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OSSERVATORIO POETICO

 

Articolo apparso su LA VOCE INTEMELIA  - giugno 1984

FRA VALLATE, RIANE E CARRUGI

Modeste riflessioni sulla "ansia" poetica di Andrea Capano, Gabriele Cassini e Franco D’Imporzano

Domenico Managò - 1984

    Lucio Gambi, insigne geografo italiano, scrive che l’uomo, generalmente, «in qualche modo fa suo un ambiente, perché riconosce in esso delle vocazioni o disposizioni o inclinazioni o inviti, cioè delle potenzialità a fornirgli certe energie, certe produzioni».1 E - oso aggiungere io - un ambiente, a sua volta, tende a determinare, nell’uomo che lo abita, delle connotazioni, delle peculiarità, delle caratteristiche psicosomatiche, mentali, culturali.

    A queste leggi di natura non può ovviamente sottrarsi l’uomo ligure, circondato com’è da un paesaggio morfologicamente tormentato e difficile da affrontare e da vivere; accolto in un corpo stretto, oblungo e arcuato, digradante verso il mare, nel quale - come dice Giuseppe Conte,2 poeta - sembra destinato a ineluttabilmente scivolare per scomparirvi. Eppure, quest’ambiente - cioè questa striscia costiera, e con essa l’uomo ligure - si mostra disperatamente aggrappato al suo forte entroterra dove forse, o certamente, intravede l’estrema speranza di salvezza.

    Dunque la Liguria ora va verso il mare, ora verso la terraferma; ora parte, ora si ferma; ora esorta: «andamu», ora cede: «mi m’afermu chi», dando vita ad un viaggio-dolore («viagiu-ciacrin») che sembra non aver mai fine: «u viagiu-ciacrin mai ciü fenìu»3 di Andrea Capano. La realtà fisica, il paesaggio, ripeto, tormentati e ostici, creano incertezza, la quale da luogo a stanchezza e angoscia esistenziale, e, in particolare nel poeta, insinua sfiducia in se stesso e fa sì che quasi tutta l’arte di lui ruoti incontrovertibilmente intorno al tema della "negazione".

    «Na !», «No !», grida infatti Capano all’inizio di una sua poesia;4 e in un’altra giunge a considerare se stesso un relitto: «sun in astracu».5 Anche Gabriele Cassini è soggetto ad una medesima disposizione d’animo e confessa: «mi nu sun bon a vive, / mancu a vuglierme ben».6 Franco D’Imporzano, per non essere da meno, dice di se stesso: «a sun ign’ànima persa».7

    È logico che, di fronte a queste auto-negazioni, sia il tempo che lo spazio finiscono col mostrare i loro limiti, quasi una loro inutilità: il "quando" e, soprattutto, il "dove" vengono privati del loro intrinseco o pratico significato. Capano e Cassini, segnatamente, si avviano verso questo già ricordato «viagiu-ciacrin» che non vuole, o non può, aver fine; ed entrambi giungono ad ammettere di non sapersi muovere nello spazio, di non sapere dove andare; Capano: «unde andamu nu u samu mancu nui»;8 Cassini: «und’andar a nu u sacciu mancu mi»;9 e se D’Imporzano mostra di conoscere un percorso, questo e certamente la stessa mèta paiono vaghi se non cupi: «Serra u cadèrnu, smorsa u lanternìn: / a andamu versu a nöte sensa sogni».10

    E tuttavia, quest’angoscia, questo dramma esistenziale non sfociano mai in tragedia, ancorché poetica, letteraria. Negazione, infatti, non significa necessariamente rifiuto ottuso e rancoroso, non approda fatalmente ad un auto-annichilimento, ad un auto-annientamento. Paradossalmente questa "negazione" si snoda attraverso una continua osservazione della realtà circostante, non solo per censurare o rifiutare, ma spesso, addirittura, per contemplare. Direi che, sebbene possa apparire assurdo, contraddittorio, questa "negazione" è animata da smaniosa esigenza di contemplazione, a volte angosciante esigenza di contemplazione. E se gli uomini, secondo Capano, sono presi dalla vita come in un vortice che ricorda quello della trottola («a sgavàuduřa»; «sgavauduřàndu andamu»;11 se la vita per Cassini «l’é u vive de a musca ente una teřagnà»,12 oppure «cuscì a ghe sun cařàu cume i ghe cařàu ente e lüme e purselete e i muschigliui»;13 se, infine, D’Imporzano sostiene che «e couse tropu viste i ne sciaca / cù in sensu greve de munutunia»;14 nondimeno, queste immagini di innegabile pessimismo non arrivano a distruggere definitivamente il più intimo e sano senso che della vita hanno i nostri tre poeti, e ciò consente loro la riscoperta di antiche sensazioni e, per il tramite dei loro versi, provoca l’offerta di ben altre immagini. Se illuminate dal sole o arricchite dal sogno, poco importa: in esse può finalmente godersi una dolcezza affrancante, chiara, distensiva, riposante, come in D’Imporzano con Vedri d’aiga durse, o Nustalgia; in Cassini con Tei nevu, o «Sciti sciurìi de aveglie e parpagliöre, / spurghe de mei e lune de rosoliu» di A me ne vagu, o Mia maire; in Capano con Cansun d’i tempi növi d’i ciuchi ch’i cioca e altre gioiose filastrocche e bizzarri nonsense di Gh’eira in ciarrun pautrun.

