mentre alcuni addetti intervenivano sulla parte mediana della corda, facendole superare le teste dei ballerini che, rimanendo sul posto, consegnavano però la cartela, altrimenti: fuori dal palchetto, alla maniera del parco buoi.