 

    Il criterio introspettivo adottato in questa brevissima presentazione dei poeti e il medesimo che ho cercato di adottare nel musicare i loro testi, aggiungendo, per confermare la «dolcezza affrancante, chiara, distensiva, riposante» di cui abbiamo più sopra detto, qualche tema musicale sbarazzino, smaliziato, qualche ritmo sudamericano quale il mambo o la bossanova, al fine di sdrammatizzare un po’ l’atmosfera di alcuni testi.

    Ascoltiamo, dunque, alcuni suoni, tra parole e musica, di questo angolo di Liguria e cerchiamo di colmare il nostro cuore pensando anche alle aspre ma in fondo dolci e remissive vallate, alle umili e discrete riane; penetrando, col cuore stretto d’emozione, i carrugi, dalle cui «pietre, lento, umido, deciso, / guida silenziosa / al silenzioso andare, / ci viene incontro il tempo».15

    Accostiamoci così alla nostra - anche mia, dunque, benché io sia calabrese - alla nostra terra, restiamo a lei aggrappati fino a quando il cemento non finirà per soffocarla, oppure, in un ultimo disperato tentativo di autodifesa, la Liguria tutta, come avvertiva il poeta, non dovesse decidere di scivolare in mare, inabissa.

 

  1) Lucio GAMBI, Calabria, in «Le Regioni d’Italia», collana fondata da Roberto Almagià e diretta da Elio Migliorini, UTET, Torino 1978, vol XVI, p. .

  2) Giuseppe CONTE,. . .,

  3) Andrea CAPANO, Teragnae (Ragnatele), Bordighera 1987, p. 15.

  4) Andrea CAPANO, A sgavàudura e u dagliu (La trottola e la falce fienaia), Genoval986, p. 21.

  5) Ibidem.

  6) Poiché di Gabriele Cassini non esistono raccolte poetiche, faccio sempre riferimento a testi di sue canzoni: in questo caso, a «Mi nu sun bon a vive».

  7) Franco D’IMPORZANO, Vedri d’aiga durse (Vetri d’acqua dolce), Ventimiglia 1999, p. 15.

  8) CAPANO, A sgavàudura..., cit, p. 17.

  9) CASSINI, «A me ne vagu».

10) D’IMPORZANO, Vedri d’aiga durse, cit. p. 39.

11)

12)

13)

14)

15)

 

Alessandro Varaldo in gioventù

POESIA DEL NOVECENTO IN LIGURIA

                                                                                                                   di  RENZO VILLA

    Sabato 28 febbraio scorso, alla Civica Biblioteca Internazionale di Bordighera, il Prof. Stefano Verdino, dell'Università di Genova, ha presentato il suo libro «La Poesia in Liguria», opera che fa parte di una collana di antologie regionali edite dalla Forum/Quinta Generazione di Forlì.

    Parlare di una «linea ligure» ella poesia odierna o fare riferimento a gruppi e correnti è quanto mai difficile, per non dire impossibile, che gli autori moderni e contemporanei, anche per via della particolare conformazione geografica della regione, vivono appartati operando isolatamente e in modo del tutto eterogeneo.

    Ma, in passato, principalmente nel periodo a cavallo fra l'Ottocento e il Novecento, e successivamente negli Anni Trenta, la voce della Liguria si fece sentire anche in campo nazionale.

    E, per leggere poeticamente la regione, basteranno alcuni nomi come quelli di Novaro, Boine, Sbarbaro, Ceccardo Roccatagliata e così via fino a Caproni, Barile e Montale.

    Oppure, volendo restringere il campo al solo Ponente, basterà citare Angiolo Silvio Novaro, Francesco Pastonchi, Antonio Rubino e Renzo Laurano, quest’ultimo scomparso nel 1986.

    Un discorso a parte merita la poesia dialettale, rappresentata nel volume di Verdino da un buon numero di autori con Edoardo Firpo in testa.

    Compresi i contemporanei, i poeti dialettali e in lingua segnalati dall’autore sono una settantina e, fra essi, alcune delle voci più significative della provincia di Imperia: Abbo, Cassinelli, Conte, De Giovanni, Vivaldi e il ventimigliese Andrea Capano, vincitore del "Premio Firpo '86".

    Per l’occasione, era giunta a Bordighera, dalle varie parti della Liguria, una qualificata rappresentanza di poeti che hanno letto al pubblico della biblioteca i loro versi.

    Generalmente in ritardo, la poesia regionale finisce per ricalcare modelli superati cosicché il suo quadro non risulta quasi mai sovrapponibile a quello nazionale.
    Ma, a volte, a momenti provinciali di retroguardia, si possono anche alternare anticipazioni o comunque aperture verso novità ed esperienze di provenienza nazionale e straniera.

    Come nel caso de «Il primo libro dei trittici» definito da Verdino uno dei più coraggiosi testi del simbolismo italiano.

    Pubblicato nel 1897 dalla tipografia Gibelli di Bordighera, esso contiene i sonetti di tre autori «simbolisti»: Giribaldi, Molfettani e Alessandro Varaldo che allora era agli inizi della sua carriera di scrittore, essendo nato a Ventimiglia nel 1876.

 

Stefano Verdino

LA POESIA IN LIGURIA

Forum/Quinta Generazione  - Forlì 1986

da LA VOCE INTEMELIA anno XLI   n. 3 - marzo 1987